| LA CAPPELLA OSSARIO BEOLCO |
monumenti |
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Altre foto: un affresco |
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La cappella
ossario Beolco, in via San Carlo, è addossata da un lato
all'angolo settentrionale dell'attuale palazzo comunale; gli altri
tre lati sono rivolti rispettivamente sulla via anzidetta, sul
sagrato della Collegiata di Santa Maria e sulla via C. Battisti,
che separa le due chiese. Qui in un "terreno vacuo",
cioè in uno spazio libero, come è attestato già
nei documenti del XV secolo, si trovava l'antico cimitero ("Quod
est coemeterium"). Nel 1803 esso venne trasferito fuori dalle
mura e dai bastioni della città sul lato meridionale dell'attuale
piazza Nazario Sauro, ma a ricordare l'antica ubicazione rimase
il nome che gli Aronesi davano ancora qualche decennio fa al vicolo:
"ruga di moort". Successivamente, dopo l'ampliamento
del 1839, esso venne spostato nel 1858 presso l'attuale sede.
Altra testimonianza della presenza dell'antico cimitero era costituita,
fino alla metà circa degli anni Cinquanta, dall'esistenza
di un altro ossario quasi di fronte alla cappella mortuaria. Fatto
costruire dall'arciprete Ponzone probabilmente nel 1637, esso
venne demolito intorno al 1960 per dare maggiore spazio e decoro
al vicolo tra la Collegiata e la chiesa dei Santi Martiri. In
occasione della visita pastorale ad Arona (1683) dell'arcivescovo
di Milano, cardinale Federico Visconti, il patrizio milanese Bartolomeo
Beolco, del fu Vincenzo, chiese "di far fabricare a sue proprie
spese una Capelletta per collocarvi le ossa dei Morti contigua
al Cimitero della Chiesa Collegiata di S. Maria". La richiesta
del Beolco era motivata dalla sua particolare devozione verso
le anime del Purgatorio e dalla convinzione che la pietà
dei fedeli, con tale erezione, fosse "più incitata
a suffragarle". Nel testo della supplica conservata presso
l'Archivio parrocchiale di Arona, era contenuta un'altra richiesta:
l'elemosina raccolta nell'apposita cassetta, da utilizzare per
le messe, doveva essere tolta congiuntamente dall'arciprete (in
quegli anni Carlo Litta) e dallo stesso Beolco, alla cui morte
sarebbe subentrato il priore della Scuola del Suffragio dei Morti.
Dal testo si ricava un interessante particolare: per aprire la
cassetta sarebbero accorse due differenti chiavi, tenute separatamente
da entrambe le parti. Tuttavia nella concessione, posta a margine
dello stesso documento a stampa, l'arcivescovo vieta di porre
"Capsulae pro colligendis elemosinis" (cioè una
cassetta per la raccolte delle elemosine).
Sorprende quindi osservare oggi alla base dell'ampia cornice marmorea,
a forma di ellisse, della facciata settentrionale la caratteristica
scanalatura per l'introduzione delle monete. Si deve pertanto
presumere che essa sia stata realizzata solo in un periodo successivo.
La costruzione della cappella, come attesta un'iscrizione affrescato
all'interno del lato nord, venne ultimata nel 1685.
La costruzione è costituita da un unico corpo a pianta
rettangolare, di cui solo due facciate, la settentrionale e la
occidentale, rivestono particolare pregio artistico ed architettonico.
La meridionale infatti, come si è già detto, è
addossata al Palazzo di Città mentre l'orientale presenta
una semplice muratura liscia priva di elementi decorativi e di
tracce di affreschi. Su quest'ultima facciata una porta in legno,
rialzata rispetto al livello della strada, consente l'accesso
al suo interno.
Il tetto a tre falde è coperto di coppi.
Un ampio arco a tutto sesto con bugne in sarizzo, impostato su
lesene, delimita l'intera facciata settentrionale, sulla quale
si osservano ai lati dell'arcata affreschi raffiguranti due angeli.
Gli elementi decorativi dell'arco si ispirano a modelli riferibili
alle architetture di Pellegrino Tibaldi (pittore, scultore ed
architetto, 1527-1596).
A partire dal basso, sopra un paramento
murario sopraelevato rispetto all'attuale sede stradale, si osservano
due gradini; segue un alto zoccolo sulla cui mensola, in corrispondenza
dei sottostanti punti, si innalzano due colonne che delimitano
lateralmente l'ampia finestra ellittica, contornata da una spessa
cornice. Colonne e cornice sono composte da marmo in breccia,
denominato "macchia vecchia" di Arzo (Canton Ticino).
La cornice, a sua volta, è riquadrata da marmo nero, lo
stesso che fa da sfondo ai lati esterni delle colonne formando
delle volute.
Una pregiata inferriata in ferro battuto a girali floreali, realizzata
con piattine e barre, è posta a chiusura dell'apertura.
Sulla trabeazione soprastante si legge la seguente iscrizione:
MISEREMINI MEI. AMARITUDO MEA AMARISSIMA (Misericordia di me.
La mia amarezza è amarissima.) La parte superiore della
facciata culmina con un frontone caratterizzato da due cornici
oblique a volute. AI centro del timpano si apre una finestra sagomata
in stucco con al centro uno scheletro coronato in ferro battuto
che regge nelle mani una falce e una clessidra. Agli angoli inferiori
della finestrella sono posti due teschi, ai superiori invece delle
volute in rilievo, anch'esse in stucco.
Sulla facciata occidentale un altro grande arco a tutto sesto,
analogo a quello descritto per il lato nord, sottolinea l'ispirazione
tardo manieristica della struttura, confermata peraltro dal cornicione
che la corona intorno. Anche questa facciata presenta, nella parte
inferiore, le stesse caratteristiche strutturali della settentrionale:
due gradini, sopraelevazione rispetto alle sede stradale, zoccolo
e falsi plinti; ma anziché da colonne l'ampia finestra
rettangolare è delimitata lateralmente da una cornice modanata.
Dallo zoccolo, in corrispondenza dei falsi plinti; si impostano
due lesene che terminano ciascuna con una voluta; lateralmente
si osservano tracce di affreschi raffiguranti due angeli.
La parte superiore della facciata è caratterizzata da un
timpano spezzato che inquadra una finestrella rettangolare. Sulle
due sezioni di arco sono sovrapposte volute (elementi decorativi
curvilinei) in rilievo sulle quali si adagiano due putti "a
tutto tondo" in stucco, intenti a contemplare i teschi sorretti
dalle loro mani. La composizione culmina con la parte superiore
del timpano triangolare impostato su piccoli cubi, al centro del
quale domina una testa d'angelo in mezzo ad una coppia di ali
che sostengono festoni, elementi tutti in stucco. Anche le due
aperture di questa facciata sono impreziosite da inferriate in
ferro battuto con fiori e foglie a sbalzo, capolavoro dell'artigianato
lombardo di fine Seicento.
All'interno, addossato alla parete orientale si trova uno scarno
altare in muratura di modeste dimensioni. Dietro ad esso un affresco
in condizioni di notevole degrado raffigura una donna sul letto
di morte, affiancata alla sua destra da un angelo e alla sinistra
da un diavolo che mostra un rotolo parzialmente svolto, sulla
quale sono elencate alcune categorie di peccatori (il superbo,
l'avaro, il lussurioso, l'omicida, il bestemmiatore, il mormoratore,
il goloso).
L'angelo in piedi indossa una veste color giallo e un drappo marrone
all'altezza della vita che scivola verso il basso; con una mano
indica il cielo, con l'altra sfiora la spalla della donna. La
parte superiore dell'affresco, a causa delle particolari condizioni
di degrado, consente appena di riconoscere l'immagine della Vergine,
un piccolo angelo e una figura maschile, probabilmente un Santo
inginocchiato. La scena è inquadrata da una cornice, anch'essa
affrescata, sorretta da angeli. Sulla parete meridionale, nella
parte inferiore sinistra, si intravede un affresco raffigurante
uno scheletro nell'atto di spostare una voluminosa tenda; nella
parte centrale un altro affresco di notevoli dimensioni e in buono
stato di conservazione, rappresenta una scena articolata.
In basso domina un gruppo di quattro anime fra cui spicca quella
di un vecchio con la barba, di spalle, e di una figura femminile
con un serpente avvolto attorno al collo, la cui testa fuoriesce
dalla bocca della donna. La parte mediana è caratterizzata
da due angeli che sollevano dalle fiamme due anime purganti, un
uomo e una donna; l'angelo al centro, che costituisce l'elemento
dominante dell'intera composizione, indica con l'indice della
mano destra il cielo mentre con la sinistra porta verso l'alto
la figura maschile.
Spostando lo sguardo verso la parte superiore, in uno squarcio
a sinistra, è affrescato una piccola scena che rappresenta
un sacerdote e due chierici nell'atto di celebrare la messa in
suffragio.
Dalla parte opposta prosegue la schiera di angeli che salgono
in cielo in compagnia delle anime salvate verso la luce divina,
simboleggiata dal colore giallo intenso al margine superiore della
composizione. L'intero affresco è delimitato da una cornice
affrescata sorretta da angeli e sormontata da due puttini.
Alla base è impostato un piccolo altare in muratura sul
quale, fino a qualche decennio fa erano posti un teschio e frammenti
di ossa.
La parete settentrionale presenta due aperture: a sinistra, la
piccola porta d'accesso che all'esterno sbocca ad est e al centro
l'ampia finestra ellittica già descritta per la facciata
esterna. Ai lati di questa apertura si osservano festoni composti
da fiori e frutta sopra i quali una cornice in muratura riquadra
un iscrizione attestante la data dell'ultimazione dei lavori (1685).
Nella parte superiore la finestrella, anch'essa già descritta,
è affiancata da volute che delimitano ghirlande di foglie
e di frutta. Anche la parete occidentale, come si è già
detto, è caratterizzata dalla presenza di due finestre
di cui la più grande di forma rettangolare. Purtroppo non
si conservano tracce di affreschi particolarmente significative.
Solo nella zona mediana sinistra è raffigurata la Morte
come uno scheletro che regge nella mano destra una "ranza",
cioè una grosso falce.
Gli affreschi, secondo recenti studi, sarebbero stati eseguiti
tra il 1683 e il 1694 dal pittore Francesco Beloto nativo di Busto
Arsizio.
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