Corriere della sera

 Giorno della memoria 

Ciampi: anche il nostro Paese fu colpevole

Una pausa, nel discorso del capo dello Stato, scatena un’ipotesi su un’allusione ai Savoia.

di Lorenzo Salvia

«Lo sterminio di oltre un quinto degli ebrei italiani non fu dovuto soltanto alla barbarie nazista: Fu reso possibile dalle  vergognose leggi razziali del 1938». Poi una pausa. Più.lunga delle altre. Per cinque secondi Carlo Azeglio Ciampi alza lo sguardo dai fogli che sta leggendo. Come per dare il tempo di riflettere. E c'è chi legge in quelle parole, in quella pausa, anche una critica ai Savoia. Dice Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane: «E' un dato di fatto: censurare le leggi razziali vuol dire censurare anche chi quelle leggi le firmò, cioè la famiglia reale. Ma pure gli italiani fecero la loro parte. Specie prima dell’ 8 settembre, quando molti erano ben contenti di prendere il posto di lavoro che gli ebrei dovevano lasciare». Il Capo dello Stato parla ai ragazzi. Agli studenti premiati per «L'Europa: dagli orrori della Shoah al valore dell'unità», concorso organizzato dal ministero dell’Istruzione in vista del Giorno della memoria. Ciampi non ricorda solo le responsabilità del nostro Paese, ma anche i meriti. Perché, sottolinea, ci fu un «grande numero di italiani non ebrei, migliaia di uomini e donne di ogni ceto e di ogni regione, civili e militari, funzionari e diplomatici, religiosi e religiose che non obbedirono a quelle leggi e soccorsero gli ebrei perseguitati, salvandone e proteggendone molte migliaia». Per questo ci sono 295 nomi italiani nel Giardino dei giusti di Gerusalemme, dove sono ricordate le persone che si opposero all'Olocausto. Il presidente della Repubblica si rivolge direttamente agli studenti, ai ragazzi arrivati da tutta Italia al Quirinale e seduti in ordine nella sala dei Corazzieri: «Ē indispensabile, cari giovani, che anche voi compiate lo sforzo difficile per ricordare. Dico che occorre non soltanto dimenticare, cioè non lasciarsi uscire dalla mente queste cose, ma occorre ricordare, ossia conservare nel cuore oltre che nella mente la memoria del passato». Poi la premiazione, occhi lucidi e foto di rito. Al concorso hanno partecipato 20 mila studenti, inviando un tema, un disegno o un poster. E' solo una delle tante iniziative per il Giorno della memoria che si celebra il 27 gennaio, anniversario della liberazione per gli internati del campo di Auschwitz. Manifestazioni sono state organizzate in diverse città. Da Firenze partirà il treno della memoria, un 'esposizione itinerante dedicata ai ragazzi. Il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, sarà al Museo del deportato di Carpi. Inaugurerà la mostra dedicata a Giorgio Perlasca, l'italiano che salvò dallo sterminio migliaia di ebrei spacciandosi per il console spagnolo a Budapest.


E il «buon italiano» si scoprì razzista

Nel ’38 la rivista di Interlandi cercò di divulgare i principi discriminatori delle leggi contro gli ebrei. Calunnie cui pochi reagirono

di Wanda Lattes

Nell’estate 1938, a pochi giorni di distanza dalla pubblicazione del «Manifesto della razza» apparso sul «Giornale d’Italia» il 14 luglio, inizia le sue pubblicazioni la rivista «La difesa della razza» che sotto la direzione di Telesio Interlandi, grazie al lavoro di un notevole numero di redattori e collaboratori, sarebbe uscito con cadenza mensile per essere distribuita con larghezza di mezzi, fino alla vigilia della caduta del regime fascista, il 29 giugno 1943. La rivista aveva molti abbonati, ma andava anche in edicola, assai reclamizzata. Il periodico, il cui direttore aveva iniziato la carriera con il volume: «Contra judeos» aveva la pretesa di essere una rivista di divulgazione scientifica, contando, per il vero, sul contributo di studiosi di antropologia, zoologia, demografia, medicina, statistica e così via. Ma comunque il suo preteso livello non nascose mai la vera ragione di essere, cioè la diffusione di pregiudizi, falsità, leggende antiebraiche, capaci di sorreggere il senso delle leggi razziali, diffondendo quell’antisemitismo che preparava l’umiliazione e quindi l’assassinio degli ebrei italiani. Alla rivista, e in particolare a caratteristiche e significato delle illustrazioni numerose in essa contenute, ha dedicato il suo studio il dottor Sandro Servi, fiorentino, consulente e coordinatore di progetti educativi per le comunità ebraiche italiane. Ha esposto il suo lavoro, Sandro Servi, durante il convegno tenuto nell’autunno 2002 alla Yeschiva University di New York, sotto la presidenza di Joshua Zimmermann, con il titolo: «Gli ebrei italiani sotto il fascismo e il nazionalsocialismo». Gli argomenti relativi a condizioni, vita e morte di circa 40 mila ebrei italiani, prima, durante e dopo la persecuzione, sono stati sviscerati da studiosi di diversi Paesi e tendenze storiografiche: tra gli italiani Mario Toscano, Stanislao Pugliese, Michele Sarfatti, Roberto Finzi, Susan Zuccotti, Liliana Picciotto, Anna Bravo e Manuela Consoni, introdotti da Alexander Stille. Un'analisi a largo spettro. La violenza, il cattivo gusto, l'inaffidabilità delle illustrazioni de «La difesa della razza» hanno profondamente colpito i partecipanti al convegno. Non soltanto perché è ancora diffuso nel mondo lo stereotipo di un'Italia fascista che in fondo ama e rispetta i cittadini ebrei, poi a malincuore sacrificati alla ferocia nazista, ma anche perché le caratteristiche intrinseche dell'apparato illustrativo sono di così bassa qualità da testimoniare grave ignoranza. Ma che Italia era questa? Si sono chiesti gli intervenuti a New York. Vignette, riproduzioni, montaggi fotografici sono stati divisi dallo studioso in quattro filoni fondamentali. Nel primo raggruppamento si palesa il tentativo di consolidare il mito della razza italiana attraverso schemi, disegni, foto ispirati a una scienza positivista, a una pretesa genetica tesa a documentare le caratteristiche di razze superiori, come appunto l'italica e la germanica, in contrasto con razze inferiori, nera, gialla, e naturalmente ebraica. Alle razze inferiori le illustrazioni assimilano i «degenerati» cioè francesi, inglesi, americani, che non hanno le nobili radici dell'Impero romano. Un secondo filone di illustrazioni può essere raggruppato in ragione dell'intento politico ideologico, contraddittorio ma esplicito. Gli ebrei sono orrendi capitalisti, padroni della plutocrazia, ma anche spaventosi rivoluzionari legati al marxismo, al comunismo, e dunque vengono raffigurati nelle caricature ora come schifosi proletari sporchi e violenti, ora come miliardari coperti d'oro. Poi c'è il filone semplicistico della scoperta del cittadino traditore, che associa l'ebreo agli imperialismi americani, sovietici e dei maledetti inglesi, con opportuni disegni. Infine, e forse per primo, il più impressionante dei sistemi di accusa grafica, ripreso dall'antico antigiudaismo cristiano: qui una messe di pitture, stampe, schizzi fa vedere gli ebrei profanatori dell'ostia consacrata, legati al deicidio, e molto spesso dediti all'assassinio efferato soprattutto di bambini dai quali si preleverebbe il sangue per riti immondi. Chi ha osservato le illustrazioni della rivista, diffusa per ben cinque anni, non ha potuto né può fare a meno di domandarsi se e quanto la violenta propaganda figurata, accompagnata del resto da rinforzi e commenti su altre e ben più prestigiose testate, sia arrivata allora al cuore e al cervello dell'italiano medio. Vale la pena  di ricordare che da parte sua Pio XI, destinato a morte prematura, già nel luglio '38 proclamava agli allievi di Propaganda Fide, che «esiste una sola razza umana». La protesta contro le leggi razziali era precisa. Come reagiva allora, in cuor suo il cattolico medio di fronte al razzismo proclamato in altra sede, eppure definito una bestemmia? Quanti colti italiani, per contro, ridevano contenti vedendo insultare con vignette il genio di Einstein, o ammirando l'antico disegno di un bimbo ferito a morte, sanguinante per fornire condimento al pane degli ebrei? La risposta a tali domande, per ora, i sociologi non sanno darla. Ma la giornata della memoria, che si celebra dopodomani, serve per un esame di coscienza.

Dal Corriere della sera, 25 gennaio 2003


Il caso. I campi italiani dimenticati da tutti: ville e quartieri dove c’era la morte. Sono almeno 135, molti sono stati distrutti, in pochissimi vi è una lapide. Ora uno è diventato una stazione di polizia mentre in un altro si celebrano matrimoni e feste.

di Lorenzo Salvia

ROMA - Campi di concentramento. Non solo ad Auschwitz o Dachau. Ma anche in Italia. A Ferrara, Asti, Mantova, Chieti, Isernia, Verona. Almeno 135 quelli di cui è stata trovata traccia. Eppure sono luoghi dimenticati. Chi vive nei dintorni spesso non ne sa nulla. Molti sono stati distrutti. Altri trasformati in villette o case di riposo. Spesso non c'è nemmeno una lapide che ricordi quel periodo. «Una pagina a lungo ignorata», dice Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche. Ad occuparsi della questione è stato lo studioso Fabio Galluccio. Ha messo insieme ricerche fatte a livello regionale, lavori di altri storici. E' andato alla ricerca di quei posti. Ha chiesto agli abitanti del luogo, parlato con i sindaci, gli anziani. Il risultato è finito in un libro, «I lager in Italia», pubblicato in 2 mila copie. I primi campi vennero creati nel 1940 per internare i cittadini degli stati nemici. Ma ben presto cominciarono ad essere usati per ebrei, zingari, omosessuali, slavi delle zone occupate. Non erano luoghi di sterminio, con esecuzioni di massa. Ma le condizioni di vita erano durissime. E non mancarono le fucilazioni sul posto. Della maggior parte dei lager non resta niente. Distrutti dal tempo, coperti dalla vegetazione, o rasi al suolo. Come nel caso di Anghiari, in Toscana: oggi c'è un quartiere di case a schiera. Oppure trasformati: il campo di Urbisaglia, nelle Marche, è diventato una villa per i ricevimenti matrimoniali. Quello di Farfa Sabina, nel Lazio, una stazione di polizia. Quello di Civitella del Tronto, in Abruzzo, un ospizio come quello di Agnone, nel Molise. Spesso non c'è nulla che ricordi cosa è successo. «Sono stati luoghi di deportazione - dice Galluccio - di tortura e anche di morte. Eppure nella grande maggioranza dei casi non c'è nemmeno una lapide. Forse per senso di colpa, o per scelta politica». Luzzatto: «Sarebbe giusto se tutti quei posti fossero ricordati in qualche modo. Per fortuna negli ultimi tempi qualcosa sta cambiando». Quali sono i lager dimenticati? Più facile contare quelli in cui c'è almeno una lapide. Oltre alla Risiera di San Sabba, di Trieste, i casi sono pochi. Tra questi il campo di Ferramonti, in Calabria, che una fondazione sta cercando faticosamente di risistemare. E poi quelli di Fossoli, vicino a Modena, e di Anghiari.


«Una ninna nanna. E i bambini morivano». Il racconto di una sopravvissuta a Ravensbrück

«Molte partorivano, i neonati venivano eliminati»

di Gian Antonio Stella

Finita la guerra, la conta delle vittime avrebbe rivelato: almeno 125 mila ebree, zingare, comuniste, "asociali" e prigioniere russe internate, 95 mila (tra le quali almeno 919 italiane identificate) uccise dalla fame, dal freddo, dalle sevizie, dalle camere a gas costruite nel 1944 o dall'agonia di una spaventosa «marcia della morte» organizzata dai nazisti pochi giorni prima dell'arrivo delle truppe sovietiche. Per non parlare delle migliaia (il numero è ignoto: le SS in rotta distrussero i registri) di bambini che, in quel campo dove «i fili spinati erano pieni di biancheria infantile ..stesa al vento ad asciugare», come, scrisse Primo Levi, avevano la sorte segnata. «Quando nasce un bambino ­ebreo o quando una donna arriva al campo con un bambino, non so che fare del bambino - spiegava ad Auschwitz Josef Mengele -. Non posso lasciarlo libero perché non ci sono più ebrei in libertà. Non posso tenerlo nel campo perché non ci sono strutture che gli permettano di crescere normalmente. Non sarebbe un atto umanitario mandare un bambino ai forni senza permettere alla madre di assistere alla morte del figlio». «A Ravensbrück e a Bergen Belsen, quando i bimbi nati in infermeria si rivelavano sani e vitali, venivano strangolati o annegati sotto gli occhi della madre», spiegano Bruna Bianchi e Adriana Lotto in Deportazione e memorie femminili (edizioni Unicopli, € 19), una documentatissima ricostruzione della vita di migliaia di donne nei lager sudafricani, nazisti e staliniani. Ad Auschwitz, le deportate che lavoravano al Revier sopprimevano i bambini con il veleno per salvare la vita alle madri. Scrive Lucie Adelsberger, che lì aveva le funzioni di medico: «Tutto il veleno del campo fu usato per uccidere i neonati, e non era mai abbastanza. (...) Quando le compagne che aiutavano nel parto sopprimevano il bambino affogandolo in un secchio d'acqua, facevano credere alla madre che il piccolo era nato morto. (...) A partire dall'estate del 1944 molti bambini subirono una sorte ancora più atroce, gettati vivi nei crematori o nelle fosse comuni cui veniva appiccato il fuoco». Questo aveva negli occhi Madeleine Roussenne, una francese finita a Ravensbrück con la casacca a righe marchiata dal triangolo rosso che toccava ai "politici": cataste di pannolini e orsacchiotti e vestitini ammucchiati fuori dalla camera a gas. Per questo, dopo essere tornata a vivere, si sentiva in colpa: perché tra gli 870 bambini nati negli ultimi mesi di guerra nel lager femminile, quando ormai i nazisti avevano scelto (per vedere quali erano i limiti di resistenza di un neonato, pare) di lasciare che fossero il freddo e la fame e i topi a farsi carico di uccidere i più piccoli, la sua figlioletta era una delle pochissime ad essere sopravvissuta. Nacque il 21 marzo 1945, in una sordida baracca, senza acqua né elettricità: «Era scuro quando vi arrivai, una bugia posata al suolo lo rischiarava debolmente. Il materiale di cui disponeva la levatrice era dei più rudimentali: un paio di forbici, un gomitolo di cotone da rammendo, delle fasce di carta, una piccola bacinella d'acqua, un minuscolo flacone di disinfettante. Tre o quattro sovietiche partorivano sui loro pagliericci. La levatrice era una prigioniera per reati comuni, si chiamava Terza». Avevano un forcipe pericolosamente «preso in prestito» in infermeria, un po' di acqua calda come «regalo di nascita» rubata nelle cucine, nient'altro. Ma andò tutto bene. Un miracolo: «Ho visto, tra le altre, morire una polacca, per mancanza di cure appropriate, in seguito ad un cesareo praticato da Terza in condizioni precarie, senza disinfettante. Aveva fatto quanto aveva potuto per salvare la nostra compagna, ma, perché potesse sopravvivere, ci sarebbe voluto ben altro che della competenza e della dedizione. Dalla sua ferita si diffondeva un odore difficilmente sopportabile. È  morta dopo giorni e giorni di agonia e di delirio». La piccola fu chiamata Sylvie, dotata subito del numero di serie (61.162) e destinata alla Kinderzimmer, dove i neonati dormivano staccati dalle madri: «Giacevano in dieci per ogni pagliericcio e, sempre per ciascun pagliericcio, era stata distribuita una sola coperta. Cosa rarissima al campo, c'erano vetri alle finestre. Non c'era elettricità. Vi si accendeva una stufa ogni mattina con appena due mattonelle di carbone e non era più alimentata». Faceva freddo, in quel marzo prussiano. Anche 20 gradi sotto zero, certe notti. «Niente era stato previsto per la pulizia. Come le altre ho lavato mia figlia ogni mattina nella mia gamella con la mia razione di "caffè"». I neonati vivevano «di una specie di pappa d'avena fatta con l'acqua, nella quale talvolta veniva aggiunto un po' di latte (...) Si masticava e rimasticava una buccia di patata trovata per terra e la si faceva scivolare nella boccuccia del bambino. La buccia di patata inoltre era ottima, almeno così sembrava, contro la diarrea; una o l'altra di noi, per tenerci su di morale, lo ribadiva: «Sai, durante la guerra del 1914...». All'alba, «ognuna andava al dormitorio dei bambini a cercare il suo, tremando al pensiero di scoprire un cadaverino». Madeleine si sentì impazzire, una mattina: «Nella notte, di nascosto perché era proibito, una donna si era avvicinata per cercare il suo bambino e l'aveva sostituito con mia figlia. Andando nell'oscurità a cercare Sylvie, era il suo bambino morto che avevo preso in braccio. Sono rimasta un lungo momento come inebetita, i denti serrati. Quel mattino era il "suo" bambino che era morto, ma la notte seguente... Ogni mattina i piccoli cadaveri venivano portati via». Ravensbrück era diventato un lager enorme, in quella primavera del 1945. Nato per 2.500 prigioniere, ne custodiva ormai 45 mila. Per questo si salvarono, Madeleine e Sylvie e con loro l'amica Pierrette e il suo figlioletto. Nel caos di un campo diventato sempre più feroce ma sempre più ingovernabile, quando le SS decisero di mandarle coi loro piccoli alla camera a gas, Madeleine e Pierrette vennero nascoste sotto il nome di due detenute morte nelle baracche delle internate polacche e russe. Giorni di terrore. Fino all'ultimo appello, coi tedeschi che contavano e ricontavano «schiumando rabbia» alla ricerca dei due neonati, che le mamme tenevano fasciati stretti sotto le gonne. Finché non salirono finalmente, il cuore in gola, su un camion della croce rossa svedese venuto a portarsi via un primo carico di liberate. Mentre si allontanavano inebetite verso il ritorno alla vita, avranno avuto forse negli occhi una immagine come quella descritta da Giuliana Tedeschi. La quale in C'è un punto sulla terra ricorda il giorno in cui fu portata a rimuovere, con altre decine di donne, quanto restava di una "infornata" al crematorio di Birkenau: «Le attendevano colà cinquanta carrozzine da bimbo. Il tedesco ordinò a ciascuna di prendere una carrozzina e di spingerla, in fila per cinque, per tre chilometri fino al magazzino.» Un corteo muto e spettrale, con le poverette che ricordavano «giardini, viali, bimbi rosei addormentati nelle carrozzine sotto vaporose copertine rosa e celesti», e «non vedevano che un lungo pennacchio di fumo che si perdeva nell'infinito».


Antisemitismo, in Italia c’è uno «zoccolo duro»

Uno su cinque diffida degli ebrei, l’8% vorrebbe cacciarli dal Paese

di Renato Mannheimer

Quanto è esteso l'antisemitismo tra gli italiani? Come per tutti i senti­menti, si tratta di un fenomeno difficile da misurare con precisione. Per alcuni atteggiamenti, come il grado di fiducia nei governi, c'è, da parte dei ricercatori, una certa esperienza e consuetudine, che porta a indicatori grossomodo condivisi in tutto il mondo occidentale. Per altri orientamenti, come, appunto, l'antisemitismo, le cose sono più complesse, anche data la ambiguità del fenomeno da misurare. Se ci limitiamo a rilevare se gli ebrei siano comunque considerati «diversi», con caratteristiche sociali, culturali, poli­tiche che li distinguono dal resto degli italiani, troviamo che la pensa così una quota molto ampia di cittadini, poco più del 30% della popolazione adulta. Se entriamo più nel merito e sondiamo la presenza di un vero e proprio sentimento di diffidenza nei confronti degli ebrei, rileviamo una percentuale minore, ma non esigua: poco più di un quinto, composto da cittadini di tutte le età e ceti sociali, con una accentuazione tra chi possiede titoli di studio medio-bassi, tra chi vive nei piccoli centri e chi si colloca politicamente nel centrodestra (in misura maggiore tra gli elettori di Forza Italia rispetto a quelli di An). Se poi poniamo quesiti più «duri» riguardo agli ebrei, come ad esempio «non sono dei veri italiani» o «mentono quando sostengono che il nazismo ne ha sterminati milioni» o, ancora, «dovrebbero lasciare l'Italia», troviamo percentuali ancora minori, ma sempre relativamente significative. Le ultime due affermazioni, ad esempio, che sono quelle che trovano in assoluto minor approvazione, ottengono comunque il consenso dell' 8% della popolazione adulta, pari, per intenderci, a più di due milioni e mezzo di persone. Al di là dello strumento adottato per misurarlo, c'è quindi, anche nel nostro Paese, una sorta di «zoccolo duro» di antisemitismo. Che desta qualche preoccupazione, sia perché la sua estensione appare immutata nel tempo (i dati relativi allo scorso anno non differiscono molto da quelli odierni), sia, specialmente, perché essa non comprende l'ampiezza, ancora maggiore del cosiddetto «antisemitismo potenziale». Quello, cioè non dichiarato nei sondaggi, per reticenza o, più spesso, perché costituisce una sorta di sentimento latente, negato talvolta anche a se stessi, ma basato su pregiudizi ben radicati e pronto ad emergere e divenire esplicito nel momento in cui qualche stimolo esterno (un avvenimento, una campagna di comunicazione) lo solleciti.


«Sterminate i disabili», e cominciò la tragedia. 

Settantamila «eliminazioni pietose» di adulti e bambini. Il programma di controllo della «razza pura» iniziò nel '33. Poi dalla sterilizzazione si passò all' eutanasia

di Frediano Sessi

Lo sterminio dei disabili ha rappresentato l'inizio del più generale progetto di Olocausto degli ebrei e degli altri «nemici» del Reich. Il primo programma di controllo biologico della razza pura ariana (eugenetica nazista) mosse da una campagna di sterilizzazione di massa, avviata da una legge del luglio del 1933. Circa 410.000 tra uomini e donne tedeschi furono proposti per la sterilizzazione chirurgica. Si trattò, secondo il regime, di "malati ereditari» tra i quali, deboli di mente, schizofrenici, epilettici, ciechi e sordi, sordomuti, soggetti a gravi malformazioni, o alcolisti ereditari eccetera. In breve disabili, handicappati, pazzi e «impuri» per i quali la diversità dal modello di «ariano puro» appariva visibile. Tribunali speciali per «la salute ereditaria», con due medici e un giudice, sceglievano le persone da sottoporre a intervento: legatura dei dotti seminali dell'uomo e taglio o legatura delle tube nella donna. In questa prima fase, precisava Martin Bormann, segretario privato e collaboratore di Hitler, era inevitabile che sulle diagnosi e sulle decisioni pesassero anche questioni di carattere politico. Nel formulare una diagnosi di debolezza mentale, si doveva tener conto del «comportamento mora­e e politico di una persona». Il passo successivo al progetto di sterilizzazione di massa fu l'uccisione delle «vite indegne di essere vissute». Il 18 agosto del 1939, una nota del ministero dell'Interno richiese una «registrazione il più possibile tempestiva di tutti i bambini di età inferiore ai tre anni» nei quali si sospettasse la presenza di una delle seguenti malattie: «microcefalia, idrocefalia, malformazioni di ogni sorta, paralisi». Il compito venne affidato alle levatrici con un controllo da parte dei medici distrettuali. Gli omicidi furono consumati in strutture pediatriche camuffate sotto nomi come: «Dipartimenti di specializzazione pediatrica» o «Centri di ricerca», «Istituzioni terapeutiche e di convalescenza» eccetera. Il primo di questi centri della morte fu l'Istituto statale di Görden, presentato al pubblico con il nome di «Dipartimento Psichiatrico Speciale per la Gioventù». I bambini da sopprimere furono tenuti in reparti di pediatria per alcune settimane e in seguito sottoposti a un trattamento speciale con compresse di «Luminal», o iniezioni mortali di morfina e scopolamina. Poco prima dello scoppio della guerra la pratica dell'eutanasia venne estesa agli adulti. Il programma, affidato ai medici, portò in breve all'assassinio di oltre 70.000 persone disabili, tra il 1940 e il 1941, con la punta massima delle «eliminazioni pietose» (così definite perché attuate, nell'intenzione dei nazisti, con ausilio medico e senza violenza) nel castello clinica di Harteim (18.269 vittime). Tutti questi centri di eutanasia diventarono scuole di formazione dei futuri comandanti dei maggiori campi di concentramento e sterminio.


«Vi racconto mio padre il pianista»

Grazie a Chopin evitò il lager. Il figlio di Andrzej Szpilman parla dell’uomo che ha ispirato il film di Polanski. Credeva che nessuno avrebbe letto il suo diario, da anni è un best seller

di Ranieri Polese

«Quando morì, nel luglio del 2000, Wladyslaw Szpilman, il pianista sopravvissuto allo sterminio degli ebrei del ghetto di Varsavia, non aveva ancora potuto vedere il suo libro ripubblicato in Polonia. Col titolo «Morte di una città», il diario del giovane musicista scampato all'olocausto era stato stampato nel 1946; ma fu presto ritirato dalla circolazione per volontà del governo che non gradiva la figura del tedesco buono (l'ufficiale della Wehrmacht Wilm Hosenfeld, che salvò Wladek negli ultimi mesi dell'occupazione nazista) e ancora meno il racconto della tragedia degli ebrei in un momento in cui la Russia di Stalin resuscitava odi antisemiti. E non fece a tempo neppure a vedere il film che Roman Polanski avrebbe tratto dal libro, nel frattempo uscito in Germania (1998) e l'anno dopo in America, Inghilterra, Olanda, Italia (Baldini & Castaldi), Francia e in un’altra quindicina di Paesi. «Polanski venne a Varsavia a parlare con mio padre» ricorda Andrzej Szpilman, il figlio che ha vissuto vent'anni in Germania facendo il dentista ad Amburgo. «Si erano incontrati già altre due volte, alla fine degli anni Sessanta in California quando mio padre era in tournée come concertista; poi, circa dieci anni dopo, Polanski era in Polonia e tornò a visitarlo. Allora il regista non sapeva nulla del libro, del resto nessuno più se lo ricordava. Anche mio padre non ne parlava mai. Solo dopo la sua morte, il libro è stato ripubblicato in Polonia: da due anni è in testa alle classifiche». Andrzej Szpilman, che sarà domani sera a Como, a Villa Gallia, a parlare della memoria della Shoah, è stato quello che ha resuscitato l'antico diario. L'aveva letto, dice, da ragazzino: l'aveva trovato nella libreria di casa, ma allora non disse e non chiese niente a suo padre. «Anni dopo, in Germania, ne parlai con il mio amico, il poeta Wolf Bierman; lui mi convinse a insistere con mio padre per farlo ristampare. Così - e siamo ormai negli anni ' 90 - lo affronto e gli dico che il diario deve riuscire». Che cosa rispose suo padre? «Che non valeva la pena, nessuno s'interessava più all'olocausto, non avrebbe trovato lettori». Era dispiaciuto, suo padre, del fatto che il suo libro era stato condannato a non esistere? «Mi sembrava di no. Per lui la cosa più importante era la musica, la ragione di tutta la sua vita». Ed era stata la musica a, salvarlo, quando, scoperto da Hosenfeld nell'autunno del '44, lo affascina suonandogli. Chopin! Hosenfeld non solo non lo fa arrestare, ma addirittura lo nutre e gli dà di che difendersi dal freddo. Sempre grazie alla musica, nel dopoguerra, Szpilman si costruisce una carriera come compositore, direttore dei programmi musicali della radio e come concertista richiesto in tutto il mondo. «Una volta uscito il libro» continua Andrzej «mio padre non si sottrasse alle richieste di incontri con i lettori. Alle presentazioni in Germania, mi ricordo, c'erano sale gremite di giovani che alla fine andavano da lui, s'inginocchiavano e gli baciavano le mani. In quello stesso anno, lo scrittore Martin Walser aveva pronunciato un discorso a Francoforte invitando i tedeschi a chiudere col passato, a non sentirsi più colpevole per Auschwitz. Quei giovani inginocchiati davanti a mio padre dimostravano quanto Walser fosse nel torto». All'inizio del 2000 Polanski torna a Varsavia per discutere del progetto del film: rievocarono il comune passato? Anche Polanski, infatti, si era salvato dal ghetto di Cracovia. «No, parlarono solo su come fare quel film». Palma d'oro a Cannes nel 2002, acclamato dai critici di tutto il mondo, «Il pianista» ha buone possibilità di essere nominato agli Oscar. Recentemente, però, sul New Yorker Da­vid Denby ha pubblicato una recensione fortemente limitativa. Il distacco, l'impassibilità del protagonista è mal giudicata: «non  ha niente da dirci» scrive. Molto meglio, aggiunge Denby, «Schindler's List di Spielberg «più complesse e in grado dimostrare ­ il male e il bene e l’ambigua intimità che c'è fra loro». Cosa pensa Andrzej Szpilman di questa critica? «Mi ricorda un'altra recensione letta poco tempo fa in America in cui il critico si chiedeva perché mio padre non aveva preso le armi e sparato contro i tedeschi. Ridicolo. E assolutamente improponibile il raffronto con il film di Spielberg, un gran film ma certo tutta un'altra cosa. Spielberg racconta la vicenda di un tedesco buono che salva degli ebrei dalla morte. Ma uscendo da quel film tu non sai cosa fu l’olocausto. Nel "Pianista" di Polanski, invece, c'è la rappresentazione di quello che accadde agli ebrei durante l'occupazione nazista, le umiliazioni, le violenze, la deportazione e la morte. Non m'interessa quello che pensa Mr Denby. Uno che era nel ghetto di Varsavia e riuscì a salvarsi, Marcel Reich-Ranicki, il più grande critico letterario tedesco, ha scritto: per la “prima volta un film mi ha restituito la  realtà che anch'io ho vissuto». Nonostante le richieste, di suo padre, nel Viale dei Giusti in Israele non c'è un albero dedicato a Wilm Hosenfeld, morto in un campo di prigionia sovietico nel '52. Perché? «Forse disturbava la divisa da soldato tedesco. Dicono che non hanno trovato elementi sufficienti per escludere che Hosenfeld avesse partecipato ad azioni contro gli ebrei. Quando invece noi avevamo portato le prove di come aveva salvato altri ebrei oltre mio padre». Il libro e il film continuano a circolare con grande successo in tutti i Paesi del mondo. «E' importante che ci si ricordi di queste cose, adesso soprattutto che alcuni intellettuali ci chiedono di chiudere con il passato. Il film e il libro, poi, mostrano cos'è veramente la guerra, quanta crudeltà scateni, e questo mi sembra necessario oggi, proprio mentre il mondo si sta preparando a una nuova guerra».

Dal Corriere della sera, 26 gennaio 2003


«Corsi a scuola per vincere l’antisemitismo»

Amos Luzzatto: se due milioni e mezzo di italiani vorrebbero cacciarci dobbiamo puntare di più sull’educazione. Il presidente delle Comunità ebraiche: il sondaggio pubblicato dal «Corriere» conferma cose che dico da tempo. Occorre molto tempo per sradicare questo tipo di razzismo

di Giuliano Gallo

ROMA - Più di 2 milioni e mezzo di italiani ritengono che gli ebrei «dovrebbero lasciare l'Italia» e che «mentono quando sostengono che il nazismo ne ha sterminati milioni». Il 22 per cento prova «molta o abbastanza» diffidenza nei loro confronti. E il 30 per cento li ritiene in ogni caso «diversi». Il sondaggio effettuato da Renato Mannheimer per il Corriere della Sera dipinge un Paese nel quale serpeggia ancora una robusta e preoccupante vena di antisemitismo. Un atteggiamento che non sembra destinato a modificarsi, anzi i dati di un analogo sondaggio dell' anno scorso, annota Mannheimer, sono praticamente identici.

Il professor Amos Luzzatto, medico veneziano, è il presidente delle Comunità Ebraiche italiane. Professore, che sensazioni le provocano numeri come questi?

«Non mi meravigliano affatto. lo queste dose le sto dicendo da parecchio tempo. Mi dicono che sono un allarmista, che sono un pessimista cronico. Quindi non sono affatto stupito dai risultati del sondaggio. Perché esistono delle componenti culturali profonde che predispongono a un certo tipo di giudizio, anche senza giustificazioni particolari, senza avere dei motivi razionali da poter avanzare. Sarebbe interessante fare un campionamento profondo, cioè vedere che differenza passa tra un campione di persone che leggono poco o niente e persone che hanno una media cultura. Perché certamente ci sarebbe differenza».

Ma come si ferma una marea così preoccupante?

«Non possiamo fare altro che continuare con la nostra azione di informazione, di azione culturale, di invito alla lettura, a documentarsi».

Anche Mannheimer rileva che il pregiudizio antisemita si annida soprattutto nelle fasce meno acculturate. Ma c'è anche un antisemitismo più «colto», più«democratico». Oggi specialmente come opposizione alla politica di Israele.

«E' pur sempre antisemitismo. C'è questa caratteristica di identificare i gruppi portatori di azioni che non piacciono con la totalità. A Gerusalemme nell'anno 33 un gruppo di ebrei, secondo il Vangelo, ha chiesto a Pilato di crocifiggere Gesù e risparmiare Barabba. Ma basta vedere il luogo dove questo è accaduto per capire: a starci molto stretti, al massimo ci entrano 300 persone. Quanta gente può aver chiesto la condanna di Gesù? Eppure anche gli ebrei che abitavano a Corinto sono diventati responsabili della morte di Gesù... E anche i loro nipoti e pronipoti. A noi pare assurdo, ma è stato così per secoli. In realtà ognuno deve essere considerato responsabile delle sue azioni, non delle azioni di coloro che parlano la sua stessa lingua. Questo è un elemento di fondo che mantiene unito questo "zoccolo duro" dell'antisemitismo, quello che fomenta, l'atteggiamento che si legge nella ricerca di Mannheimer».

Lei sostiene da sempre che l'unico modo per combattere tutto questo è parlare.

«Non ne vedo un altro possibile: informazione ed educazione. Incominciare dalla scuola, spiegare, narrare chi erano queste persone, quali sono le dottrine, qual è la storia. Direi che l'educazione e la cultura sono le uniche armi serie che abbiamo a disposizione».

La ricerca dice anche che i numeri sono sostanzialmente identici a quelli dell'anno passato, che non c'è un miglioramento.

«Da un anno all'altro è molto difficile che i numeri cambino, perché questi sono fenomeni che si formano nello spazio di più anni. E quindi per smantellarli ci vuole un tempo almeno uguale a quello impiegato per il loro formarsi. Sarebbe grave se fra dieci anni fossimo ancora fermi su queste posizioni. Anche noi abbiamo commissionato un'indagine sul razzismo in genere, ma non sembra che ci siano vecchi dati confrontabili con quelli di oggi».


Deportati e salvatori di ebrei: sette onorificenze

Ciampi ha “premiato”, tra gli altri, Rigoni Stern e don Brunicci, canonico di Assisi

ROMA - In occasione della Giornata della Memoria, Carlo Azeglio Ciampi ha conferito sette onorificenze al merito a altrettanti italiani che hanno aiutato ebrei perseguitati o sono sopravvissuti alla deportazione. Nell’elenco spicca il nome di Mario Rigoni Stern. Il presidente della Repubblica, nel conferirgli il titolo di Cavaliere di Gran Croce, ha ricordato come lo scrittore, «reduce della campagna di Russia, ha tenuto viva negli italiani la memoria delle sofferenze dei nostri soldati». Catturato dai tedeschi dopo l' 8 settembre 1943, Stern viene deportato nei lager dell'Est europeo; ai giorni della prigionia risale la stesura del «Sergente nella neve». Del titolo di Cavaliere di Gran Croce sono stati insigniti anche don Aldo Brunacci, canonico di Assisi, che salvò centinaia di ebrei; Agata Herskovitz, nota come Goti Bauer, sopravvissuta ad Auschwitz e Theresienstadt; Pietro Terracina, deportato ad Auschwitz. Luisella Mortara Ottolenghi, presidente della Fondazione Centro documentazione ebraica contemporanea, è stata nominata Grande ufficiale, mentre Francesco Nicchi Ruscone, combattente della Resistenza e detenuto in carcere speciale durante l'occupazione nazista, e Ines Figini, sindacalista durante il fascismo e sopravvissuta ai lager, sono stati nominati commendatori.


Addio ad Alfred Kantor. Dipinse la vita quotidiana nei campi di sterminio

di Ennio Caretto

WASHINGTON - E' morto a Yarmouth nel Maine, a 79 anni, il pittore dell'olocausto AIfred Kantor, autore di 127 dipinti, disegni e schizzi sulle atrocità dei campi di concentramento nazisti. Kantor, un ebreo cecoslovacco, fu internato non ancora ventenne, perdette i genitori nelle camere a gas, ma sopravvisse agli stenti e alle torture di Teheresienstadt, di Auschwitz e di Schwarzeide. Assieme al resoconto della sua prigionia, tutti i suoi lavori furono pubblicati in due libri, nel ' 71 in America e nell' 87 in Europa. Fornirono una spaventosa testimonianza visiva dell'olocausto, in precedenza illustrato soltanto dalle fotografie scattate dagli alleati alla liberazione.  Kantor dipinse e disegnò segretamente per quattro anni, nascondendo alcune sue opere. e distruggendone altre, che rifece più tardi sulla base dei ricordi. Fu aiutato da una infermiera prima e un medico poi, che gli fornirono carta, colori e pennelli. Raccontò di avere sempre temuto di esser scoperto e giustiziato: «Ma volevo che il mondo sapesse, e volevo lasciare una traccia di me», spiegò. Si concentrò sugli eventi quotidiani dei campi di sterminio, spesso accompagnandoli con brevi commenti. Auschwitz, dove lavorò nel reparto medico e incontrò Josef Mengele, fu da lui ritratto in tutto il suo orrore: le donne nude che venivano divise in due gruppi, uno che restasse in vita, l'altro destinato a morire; i detenuti che portavano i cadaveri fuori dalle camere a gas e li caricavano sui camion; le fiamme che uscivano dall'inferno dei forni crematori; l'infame Mengele che con un moto del suo bastone sceglieva le vittime su cui condurre i suoi esperimenti. Su mille prigionieri della sua sezione, Kantor fu uno dei 175 che sopravvissero. Ottenne asilo negli Stati Uniti, e venne assunto in uno studio pubblicitario di New York, dove completò i suoi libri.


Da Perlasca a Schindler, il Giardino dei Giusti – La storia di Bejski

di Moshe Bejski

Oggi alle 18, nella Sala delle Colonne di Palazzo Reale, sarà presentato il libro di Gabriele Nissim “Il tribunale del bene. La storia di Moshe Bejski, l’uomo che creò il Giardino dei Giusti” (Mondadori. Bejski, “il cacciatore di buoni” che in trent’anni ha trovato ventimila giusti ricordati dagli alberi di Yad Veshem, oggi non sarà alla presentazione. Pubblichiamo qui alcuni passi del suo messaggio che verrà letto oggi da Nissim.  

Forse solo chi è stato braccato come un animale e ha provato a scappare dal destino amaro che lo attendeva, trovando però le porte chiuse di fronte alla ricerca di un rifugio per la notte, è in grado di apprezzare pienamente quelle persone eccezionali che in virtù della loro umanità e ragionevolezza si sono comportate diversamente dalla maggior parte degli individui, che assistevano con indifferenza a ciò che stava accadendo e senza far nulla per aiutare... Numerosi e diversi furono i modi per aiutare e salvare gli ebrei e furono infiniti gli stratagemmi escogitati da queste persone, per proteggere coloro che erano sotto la loro protezione: nascondendo a casa propria una famiglia o un bambino, condividendo un pezzo di pane, approntando certificati ariani falsi, offrendo cibo, aiuto per passare i confini o la necessaria assistenza medica... Nel ricordare i Giusti delle Nazioni la soddisfazione mia e della commissione era rappresentata dal fatto che, mentre ascoltavamo e discutevamo questi fatti straordinari, ogni caso ci faceva provare la sensazione che, persino dall’oceano di odio e violenza, e dall’oscurità in cui si trovò il mondo intero, erano emerse persone incredibili che devono servire da modello per la nostra generazione e per tutte quelle successive. Ci furono persone che non si accontentarono di salvare una sola vita o quella  di una sola famiglia, già moltissimo, ma che grazie alle idee, al loro coraggio e ai tanti stratagemmi inventati sono diventate simboli di salvezza per tanti ebrei, centinaia, migliaia, e persino decine di migliaia. Desidero ricordare il nobile svedese Raul Wallenberg, giunto a Budapest come diplomatico nel 1944, durante uno dei momenti di maggiori deportazioni di ebrei verso Auschwitz, che stampò e rilasciò certificati di protezione del suo Paese e costruì un Ghetto internazionale sotto la protezione della Svezia, riuscendo così a salvare più di 30.000 ebrei.. Sempre a Budapest, il console del Portogallo si comportò allo stesso modo, rilasciando visti per salvare gli ebrei. Quando il Consolato del Portogallo fu definitivamente chiuso, un cittadino italiano, Giorgio Perlasca, con grande spirito d'iniziativa, riuscì a salvare molti ebrei usando il timbro del console per fornire visti senza averne l'autorità. Ebbi l'onore e il piacere di accompagnare il signor Giorgio Perlasca quando venne invitato in Israele per piantare un albero nel Viale dei Giusti delle Nazioni, e di presentarlo al presidente di Israele. Un personaggio straordinario, giustamente orgoglioso delle sue azioni. Le gesta di Oskar Schindler, che tanti ebrei salvò, sono note attraverso il li­bro di Thomas Kenneally e il film di Steven Spiel­berg, «Schinder's list». Eb­bi la fortuna di essere nella lista di Schindler durante la guerra e grazie a lui sono sopravvissuto assieme a 1200 prigionieri del campo di concentramento... In verità si può dire che in ogni Paese e in ogni posto potevano essere salvati ebrei se soltanto si fosse trovato qualcuno disposto a rischiare, e il rischio non era piccolo.

Dal Corriere della sera, 27 gennaio 2003

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