Triangolo rosso

Una ricerca lunga un decennio: biografie e testimonianze per raccontare la deportazione

 

di Giuseppe Valota

 

Ho sempre pensato che la città di Sesto San Giovanni dovesse conoscere uno dei periodi più tragici ma anche più eroici della sua storia recente. Mi riferisco alla deportazione di molti cittadini sestesi, inviati nei lager nazisti, da dove molti non sono più tornati. Sesto San Giovanni che negli anni 1943/45 aveva 40.000 abitanti, contava poco più di 40.000 lavoratori delle grandi e piccole fabbriche. Una massa enorme di operai, tecnici, impiegati, dirigenti non solo di Sesto o di Milano, ma anche dai paesi e città limitrofi, come Monza, Cinisello Balsamo, Cologno Monzese, Bresso. Molti provenivano anche dalla Brianza, dal Bergamasco, dal Bresciano, dal Basso milanese, come Lodi e Abbiategrasso. Infine c'erano molti immigrati, dal Nord al Sud, come dal Ferrarese, dall'Emilia Romagna ma anche dalla Puglia e dalla Sicilia. Sesto San Giovanni era come una grande calamita che attirava nelle sue grandi fabbriche - Breda, Falk, Pirelli, Marelli - e anche nelle industrie più piccole, molti lavoratori che operavano nel settore siderurgico, elettromeccanico, aeronautico, chimico. Le aziende più grandi avevano costruito case per lavoratori e dormitori per quelli che provenivano da molto lontano. Fino agli anni ‘40 queste fabbriche producevano manufatti per la vita civile. Con l'entrata in guerra, ma anche già da prima, la produzione si trasformò radicalmente. La guerra che produce lutti, miserie, fame, bombardamenti delle città, alimentava forti lacerazioni e dubbi tra gli operai. Già negli anni della conquista dell'Impero, i rapporti tra la classe operaia e il fascismo non erano mai stati idilliaci. Nell'elenco dei deportati nei lager nazisti appaiono trenta nomi di persone, quasi tutti lavoratori, che negli anni '30 subirono condanne dal Tribunale speciale. A ciò vanno aggiunti molti altri nomi di antifascisti, che però ebbero la fortuna di non subire la deportazione. In guerra le fabbriche erano militarizzate, addirittura ex ufficiali ed ex funzionari fascisti controllavano, riprendevano, minacciavano ogni persona che dimostrasse insoddisfazione nei confronti delle difficoltà di vivere in uno stato di guerra e di miseria sempre più marcato e pesante. Con la guerra, e soprattutto dopo l'8 settembre 1943, è maturata tra i lavoratori una coscienza nuova: producevano armi di distruzione che erano la fonte delle loro disgrazie. Nasce e si fa sempre più decisiva la grande idea: gli scioperi, le fermate delle fabbriche, il blocco della produzione di armi. La classe operaia non vuole più la guerra, i fascisti devono capitolare e i tedeschi se ne devono andare. "Né un uomo né una macchina in Germania": termina così il volantino clandestino della proclamazione degli scioperi del marzo 1944. La rappresaglia nazifascista fu tremenda. Anche prima, ma soprattutto durante e dopo gli scioperi, iniziarono gli arresti, e qui comincia la storia della deportazione sestese. Dapprima arresti in fabbrica, poi in casa di giorno ma soprattutto di notte (intorno alle 200 persone), in silenzio, per non disturbare e non suscitare allarme tra il vicinato. Chi arrestava i lavoratori? Erano i fascisti che, a San Vittore, li consegnavano in mano ai nazisti. Signorelli Angelo, operaio della Falk di 17 anni, nel suo libro A Gusen il mio nome è diventato un numero - 59141 ricorda che «...coloro che governavano, o che pretendevano di governare la patria, davano i propri cittadini, senza nessun processo, come fossero dei delinquenti o delle cose, e non persone, in mano ai tedeschi, come una qualsiasi merce da usare a loro piacere. Chissà se qualche fascista si è mai vergognato di questo?». Nel solo marzo '44 furono arrestati almeno 225 lavoratori dell'area industriale sestese e inviati subito nei lager nazisti. Tutta l'organizzazione delle registrazioni e dei trasporti fu fatta a Milano, in uno stretto rapporto tra le forze fasciste, il carcere di San Vittore e il comando delle SS (l'Aussenkomando di Mailand). Furono stilati "Streiker transport", cioè trasporto scioperanti; gli elenchi erano fatti dai nazisti. I primi trasporti ebbero come tragitto le linee ferroviarie Bergamo, Brescia, Verona, Udine, Tarvisio, Mauthausen, spesso transitando prima dai campi di Fossoli e di Bolzano. In occasione di un altro sciopero, nella sola Pirelli Bicocca, il 23 novembre 1944, furono arrestati in fabbrica 180 lavoratori. Circa i due terzi dei deportati dell'area industriale di Sesto San Giovanni sono stati mandati nei lager a causa degli scioperi. Gli altri a seguito di azioni partigiane o per rastrellamenti nelle città, perché i tedeschi avevano bisogno di manodopera da sfruttare nei territori del Reich. Sto verificando le generalità di 60 deportati, rastrellati a Sesto San Giovanni nel settembre 1944, incarcerati a San Vittore per qualche giorno e poi inviati in "Germania servizio lavoro" (così è scritto sui libri matricola). Con questi ultimi nominativi sono giunto a 600 persone avviate alla deportazione. I morti accertati sono 230. Con questi ultimi dati credo di avere concluso la ricerca sulla deportazione che è stata solo politica, della nostra città di Sesto. Sto preparando un approfondito lavoro con il sostegno dell'Isec di Sesto San Giovanni, nella persona di Giuseppe Vignati che crede molto in questa ricerca, e con l'incoraggiamento dell' Aned nazionale e della Fondazione Memoria della Deportazione, nella persona del direttore, Bruno Enriotti, e con l'appoggio dell' Amministrazione comunale, con in testa il sindaco, Giorgio Oldrini, figlio del deportato Abramo. Questa ricerca è frutto ormai di dieci anni di lavoro in cui ho esaminato manoscritti e documenti ritrovati in archivi storici aziendali della Pirelli e della Breda o archivi storici come l'Insmli e l'Asmi di Milano, l'archivio storico della Camera del Lavoro di Sesto e l'Isec, dove ho trovato, tra l'altro, piccoli fondi che hanno molto ampliato la conoscenza di nuovi nomi, storie e situazioni. Quando tutto questo lavoro sarà finito - probabilmente per il 60° della Liberazione - saranno stampate circa 600 schede dei deportati che saranno l'ossatura della ricerca, nella quale, oltre ai dati anagrafici, sono contenuti i dati su possibili precedenti politici e condanne dai tribunali fascisti. Altri dati si riferiscono all'arresto fino ai luoghi della deportazione, passando per carceri o caserme italiane. Verranno evidenziate eventuali lettere o biglietti scritti prima della deportazione ed eventuali riferimenti bibliografici. La scheda sarà completata (ed è questa forse la parte che dà la maggiore credibilità a tutta la ricerca) da fonti a stampa e da gruppi di documenti ed elenchi di prigionieri e deportati. Infine al termine della lettura delle schede, vi sarà un'appendice statistica che fornirà una" fotografia" complessiva ed analitica delle schede stesse. Quest'appendice ha anche il compito di fare luce sul numero elevato di lager che i nostri concittadini hanno conosciuto. Vi sono campi pressoché sconosciuti ai più ma che aprono nuove riflessioni, come i lager di sterminio camuffati da cosiddetti lager di "lavoro" (come quello autonomo di Kahla, in Turingia). La seconda parte del volume conterrà la raccolta delle testimonianze registrate in audiocassette, ma anche qualche testimonianza manoscritta o dattiloscritta, raccolte in questi 10 anni tra i deportati e i familiari. Si tratta di 35 testimonianze di deportati e oltre 80 di quelle relative ai familiari. Le vedove, i figli, i fratelli e sorelle, ricostruiscono un quadro drammatico che rappresenta la faccia nascosta della deportazione: il dramma di chi ha visto scomparire un familiare, le riflessioni, il coagulo dei sentimenti. La sofferenza senza fine. Questa ricerca vuole essere un contributo alla conoscenza storica della deportazione politica italiana. Ricordiamoci che su circa 40.000 deportati italiani, 9/10.000 erano ebrei, gli altri, circa 30.000, erano i politici, in un rapporto inverso rispetto a tutti gli altri Paesi europei.

Da Triangolo Rosso, a cura dell'ANED di Milano, maggio 2004, per gentile concessione

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