Corriere della sera

Il silenzio di Pio XII scuote Berlino 

Costa - Gravas affronta l’Olocausto in un film e attacca il Vaticano. Proteste dai vescovi francesi. Il regista: «Denuncio le complicità con il regime nazista»

di Giuseppina Manin

Berlino – Una croce rossa su sfondo nero con tre delle braccia piegate a svastica e la quarta dritta in giù: è lo scioccante poster inventato da Oliviero Toscani per «Amen», il film di Costa – Gravas tratto da «Il Vicario» di Rolf Hochhuth, pièce teatrale che denuncia i colpevoli silenzi di Pio XII sull’Olocausto. Manifesto che ha subito allarmato gli ambienti cattolici in Italia (dove il film uscirà a metà marzo) e scatenato le ire dei vescovi francesi che, tramite il loro segretario, Stanislas Lalamme, hanno fatto sapere su Le Monde che «quell’immagine ferisce la sensibilità dei cattolici perché propone un’insopportabile amalgama tra la Croce e la barbarie nazista». Di parere opposto, Costa – Gravas: «I dieci anni di connivenza tra i portatori della Croce e quelli della svastica non sono un’invenzione geografica: quella locandina non fa altro che riassumerli».

Polemiche – Il tema del resto è quanto mai spinoso: dibattuto e occultato negli ultimi 40 anni, a maggior ragione oggi suscita polemiche, con la beatificazione di papa Pacelli in dirittura d’arrivo. «Canonizzare significa indicare un esempio morale per le generazioni future: Pio XII non mi sembra il più adatto», riflette il regista greco che proprio ieri ha compiuto qui 69 anni, festeggiato da molti applausi per questo suo nuovo film sulla nostra storia recente, dopo «Zeta» e «Missing». Applausi, quindi, ma non di tutti. Se all’incontro con la stampa un gesuita spagnolo è andato a congratularsi con Mathieu Kassovitz (interprete del prete ribelle alla «neutralità» papale) un sacerdote della Radio Vaticano, Ettore Segneri, ha accusato regista e autore di avere «manipolato la verità» prendendo in considerazione solo una parte dell’enorme mole di documenti, a suo dire tutt’ora all’esame della commissione di storici voluta da Wojtyla. «Ho notizie che i lavori si siano conclusi da oltre un anno – ha risposto Costa – Gravas -. E il risultato  stato: non abbiamo materiali sufficienti per definire il comportamento di Pio XII. Inoppugnabile però resta il suo silenzio, il non aver mai pronunciato la parola ebreo in un discorso durante il periodo nazista».

Anticomunismo - «La Chiesa è stata la multinazionale con il logo – prosegue Kassovitz, che non scorda le sue origini ebraiche, i nonni deportati nei campi di sterminio -. Quel silenzio era in sintonia con l’anticomunismo sotterraneo, ma non troppo, che accomunava il Vaticano e Hitler. E che faceva comodo anche agli Stati Uniti, smaniosi di eliminare Stalin. Insomma, sapevano gli americani, sapevano gli inglesi, sapevano gli svizzeri. Mezza Europa è responsabile di non aver detto nulla, di non aver denunciato quelle atrocità. Un silenzio terribile».

Il testo teatrale -  Ribattezzato «Amen», la pièce di Hochhuth che ha ispirato Costa – Gravas, s’intitola in realtà «Il Vicario». Negli anni ’60, dopo una prima messa in scena a Berlino con la regia di Erwin Piscator, approdò a Parigi, nell’allestimento di Peter Brook e Michel Piccoli nel cast. «Una serata tempestosa – ricorda Costa – Gravas -. Parte del pubblico salì in piedi sulle sedie e gridava, qualcuno arrivò persino in scena e schiaffeggiò gli attori. Il più minacciato fu il poveretto che interpretava Pio XII. Una bagarre che richiese l’intervento della polizia».

Cattiva coscienza - «Questo film avrebbero dovuto farlo i tedeschi, ma nessuno ha osato – ha tuonato lo scrittore Hochhuth -. Capisco l’imbarazzo, fa parte della loro cattiva coscienza. Pacelli era i tempi il primo interlocutore della diplomazia internazionale. La sua rete di informatori era capillare, sapeva ogni cosa, anche dei 3000 cattolici assassinati dai nazisti. Ciò nonostante, distolse lo sguardo. Eppure una sua parola avrebbe forse cambiato il corso della storia se consideriamo che il 45 per cento dei soldati tedeschi erano cattolici».

L’altra Chiesa – Accanto alla Chiesa del potere, ce n’era però un’altra, che non scese a patti. «Il personaggio di Kassovitz riassume quella posizione coraggiosa – riprende il regista - . Ma la Chiesa per natura è un po’ schizofrenica: di recente ha condannato i massacri del Ruanda in cui però erano coinvolti dei sacerdoti. In Argentina ha “assolto” i piloti che gettavano in mare gli oppositori del regime, spiegando che era il loro dovere. Oggi però a farmi paura sono più le parole dei silenzi. Le invettive di un cardinale come Biffi contro i musulmani possono essere molto pericolose. Possono legittimare il vostro capo del governo a ripeterle, convincere la gente che forse è proprio così L’opinione pubblica la si plasma un po’ alla volta. In Germania è stata la Chiesa protestante a preparare il terreno all’antisemitismo. Così, quando iniziò la persecuzione, l’ebreo era già bollato cole il Male. I lager potevano cominciare a lavorare».


 In Platea   Dal teatro allo schermo, un “Amen” avvincente

di Tullio Kezich

Berlino - Oggi che il teatro sembra sempre parlar d'altro, si rimpiange l'impatto prodotto quarant'anni fa da un dramma come «il Vicario». Basti ricordare che da noi, per averne tentato una messa in scena spontaneista, Volontè fu trascinato in questura e diffidato in nome del «carattere sacro della città di Roma». Altri tempi? Lo sapremo fra poco, quando arriverà sugli schermi il film «Amen» di Costa-Gavras. Nel libro che fin dal titolo, «il Papa di Hitler» (Garzanti), non è un contributo positivo all'avviata beatificazione di Pio XII, John Cornwell definisce l'opera di Rolf Hochhuth come «fiction storica ben scarsamente basata sulla documentazione»; e tuttavia sottolinea che proprio il discusso pamphlet teatrale «diede impeto alla ricerca di documentazione autentica». Il tema è quello del preteso silenzio del Papa sullo sterminio degli ebrei. Nel dramma vivono fino alle estreme conseguenze la tremenda situazione due personaggi, uno realmente esistito, l'SS Kurt Gerstein incalzato dai rimorsi, e l'altro di fantasia, un giovane prete idealista, uniti nel vano tentativo di far parlare il Vicario di Cristo. Chi difende la Chiesa afferma che se il Papa avesse apertamente condannato i nazisti ne sarebbe stato travolto insieme a tanti cattolici; e del resto il presidente americano Roosevelt tacque anche lui per motivi tattici. In cambio la dirigenza ecclesiastica, evitando di uscire allo scoperto, si prodigò per salvare tutti coloro che poteva. Tranne che dopo il 1945 il Vaticano diventò l'ancora di salvezza dei criminali nazisti in fuga. Fedele alla fama di regista impegnato, Costa-Gavras ha affrontato una riscrittura di «il Vicario» tenendo conto di tutto ciò che si è testimoniato e scritto, dopo. Senza dubbio il film è meno rozzo e aggressivo del testo da cui deriva. Evitando le facili scene di orrore concentrazionario, il regista si sofferma sui personaggi (eccellenti il tedesco Tukur e il prete Kassovitz) e ne puntualizza l'itinerario spirituale. L'ambientazione è credibile, il ritmo avvincente e il significato cristallino: non si tratta di condannare Pio XII ma di capire la differenza che passa fra un leader politico, che agisce secondo l'opportunità, e l'uomo comune, che agisce secondo coscienza.


  Lo storico  Frenato dalla diplomazia. Ma salvò anche tanti ebrei

di Cesare Medail

«Il film di Costa – Gravas riapre interrogativi ai quali no siamo riusciti a dare una risposta decisiva, fin da quando Rolf Hichhtu li propose drammaticamente con il “Il Vicario” (1963); e non avremo una parola definitiva finché non saranno aperti gli archivi vaticani» afferma Francesco margotta – Broglio, storico dei rapporti fra Stato e Chiesa, a proposito del dibattito attorno ad «Amen».

In assenza di documentazione, il silenzio di Pio XII sui crimini nazisti va interpretato alla luce dei fattori d’opportunità?

«Va subito detto che pochi valutano adeguatamente la figura di Pacelli come segretario di Stato di Pio XI. Per esempio la bozza dell’enciclica “Mit Brennender Sorge” (Con estrema angoscia), scritta in tedesco e pubblicata nel maggio 1937, reca correzioni autografe di Pacelli. In essa vi era un’esplicita condanna del nazismo, nella quale ebbe parte decisiva il futuro Pio XII: si condannavano in particolare il paganesimo e il razzismo presenti in quell’ideologia, oltre a ogni violazione dei diritti dell’uomo. Anche se gli ebrei non erano menzionati».

Una volta eletto dal conclave, però, Pio XII non riprese lo spirito della “Mit Brennender Sorge”. Anzi, vi fu una «enciclica nascosta».

«Dopo essere salito al soglio nel marzo 1939, Pio XII mostrò il documento ai cardinali tedeschi, i quali gli chiesero tutti allarmati di non proclamarla. L’episodio anticipa quel che sarebbe avvenuto dopo: a fronte delle sollecitazioni affiorate nella Chiesa in favore di una presa di posizione, la Santa Sede recepì le preoccupazioni dei vescovi tedeschi e polacchi, i quali temevano di vedere estesa la persecuzione dagli ebrei agli stessi cattolici».

Insomma, fu il timore delle conseguenze  a indurre il Vaticano a muoversi con prudenza?

«Pacelli  puntava sulla propria perizia diplomatica per evitare danni maggiori alla Chiesa. In certi casi la usò per salvare degli ebrei, come avvenne a Roma quando, grazie a due collaboratori tedeschi, la famosa “razzia d’ottobre” fu ritardata quel tanto da mettere al sicuro un po’ di israeliti».

La prudenza per evitare il peggio è un’alternativa plausibile alla condanna solenne?

«La visione di Pio XII fu più diplomatica che profetica: certo, se avesse scritto un’enciclica “contro”, ne sarebbe uscito meglio di fronte alla storia. Ma prevalsero altre considerazioni: e il quadro generale ha una sua complessità, non ancora risolta».  

Dal Corriere della sera, 14 febbraio  2002

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