BRUNO GIAVARA

In Russia con il CSIR


Sono nato nel 1915. Appena scoppiò la guerra, nel settembre del 1939, fui richiamato. Mi presentai a Lodi e fui incorporato nella 1a divisione “Celere” nel 3° Reggimento bersaglieri. Fino al giugno del 1940 rimanemmo in Friuli a Udine. (così comincia il diario di Bruno Giavara Bersagliere del 3°).

 La notizia dell’entrata in guerra non fu una sorpresa perché ce l’aspettavamo. In quel giorno, il 10 giugno eravamo accampati vicino a un paese a pochi chilometri dal confine con la Jugoslavia. Ci fu l’adunata e ascoltammo inquadrati il discorso alla radio di Mussolini. Da là con una tradotta ci portarono sul fronte alpino occidentale al confine con la Francia. Arrivammo a Cuneo il 25 giugno. Eravamo tutti pronti per andare in Francia quando arrivò la notizia dell’armistizio. Così restammo a Cuneo circa un mese e mezzo poi, nuovamente con la tradotta ci riportarono in Friuli. Trascorremmo l’inverno tra il 40 e il 41 in caserma a Milano. Nella primavera del 1941 entrammo in Jugoslavia. Mi ricordo che passammo il confine nel giorno di Pasqua, nell’aprile del 1941. Partimmo da Monfalcone, poi toccammo Fiume e scendemmo lungo la Dalmazia facendo un percorso di circa mille chilometri lungo la costa in bicicletta; tutto questo in soli dieci giorni. Si partiva la mattina e si andava fino alla sera. Si faceva solo una pausa per il rancio, dopo di che ci si sdraiava per terra su una coperta per un paio di ore a riposare fino all’adunata, poi si risaliva in bicicletta. Le biciclette erano pieghevoli, per la maggior parte Bianchi e Legnano. Era faticoso perché si andava su strade sterrate e a volte poco più che sentieri con biciclette che avevano le ruote piene, portando sulle spalle lo zaino con l’equipaggiamento e i cambi. La bicicletta aveva un cofanetto dove si mettevano le piccole cose per l’igiene personale mentre la coperta si metteva dietro con il telo da tenda in un rotolo legato alla bicicletta con delle cinghiette. Alla sera quando ci si doveva accampare si scioglieva il rotolo e ci si sistemava per la notte. Arrivammo fino a Sebenico senza incontrare resistenza. Da lì come truppe di occupazione raggiungemmo diverse località, fra cui ricordo Karlovaz e Knin. Nell’estate, quando ormai era iniziata l’invasione della Russia ci fecero rientrare in Italia con una tradotta. Ci tennero una settimana sul lago di Garda dove ci tolsero le biciclette e ci rifornirono di nuove scarpe – scarponi di cuoio “autarchici” - e vestiario. Ai primi di luglio partimmo nuovamente con una tradotta verso la nuova zona di operazioni. Attraversammo il Brennero, a Salisburgo, poi a Vienna e a Budapest, ed infine in Romania. Da qui poi proseguimmo su autocarri per centinaia di chilometri. Ad un certo punto, poiché questi erano pochi, ci fecero proseguire a piedi, perché gli autocarri furono utilizzati per il trasporto dei cavalli della cavalleria della nostra divisione che erano rimasti indietro. (anche i cavalli si stancavano a camminare !!!). In questo modo il 20 luglio arrivammo sul Dnieper. Lì restammo fermi per un po’ perché i russi nella ritirata avevano fatto saltare i ponti. Intervenne il genio pontieri, ma ogni volta che il ponte era quasi terminato, l’intervento dell’artiglieria russa lo distruggeva. Noi eravamo un po’ lontani dal ponte, ma ricordo per una settimana almeno il rombo dei colpi, giorno e notte, che sembrava un temporale. Ai primi di ottobre riuscimmo a passare il fiume, traghettati su grossi barconi. La marcia riprese verso il bacino del Donetz, precisamente verso la città industriale di Stalino, che venne occupata il 20 ottobre. Avanzammo verso Rikovo-Gorlovka-Nikitovka. 

      

commilitoni

sfilata del 3°

Quando il freddo cominciò a farsi pungente – eravamo ancora con gli abiti di tela ed i rifornimenti arrivavano con il contagocce – ci fermammo per passare l’inverno. Lì c’erano miniere di carbone e piccole cittadine così svernammo nelle case dei civili, bruciando il carbone per scaldarci. Noi eravamo in un centro che si chiamava Stanzja dove c’era una grande stazione con impianti per caricare il carbone; i russi erano fronte a noi a Rassipnaia. Di sentinella si faceva un’ora od un paio d’ore; in pieno inverno, quando faceva normalmente 23-24 gradi sottozero dopo mezz’ora bisognava dare il cambio per evitare il congelamento. Di notte i russi giravano attorno al paese con dei pattuglioni cercando di catturare il comando. La prima notte riuscirono a sorprenderci. Ricordo che io ero con altri due in una casa, vicino alla stufa intenti a spidocchiarci con una candela, sotto lo sguardo di una donnetta. All’improvviso sentimmo sparare e poi battere alla porta. Nessuno rispose e stavamo per sparare attraverso la porta quando una voce gridò: “Fuori! Fuori! Siamo italiani!” Il tenente dalla casa vicina aveva mandato a chiamarci perché c’era il pericolo di restare isolati e di perdere il contatto con la compagnia. Usciti, ci mettemmo a cavallo della ferrovia vicino ad una montagna di carbone pronti a sparare ma nell’oscurità era difficile riconoscere i russi. Poi ci arrivò la notizia che si erano ritirati. La seconda notte ci disponemmo meglio, con delle sentinelle avanzate. Il comando di compagnia era più indietro. Quando iniziò la sparatoria il nostro comandante, preoccupato di conoscere la situazione, mi mandò a portare un ordine al tenente che comandava il plotone avanzato. Corsi un grande rischio perché nella notte le pallottole mi fischiavano attorno da ogni parte. Raggiunto il tenente, tornai indietro con la risposta. Un mese dopo il comandante mi chiese se accettavo la promozione a caporale per meriti di guerra. Risposi che preferivo essere comandato piuttosto che avere la difficile responsabilità di comandare gli altri. A Natale i russi ci attaccarono in forze, sfondando proprio dalla parte dove c’era il 20° battaglione mentre io ero del 25°. Quella mattina ci avevano dato una piccola razione di cognac e avevano distribuito pacchi arrivati dall’Italia. Si sperava di trascorrere una giornata tranquilla, invece, a cominciare dalla mattina e per tutto il giorno ci fu un fuoco infernale. A sera il comandante ci disse “Ragazzi state attenti perché non possiamo contare su nessuno: siamo circondati”. Quella notte andammo di sentinella con una tensione grandissima. I russi erano già avanzati una trentina di chilometri alle nostre spalle verso Stalino. Per fortuna il mattino intervennero diverse squadriglie dell’aviazione tedesca e l’avanzata russa fu bloccata. La battaglia durò alcuni giorni, fino a che la mattina del 31 dicembre arrivammo ad occupare Rassipnaia. Mi ricordo che nell’avvicinarci al paese ci eravamo disposti in ordine sparso quando i russi che ci aspettavano cominciarono a sparare con dei mortai. Per fortuna eravamo tanto vicini da sentire i colpi partire così ci gettammo a terra. Ci mettemmo alcune ore per arrivare al paese; quando arrivammo tra le case, i pochi russi rimasti si arresero, nella speranza di rimanere vicini alla zona dove abitavano. Passai la notte del primo dell’anno a Rassipnaia (dove verrà sepolto il Col. Caretto nell'estate). Ricordo che c’erano morti dappertutto ormai congelati da giorni. Noi avevamo avuto 25 morti ma i russi molti di più, perché venivano all’attacco a plotoni serrati. 

       

Susak Il ponte della Fiumara a Fiume

 

Rijeka (in italiano Fiume) è posta sul golfo omonimo, parte del più ampio Golfo del Quarnaro (Kvarner). Si è sviluppata lungo la costa, limitata a est dal fiume Eneo (o Fiumara; in croato Recina) che la separa da Susak, oggi suo sobborgo orientale e per lungo tempo confine Italo-Jugoslavo.

Dopo quella sconfitta non ci attaccarono più. Restammo fermi in quella zona fino all’estate del ’42, quando riprese l’offensiva che ci portò sulle rive del Don. Si camminava sempre, giorno e notte, nelle ore più fresche; ci si fermava ogni tanto per riposare un momento e poi via ancora. Il paesaggio era piatto, a volte un po’ ondulato. Da terra si sollevava una polvere gialla e grassa. Non arrivava né da mangiare né da bere; mancava soprattutto l’acqua (si aveva paura che i pozzi fossero avvelenati). Dal Dniepr al Don mangiammo il più delle volte “di contrabbando” come si diceva, perché i ponti venivano riservati al passaggio di munizioni e reparti; quindi si rubava di tutto: quando si arrivava in un paesino due o tre venivano incaricati di girare casa per casa per cercare il cibo per il plotone. Quando tornavano dal giro si mangiava quello che c’era: un pollo, un’oca, miele, pane secco ...Arrivammo sulle rive del Don, il 20 luglio. Mi ricordo perché fu la prima volta dopo molto tempo che mi lavai la faccia. Dopo tre giorni che eravamo sul Don arrivò la “Cosseria” (divisione) a sostituirci; arrivò anche un ordine che diceva che tutti quelli che avevano già fatto un inverno al fronte russo dovevano essere avvicendati. Metà riuscirono a partire, metà invece restarono là perché all’improvviso arrivò un’offensiva. Noi eravamo già stati spostati indietro con questo avvicendamento quando suonò l’allarme e ci dissero di partire subito con dei camion per andare a chiudere una falla apertasi con il cedimento della “Sforzesca” al fronte. Dopo due o tre giorni prendemmo contatto con il nemico nella zona di Jagodni ( a Rassipnaia viene sepolto il Col. Caretto morto il 5 agosto). Mandarono avanti delle pattuglie a ispezionare; ad un certo punto c’era un’altura e i russi erano su quel cocuzzolo. Ad un certo punto ci fu dato l’ordine di andare all’assalto. Si avanzava nella steppa con l’erba alta fino alle ginocchia in ordine sparso, sotto il fuoco dei russi. Poiché loro cercavano di sparare sui gruppi io camminavo da solo in disparte quando ad un certo punto all’improvviso un russo, nascosto in una buca a distanza di cinque metri, saltò su in piedi e mi sparò con il fucile. Per fortuna non mi colpì. Mi gettai a terra e cercai con frenesia una bomba a mano ma non ci riuscii perché avevo le giberne così sparai nella direzione dove era nuovamente scomparso un paio di colpi di moschetto. Poi mi alzai in piedi e lo vidi – nemmeno io l’avevo colpito - accovacciato nella sua buca mentre iniziava ad alzare le mani in segno di resa. Mentre mi avvicinai sentii che chiedeva pietà, dicendo che aveva dei bambini. Allora gli presi il fucile e tolsi l’otturatore, poi gli tolsi le munizioni e lo spinsi avanti a me. Poco dopo, mentre camminavo, arrivarono altri tre bersaglieri con altri prigionieri e lo consegnai a loro perché lo portassero indietro. Non so poi che fine abbiano fatto. I russi in parte si ritirarono dalla loro postazione, in parte rimasero là perché feriti. Il cocuzzolo lo occupammo noi. Era il 23 agosto 1942. Qualche ora dopo, nell’oscurità, saranno state le 9, le 10i, si sentì sparare e gridare ”Italiani non sparate, non sparate, siamo italiani...” Le armi che sparavano sembravano le nostre; noi sparammo, ma ad un certo punto gli ufficiali ci dissero di fermarci per non sprecare le munizioni. Ad un certo punto vidi qualcuno venire avanti a distanza di 6/7 metri con la baionetta innestata e capii subito dalle divise e da come parlavano tra loro che erano russi. Si scatenò all’improvviso un inferno, con scariche di mitra e lanci di bombe a mano. In quel momento mentre stavo per lanciare una bomba a mano, una volta alzato il braccio sentii come una scossa e subito dopo il braccio mi cadde. Subito dopo sentii dolore e vidi il sangue: una pallottola mi era entrata nella spalla rompendomi la clavicola. Andai indietro al primo punto di soccorso dove c’era un medico e due infermieri che mi chiesero dove ero ferito e dopo avermi tagliato la manica della camicia disinfettarono alla svelta, medicandomi con il pacchetto medico che avevo.

Croce al Merito

 

- Russia 1942 - Giornata speciale di rancio

        

Razione teorica giornaliera
Farina per pane 500 gr.
Carne                 200 gr.
Pesce in scatola 300 gr.
Pasta                  200 gr.
Olio o lardo         15 gr.
Concentrato di pomodoro 4 gr.
Patate                175 gr.
Caffè o Surrogato 5 gr.
Zucchero             30 gr.
Sale                     24 gr.
Sigarette          4-5 pezzi

 In quel punto di soccorso c’era un po’ di confusione perché c’erano una ventina di feriti, qualcuno con ferite gravi, al ventre... C’era chi piangeva, chi chiamava la mamma... Quando arrivarono i motocarri che portavano le munizioni, il medico disse ad uno dei conducenti di fermarsi per portare via quelli che non potevano camminare; ne caricarono quattro sul cassonetto e a me il medico disse “Lei che ha le gambe ancora buone vada a piedi”; io ribattei “Ma dove vado di notte a piedi ?”... Poi dissi al motorista: “Se mi lasci salire sto qui in piedi sull’angolo e vengo con te”. Il motocarrista, che non voleva discutere perché aveva fretta di tornare temendo l’arrivo dei russi mi lasciò fare. Il motocarro partì traballando al buio sui sentieri in mezzo alla steppa; a poca distanza c’erano delle batterie di cannoni, reparti di comando, ma attorno era tutto in silenzio, sembrava fossero tutti a dormire. Arrivati ad un bivio, il motocarrista non sapeva che direzione prendere; appena proseguì, sentì però gridare “Alt, chi va là”. Rispose facendosi identificare e dando la parola d’ordine. Eravamo arrivati dove c’era una batteria d’artiglieria. Così ci fermammo lì per un momento; ci rifocillarono e ci diedero da bere. Poi l’ufficiale mise a disposizione il loro camion per portarci al paese che era distante 7/8 chilometri. Al mattino quando arrivò il camion della sussistenza (che non si spingeva oltre quel paese) scaricate una volta le merci misero su i feriti perché li portasse ancora più indietro. Passammo tutto il giorno sul cassone di quel camion in un viaggio allucinante, tra imprecazioni e grida dei feriti, che ad ogni scossone si lamentavano. Alla sera arrivammo in un ospedale a tenda, dove c’erano medici e tre o quattro infermieri indaffarati attorno ad una cinquantina di feriti. Ci lavarono –erano settimane che non ci si lavava - ci medicarono nuovamente e ci rivestirono. Un paio di giorni dopo ci trasferimmo, ancora con un viaggio su un camion, in un altro paese dove in una casa c’era un altro ospedale. Non c’erano brande, così ci sistemammo per terra sulla paglia. Nella notte cominciai a sentire un dolore tremendo alla spalla. Così mi alzai e imposi ad un infermiere di cedermi la sua branda. Avevo quaranta di febbre e la mattina, quando chiesero chi era da medicare feci presente che erano passati tre giorni dall’ultima medicazione. In infermeria quando arrivò il medico, questi prese un ferro con del cotone imbevuto nell’alcol e lo passò all’interno della ferita, da sotto a sopra. Poi mi fece vedere le schegge rimaste sul cotone che mi avevano provocato l’infezione. Dopo quello, ricordo che mi addormentai e dormii un giorno intero. In seguito mi mandarono in ospedale a Stalino. Questo era il primo vero ospedale, con brande e camerate, che vedevo. Lì ogni settimana passava una commissione medica per valutare le ferite. Se queste erano lievi ed in via di guarigione, assegnavano una convalescenza dopo la quale si rientrava in reparto; se la ferita richiedeva invece una lunga convalescenza disponevano il rimpatrio. Quando arrivò il mio turno non capii – loro non dicevano niente – così più tardi chiesi all’infermiere. Questi mi rispose sorridendo: ”Sei fortunato, sei tra quelli che rientrano in Italia”. Difatti, qualche giorno dopo ci caricarono su un treno ospedale a Stalino e dopo un viaggio di otto giorni il 28 ottobre 1942 arrivammo a Cesenatico.  http://xoomer.virgilio.it/bancamemoria/_private/in%20Russia%20con%20il%20CSIR.htm 

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