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                                                 SE QUESTO E’ UN UOMO

                              IL LAGER COME METAFORA DELL'INFERNO

Il racconto di Primo Levi tiene costantemente presente l’Inferno dantesco, basandosi sulla trasparente metafora LAGER = INFERNO.

Questo è l'inferno, p. 30

Il viaggio verso Auschwitz è un viaggio verso l’inferno. L’autocarro che trasporta i prigionieri è assimilato alla barca che traghetta le anime dannate al di là del fiume Acheronte.

Il soldato tedesco che li sorveglia è chiamato il nostro Caronte, ma invece di gridare "guai a voi, anime prave", come il Caronte dantesco (Inf. III, v. 84), chiede loro danaro ed orologi (p. 29).

Anche sulla porta del Lager c’è una scritta, ARBEIT MACHT FREI (il lavoro rende liberi), come sulla porta dell’Inferno dantesco (vv. 1–11):

 

"Per me si va nella città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va t ra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapienza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate.

Queste parole di colore oscuro,

vid’io scritte al sommo d’una porta…"

Il secondo capitolo del libro è intitolato Sul fondo e più volte l’espressione ricorre: giacere sul fondo (pp. 37, 173), eccomi sul fondo (p. 50), viaggio… verso il fondo (p. 23), premuti sul fondo (p. 117). Occorre ricordare che, nella geografia dantesca, l’inferno è una voragine a forma d’imbuto che si apre nell’emisfero boreale, sotto Gerusalemme, e termina al centro della Terra, dove si trova Lucifero.

Nel libro, il fondo è metafora del campo di annientamento, dove viene annullata la dignità umana: l’uomo è ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e di discernimento… (p. 37).

La prima giornata nel lager è definita antinferno (p. 40).

La diversità tra la vita nel Lager e la vita precedente all’internamento è spiegata dallo scrittore con una citazione dantesca:

 

                  " … Qui non ha luogo il Santo Volto,

                        qui si nuota altrimenti che nel Serchio!"

                                                    (Inf. XXI, v. 48).

Con queste parole si rivolgono i diavoli di Malebolge all’anima dannata di un lucchese, appena giunta all’inferno, a sottolineare con ironica perfidia la differenza tra la vita terrena e la vita nell’inferno. Anche nel Lager tutto è stravolto, non hanno più alcun valore le regole del vivere civile (pp.40, 116).

Il Lager è definito casa dei morti (p. 43) ed è quindi anche per questo un inferno. Morti sono i prigionieri, in primo luogo perché destinati nella stragrande maggioranza a morte sicura, in secondo luogo perché in loro è uccisa l’umanità.

Anche l’umiliante nudità (pp. 31-32) assimila i prigionieri ai dannati, così come la loro paura di fronte alle crudeli parole dei loro aguzzini.

                             "Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,

                              cangiar colore e dibattero i denti,

                              ratto che ‘nteser le parole crude."

                                                            (Inf. III, vv. 100–102)

Le pene dei prigionieri ricordano quelle dei dannati. Dice Primo Levi (p. 50):

                spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento…

Nell’Inferno dantesco gli avari spingono massi (Inf. VII); i golosi sono oppressi da una "piova etterna, maledetta, fredda e greve" (Inf. VI, vv. 7–8) e Ciacco dice "A la pioggia mi fiacco" (Inf. VI, v.54); i lussuriosi sono tormentati dalla "bufera infernale" che "voltando e percotendo li molesta" (Inf. V, vv.31 – 33).

Anche nel Lager come nell’Inferno c’è la confusione babelica delle lingue (pp. 52–53).

Il pane, pensiero dominante della popolazione del Lager è ripetuto in italiano, tedesco, yiddish, russo, francese, ebraico, ungherese: pane, brot, broit, chleb, pain, lecchem, kenyér (p. 53). I mattoni della Torre del Carburo, nella fabbrica della Buna, sono chiamati in sette modi diversi e cementati dell'odio dei prigionieri contro il sogno demente di grandezza dei tedeschi cheno edificato questa torre di Babele (p. 99).

Riecheggia il verso dantesco "Diverse lingue, orribili favelle" (Inf. III, v. 25), che contribuiscono a rendere l’atmosfera infernale così terribile per il poeta.

Anche il "tumulto" (Inf. III, v. 28), cioè il rumore che Dante percepisce appena varcata la porta dell’inferno, ha un preciso corrispettivo nel buio del Block 30 (la baracca alla quale è assegnato Primo Levi), dove tutti urlano ordini e minacce in lingue mai prima udite (p. 52).

La vita nell’infermeria, o Ka–Be, è definita vita di limbo e il limbo (Inf. IV) è il cerchio dell’inferno dove si trovano i non battezzati, dove minore è la sofferenza dei dannati (p. 69). Il Ka–Be è il Lager senza il disagio fisico, una parentesi di relativa pace (p. 75).

La musica che accompagna la marcia dei prigionieri verso il lavoro appare a Primo Levi ricoverato in infermeria infernale e la ricorderà sempre come la voce del Lager (p. 69).

I dannati del Lager, come i dannati dell’Inferno dantesco, sono paragonati a foglie secche (p. 70):

                                "Come d’autunno si levan le foglie

                                  l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo

                                  vede a la terra tutte le sue spoglie,

                                 similemente il mal seme d’Adamo

                                 gittansi di quel lito ad una ad una,

                                 per cenni come augel per suo richiamo"

(Inf. III, vv. 112–117)

Si parla di contrappasso a proposito degli operai civili internati per punizione perché hanno commerciato con degli Häftlinge . E contrappasso è la relazione di analogia o di contrasto, che nell’Inferno dantesco lega la colpa alla pena (Inf. XXVIII, v. 142)

Il dottor Pannwitz, che fa l’esame di chimica a Primo Levi, è assimilato ad un giudice infernale. Come il Minosse dantesco ("Stavvi Minòs orribilmente e ringhia", Inf. V, v. 4), il dottor Pannwitz siede "formidabilmente", cioè in modo da incutere paura, dietro la sua scrivania ed esprime il suo giudizio non a parole ma in segni incomprensibili (pp. 141–143).

Alex, il kapo del kommando Chimico , è paragonato ai diavoli di Malebolge, perché corre leggero sulle sue scarpe di cuoio (p. 143).

Primo Levi cerca di ricordare il canto di Ulisse e lo recita a Pikolo . Cercare di ricordare la Divina Commedia ha il senso di continuare ad essere uomini, come sottolinea il canto XXVI dell’Inferno dantesco ed in particolare la terzina in cui Ulisse rivolge la sua "orazion picciola" ai suoi compagni:

                                            "Considerate la vostra semenza:

                                             fatti non foste a viver come bruti,

                                             ma per seguir virtute e canoscenza"

                          (Inf. XXVI, vv. 118–120)

Questa terzina assume un valore terribilmente attuale per Primo Levi e per Pikolo, perché in Lager si vive come "bruti", la "semenza" umana è calpestata, la virtù e la conoscenza sono allontanate dall’urgenza della sopravvivenza.

Anche la punizione di Ulisse (il naufragio), voluta da un Dio che lui non conosceva ma di cui aveva sfidato la volontà andando con la sua nave oltre le colonne d’Ercole, ricorda il destino dei prigionieri per essersi opposti all’ordine fascista in Europa, e in particolare il destino degli ebrei: fra le ragioni dell’antisemitismo tedesco c’erano, infatti, l’odio e il timore per l’acutezza intellettuale degli ebrei, un’acutezza che li avvicina all’Ulisse dantesco e che è sentita dai tedeschi come pericolosa. Ulisse rende "acuti" anche i suoi compagni con la sua "orazion picciola". Il "folle volo" di Ulisse, infine, ricorda anche un altro folle volo, cioè il tentativo di sollevarsi per un momento al di sopra della condizione disumana del Lager con lo sforzo di ricordare la Divina Commedia (pp. 149–153).

Durante i bombardamenti, cominciati nell’estate del 1944, il Block privo di luce sembra una bolgia buia ed urlante (p. 156).

Nella turba dei nudi spaventati, che affrontano la selezione facendo di corsa i pochi passi tra la porta del Tagesraum  e quella del dormitorio, c’è una reminiscenza dei versi danteschi:

                                        "correan genti nude e spaventate

                                         sanza sperar pertugio o elitropia"

        (Inf. XXIV, vv. 92–93)

 

Approfondimento a cura di Operti Corrado e Scionti Alberto

5 E Telecomunicazioni

Anno scolastico 1998 / 99

I.T.I.S. G.B. Pininfarina

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