IL VENERDÌ di Repubblica

Cinquantamila voci e volti: la Memoria diventa elettronica

Gli originali sono conservati sotto una montagna. Ma le copie sono alla portata di tutti. E per la giornata della memoria, la Shoah Foundation di Spielberg consegna all'Italia le 433 testimonianze dei nostri connazionali superstiti. Così è nata una rivoluzione tecnologica. E storica

di Paola Zanuttini

Provate a digitare www.vhf.org: si apre il sito della Survivors of the Shoah visual history foundation che Steven Spielberg ha istituito nel 1994 a Los Angeles, mettendoci tutti i soldi e la consapevolezza guadagnati con Schindler's List, e scoprirete cos'è la visual history. Alla sinistra dello schermo c'è un invito a selezionare un video, cliccate Testimonies e partono i frammenti di alcune delle 52 mila testimonianze che la fondazione ha raccolto in 56 Paesi e in 32 lingue tra i sopravvissuti e i testimoni dell'Olocausto. Prevale l'inglese, ma anche chi non lo parla capirà benissimo, da quelle voci, quelle espressioni e quelle lacrime uscite da una piccola finestra elettronica, che cos' è la visual history. Prima di tutto è un'impresa biblica, in termini umani e tecnologici. Una corsa contro il tempo, perché i survivors non sopravvivono in eterno, quindi bisognava rintracciarli e raccogliere subito le loro memorie. Sono stati addestrati 2300 intervistatori volontari che, in 24 Paesi, hanno frequentato corsi intensivi dove si insegnava la storia di quegli anni terribili ma anche come fare un'intervista. E come interromperla nel caso di lacrime in arrivo. Il consiglio degli psicologi era: dire che stava finendo il nastro e bisognava cambiario, chiudersi in bagno, farsi un pianto, lavarsi la faccia e ripresentarsi sereni. Perché altrimenti, per proteggere l'intervistatore da tutta quella sofferenza, l'intervistato avrebbe censurato le parti più sconvolgenti del suo racconto. Gli originali di queste 120 mila ore di registrazione sono stati sepolti, in condizione climatiche ideali, nell'Iron Mountain, Pennsylvania. Le copie, invece, sono state indicizzate, intervista per intervista, con 30 mila parole chiave: nomi di persone e geografici, date, tradizioni, eventi noti o ignoti, fino a costituire una banca dati che consente di risalire a ciascuna testimonianza e al minutaggio in cui il dato è reperibile. La cascata di ricordi è stata canalizzata in un ordine che può connettere qualsiasi dettaglio: ogni voce, ogni inquadratura (in genere fissa, a casa dell'intervistato, con minimi elementi di decoro domestico che lo raccontino) concorre a costituire l'archivio più completo, vibrante, rigoroso della Shoah. Tra queste 52 mila interviste ce ne sono 433 italiane che, il 28 gennaio, a Roma, lo storico Douglas Greenberg, presidente della Shoah foundation, consegnerà ufficialmente all'Archivio centrale dello Stato. «Questa "restituzione" è già avvenuta in Olanda e Germania, ma l'Italia è il primo e unico Paese che ha un catalogo indicizzato come il nostro, perché solo voi ci avete mandato degli archivisti a imparare e riprodurre il nostro sistema» dice Greenberg. «E per questo vi siamo grati». Come sono le interviste italiane rispetto a tutte le altre? «In linea. Nel totale delle testimonianze gli ebrei rappresentano il 90 per cento, e anche nelle vostre figurano prevalentemente ebrei, ma pure altre vittime, soccorritori e liberatori. Si delinea il ritratto di una comunità eterogenea però molto minoritaria rispetto, per esempio, a quella polacca. E risulta chiaro che, nonostante il fascismo, in Italia non c'era una diffusa simpatia per il programma nazista come in altri Paesi: molte più persone hanno aiutato gli ebrei». Nel modo di chiedere e di rispondere c'è stata qualche differenza? «Gli intervistatori dovevano rispettare uno schema universale. Le tre domande chiave erano: "Com'era la sua vita prima, durante e dopo la Shoah?" Poi, è ovvio, storia dei Paesi e esperienze individuali sono sempre diverse. In Italia, per esempio, abbiamo chiesto a tutti come reagirono alle leggi razziali del 1938». E le reazioni al primo Mussolini, che ad alcuni ebrei era parso affidabile? «Non so se c'era questa domanda, ma l'indicazione era quella di rispettare la privacy: lasciare l'intervistato libero di raccontare solo quello che voleva. Non mi stupirei se qualcuno dei sopravvissuti che aveva espresso iniziali simpatie per Mussolini avesse preferito rimuoverle». Qualcuno ha rimosso tutto. «Quando si iniziò, calcolammo che c'erano ancora 300 mila sopravvissuti nel mondo, che la metà non voleva parlare e che la restante metà di questi 150 mila sarebbe morta prima che finissimo le interviste: raggiungere due terzi di questi 75 mila è stato già un ottimo risultato. Quindi abbiamo smesso. Avevamo due opzioni: o continuarle o iniziare a produrre materiale audiovisivo per le scuole con quelle interviste, per diffondere la consapevolezza della Shoah. Perché la nostra mission è sconfiggere il pregiudizio, l'intolleranza il fanatismo. Infatti cominciamo a occuparci di altri genocidi: in Cambogia, in Ruanda, in Kosovo». C'è chi non ritiene giusto paragonare l'Olocausto ad altri genocidi. «Non è contraddittorio affermare che è unico, ogni genocidio lo è, anche se la parola nasce proprio dal tentativo di sterminare gli ebrei. Nulla si può paragonare alla Shoah perché è il più grande crimine del 900, ma la proprietà della comparazione è quella di identificare le differenze: dobbiamo confrontarlo per capire quali società producono queste tragedie. Lo stesso Hitler pensava al genocidio turco degli armeni, del 1915, quando pianificava quello degli ebrei». Le testimonianze hanno grande impatto emotivo, ma non c'è il rischio che si limitino a creare sdegno e dolore senza spiegare cosa ha prodotto la Shoah? «Un'intervista può spiegare o non spiegare, 52 mila costruiscono uno sfondo storico. Questo però è lavoro da studiosi, mentre negli educational mettiamo sempre le ricostruzioni. Detto questo, è impossibile spiegare la Shoah: forse è un problema da teologi, più che da storici». Chi accede alle interviste integrali? «Gli studiosi: quattro università americane sono già collegate on line. A breve saranno duecento, Roma compresa. Ma per rispettare la privacy dei testimoni, certe interviste sono protette. E anche il licensing è cautissimo per prevenire l'uso distorto o morboso delle interviste. Con Mimmo Calopresti, che farà un film su questi materiali, abbiamo parlato molto». Ma non avete mai pensato di intervistare anche i carnefici? «Più di una volta, e le interviste sarebbero state certo di tutt'altro genere. Ma, ogni volta, facevamo la stessa obiezione: un dollaro speso per uno di loro è un dollaro in meno per dar voce a un ebreo che non ha mai parlato. Per anni la storia della Shoah è stata scritta sui documenti lasciati dai nazisti, che hanno avuto modo di farsi ascoltare anche al processo di Norimberga e a quello di Eichmann. E poi, non hanno già parlato in modo sufficientemente chiaro, forte e orrendo dal 1933 al 1945?

DUE ANNI DI LAVORO PER CATALOGARE I FILE DEL DOLORE

Gli archivisti italiani che hanno curato a Los Angeles l'indice delle testimonianze

Furono l'ex ministro per i Beni culturali Giovanna Melandri e l'ex soprintendente dell' Archivio centrale Paola Carucci (prontamente liquidata da Berlusconi) ad avviare la collaborazione con la Shoah Foundation, ma l'accordo è stato sottoscritto formalmente solo nel 2002. Tre archivisti hanno trascorso due anni a Los Angeles per imparare il sistema d'indicizzazione informatica delle fonti orali e applicarlo alle 433 interviste che 20 operatori e 40 intervistatori volontari italiani avevano realizzato dal gennaio '98 al dicembre '99 per la fondazione. Michaela Procacci, uno dei tre archivisti mandati in America, dice che è stato un lavoro sconvolgente: dieci ore al giorno nel dolore. «E con un senso di invasione nell'intimità più profonda delle persone. Alcuni testimoni, infatti, non hanno voluto che i familiari vedessero la registrazione dell'intervista finché loro erano in vita. Certo, questo materiale pone problemi di privacy, non si può dare tutto a tutti». Il nuovo sistema d'indicizzazione delle fonti orali risolverà molti problemi, invece. Potrebbe essere applicato a montagne di altre registrazioni che finora giacevano quasi inutilizzate perché era troppo arduo consultarle.

E NELLE SCUOLE UN DOCUMENTARIO PER CAPIRE

È la vicenda di Settimia Spizzichino, ebrea romana che si impose di resistere al lager per testimoniare

Il 16 OTTOBRE 1943, con la grande razzia del ghetto, i nazisti deportarono oltre mille ebrei romani: ne tornarono 15, una sola era donna, Settimia Spizzichino che, prima ad Auschwitz e poi Bergen­Belsen, si impose di resistere all'orrore per poterlo raccontare. Così ha fatto per tutta la vita, andando nelle scuole e tornando ad Auschwitz per riferire, spiegare ai visitatori che molte volte ha accompagnato quello che era successo. E, quando sono arrivati quelli della Shoah foundation, Settimia ha raccontato anche a loro. Su brani di questa videoregistrazione, integrati da materiali di repertorio, interviste ai testimoni di questa infaticabile opera di testimonianza, Giandomenico Curi ha costruito Nata due volte ­ Storia di Settimia Spizzichino, ebrea romana, un documentario che già comincia a girare nelle scuole. Il film, depositato nell'Archivio storico dell'Istituto Luce, sarà presentato a Roma, il 26 gennaio, alla Fondazione Santa Lucia e, il 2 febbraio, al Centro ebraico italiano Il Pitigliani.

Da Il Venerdì di Repubblica, 21 gennaio 2005

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