Genealogia dei ceppi: Berlese, Casoni, Bomboi e Sanguineti ed altre famiglie collegate.

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    Oggigiorno non abbiamo più il tempo per sederci in due, uno di fronte all’altro, uno per raccontare, uno per ascoltare. Poiché ritengo che sarebbe scorretto lasciar cadere i racconti nel dimenticatoio (anche quelli delle piccole cose, i racconti di fatti accaduti un giorno qualsiasi, ma realmente accaduti, accaduti, per di più, a persone a noi care) non resta nient’altro da fare che trascriverli, sperando che, un giorno, a qualcuno, venga voglia di leggerli. E di riflettere. Riflettere sulla vita dura, difficile e aspra, zeppa di stenti, di sofferenze, di fatiche e di miseria (ma non miserabile!) che i nostri antenati hanno condotto. Di seguito riporto quel che mi ricordo dei racconti che mi faceva mio padre. All’inizio di ogni paragrafo ho posto una data che, salvo quella del primo racconto, è posta in modo arbitrario ed è solo indicativa del periodo nel quale potrebbe essere accaduto quel fatto, ma ciò nulla toglie al succo del racconto.

    Mi raccontava, mio padre … mi raccontava, ma io non lo ascoltavo con la dovuta attenzione! Mi raccontava una fiaba bellissima … no, non una fiaba, ché le fiabe sono cose inventate, mi raccontava, invece una storia vera. Mi raccontava la SUA storia, la storia di una bella famiglia che la sorte ha voluto divisa … divisa certo dallo spazio ma non negli affetti; ed io ringrazio mio padre per aver saputo trasmettermi il sentimento dell’affetto famigliare. Ci siamo dispersi, ed io provo un po’ di amarezza per questa separazione. Sto tentando, in suo onore, di trasmettere alcuni di quei ricordi.

    1912. Il racconto più tragico che mi fece mio padre fu quello della morte della sua mamma: mia nonna Virginia. Era una sera d’inverno. Il freddo è sempre freddo, anche oggi, ma, a quei tempi lo si sentiva sicuramente di più, perché le stesse abitazioni (con rispetto parlando, poco più che catapecchie) non offrivano il riparo che oggi ci offre qualsiasi casupola. Pare che i fatti si siano svolti più o meno così: in un primo momento mia nonna Virginia deve aver caricato la lanterna a petrolio, probabilmente un po’ di quel liquido si è versato sul vestito, poi si è avvicinata al focolare, per riattizzare le braci, così facendo ha sollevato delle faville, una di queste le si è posata sull’abito bagnato di petrolio il quale si è incendiato. Forse nessuno se ne accorse, o forse nessuno poté o seppe soccorrerla. La nonna è morta a causa delle ustioni riportate. Era il 29 di dicembre, aveva soli trentuno anni e aveva già avuto dodici figli. In seguito il nonno Giuseppe dovette trovare lavoro (pare) presso le ferriere di Savona. I bambini furono affidati ai nonni materni, gli Schiavon “Nisto”. Questo terribile racconto mi ha sempre lasciato sottosopra.

    1913. Mi raccontava che da piccolino (ma non troppo) “ciucciava” con due dita (indice e medio) la sua nonna, Maria Granello, per svezzarlo usò dei metodi sbrigativi, efficaci, validi, drastici, naturali: nel solchetto formato dalle due dita ravvicinate, gli mise una cacca di gallina. Smise quasi immediatamente di “ciucciare”.

    1913. Sempre da piccolino (penso io all’età di quattro o cinque anni) si ammalò, la nonna Maria Granello lo portò in solaio (forse temendo una malattia infettiva?). Dopo qualche giorno lo andò a trovare e, vedendolo gli disse: “Sito ancora vivo, sboraura?”.

    1915. I nonni Schiavon “Nisto” lavoravano (non so in che termini, ma potrebbe essere stata la mezzadria) per il pittore veneziano Guglielmo Ciardi (Venezia 1842 - 1917) padrone, fra l’altro, anche di quelle terre. Egli, a volte, si recava da loro, forse per riposarsi, forse per amministrare i suoi averi, certamente non per zappare. La nonna Maria Granello, per accogliere “el sior paròn” con un benvenuto tirava il collo alla gallina più grassa e gliela preparava per pranzo. I bambini avevano fame: nei ricordi di mio padre i pranzi e le cene consistevano in polenta, latte e “radici” (radicchi) amari, raramente qualche “salacca”. Il pittore molto probabilmente non si rendeva conto della realtà e, mangiando e bevendo senza ritegno, manifestava la sua invidia per una vita sana e tranquilla, lontana dal caos cittadino, così come la conducevano i “suoi” contadini.

    1915. Le serate invernali erano trascorse raccontandosi fiabe, racconti, storielle. Dopo cena (sic! vedi racconto precedente) le persone si trasferivano nella stalla, alla ricerca di un po’ di tepore, del tepore emanato dai corpi delle mucche[1]. Le donne facevano un po’ di maglia o cucivano, gli uomini riparavano qualche attrezzo, i vecchi raccontavano, i giovani ascoltavano.

    1915. Un giorno nonno “Nisto” si recò in un campo per arare: mio padre era con lui. A quell’epoca egli era di età infantile (penso sette o otto anni). Mentre il nonno era intento ad arare mio padre passò troppo vicino a quell’attrezzo, una parte dell’aratro (forse il coltello anteriore, certamente non il vomero, ché gli avrebbe tranciato il piede) lo colpì e lo ferì. Il nonno, per medicarlo prese una “buassa” (in italiano dello sterco di mucca) e gliela spalmò sulla ferita, poi (se ben ricordo i suoi racconti) fasciò il tutto con una foglia di cavolo. Mio padre non prese il tetano.

    1916. Mi raccontava, mio padre, che suo nonno “Nisto” aveva un vecchio cavallo, penso lo adoperassero per arare i campi. Un bel (o brutto) giorno il cavallo morì di vecchiaia; usarono le costole per farne una slitta e scivolare così, in inverno, sui fossi ghiacciati.

    1916. Pare che un inverno il ghiaccio non fosse abbastanza “forte” o forse non lo era in quel punto. Il fatto è che un suo amichetto si recò in quel punto del fosso, il ghiaccio traditore si ruppe e si capovolse: il bimbetto rimase intrappolato e annegò.

    1918. Nel religiosissimo Veneto d’inizio secolo (l’altro), le funzioni religiose erano certamente un obbligo al quale nessuno avrebbe mai osato sottrarsi. Soprattutto la S. Messa domenicale doveva essere santificata, sennonché fra la povera gente scarseggiavano tantissimi beni: gli stessi zoccoli (di legno) erano in numero limitato, andavano alla S. Messa a turno, un fratello aspettando il ritorno dell’altro per poterseli infilare.

    1919. Un po’ dopo il termine della 1° Guerra Mondiale (la Grande Guerra) i ragazzetti andavano a fare il bagno nel fiume, nonostante le ripetute ammonizioni da parte dei nonni: nel fiume c’era ogni sorta di rottame, si doveva fare attenzione! Ma mio padre non era certamente differente da qualsiasi altro monello della sua età e condizione. I tuffi nel fosso dovevano essere fatti! Tant’è che si provocò ben due ferite: una sul collo a forma di Y e una sul torace a forma di C (il collo rotto di una bottiglia). Non mi raccontò la reazione dei nonni.

    1928. Il barbiere di paese era anche cerusico: radeva la barba a uno e, col medesimo rasoio, incideva in foruncolo a un altro, poi riprendeva a fare la barba al primo. Ovviamente non interponeva nessuna disinfezione fra un’operazione e un’altra. Ovviamente!

    1928. Erano tutti senz’altro brave persone; facevano, però, anche scherzi pesanti. Una sera (erano già giovanottelli) era trascorsa all’osteria raccontando fole di fantasmi, di spettri e di apparizioni; a qualche buontempone venne l’idea di fare uno scherzo a uno di loro, sicuramente al più sprovveduto o al più debole. Prepararono una zucca svuotandola e intagliandola come fosse una faccia, posero all’interno un moccolo acceso e misero sotto il tutto un grosso straccio (come fosse una veste) quindi la legarono con una corda a un ramo d’albero. Quando passò il prescelto, agitarono questa realizzazione e si misero a urlare. Il poveretto, a quella vista, s’impaurì moltissimo, anzi! Pare che fosse epilettico e che gli prendesse un attacco.

    1928. Quando in quelle terre arrivò la corrente elettrica[2], questa era usata solo per l’illuminazione, non avevano ancora inventato tutte le apparecchiature che comunemente usiamo al giorno d’oggi. Misero una lampadina anche nella stanza in cui dormiva il nonno “Nisto”. La luce si comandava pure con un interruttore a peretta situato sulla testiera del letto: nonno “Nisto” azionava più e più volte il pulsante per vedere il susseguirsi delle accensioni e degli spegnimenti della lampadina. Io credo che la lampadina fosse di potenza limitata e sono convinto che il nonno “Nisto” avrà pensato, tuttavia, alla “potenza” di quell’invenzione.

    1929. Probabilmente più tardi di questa data nell’osteria di paese (da “Bimbari” a la Busa) fu installata una delle prime radio, mio padre e i suoi fratelli, frequentando l’osteria la videro, la sentirono e ne riportarono notizia al nonno “Nisto”. Forse gliela avranno descritta come una scatola parlante dalla quale si sentiva Roma: questi pare dicesse che non era possibile che una scatola “parlasse”: … o dentro quella scatola c’erano i diavoli oppure gli stavano raccontando delle frottole.


[1] Confronta col libro “Il Trono di Sambughè”, di Elio Tronchin.

[2] Secondo quanto riportato da Elio Tronchin nel suo libro “Il Trono di Sambughè” l’elettrificazione sarebbe arrivata in quei posti dopo molti anni, addirittura venti!


Questo sito, di proprietà di Giuseppe Berlese, è stato aggiornato martedì 01 novembre 2011

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