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PERCHÉ I SOGNI DEI GIOVANI NON DIVENTINO UNA TRAPPOLA
Come adulti siamo chiamati ad accompagnare i nostri ragazzi
per aiutarli a passare dal sogno alla responsabilità

di Luigi Ciotti*
Educare è parola sospetta perché ancora nella testa di troppi c'è l'idea che c'è chi educa e chi è educato.
Educare vuol dire invece fornire gli strumenti, accompagnare, perché i ragazzi non sono dei contenitori da riempire ma persone che devono essere messe in grado di costruire un loro percorso di autonomia. Hanno fantasia, creatività, intelligenza, capacità.
Questo modo di educare, accompagnare, è molto più faticoso che limitarsi a trasmettere le nostre idee, le nostre convinzioni perché sottintende l'esigenza di un'educazione permanente.

Essere analfabeti
Educare vuol dire innanzitutto conoscere. Sono avvenuti dei cambiamenti attorno a noi con una velocità impressionante che ci impongono - è paradossale dirlo - di essere analfabeti. Essere analfabeti significa che nessuno può sentirsi mai a posto, mai arrivato. C'è il dovere di studiare, di approfondire, di documentarsi. C'è un bisogno di continue conoscenze, continui stimoli, continui confronti. Non possiamo accontentarci di quello che si è appreso, dobbiamo sempre sentire dentro di noi la voglia di una sana curiosità. Ci vuole coraggio e forza da parte di tutti di essere analfabeti: dobbiamo avere paura di chi ha capito tutto e di chi sa tutto.

Dai sogni alla responsabilità
I ragazzi sono persone attive, ognuno di loro è irripetibile. Con loro è importante confrontarsi, produrre sapere, imparare a leggere la realtà.
Soprattutto, noi dobbiamo aiutarli a passare dai sogni alla responsabilità.
I sogni sono molto forti nell'età giovanile. Sognare a tutte le età, ma specialmente in epoca di crescita, è importante. Sognare è utile al vivere, alimenta gli ideali, l'utopia, ma anche la speranza, il futuro. Il sogno è tensione, è fiducia nelle proprie possibilità, è voglia di cambiare le cose.
Ma oggi viviamo in una società dove l'informazione, la televisione, la pubblicità spesso ti vogliono "rubare" i sogni. Perché alimentano un immaginario dove tutto è in funzione di un mercato che ti fa sognare, desiderare. Ma sono trappole che rendono il sognare un alibi per scappare dal presente.
Allora il bombardamento di immagini che tutti i giorni entrano in casa nostra - dove ciò che conta è l'apparire, è il denaro, è la forza, è la bellezza a oltranza, è il potere, è il possesso - intrappola i sogni perché rischia di allontanarti dalla realtà. Oggi i nostri ragazzi sono sommersi da un mondo virtuale. Chi li aiuta a calare il virtuale nel reale?
Siamo chiamati ad accompagnare i sogni dei nostri ragazzi, ad "esserci" per aiutarli a fare il passaggio dal sogno all'assunzione di responsabilità, ad aiutarli a leggere le trappole che rischiano di schiacciare i loro sogni.

Dal virtuale al reale
Paradossalmente, anche i suicidi dei 15,16enni riflettono questa confusione tra reale e virtuale. Quando leggo sui giornali di queste ragazzine che mandano gli sms a tutte le amiche in cui dicono che si ammazzano mi viene il dubbio che non abbiano la percezione che quel gesto è per sempre, che non è virtuale.
Una di queste ragazzine ha inviato questo sms agli amici: "Scusate, vivo una vita che non è la mia, se non fossi nata sarebbe lo stesso. Io ho avuto il coraggio di farlo, poi si vedrà", poi si vedrà, capite? Non c'è la percezione che è per sempre. Che dopo non si vedrà più niente!
Dobbiamo aiutare i ragazzi a liberare i veri sogni, da non confondere con tutto quest'"altro" che ci circonda, e soprattutto con un virtuale che dobbiamo aiutare a tradurre nella realtà. È una nuova sfida educativa.

Educarci a consumare
Oggi più che mai dobbiamo educarci a consumare perché il rischio è di consumare noi stessi. Sprechiamo energie, denaro, forze, tempo, si sprecano cibi.
Mi sono reso conto che non basta fare la teoria dell'educazione ambientale, pur importante, o incoraggiare la raccolta differenziata dei rifiuti, pur necessaria. Non basta che differenziamo se prima sprechiamo.
Se si dà troppo importanza alle merci, agli oggetti, si finisce per non attribuirne alcuna a ciò che non è palpabile ma che rimane vitale, anche se non ce ne ricordiamo a sufficienza: il senso delle cose, la ricerca dei significati, la dimensione spirituale, gli interrogativi su ciò che c'è prima, dopo e sopra di noi. Riflettere vuol dire propriamente voltare lo sguardo all'indietro, guardare dentro di sé. Dobbiamo avere la forza di guardarci dentro e di cercare la verità.
Per questo dico che la dimensione di educarci a consumare è una dimensione di giustizia. Il consumo tira in ballo i rapporti tra economie, tra lavoratori di diverse nazioni, tra popoli. Attenzione quindi a quella "libertà totale" che rifiuta il limite dell'etica e non si pone l'argine del bene comune e della condivisione equa delle risorse.

AIUTARE A CRESCERE
La chiave di tutto sta in pochi elementi, prettamente educativi.
Il primo, che per me è quello fondamentale, è la relazione.

L'ascolto e il confronto
La relazione è il mezzo per crescere, per capire, per progettare insieme ai nostri ragazzi. Che vuol dire l'ascolto, vuol dire la comunicazione, vuol dire il confronto fatto nelle piccole cose.
Quando gli insegnanti sanno stimolare l'intelligenza, la creatività, la fantasia, riescono a far emergere le capacità e le risorse che sono dentro la persona. E i ragazzi hanno bisogno di trovare degli adulti veri, credibili, coerenti. Non cercano persone senza difetti, ma persone ricche di passione, capaci di relazione, capaci di scommettere su di loro.

Riconoscere le competenze
Ma, attenzione, c'è un secondo passaggio. È importante riconoscere ai ragazzi le loro competenze. C'è il rischio di una società adultocentrica. È sempre un mondo di adulti che rischia di decidere, di fare. I ragazzi devono essere aiutati a capire che anche loro possono fare la loro parte, che anche loro possono portare il loro contributo a un cambiamento. E il cambiamento inizia dagli stili di vita, dalle azioni minori. Non appartiene solo alla politica.

Dare spazio alle emozioni
Un altro elemento importante in una società come questa è che un educatore deve dare spazio alle emozioni e ai vissuti. Dobbiamo stimolare, ascoltare, riuscire a entrare in risonanza con le emozioni e i vissuti dei ragazzi. Che a noi possono apparire banali, ma quando hai 15 anni sono vitali.
Uno degli aspetti su cui chiedo oggi molta attenzione a tutti sono le domande mute, non solo quelle espresse. Le domande aggressive le cogli, quelle mute invece non fanno rumore. Ci sono persone che sono molto silenziose, e tu devi intuire quando dietro quel volto c'è una fatica.

Ritrovare il senso dell'altro
Ma c'è un altro punto chiave in una società che è ripiegata su se stessa. Dobbiamo aiutare i ragazzi a vivere la dimensione soggettiva ma anche quella collettiva. Non ci sei solo tu, i tuoi problemi, le tue sicurezze. Ci sono anche gli altri. È l'altro che ci misura e ci dà il metro di noi stessi. Non solo come singoli, ma anche come società.
Questa è una società che lascia alle sue spalle centinaia di migliaia di persone. Una società dove i ragazzi denunciano la paura di non farcela, dove un'alta percentuale di persone soffre di depressione. Io non sono un tecnico, non sono un esperto, non sono un economista, non sono un insegnante, ho una laurea in scienze confuse. Però ogni giorno credo nell'incontro con i ragazzi, con le scuole, con gli insegnanti, con i genitori.

* presidente del Gruppo Abele e dell'associazione Libera
Tratto da Quaderni di Animazione Sociale, aprile 2006. Sintesi della redazione, non rivisto dall'autore.

QUANDO LA TV CI FA POVERI

In Italia 30 milioni di persone non leggono né un giornale né un libro, e vivono di sola televisione, che è fatta di intrattenimento e pubblicità, di giochi e giochetti, di spettacoli ed evasione. Una televisione che stimola, non educa. Ci stiamo impoverendo. Le stesse fiction, penso a quelle sulla mafia, sono di una pericolosità impressionante perché hanno in sé tre rischi.
Il primo rischio è che passi il messaggio di una piovra invincibile. Il secondo è di creare gli eroi. L'eroe ti commuove, ma allo stesso tempo lo senti distante e fa nascere in te la delega: "combattere la mafia non è compito mio". Il terzo rischio è che passi il messaggio: "è sempre stato così, ci si deve rassegnare...".
Invece è importante costruire il messaggio di speranza che questi problemi possono essere affrontati con la responsabilità di tutti.
Sono tre atteggiamenti che devono essere sconfitti. La televisione purtroppo li ha molto alimentati. Penso che se fosse riempita di contenuti con più attenzione educativa, potrebbe dare una mano alle persone a crescere e ad assumersi la loro quota di responsabilità.
Perché la televisione ha una funzione educativa, non ha solo il ruolo di intrattenere, divertire o vendere prodotti. Oggi abbiamo invece una TV costruita in funzione del mercato, in cui ciò che conta è la gara tra reti per avere più audience e quindi più pubblicità. Una televisione nella quale, pur di catturare spettatori, si stanno perdendo una serie di contenuti, di ricchezze.
Paradossalmente nell'era della grande comunicazione, della grande tecnologia, noi abbiamo una nuova grande povertà: la povertà dell'informazione, dell'informazione seria. Però l'informazione ha bisogno di verità, di approfondimento, di linguaggi accessibili per essere fruita da tutti.

Luigi Ciotti