Triangolo rosso

MONI OVADIA E LA MEMORIA

Il grande artista “ebreo e di sinistra” ci parla del suo rapporto coi giovani

 

a cura di Bruno Enriotti, Angelo Ferranti e Ibio Paolucci

 

Al grande artista Moni Ovaia che più volte è intervenuto sulla stampa e nel teatro sui temi di scottante attualità, e in particolare su quelli che riguardano la tormentata questione del Medio Oriente, abbiamo chiesto un’intervista sull’importanza della memoria

La prima domanda è questa: da alcuni anni, per volontà del Parlamento italiano, si celebra il 27 gennaio la Giornata della Memoria. Vorremmo sapere da te, perché è importante la memoria, perché è importante ricordare?

Io vorrei rispondere a questa domanda sulla Giornata della Memoria con una riflessione che propongo ai giovani. Quando mi chiamano a parlare nelle scuole, nelle università, io comincio con un esperimento. Scherzo un po’ coi ragazzi, poi dico: io prendo uno di voi, scelgo uno a caso, Giovanni, Francesca, quello che sia; immaginatevi che io abbia una macchina molto sofisticata, dentro alla quale immettere questo vostro compagno e sottoporlo a un trattamento di mezz’ora. Quando lui esce dalla mia macchina non gli è successo niente. Ha lo stesso sorriso, le stesse caratteristiche, non ho alterato neanche le sue naturali inclinazioni, la sua dotazione genetica, niente. Gli ho fatto solo una cosa all’interno della mia macchina, gli ho completamente cancellato la memoria. Così io gli potrò dire che due giorni fa lui ha assassinato un suo compagno o una sua compagna, che lui non è figlio di chi pensa di essere, che la lingua che parla non è la sua. Potrò in ogni modo condizionare la sua vita. Certo, lui avrà qualcuno che gli dirà: “No, ma io sono la tua mamma, il tuo papà”, ma lui non saprà se è vero. Potrebbe esserci anche il riscontro del Dna, ma dentro di sé lui vivrà un’immensa angoscia, per tutta la sua vita avrà dei dubbi. Dovrà ricostruire un’identità ma attraverso gli altri, non attraverso se stesso. Allora questo è il valore della memoria. Memoria significa poter navigare nel futuro. Sai da dove vieni puoi sapere dove vai, chi sei nel presente e come andrai nel futuro. George Orwell che sapeva qualcosina di queste cose, diceva: “Chi è padrone del passato è padrone del presente, chi è padrone del presente è padrone del futuro”. Allora ecco perché la memoria è importante. Ma attenzione. La memoria non è neutra. Se io parlo con mio fratello di un episodio che abbiamo vissuto insieme, forse ciascuno di noi lo ricorda in modo, non totalmente diverso ma con un approccio diverso. Allora dobbiamo anche capire che il problema della memoria è un problema culturale, di lealtà e di onestà, che è un problema etico. Ecco perché la memoria è importante. Noi sappiamo quello che è successo in Europa, il nazismo, il nazifascismo. Tutto il movimento che si è sviluppato contro l’ideologia fascista ha portato a un’idea diversa dell’essere umano. Ha portato alla Dichiarazione dei diritti universali di Parigi e a una visione del mondo e dell’essere umano completamente diversa.

E tuttavia si diffondono in Europa, e in questo momento anche in maniera assai preoccupanti, teorie negazioniste.

Attenzione, tutte queste forme hanno spazio perché l’umanità è approdata a dei principi importanti, però li ha messi, come dire, in una scatola di vetro e non ne ha curato l’applicazione reale. Per esempio, noi viviamo in società che si definiscono democratiche, ma noi sappiamo che l’uomo ricco e potente e l’uomo povero non hanno gli stessi diritti.

Certo

Diciamo a parole che hanno gli stessi diritti ma non è così, anche nelle cosiddette grandi democrazie avanzate. E, come spesso succede, ci siamo fermati al livello dell’enunciazione. La nostra falsa coscienza si è placata, ma non abbiamo fatto un lavoro in profondità o, meglio, abbiamo smesso di farlo, ci siamo accontentati. Ora veniamo alle teorie negazioniste. Le forze che hanno portato al fascismo, al nazismo, non sono morte, non sono finite. L’umanità non ha emancipato se stessa. Esistono ancora oggi forze che vorrebbero rilanciare un’idea disuguale dell’essere umano. Tutto questo perché fa comodo al potere e perché ci sono uomini che non sanno vivere in altro modo se non dominando il proprio simile, attraverso queste ideologie. Però non è questa la cosa più grave. L’aspetto più grave è il revisionismo, che sostiene che sì, ci sono stati questi fenomeni, però c’era la guerra, c’era un contesto drammatico che riguardava gli uni e gli altri. Così si toglie nervo e forza alla memoria.

A questo proposito, allora, ti sembrerebbe giusto condannare queste tesi? Te lo chiediamo perché questa è una proposta che è stata fatta in Parlamento

Allora, veniamo al problema della configurazione del reato. Noi abbiamo una configurazione di legge, nelle democrazie, che stabilisce che l’incitazione al crimine è reato, l’incitazione all’odio razziale è reato, l’incitazione al genocidio è reato. Io credo che sia bene far rientrare il negazionismo fra questi reati ma non fino a farne una norma da includere nel Codice penale, perché il reato di opinione è molto pericoloso. Potrebbe essere usato da qualcun altro per altri scopi. La cosa migliore che si può fare con i negazionisti, secondo me, è quella di affrontarli e di smontare le loro bugie.

Per smontare le loro bugie sono importanti le testimonianze. Allora a te, anche in quanto ebreo, vogliamo chiedere perché per molto tempo, le vittime dell’Olocausto, quelle che avevano più sofferto, esitavano a parlare della loro tragedia. Come spieghi questo?

Il fenomeno è complesso. Una parte del fenomeno attiene a problemi di psicologia del profondo e sarebbe un tema psicanalitico. Esistono gli elementi della vergogna: la paura di non essere creduti, vedere di fronte a sé molti che non vogliono ascoltare, perché immaginiamoci com’era nel dopoguerra l’Europa. Si voleva rilanciare la vita, ricostruire. Allora, molte di queste storie, io l’ho sentito dire da diversi testimoni, non volevano essere ascoltate. C’è voluto qualche anno, poi c’è stata tutta la grande cinematografia resistenziale, la letteratura resistenziale. Ma direi che solo alla fine degli anni ‘70, primi anni ‘80, è cominciata a diventare un’esigenza molto forte, la necessità di fondare l’Europa su principi alti. Il rifiuto in prima istanza è stato principalmente dovuto a elementi di natura psicologica. Un altro elemento è stato di opportunismo politico. Dopo il processo di Norimberga, a causa della guerra fredda e della cortina di ferro, gli americani avevano tutto l’interesse a chiudere con questa storia, perché avevano bisogno di una Germania forte, di un confine con l’oriente forte, prospero, che fosse anche dimostrativo di quanto il sistema di qua fosse migliore di quello di là, allora basta, hanno chiuso in fretta. Molti ex nazisti sono stati assoldati dai servizi segreti, sia Cia che Kgb, e anche molti scienziati nazisti, il caso di Von Braun è clamoroso. Von Braun doveva essere condannato come criminale di guerra, perché a Peenemunde, dove sperimentavano le V1 e le V2, i lavoratori venivano trattati come schiavi e morivano a centinaia e Von Braun non poteva non sapere e non poteva dire di non aver visto. Ma non tornava comodo e allora bisognava mettere il coperchio e tutti l’hanno fatto. L’hanno fatto gli americani per le note ragioni, lo volle Stalin per altre ragioni sempre politiche, per esempio nel caso di Babi Yar, il famoso sterminio di ebrei nella foresta di Babi Yar, poi celebrato dai versi di Evtusˇenko e dalla musica di Sostakovicˇ. Ne abbiamo sentito parlare negli anni ‘90, Stalin non voleva si parlasse di ebrei: “ Noi dobbiamo parlare di russi, di ucraini, non di ebrei”. Tutto ciò era dovuto alle politiche di potenza, all’opportunismo, alle logiche anche deliranti dello scontro fra le due potenze

Ecco, queste le ragioni politiche, che tu hai adesso illustrato molto bene. Ma nel mondo stesso ebraico, per lo meno da una parte, specie tra i giovani, c’era chi diceva “siete andati al massacro, come pecore al macello, avreste dovuto ribellarvi”. La testimonianza sarebbe stata un modo efficace di reagire a questo modo ingiusto di giudicare.

Allora, cerchiamo di capire una cosa. Questo attiene al problema della nascita

dello Stato di Israele. Con la nascita dello Stato di Israele c’è una specie di “scarto” nella prospettiva ebraica. È uno scarto che noi ebrei stiamo vivendo ancora oggi in modo molto forte. Per esempio io, come ebreo della diaspora e uomo di sinistra, sono molto critico nei confronti della politica dei governi israeliani, e per questo ho continui scontri e sono oggetto anche di accuse roventi. Ma torniamo ad allora. Ben-Gurion nella dirigenza sionista aveva bisogno di costruire l’immagine di un nuovo ebreo forte, con una terra, che sapesse fare il contadino, il tecnico, l’ingegnere, lontano dal modello dell’ebreo della diaspora. È allora che, a un certo punto, uscì questa tendenza sciagurata di dire “vi siete lasciati uccidere”, il che è totalmente falso oltretutto. Noi dobbiamo ricordarci che un milione e mezzo di ebrei erano in armi, un milione e mezzo di ebrei su 12 milioni di ebrei europei erano in armi, nella Resistenza europea, nell’Armata rossa.

Nell’esercito americano?

No, no, parlo in Europa, non negli Stati Uniti. Erano quelli che costituiranno la Brigata Palestinese con gli inglesi. No, è assolutamente un grande falso questa affermazione. Non solo, la prima grande insurrezione antinazista la fanno gli ebrei nel ghetto di Varsavia. Duecento giovani male armati, male in arnese, tengono testa per quattro settimane ai cosiddetti superuomini che alla fine devono bruciare l’intero ghetto per vincere, se no non ce l’avrebbero fatta. Un pugno di ragazzi, il comitato centrale dell’insurrezione del ghetto di Varsavia era composto da cinque persone fra cui il presidente Mordechai Anielewicz e Marek Edelman, l’unico sopravvissuto. In cinque avevano 105 anni.

La prima azione, come ricorderai, fu contro i collaborazionisti ebrei.

Sì, contro i collaborazionisti. Ma poi subito dopo contro i nazisti.

Combattiamo per la nostra e la vostra libertà era la loro parola d’ordine.

La libertà di tutti. È altissima l’etica dei combattenti del ghetto di Varsavia. Poi teniamo conto di una cosa: che prima di prendere la decisione di insorgere, gli ebrei per 2000 anni avevano vissuto con l’odio della violenza, il rifiuto della violenza. Inoltre, quella logica, dell’essersi lasciati portare al macello coi bambini e coi vecchi, cioè, di non trasformarsi in combattenti, è la cosa più idiota che sia mai stata detta, perché trentamila ufficiali dell’aristocrazia polacca, addestrati per combattere caste militari, furono sterminati nella fossa di Katin, come oggi si sa, senza che nessuno di loro riuscisse a muovere un dito. Quindi queste sono stupidaggini. Però in un certo senso, quel modo di intendere giocava bene nel momento della Costituzione dello Stato: “Ecco, adesso c’è lo Stato, adesso gli ebrei devono venire qui, saranno forti, si sapranno difendere, nessuno farà mai più a un ebreo quello che è stato fatto”. Una logica che ha portato Ben Gurion persino ad attaccare la lingua yiddish. Come se lo yiddish fosse colpevole. Quella logica è cambiata a metà degli anni ‘70, quando il mito sionista è crollato dopo la guerra del Kippur. È cominciata un’altra Israele, oggi gli israeliani sono diversi, malgrado la logica della forza militare purtroppo prevalga ancora in parti consistenti all’establishment. Però Israele oggi si definisce “collettivo di diaspore”.

Tu hai detto che come ebreo della diaspora sei molto critico nei confronti della politica del governo israeliano

Certo, da molti anni. Ho una visione molto lucida di alcuni fondamenti che dovrebbero essere alla base della soluzione del dramma mediorientale. Nessuno può costruire sicurezza, prosperità e futuro sul disastro di un altro popolo. Gli israeliani si illudono, se pensano che avranno prosperità e pace a seguito della catastrofe del popolo palestinese. Tutto quello che fanno alimenta le ragioni del fondamentalismo. C’è un solo modo per evitare il contagio fondamentalista e il terrorismo: prosciugare la palude, bonificare le ragioni della violenza. Per farlo, la soluzione che propongono molti non solo ebrei ma anche palestinesi, è la pace di Ginevra.

Che cos’è la pace di Ginevra?

Due popoli, due stati sul confine della linea verde, la linea dell’armistizio del ‘67, Gerusalemme capitale dei due stati, la parte araba ai palestinesi, la parte ebraica agli israeliani e i luoghi santi, magari come cittadella, con uno statuto franco, garantito dall’Onu. Poi, un’equa soluzione della questione dei profughi, cioè, un ritorno simbolico dei profughi, di qualche decina di migliaia di profughi come riconoscimento israeliano di questo problema. Infine un grande piano di risarcimenti economici sulla base della risoluzione dell’Onu 194. È l’unica pace autentica. Quando gli israeliani dicono: “Noi facciamo il muro della sicurezza”, nessuno può impedire a uno stato sovrano di fare un muro, a casa propria. Però, il muro che io ho visto, e sul quale sto preparando uno spettacolo, è un muro osceno, pervasivo e vergognoso, perché divide palestinesi da palestinesi, scompagina le topografie esistenziali del popolo palestinese, impedisce ai palestinesi di vivere. Basta andare a fare un giro per rendersene conto, è un muro che porta a quotidiane micro e macro vessazioni continue, uno stillicidio. Un popolo è costretto a vivere in una prigione a cielo aperto. È un male non solo per i palestinesi ma è un male anche per gli israeliani. Quindi, l’argomentazione che dice: “il muro è per la sicurezza” è un’argomentazione falsa. Il muro della sicurezza è possibile ma bisogna farlo dentro il proprio confine.

Tu hai avuto parenti vittime della Shoah?

No, noi siamo fra gli ebrei fortunati, spiego perché.

Noi chi?

Noi della mia famiglia. Io sono nato in Bulgaria, a Plovdiv nel 1946. Perché io sono nato e i miei genitori e mio fratello più grande di me sono vivi? La Bulgaria era a favore dei tedeschi, il governo conservatore, anzi reazionario aveva espresso all’inizio un apprezzamento per Hitler. La Bulgaria aveva due assetti in quel momento: c’erano i territori persi con le guerre balcaniche, Tracia e Dobrugia che erano sotto diretto controllo nazista, mentre il resto era nella piena sovranità bulgara. Lì c’erano 48 mila ebrei, chiamati gli ebrei bulgari dell’interno, invece quelli di Tracia e Dobrugia erano gli ebrei dell’esterno. Gli ebrei di Tracia e di Dobrugia erano 12 mila e sono morti quasi tutti. Invece gli ebrei bulgari dell’interno sono stati salvati tutti, compresi i miei genitori. Perché? Perché il vicepresidente del parlamento bulgaro Dimitar Peshev era un conservatore, con sentimenti umani, anche se in Bulgaria c’erano le leggi razziali. Ma quando i nazisti decisero la deportazione, Dimitar Peshev coinvolse quaranta deputati del governo, fece una petizione e tutto fu bloccato e ci fu una grande mobilitazione nel paese, con una motivazione molto semplice: sono cittadini nostri, non si toccano. Un contributo cruciale venne dal metropolita della chiesa bulgara Stefan che pronunciò un celebre discorso sul sagrato della cattedrale Aleksander Nievski, il giorno dei santi Cirillo e Metodio, un discorso molto vibrante, che finiva con un monito ai nazisti: “Non osate alzare le mani sui nostri cittadini ebrei, non ci provate”. Andò anche dal re e gli disse che se avesse accettato gli ordini dei tedeschi lui avrebbe testimoniato che il re della Bulgaria era stato un infame. Lo misero agli arresti domiciliari e lui rispose invitando il rabbino capo di Bulgaria a casa sua. Questo dimostra quanto siano state pietose le giustificazioni di Pio XII e di quelli che lo difendono. Perché questo metropolita a capo di una chiesa di 8 milioni di cristiani ebbe il coraggio di difendere gli ebrei e non gli accadde nulla. E anzi, lui contribuì in modo decisivo a salvare 48 mila ebrei, tra i quali i miei genitori, ed eccomi qui.

Un’ultima domanda: tu adesso frequenti molto i giovani: vai nelle scuole, a teatro. Qual è la sensazione che hai, su questi giovani. Innanzitutto, tu i nostri giovani li conosci da sempre, perché sei in Italia, sei cresciuto da ragazzo in Italia. Ecco, che cambiamenti vedi fra questi giovani che frequenti?

Ci sono giovani e giovani. Dipende da come sono stati educati, da quello che hanno sentito in casa, da ciò che gli si è detto. Ci sono giovani meravigliosi e ci sono giovani invece, che l’educazione la ricevono dal peggior educatore che noi abbiamo, cioè la televisione. La televisione è per il 90% porcheria, stereotipo, pregiudizio. La televisione non informa su niente tranne che su se stessa, soprattutto quando il governo Berlusconi ha preso il potere. Naturalmente i giovani meno preparati hanno molta confusione in testa, o, cosa ancor più grave, indifferenza, disinteresse. Però io ho notato che, quando parlo ai giovani, e cerco sempre di usare un linguaggio vivace, non retorico, di coinvolgerli, riscuoto molta attenzione. Bisogna sapere parlare ai giovani, non è facile. Sono molto efficaci le testimonianze dirette. Per esempio, testimonianze di ragazze deportate, come Liliana Segre, quando lei, una ragazza di 13 anni, che è uscita da Auschwitz a 15, parla alle ragazze di 15, 16, 17 anni, loro la sentono vicina. Così anche come la mia amica Becky Ottolenghi che racconta degli ebrei italiani assassinati a Meina. Bisogna mettere in moto processi di coinvolgimento profondo. Ho visto che in alcune scuole hanno fatto spettacoli teatrali di grandissima efficacia, perché questi giovani hanno dovuto calarsi nella storia, e poi quando recitano davanti ai loro compagni, diventa un discorso fra di loro. Questo funziona molto bene. Da questo punto di vista ci sono degli insegnanti meravigliosi, che da anni fanno un lavoro straordinario, però noi abbiamo un problema enorme con la televisione. Io cerco sempre di riportare all’oggi spiegando, per esempio, che il problema della persecuzione antisemita non è una questione di ebrei, perché è vero che sono stati perseguitati gli ebrei, ma sono stati perseguitati anche gli zingari, gli omosessuali, gli oppositori politici di ogni orientamento, anche gli oppositori che non erano politici, semplicemente perché non tolleravano la violenza e l’ingiustizia. Quindi riguarda tutti gli uomini. Una cosa io dico sempre ai ragazzi: “ricordatevi che dei giovani come voi, proprio come voi, con le vostre magliette uguali, nella ex Jugoslavia hanno subito la stessa sorte. Erano compagni di banco e all’improvviso uno va a uccidere l’altro. Erano giovani che vivevano come voi: col computer, i gruppi rock, uguali. La stessa cosa è accaduta in Argentina, con la guerra “sucia” e la dittatura. Andavano a prendere uno a casa, non perché era comunista, ma perché aveva protestato perché c’era freddo a scuola. Bastava essere uno che aveva un sentimento di giustizia e di rispetto delle regole, già bastava quello perché ti portassero via. Allora dico ai giovani: “Ricordatevi che in una dittatura nessuno può essere sicuro. Perché tu stai tranquillo, un tuo vicino di casa è invidioso della tua bella casa, va alla polizia segreta e dice che ti ha sentito fare discorsi contro il governo. Ti prendono, ti picchiano, ti fanno a pezzi prima ancora che tu possa spiegarti. Allora la libertà è un bene che va conquistato ogni giorno. Ma bisogna parlare il loro linguaggio, bisogna essere con loro e bisogna dimostrargli comunque che ci si mette al loro livello, che ci si misura con loro. I discorsi paludati, retorici, quel tentativo di fargli la moralina col dito alzato, è un disastro. Bisogna coinvolgerli col teatro, con la vita, mettendosi al loro livello, raccontando delle proprie esperienze di ragazzi, e com’è stato, e cosa significa. Creargli degli scenari di quello che potrebbe succedere a loro oggi e domani. E dico sempre: “Non sono qui a parlare per me, ragazzi. Le cose che so le so già, e le so purtroppo anche troppo bene. Noi siamo qui a parlare per voi, perché a voi non capiti quello che è capitato ai nostri padri o a noi, di essere marchiati, perché non illudetevi, e cito l’esempio della ex Jugoslavia, dell’Argentina, e di oggi e dico Iraq, Abu Ghraib. Perché questo succede, quando si tolgono i diritti e la libertà.

 

Il suo impegno nel teatro e come scrittore

 

Nasce a Plovdiv in Bulgaria nel 1946 da una famiglia ebraica. Alla fine del 1947 si trasferisce a Milano con la famiglia. Dopo la laurea in Scienze politiche comincia la sua attività artistica come cantante e musicista nel gruppo dell'Almanacco Popolare sotto la guida dell'etnomusicologo Roberto Leydi. Nel 1972 fonda e dirige il Gruppo Folk Internazionale che si dedica allo studio della musica tradizionale di vari paesi, in particolare di quelli dell'area balcanica. Nel 1978 cambia struttura e diventa Ensamble Havadià, per musiche di propria composizione. L'attività teatrale di Moni Ovadia inizia nel 1984, quando avvia una serie di collaborazioni con numerose personalità del teatro, tra cui Pier'Alli, Bolek Poliva, Tadeusz Kantor, Giorgio Marini, Franco Parenti. L'attività di Moni Ovadia non si è limitata però solo al teatro: per il cinema ha prestato il suo volto a Caro Diario di Nanni Moretti e, con il ruolo di coprotagonista, a Facciamo Paradiso di Mario Monicelli. Moni Ovadia è anche autore di diversi libri, fra cui il saggio sull'umorismo ebraico, L'ebreo che ride (Einaudi, 1988), corredato da un video antologico con molti frammenti tratti dalle sue opere teatrali. Molti i CD tratti dai suoi spettacoli, quali Oylem Goylem, Dybbuk, Ballata di fine millennio, Nigun.

Triangolo Rosso, gennaio/aprile 2007

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