

Vallata dello Stilaro
(ricerca a cura di Melia Chiara)
Bivongi Stilo Pazzano
Stilo
Situata sul versante nord orientale della provincia di Reggio Calabria, Stilo sembra scolpita sulla parete del Monte Consolino.

Il centro abitato, posto a gradinata, su un terrazzamento (ad anfiteatro), a 400 metri sul livello del mare, osservato dall’alto, assume l’aspetto di un enorme ferro di cavallo e conserva intatto, con il suo borgo e i resti delle sue torri e della cinta muraria, la struttura tipica medievale.
La storia di Stilo è antichissima e per lo più misteriosa.
I continui ritrovamenti archeologici testimoniano tanto, e svelano, di volta in volta, l’enigma delle origini della città. Durante il periodo bizantino Stilo rivive la sua seconda età dell’oro dopo quella trascorsa parecchi secoli prima, nel periodo magnogreco, quando la vita si svolgeva sulla costa e l’antica città prendeva il nome di Kaulonia, la repubblica fondata dagli Achei.
Dopo i Bizantini vennero i Normanni e poi, via via, gli altri conquistatori e, tutti, hanno lasciato a Stilo i segni tangibili della loro presenza, nella storia così come nell’arte, nelle tradizioni e nelle cultura generale. Ancora oggi, questo paese conserva "un’impronta prodigiosamente intatta: Nobile e antica".
Arte e Monumenti
Sulla sommità del Monte Consolino troneggiano i ruderi del castello normanno;
lo si può raggiungere attraverso sentieri alternativi che offrono
all’escursionista la possibilità di inoltrarsi in una vera e propria nicchia
ecologica ricca delle più rare essenze botaniche tipiche della macchia
mediterranea. Si ha anche qui la sensazione di calpestare le orme del filosofo
di Stilo
Tommaso Campanella, intento a cercare la leggendaria "erba della sapienza". Ed ecco nel pieno centro antico, che svettano chiese e palazzi, e poi le caratteristiche casupole costruite sulla pietra di tufo. Il Duomo con il suo caratteristico portale gotico che custodisce una pregevole pala d’altare di scuola napoletana del ‘600, opera di Giovanni Caracciolo, detto il Battistello, oltre a numerosi oggetti di arte sacra, bolle papali e manoscritti.
La chiesa di San Domenico che è legata alle vicissitudini dell’ideatore della "Città del Sole".
Tipicamente medievale è la cinta muraria che racchiude il vecchio centro urbano di Stilo ed al quale una volta si accedeva attraverso cinque porte.
La chiesa di San Francesco d’Assisi, con il suo altare barocco scolpito in legno che incornicia la tavola raffigurante la Madonna del Borgo dipinta da Antonio Di Salvo, si trova nella piazza principale del paese di fronte al Monumento eretto per ricordare il filosofo di Stilo.
E poi, ancora la chiesetta di San Nicola Da Tolentino, di ispirazione bizantina, con la caratteristica cupola a "trullo"; il vasto complesso artistico intitolato a San Giovanni Theristy, il Santo Mietitore, con la grande basilica che conserva autentici pezzi di valore, ora Palazzo del Municipio, dove ha pure sede la biblioteca comunale, ricca di un patrimonio librario raro.
Stilo rappresenta, senza dubbio, un affascinante appuntamento con pagine vive di storia, cultura, arte e tradizioni tra le più alte ed importanti della Calabria.
La Cattolica
La Cattolica di Stilo è uno splendido tempio bizantino che
è stato giustamente definito un "insigne monumento bizantino, il più
bello il più completo della Calabria" ed è adagiato su un piccolo
poggio del Monte Consolino.
Quasi un tutt’uno con il paesaggio circostante, l’edificio
con le sue graziose cupole e la facciata di mattoni rossi, si erge a dominio
dell’ampia vallata dello Stilaro, proprio di fronte al mar Ionio. Incerta la
data di costruzione della Cattolica, che secondo alcuni risalirebbe al VII
secolo d.C., secondo altri al X. Dalle dimensioni di circa 8m per 8, essa, che
ha la forma di un piccolo cubo sormontato da cinque cupolette tronche, presenta
absidi rivolte a oriente decorate da mattoni disposti a dente di sega, e
caratteri artistico-architettonici tipici della tradizione basiliana.
Sui cilindri delle cupole si aprono graziose bifore ornate da
un cordoncino di mattoni; la porta di ingresso dell’edificio è sovrastata da
un’architrave in legno di quercia, sormontato a sua volta da un arco a tutto
sesto. L’interno diviso dalle quattro colonne sulle quali poggia la cupola
centrale, dotata di bifore che consentono alla luce di penetrare, si presenta
sobrio e povero di decorazioni, con un’interessante pavimentazione in cotto a
quadrelli. Le colonne in marmo della Cattolica provengono probabilmente dal sito
dell’antica Caulonia, e sono sovrastate da capitelli granitici in stile
bizantino, a partire dai quali si distendono gli archi che sorreggono la cupola
centrale.
Il geniale Paolo Orsi, cui si deve la scoperta e la
valorizzazione della Cattolica, nel 1927 scoprì i primi affreschi che provvide
a scrostare, far fotografare e disegnare dai suoi collaboratori.
Sono considerati gli unici reperti in Calabria di pittura normanna intorno al mille. Successivi saggi portarono alla luce altre decorazioni sovrapposte in quattro strati. Tuttavia solo le pitture del primo strato sono coeve alla fondazione della Cattolica o di poco posteriori.
A sinistra di chi entra si intravedono i suoi quattro strati; nella parte iniziale, vicino l’angolo, è raffigurato un braccio appartenuto ad una figura di una composizione più vasta; In basso vi è rappresentato un monaco in atteggiamento di preghiera; al centro si rilevano alcune lettere greche di difficile interpretazione. Sotto il primo arco di sinistra, c’è l’immagine della Madonna, si tratta quindi della composizione di un artista bizantino ad oriente, forse profugo egli stesso, oppure chiamato successivamente dai monaci. Nella parte centrale della parete una vasta composizione rappresenta la Madonna dormiente, coperta da un mantello azzurro con gigli gialli su un fondo bianco a rozzi fiorami di mediocre esecuzione perché fatti a stampo e non eseguiti a mano. Intorno alla Madonna vi sono gli Apostoli e nella parte bassa un angelo con la spada, in atto di tagliare le mani ad un infedele che cerca di toccare la Vergine.
Feste e Tradizioni
La più sentita fra le feste, a Stilo, è la celebrazione della Settimana Santa. Numerose le processioni che si dipartono dalle chiese: il giovedì quella dei penitenti, con le Croci; il venerdì Santo quella con la Madonna dell’Addolorata, che si conclude a tarda ora con la toccante "Agonia" (preghiere e canti intervallati da musica sacra) e con la deposizione della Croce di Gesù Cristo. Il culmine delle celebrazioni Pasquali, si ha il sabato mattina, con la processione del "Monumento", cioè Cristo morto. In questa processione, vengono portate dai fedeli su croci di canna, le tipiche "Guccedate" (ciambelle di pane).
La domenica, la "Cunfrunta", ovvero il ricongiungimento di Cristo risorto con la Madre, mette fine alle celebrazioni della Settimana Santa Stilese. Suggestiva è pure la Festa dell’Immacolata l’otto dicembre che si conclude con un grande falò davanti alla chiesa di San Giovanni Theristy.
Interessanti anche le tradizionali fiere: Del Battesimo il sei Gennaio e di San Giovanni il ventiquattro Giugno.
Pazzano
Pazzano, posto tra Bivongi e Stilo, sembra quasi voler dividere i due massicci montuosi che lo sovrastano: il Monte Stella ed il Monte Consolino.Il centro storico, costituito da case accatastate l’una sull’altra,
da stretti vicoli, da "mignani" e da ripide scale esterne, conserva
scorci di notevole interesse
architettonico.
La serena tranquillità che si respira, il fresco
delle sere
d’estate, la cordialità e l’ospitalità della gente, sono il biglietto da
visita di Pazzano, che nei mesi estivi è meta di numerosi turisti che amano
sostare in piazza e presso la Fontana Vecchia, che secondo me, è una tra
le ricchezze che Pazzano possiede, in quanto l’acqua che scorre dai sei "cannali"
ha una caratteristica molto particolare, essa scorre tutto l’anno alla stessa
temperatura: circa 12° è quindi ottima per ritemprarsi dalla calura, e
trascorrere così in serenità piacevoli serate, allietate anche da molti
appuntamenti culturali e artistici che in estate vi si svolgono.
Il territorio di Pazzano, collinare e montuoso, a fianco dei resti di archeologia industriale, conserva ancora oggi molte ed importanti testimonianzedi quella religiosità Bizantina che investì, ad incominciare dal VII sec. d. C., tutta la vallata dello Stilaro. L’Eremo di Santa Maria della Stella, ne rappresenta l’esempio più interessante, e per la misticità della grotta e per la selvaggia bellezza del luogo.
La storia dell’Eremo di Santa Maria della Stella si inserisce nel contesto della migrazione Monastica. In due secoli la Calabria si popola di Anacoreti, di Asceti, di Monaci.
Rimbalza di cima in cima per i dirupi scoscesi, mormora tra
le fratte l’eco degli inni delle Salmodie e delle orazioni. Qui, 1300 anni fa
nel secolo VIII salirono i primi monaci Greci per vivere nelle grotte
eremitiche. Il pellegrino che sale all’Eremo di Monte Stella resta
sensibilmente colpito dal luogo, un abisso nelle viscere della terra ove per due
secoli gli Eremiti vissero in contemplazione in preghiera e in mortificazione.
Da Eremo di Santa Maria della Stella diviene monastero minore
con i Normanni, chiamato Grancia di San Giovanni Theristy e tale rimane per
alcuni secoli. Sul finire del secolo XVII Fra Francesco Cabriela sospese l’attuale
campana la cui voce inconfondibile si effonde sui sentieri e sulle campagne
circostanti. Nel 1652 l’esigenza di dare rinnovati contenuti spirituali alle
varie congregazioni religiose, indusse il Papa a sopprimere le piccole e
striminzite comunità conventuali; così neanche quella che popolava la Grancia
di Santa Maria della Stella sopravvisse. In ultimo si hanno varie notizie della
presenza di Padri Francescani, i quali avrebbero costruito l’attuale convento.
Sorse poi la chiesa e si tagliò la strada nella roccia. L’Eremo di Santa Maria della Stella richiama molti fedeli;
ancora oggi tradizione vuole che dal primo sabato di Maggio e per 15 sabati
consecutivi, pellegrini provenienti da paesi e campagne vicine seguendo il
leggendario sentiero, salgono all’alba pregando fino alla grotta della bianca
Madonnina, e i loro canti diffondono nell’aria una commossa esultanza. Infine ogni anno in Agosto, alla metà del mese, si celebra
la tradizionale festa facendo rivivere questo bellissimo luogo denso di storia e
spiritualità.
Attualmente l’Eremo di Santa Maria della Stella svolge il
suo servizio come luogo per vivere i tempi dello spirito, accogliendo persone e
gruppi che intendono compiere una esperienza più profonda di Dio nel silenzio.
La grotta dell’Eremo di Santa Maria della Stella è un’escavazione
naturale nelle viscere della montagna; si accede ad essa per mezzo di una
suggestiva scalinata. Nella parte più interna, nel secolo XVI, al posto dell’antica
icona venne sistemato il Simulacro dell’Assunta.
A Stida
Lu forestieru ca Pazzanu pungia
E guarda all’intrasattu supa u munti
Vida na Cruci chi nci vena nfrunti, para co cielu cu da terra jungja.
E sempa dà: i vrazzi spalancati
cuomu c’abbrazza ntuornu nzo chi vida
de virdi munti a di tierri bruscjati: chida esta a Santa Cruci della Stida.
Cchjù ddà nta timpa nc’èsta na vadata
Nu violeduzzu amminzu i janestrari
e nturnu cipressiedi e pue pirari fina allu largu della nova strata.
Pue dà s’allarga, gira e a nu mumientu
si all’aria de rimiti, scindi sutta,
ti trovi ammienzu a Chjesi e du Cummientu e a porta spalancata de la Grutta.
Cu arriva dà si ferma, guarda ngiru:
luntanu u mari, li fumari, i strati, li cuorvi nigri nta li timpi grati,
li vigni virdi e manda nu suspiru… e trasa nta la Grutta.
A cummuziuoni nto cuori on capa; smiccia e tutti i lati
pizzuoli e timpa liscia mpenduluni, cuomu cannola e jelu abbrustulati.
Cchjù dinta cuomu nta nu bardacchjnu
Scurusu maravigghja da natura, nc’è na Madonna chjna de jancura
nta na conuzza e scuogghju marmurinu.
E dà, ntà fundità della caverna regna la paci Santa e l’armonia:
a du luci tremanti e na lanterna
vigila e prega a Vergini Maria!
Giuseppe Coniglio "u poeta"
Bivongi

La basilica ha visto il ritorno dei monaci Greco-Ortodossi dopo ben 900 anni. Ruggero il Normanno divenuto alleato del Papa, li aveva gradualmente sostituiti con i Monaci cattolici. Ciò era avvenuto anche in conseguenza dello scisma che nel 1054 aveva prodotto la separazione tra la chiesa orientale e quella occidentale. I monaci insediatesi nel monastero sono quelli del monte Athos, in Grecia, unica Repubblica Monastica esistente al mondo. Il San Giovanni, dopo anni di abbandono, oggi vivificato dalla presenza dei monaci, è l’unico Monastero degli Ortodossi in Italia.
La Basilica, ancora in fase di restauro, è un gioiello
architettonico dell’arte Bizantino-Normanna. Paolo Orsi l’aveva scoperta nel
marzo del 1912. Essa costituisce una chiara testimonianza architettonica di
transizione dall’epoca Bizantina a quella Latina. Elementi dell’architettura
Normanna si notano nella cupola, che poggia su una base cubica contornata da due
file di denti di sega.
Lo stile Bizantino è invece evidente nell’esterno della basilica, nei muri perimetrali costruiti con strati di pietra concia e con cotto alternati. Le lesene all’esterno dell’abside, intersecandosi e intrecciandosi, formano archiogivali ed insieme a tutto tondo di chiara ispirazione araba. Essi rappresentano la più antica testimonianza in Italia di motivi architettonici arabi di tale tipo in chiese Bizantine.
In epoca Basiliana è stato il monastero più importante della Calabria ed ha avuto una grande biblioteca ed una scuola di amanuensi. Le funzioni di rito greco sono molto suggestive ed è interessante seguirle. Si svolgono con grande solennità il 24 febbraio, la festa del Santo, ed a Pasqua che si celebra in generale, una settimana dopo quella cattolica. La zona dove sorge il monastero si trova alla sommità delle due valli dell’Assi e dello Stilaro ed è immersa in una quiete che comunica al visitatore un gran senso di pace. Il Monastero è meta di turisti e di studiosi provenienti da tutto il mondo e sono molti anche i greci che vengono in pellegrinaggio.Gastronomia locale
La gastronomia locale, in perfetta sintonia con l’alimentazione mediterranea, si serve di prodotti che maturano lontani da insediamenti industriali, offrendo così una sana alimentazione con cibi dai sapori altrove dimenticati. Ottimi gli antipasti a base di melanzane, e pomodori secchi, funghi, soppressate, capicollo e olive.
Piatto tipico della cucina locale, è la "pasta cu alivi" a base di pasta di casa filata a mano condita con olive in salamoia schiacciate e snocciolate, cotte nel sugo di pomodoro. Ottimo anche quello di pasta con il ragù di carne di maiale cucinato a fuoco lento, che impiega una mattinata prima di essere pronto; oppure con le melanzane, il sugo dei ghiri, dei tordi o della carne di capra.Tra i secondi la scelta può cadere sulla carne di maiale (molto saporite le salciccie e le costine), sul cinghiale, il capretto o l’agnello oppure, per finire, sulla saporitissima trota o lo storione.
Dell’arte dolciaria ricordiamo le "nzulle", biscotti a base di farina, zucchero e mandorle, e quelli tradizionali di Natale e di Pasqua, come la "pitta di San Martino" a base di noci, mandorle, fichi, uva sultanina, garofano, cannella, cacao, mosto cotto, caffè, liquore e farina. Bisogna mettere in una ciotola i fichi con il caffè caldo lasciando per circa quindici minuti a macerare e poi tritare. Aggiungere il mosto, un pò di liquore, garofano, cannella e amalgamare bene, infine aggiungere le noci, le mandorle, un po’ di farina e darle forma.
Un altro dolce tipico Natalizio e Pasquale è la "cuzzupa" biscotto a base di uova, limone grattugiato, lievito, un bicchiere di olio, un chilogrammo di farina, 400 grammi di zucchero; si impastano tutti gli ingredienti, stendere la pasta e dar forma lasciandola lievitare, infine mettere in forno per trenta minuti.
Anche le "zippule", pasta lievitata a base di patate, con o senza acciughe, fritte nell’olio d’oliva erano una tradizione Natalizia che adesso si sta estendendo ad altre festività e sagre estive.
Il 19 Marzo, festa di San Giuseppe, è stata ripresa la tradizione della pietanza di pasta e ceci che diverse famiglie offrono a tutti, per devozione al Santo e che una volta veniva distribuita ai poveri. È ripresa anche la produzione dei fichi secchi che si preparavano in diverse maniere: a forma di crocetta, con all’interno pezzetti di noci e con aromi di garofano, cannella e di mandarino, oppure a "schjocchi" con fichi infilati in due stecche di canna.
Anche questa è un’arte avuta in eredità dai greci e conservata nell’arco dei secoli.
Chiara Melia
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