PLEZZO - L'ALTRA CAPORETTO

1917 - La rottura del fronte nord 

IL RIDOTTO CARNICO 

DA COMANDO SUPREMO
27 ottobre 1917, ore 5,45 5015 G.M. In vista situazione creatasi ala sinistra 2^ armata ho deciso graduale ripiegamento del XII corpo (Carnia) sulla linea delle prealpi Carniche, colla sinistra a Casera Razzo, e delle armate 2a e 3a sulla destra del Tagliamento. Movimento si inizia oggi stesso. In conseguenza codesta armata (IV) inizi oggi stesso ripiegamento dall'attuale fronte alla linea gialla, collegandosi a sinistra con la 1a armata a Cima della Caldiera. Per quanto riguarda tratto di fronte Cima della Caldiera - M. Civetta lascio a V.E. di determinare linea di arretramento più conveniente. V.E. si terrà in misura di proseguire non appena ne darò ordine ulteriore ripiegamento su pianura veneta. In vista di ciò V.E. prenda in consegna da 1a armata lavori del Grappa, cui occupazione affidata a 4a armata. Organizzi perciò immediatamente difesa Grappa per caso ritirata sul medesimo e vi collochi artiglierie da sgombrarsi secondo prescrizioni mio 4998 di ieri. Completi lavori M. Asolone - Presolana - cima dell'Orso per assicurare profondità sistema difensivo. Per sgombro materiali e stabilimenti prenda accordi con Intendenza Generale. Esiga nel ripiegamento calma, fermezza, lentezza e misure immediate del più estremo rigore contro tutte debolezze e contro chiunque. Interrompa e sbarri strade e ponti, incendi magazzini e baraccamenti. Generale Cadorna
La fase finale di questa vicenda, come dall'ordine sopra emanato, si svolge su un rettangolo di terra di Carnia con scarsa viabilità primaria delimitato a est e a nord dal Fiume Tagliamento e a Ovest dai passi di Lavardet, Mauria e S. Osvaldo (m. 828) in carico alla IV armata del Piave. Il lato sud di questa zona è la pianura su una linea pedecollinare o prealpina di 50 km lunghezza che va da Barcis a Ragogna. Qui si scontravano due esigenze. I nostri che da Alta Carnia e Giulie cercavano di riparare oltre il Piave e gli austriaci che, noncuranti degli italiani alle ali e alle spalle, dovevano ad ogni costo raggiungere la valle del Piave per tagliare la strada alla IV armata del Cadore e scardinare le future linee di difesa sullo stesso fiume e sul Grappa. Il 3 novembre entrarono quindi in azione anche le armate austro -tedesche del Trentino di Conrad, che il giorno 5 occuparono Cortina d'Ampezzo e scesero in Cadore. Quello stesso giorno alle 17 iniziò il nostro ripiegamento dal Cadore verso il punto strategico di Longarone poichè la pianura era già percorsa dalle avanguardie austriache. Quando al comando del XII Corpo d’armata, Gen. Tassoni (26° div. Battistoni, 36° Taranto, 63° Rocca) fu chiaro nel giro di 2 giorni che lo sbocco nella pianura friulana era impraticabile, l’unica strada per far defluire i soldati dalla Carnia al Piave rimase la Meduno-Barcis-Cimolais-Longarone, attraverso il passo di S. Osvaldo, prima che la IV armata ripiegasse oltre o in alternativa la Chievolis (Tramonti) -Claut-Cimolais sul tracciato della strada degli Alpini costruita nel 1912, ma che portava sempre a Longarone.

La ritirata da Chiusaforte a Stazione per la Carnia

Ancora dalle memorie di Oscar Bonomi

Giungemmo a Chiusaforte alle due del mattino. lo credevo, e del mio pensiero erano pure molti altri, che la nuova linea fosse sul Fella, ma quando vidi che degli autocarri caricavano soldati e che i borghesi cercavano di salvarsi il più presto possibile, compresi senz'altro il disastro accaduto. Lo spettacolo che vidi a Chiusaforte fu terribile. In mezzo al buio completo, rischiarato di quando in quando dal chiarore dei vasti incendi vicini, si vedevano soldati ubriachi gettati per terra con la bottiglia dell'acquavite ancora in mano, i borghesi e specialmente le donne piangevano e si disperavano non essendo state avvisate prima della nostra ritirata. Tutti cercavano di potar via qualche cosa, anzi più che potevano e caricavano sulle gerle materassi, utensili, formaggio, vino, viveri, insomma quello che credevano fosse più utile in quella fuga disastrosa. Gli armenti abbandonati muggivano e correvano per le vie del paese,. qualche alpino inseguiva un vitello per portarselo dietro, altri aiutavano i borghesi a caricare la roba. Passai col battaglione senza nemmeno sostare nel paese in subbuglio e si continuò la marcia verso Stazione per la Carnia. I soldati già stanchi per le faticose marce del giorno innanzi e digiuni si trascinavano per la strada come esseri che non abbiano più la forza di stare in piedi. Ogni mezz'ora si faceva un alt ed allora si vedevano i soldati gettarsi per terra ai due Iati della strada e quasi subito si addormentavano. Allorché si riprendeva la marcia bisognava gridare, scuoterli e svegliarli per farli nuovamente camminare. lo avevo tutta la vista annebbiata; mi pareva che un peso di piombo mi calasse sugli occhi e mi impedisse di aprirli: camminavo curvo sotto il peso del sacco alpino inzuppato di acqua e andavo avanti a caso barcollando e chiudendo gli occhi di quando in quando... La marcia penosa e dolorosa nello stesso tempo, continuava ostacolata sempre più dal maltempo continuo e dalla stanchezza che cresceva ad ogni istante.  

... stavamo (70. cp alpini Gemona) attraversando il ponte sul Tagliamento a Tolmezzo, per schierarci sull'altra sponda - si aveva fretta - il ponte doveva saltare al più presto - gli invasori scendevano veloci per la Valla del But. Erano poco distanti. Da due giorni avevamo lasciato il fronte dell'Alta Val Dogna e ci ritiravamo. Momenti terribili, specialmente per noi alpini friulani che si aveva saputo così improvvisamente, inaspettatamente. Il Gemona era partito dall'Alta Val Dogna, in gran parte su cime ardite e rocciose sopra i duemila metri: Tane dell'Orso, Due Pizzi, Piper, Mittagskofel (Jôf di Sompdogna) e qui la linea del fronte veniva interrotta dalla imponente parete nord del Montasio sulla cui cima, a 2900 metri, vi era un piccolo posto che vigilava e osservava ben lontano, comandato da uno degli eroi della Grande Guerra, uno dei fratelli Garrone, medaglia d'oro. La vita su quelle cime rocciose delle Alpi Giulie, anche se in prima linea, era bella; ogni plotone costituiva una vera, cara famiglia che occupava una vetta o una forcella, dove erano sorti dei piccoli villaggi, per molti mesi sepolti dalla neve, con piccole casette, i famosi baracchini. E ritirarsi da lassù, da quel Pizzi, alcuni dei quali erano stati strappati al nemico da eroiche, ardite azioni e sapendo inoltre che il Friuli era invaso, era per noi alpini tanto, tanto triste. Abbandonata la Val Dogna, il battaglione, fra gli ultimi reparti, scese per la Pontebbana e passato alla sera del 30 ottobre il ponte sul Tagliamento, a Tolmezzo si schierò sulla sponda destra. Era sorta la speranza

Generale Tassoni

Le Alpi Giulie costituiscono la porzione terminale orientale dello spartiacque alpino italiano. Le Alpi Giulie cominciano a Tarvisio, con i massicci del Monte Santo di Lussari, dello Jôf di Montasio e dello Jôf Fuart. Dopo il Passo del Predil entrano in territorio sloveno ove si elevano i massicci del Monte Tricorno (Triglav), del Monte Re e del Monte Nevoso. Digradano poi verso il mare Adriatico per finire a Fiume. L’altopiano Carsico, è un altopiano roccioso calcareo che si estende nel Nord Est dell'Italia dai piedi delle Alpi Giulie (in provincia di Gorizia e Trieste) fino al massiccio delle Alpi Bebie (Velebit) all'estremo nordovest della Croazia, nell'Istria, passando per la parte occidentale della Slovenia, estendendosi così in tre stati. Le rocce calcaree sono solubili dagli agenti atmosferici, in particolare dall'acido carbonico contenuto nella pioggia, e vengono quindi da questi modellate nel tempo in varie forme, dando origine al fenomeno del carsismo, del quale uno degli aspetti più rilevanti sono le doline e le foibe.

Sironi

 

Dalla Val Raccolana alla Carnia -23 OTTOBRE 1917 - Estratto dal diario di Oscar Bonomi -

" Mentre stavamo a cenare nel baracchino arrivò un fonogramma. -

" E’stato provato che prima dell’assalto il nemico adopera l’emissione di gas non tossici che sono molto insopportabili anche con l’uso della maschera, ragione per cui il soldato è spinto a togliersela. Bisogna raccomandare ai soldati di non togliersi la maschera perché dopo l’emissione dei gas non tossici il nemico lancia subito quelli asfissianti, i quali trovando i soldati privi di maschera producono istantaneamente l’avvelenamento. Si prega di portare il seguente ordine a conoscenza della truppa"

Finii di cenare e quindi lessi ai soldati l'ordine ricevuto. " Quante i ne inventa sti can de todesch " Esclamò un alpino. " EI giorno che podarò coparne un, go da magnarghe el cor." Disse un altro. Salutai i soldati e tornai nel mio baracchino. Poco dopo me ne andai a dormire dovendo fare il servizio da mezzanotte alle sei. Mi ero già alzato da un pezzetto ed avevo anche finito il primo giro d’ispezione e rientravo pacificamente nel ricovero a riscaldarmi quando cominciai ad udire un violentissimo cannoneggiamento. Era un diavoleto di bocche da fuoco che non ne avevo mai sentito uno uguale. Uscii di nuovo dal ricovero e guardai verso valle. Era tutto buio, ma si sentiva che il bombardamento era laggiù estremamente intenso. Proiettili di tutti i calibri solcavano L’aria della valle e dal diverso rumore che facevano si potevano capire presso a poco le dimensioni dei calibri. Il 305 sembrava addirittura un treno che percorreva la vallata ed il suo frastuono si confondeva col mormorio del Reibl (Rio del Lago). Anche due110 (mm) erano molto potenti. Si udivano distintamente il 151, il 95 ed il 75 da campagna e da montagna.
Subito corsi al piccolo posto N° I per vedere meglio. Infatti non avevo torto. Tutte le batterie nemiche avevano aperto il loro tiro diretto a fondo valle e le vampe dei pezzi le smascheravano. " Signor tenente, " mi disse una vedetta " gli austriaci hanno piazzato moltissimi nuovi pezzi di artiglieria in posti dove prima non esistevano affatto". Il fatto del bombardamento, del maggior numero di cannoni, mi fece stabilire in modo più positivo che l’attacco nemico si sarebbe scagliato sulla 36° divisione. Ritornai al baraccamento; Frerejan si era già alzato e metteva in ordine i soldati quando io fui chiamato al telefono dal capitano il quale mi ordinò di andare in trincea con quindici uomini, raddoppiassi le vedette e le facessi cambiare più rapidamente. Detto fatto andai con quindici uomini nella trincea e finalmente arrivai al piccolo posto N° 3. Anche a Punta Plagnis si lavorava a sgomberare le feritoie dalla neve. Le vedette sparavano a brevi intervalli numerosi caricatori,. ogni tanto razzi venivano lanciati per vedere chiaramente se qualche pattuglia veniva avanti. Ma tranne il bombardamento violentissimo non ebbi da notare altro. I soldati dicevano di sentire la neve gelata spostarsi e cadere ma quei rumori insignificanti erano dovuti al fatto che tutti ripulivano le proprie feritoie. Alla mia destra il cannoneggiamento era intensissimo: Conca di Plezzo sembrava che ardesse! Delle grandi vampate facevano rosseggiare tutta la conca come un gran cratere ed il rosso del fuoco si rifletteva alto nel cielo n rombo della mia valle si confondeva con i boati dell’altra ed il tutto sembrava una bolgia infernale. A poco a poco il bombardamento andò diminuendo e dalle sette del mattino restò stazionario tutta la giornata.
Durante la notte dal 25 al 26 granate nemiche furono dirette contro il comando di battaglione. Esse erano cariche di gas non tossici e poi asfissianti. Intanto il comando era sempre preso di mira. Nel giorno del 26 venne una notizia nella quale pareva che poteva darsi il caso che noi cambiassimo di posizione. Alla sera giunse un soldato e ci disse che era cominciata l’offensiva in conca di Plezzo e che gli austriaci avevano già conquistato il monte Cukla dove resisteva una compagnia di mitragliatrici. Noi rispondemmo che ciò non era vero e che in ogni caso la presa di un monte non era un grave guaio. Il bombardamento ricominciò furioso intorno alla mezzanotte. Questa volta conca di Plezzo era addirittura un braciere ardente ed era evidentissimo che laggiù la lotta doveva essere feroce. Anche dalla nostra parte il bombardamento fu intenso e la sua violenza superò quella della notte precedente.
Alle cinque del mattino cominciò a diminuire di intensità. Quando il sole fu ben alto e tutta la valle apparve nitida sotto i miei occhi, vidi il terreno tutto a buche come se fosse stato arato. La sella Robon, il monte Robon ed il Canin, pure bombardati, presentavano delle estesissime chiazze gialle che spiccavano benissimo sulla distesa di neve. Quel mattino il nostro capitano venne a fare una rapida visita alla quota, parlò con Frerejan, dette alcune disposizioni e ritornò al battaglione. Verso mezzodì il bombardamento ricominciò intensissimo. Questa volta il comando di Plagnota era stato preso di mira. Granate e colpi di mortaio da 210 colpivano il rovescio della montagna. La stazione radiotelegrafica che comunicava con Treviso fu ripetutamente colpita e l , apparato motore fatto in tanti pezzi. Gli artiglieri erano fuggiti ed avevano abbandonato i pezzi rifugiandosi in caverna mentre il loro tenente si era rifugiato in quella del comando di battaglione! Coraggioso l'amico! ...Una granata da 75 scoppiò vicina a due soldati. Questi fecero in tempo a gettarsi a terra e dopo qualche momento quando le schegge erano volate via si alzarono e se la diedero a gambe verso la caverna più vicina.
Nel pomeriggio le fanterie austriache passarono all'attacco. L'artiglieria nemica sparava accanitamente contro gli Scalini occupati dall'8a compagnia mentre altre batterie battevano le nostre del monte Cregnedul. Giù in fondo valle gli austriaci erano schierati lungo il Rio Confine. Io in trincea con una ventina di soldati li vedevo distintamente ad occhio nudo. Un ufficiale dietro a loro impartiva ordini per l'attacco. Gli austriaci erano moltissimi e disposti in diverse ondate.
L’attacco cominciò verso le quattordici, e dal piccolo posto N°2 osservai l'azione. Mentre gli austriaci bombardavano, io vedevo Scalini martoriata dalle granate nemiche, i baracchini dei piccoli posti saltavano in aria e la roccia frantumata si trasformava in tanti altri proiettili. Impossibile descrivere la scena di Scalini in quel momento. Sembrava addirittura un vulcano che lanciasse in aria pietre e macigni. Le fanterie nemiche intanto attaccavano a valle. Protette in parte dalle fitte boscaglie esse si avvicinarono alle nostre linee ma l’artiglieria cominciò subito contro il nemico i suoi tiri di sbarramento. Molti soldati cadevano ma subito i vuoti erano rimpiazzati. Intanto anche le mitragliatrici cominciarono a cantare. Erano mitraglie nemiche, erano mitraglie italiane. Avrei voluto adoperare le mie Colt ma un ordine giunto poco prima me lo impediva. Di tanto in tanto inviavo a Frerejan un biglietto. Il combattimento continuava in tutta la sua violenza. Alle raffiche delle mitragliatrici si univano di tanto in tanto quelle delle pistole mitragliatrici. Ogni tanto la battaglia aveva una sosta ma presto ricominciava più violenta di prima. Le nostre batterie che sparavano sugli attaccanti avevano una pronta risposta da parte del nemico. Più volte i nostri artiglieri erano costretti a far tacere i propri pezzi.
Verso le diciotto coi soldati ritornai ai baraccamenti essendo 1’ora del rancio. Io e Frerejan mangiammo pochi bocconi alla svelta. Poco dopo le diciotto giunsero alla posizione duecento razzi da usarsi in caso di bisogno. Stavamo a suonare la chitarra senza pensare più all’attacco di poche ore avanti quando un soldato portò un ordine dicendo che tutti soldati del genio scendessero subito con tutti i fucili e gli zaini affardellati. Salutammo Ciaccheri che molto dispiacente partì con tutta la chitarra. Mentre facevamo le nostre congetture per quell’ordine improvviso, giunse un fonogramma urgente e come al solito cifrato. Subito lo tralucemmo con ansia febbrile.
" Si raccomanda vivamente ai Sigg. comandanti di plotone di ritirare tutti i piccoli posti e di partire immediatamente con tutta la truppa con zaini affardellati. Si prega che nessuno faccia rumore e di lasciare tutto intatto. C’è ancora qualche minuto di tempo. " . Mandammo un caporale in trincea per chiamare i soldati e inutilizzare le mitragliatrici Colt che non potevamo asportare. Io empii in tutta fretta il mio sacco tirolese con un po’di biancheria e qualche altra cosa. Rinchiusi il cappello ed il berretto nella cassetta e restai col solo elmetto. Presi con me una bottiglia di cognac. La mia cassetta e quella di Frerejan le mandammo al battaglione. Decidemmo di lasciare il lume acceso sotto il tavolo ove c’erano allineati tutti i razzi giunti qualche ora avanti. " Fra qualche ora tutto salterà " Esclamò Frerejan. Oderda prima di ritirarsi sparò dieci cannonate e rovesciò il cannone giù per la montagna. L’altro lo rovinò in parte. Ci ritirammo. I soldati andavano muti uno avanti l’altro con passo di corsa. Io dietro a tutti vedevo il plotone serpeggiare sulla mulattiera mentre una fitta al cuore mi colpiva atrocemente e mi faceva quasi piangere ...Sarei voluto restare lassù con i miei uomini, invece di andare incontro all'ignoto... il comando di battaglione era deserto... I lumi erano ancora accesi... La mia cassetta e quella di Frerejan giacevano per terra abbandonate. Continuammo a scendere lungo la mulattiera. Mi volsi indietro e diedi un ultimo saluto alla mia quota rimasta deserta e dandole 1’estremo addio mi sembrava che anche lei volesse seguirmi per non restare lassù sola sola in mano al nemico... La gelida tormenta cominciava e con essa anche la nostra ritirata

http://www.pibond.it/memorie_e_scritti/un_ragazzo_a_caporetto/vero_peccato.htm

http://www.cimeetrincee.it/futuristi.htm

     

Così la critica. L’opera illustra la ritirata del 1917 del battaglione Val Fella che “posto… a presidio dell’alta Valle del Seebach, sostenne per tre giorni l’impeto del bombardamento e la minaccia nemica” e di quando costretto a ripiegare “si ridusse in disperata carovana, per i piani del Montasio, per il Col della Beretta, per i ghiacciai del Canin e i nevai di Sella Grubia, sotto mitraglia e tormenta, fino al fondo delle valli… dove le madri e le spose accorsero a portare a salvamento le armi e gli zaini”. L’uomo di Sironi, angosciato e solo nelle periferie desolate, si traduce qui in una teoria di sconfìtti (no) piegati quasi da una immane forza metafìsica che li schiaccia e li umilia. Lontano dal futurista trionfo della guerra, siamo di fronte alla reale condizione esistenziale dell’uomo nella guerra: solo, miserabile e sempre perdente eroe decaduto. Questa stanca marcia è certo in qualche modo il riflesso dell’esperienza del Sironi soldato, volontario ciclista con F.T.Marinetti, A.Sant’Elia, C.Erba e A.Funi.

 

   

Dipinto di Mario Sironi (1885-1961) intitolato - Una marcia di spettri - 1922

  L'odissea raccontata dal tenente Bonomi non era dissimile da tutti quei battaglioni  che lasciavano "invitti" le testate delle valli carniche e giulie per scendere al piano a quella che doveva essere la nuova linea di resistenza il Tagliamento. In pianura intanto la progressione delle armate ,austriache, ungheresi e tedesche era inarrestabile come affondare un coltello caldo nel burro. Il presidio dell'alta valle del Tagliamento da Ampezzo in su aveva ragion d'essere solo se nella valle del Piave l'arretramento della IV armata si fosse fermato a Lorenzago da una parte e al Tagliamento dall'altra. Così non era, infatti e solo il ritardo dell'ordine di ritirata aveva mantenuto in piedi un collegamento fra le due valli, trentine e friulane. Ricordiamo che il Piave nasce al Peralba a Sappada mentre il Tagliamento nasce sotto il Passo Mauria, in linea retta 25 km in linea fisica centinaia. Fra le due vallate i passi sono alla Forcella Lavardet in testa alla Val Pesarina, l'altopiano di Casera Razzo alla sella Ciampigotto in testa alla valle del Lumiei (Sauris, allora non esisteva il lago artificiale) e il Passo Mauria. Altri minori passaggi di difficile transito ma praticati in tempo di guerra come vedremo nel combattimento di Cimolais del capitolo Rommel. Dopo dal Mauria al passo di S. Osvaldo (Cimolais) per decine di chilometri verso sud  solo vette tutte sopra i 2.5oo metri. 
     

  Nel settore alto Tagliamento la 26a divisione, che d'ora in poi farà storia a parte, dal 27 iniziò lo sganciamento verso il Tagliamento, che venne raggiunto  la sera del 30 ottobre, cercando di conservare i passi (Quello di Lavardet veniva difeso dalla comunicante Casera Razzo (Altopiano)) che permetteva di collegarsi col I C.d.a Piacentini della IV armata del Cadore (poi del Grappa). Il generale Tassoni aveva intanto trasferito il suo comando da Tolmezzo a Maniago (posizione da cui poi si defilerà) lasciando il XII alla mercè del nemico. La 26a divisione dapprima divisa in più gruppi tattici per vallata venne ridefinita su due principali settori. Gino Graziani

Gruppo Boveri poi Marelli 19° Regg. Bersaglieri (Col. Brig. Marelli: 41° Btg Pierabac, Sissanis, Val Fleons, 42° Btg. Pecul Monte Volaia, 45° Navagiust Rio Bordaglia - Il 19° si era qui costituito nel febbraio del '18) - 11° Regg. Bersaglieri (Col. Gino Graziani 27/33/39 Btg) era risalito dal Cadore il 22/10, 2 btg B. Lazio e 3 alpini.

Gruppo Danise (Col. Brig.) 16° Regg. Bersaglieri (Col. Ronca 57/58/63 btg e i battaglioni aut. 47°/56° (resti che erono sfuggiti alla trappola carnica ), XVIII reparto d'assalto e il Btg. alpino Susa. A seguire lungo il corso basso la 36a divisione del Gen. Taranto (aveva assunto il comando il 26/10) col 15° Bersaglieri ripiegato coi soli battaglioni 49/50 dalla Val Dogna. Artiglieria, scorte e logistica quasi inesistente.

     

Ten. Michele Vitali medaglia d'oro del LXIII Battaglione.

Contrattaccava col suo plotone il nemico, che era riuscito ad occupare una nostra trincea. Ferito e respinto, si appostava a breve distanza dall’avversario e con tiri di fucileria lo molestava nei lavori di rafforzamento. Il giorno successivo prendeva d’assalto la posizione nemica, dandovi la scalata mediante una scala a pioli. Rimasto con pochi bersaglieri, si affermava sulla posizione stessa, finchè giunti nuovi rinforzi, benché ferito più volte, si slanciava all’assalto decisivo, cadendo colpito al capo; fulgido esempio di valore e di tenacia. Pal Piccolo, 26-27 marzo 1916.

 

Li fronteggiavano da sud verso Nord gli austro-tedeschi della Jaeger, 22a Shutzen, Edelweiss, 92a e 94a. Ma vediamo fino a quel momento le vicende del 16° reggimento Bersaglieri della 26a divisine. Partito il 10° per l'Albania nella caserma di Palermo si andò costituendo nella primavera del '15, con nuovi arrivi, il 10° Bis che prendeva il posto dell'altro nell'organico continentale (Succederà così, il Bis, con tutti quelli dislocati oltremare). Dopo un breve intermezzo sull'Isonzo il reggimento dall'estate del 1915 prese posizione stabile in Carnia nella valle del But (Freikofel, Pal Piccolo). Nel gennaio del 1916 il reggimento diventava 16°. Quel reggimento di Sicilia pieno di Siciliani era finito sulle cime più innevate, forse pensando che erano siciliani di montagna. E qui che il LXIII battaglione ha il bronzo per le azioni culminate negli scontri del 26/27 marzo 1916 descritte da Barzini http://digilander.libero.it/trombealvento/indicecuriosi/barzini.htm . Rifulge in questa giornata l'azione del ten. Michele Vitali medaglia oro del LXIII Battaglione.

...(aveva perso la vista quel giorno 26) Il mattino successivo gli giunse un ordine laconico: "attacchi e qualunque costo": fu miracolo? Gli riapparve la luce!!” Prese una scala a pioli e con quella, appoggiata alla roccia battuta del cannone, salì e giunse il primo in faccia al nemico; sventolò il cappello piumato a richiamo dei suoi e con i suoi si scagliò furente. avanti!. Fu ferito alla bocca: .Non è nulla; Avanti! - Fu ferito al braccio: .Non è vero; Avanti, Avanti!’ Una palla gli traversò il capo, cadde! Era la Gloria che, nell’ucciderlo, lo aveva abbracciato... Barone Errardo di Aichelburg. Era con lui Sebastiano Risichella Scirè  che per l'azione avrà i gradi di sergente.

     

 

     

La Linea Gialla - Durante il grande conflitto, in provincia di Belluno molte delle opere rientranti nella Fortezza Cadore-Maè e nel Settore Cordevole contribuirono all'approntamento di una linea difensiva di estrema resistenza, detta Linea Gialla. Partiva da Cima Caldiera e, passando sui monti Civetta, Fernazza, Rite, Antelao e Marmarole, arrivava fino a Casera Razzo, dove veniva a collegarsi con la linea arretrata di difesa ad oltranza della Zona Carnia. A nord di questa, in direzione del confine con l’Austria, vi erano altre linee identificate come Linea Azzurra e Linea Rossa. La Linea Gialla di estrema resistenza, doveva essere la più fortificata, in Agordino come altrove. Essa si sviluppava attraverso le opere chiamate Sbarramento Cordevole e finiva con l’innestarsi sui poderosi impianti corazzati di M. Rite, Col Vidal, Pian dell’Antro e M.Tudaio.

     

The Minenwerfer (foto sopra equivalente a un mortaio ma non con lo stesso caricamento) originally started as a specialist weapon for the Engineer branch of the Army, thought to be used primarily against obstacles hard to get at by traditional engineer means and by artillery. What the designers at Rheinmetall came up with, was essentially a scaled down howitzer, with a rifled barrel, a hydro-pneumatic recoil mechanism and a standard dial sight. It was, however, muzzle-loaded. At the outset of the war, some 44 of these heavy Minenwerfer had been issued to the troops, and being a well-kept secret, they came as a nasty surprise to the enemies of the German Army, first the Belgians - who were first subjected to them during the German attack at Liège and Namur, then to the French and British.
One of the disadvantages of this very powerful mortar, was that the range was short, making it necessary to deploy the Minenwerfer in the very frontlines, making it vulnerable to all types of anti-battery fire and other counter-measures.

 

Il 2/11 la situazione s'era fatta pesante. Il Btg. Alpino Tolmezzo....

aveva respinto a Passo Pura la 57a brigata alpina  Lawrowski e il 4 toccava al LXIII (58) battaglione  bersaglieri sul monte Jof. Di nuovo in questa azione la presenza del Sergente  Sebastiano Risichella Scirè. Il 2 novembre il sergente Scirè era rimasto ferito alla spalla in una mischia corpo a corpo con il nemico. La ferita giudicata lieve e l'impossibilità di muoversi per il momento lo spingono a restare in linea dove due giorni dopo sul Monte Jof (vedi piantina sotto) un colpo gli passa da parte a parte la gola. La ferita pur grave non lo fa desistere dal percorrere il calvario di quei giorni che non lasciava alternative alla prigionia. Credendo la fine vicina così si esprimeva "Signor Capitano, muoio ma sono contento". Per l'azione gli verrà concessa a fine guerra la Medaglia d'Oro.  Tutta la linea era in fiamme. A sud non esisteva più nessun collegamento col Corpo d'armata speciale Di Giorgio da cui dovevano formalmente dipendere.  Anche la IV armata del Cadore aveva iniziato la ritirata. Nel giro di 24/36 ore ogni via di fuga si sarebbe chiusa. L'ordine di Cadorna di ritirarsi sul Piave è del 3 quando i tedeschi dilagano al Meduna. Foglio d'ordine n° 3 - La 26a divisione con una colonna passerà dal Mauria al Piave e con un'altra scenderà verso Sud lungo la strada per Tramonti, Lo stesso per gli altri del XII Cda. che seguivano tragitti Nord Sud diversi. Una linea di continuità doveva essere tenuta sul fiume Meduna. Ma il foglio 3 non era un ordine esecutivo. Sarebbe stato seguito da altri (il 4 delle ore 12 del 3/11) spesso non arriverà ai reparti. Una cosa che doveva fare il Gen. Piacentini era una sosta sulla Linea Gialla in attesa degli sviluppi e per non creare un buco alle spalle dei carnici.  Viceversa lo stesso.

Dal diario di don Tita Bulfoni, parroco di Pesaris: “Nei pressi della forcella Lavardet cadde fulminato il maggiore tedesco,  primo entrato a Pesaris. Fu seppellito sotto due vecchi abeti nei pressi della pietra di confine Udine-Belluno e alla buona con poca terra”. Lo stesso giorno fu attaccato anche il Passo della Mauria, difeso dal LVII battaglione del 16° bersaglieri e da alcune compagnie del 7°, al comando del colonnello Ernesto Foglia; anche questo assalto fu respinto.

 http://www.personal.psu.edu/staff/g/x/gxb2/Lorenzago_1917_1918.pdf

  Il Gruppo Boveri ora Marelli del 19° Bersaglieri. Dal Libro di Trevisan Gli ultimi giorni del'armata perduta -  pag 48 segg. ..Nelle giornate del 4 e 5 novembre furono abbandonate Ampezzo, Forni di Sotto, Forni di Sopra; furono fatte saltare la strada e la galleria del Passo della Morte e i reparti andarono a disporsi nella nuova linea di difesa M. Losco-Rementera-Sella Ciampigotto- Col Rosolo- Col Pioi-Stabie-C. Vente- Passo della Mauria-Costa Miaron. Raccontò Antonio Casali: “La strada della Mauria pareva un gigantesco serpente in movimento.., una folla interminabile di soldati che ripiegavano e di borghesi che scappavano ’’. Il nuovo settore di fronte si estendeva per circa una decina di chilometri in linea d’aria, ma su terreno montuoso molto accidentato e già coperto di neve; inoltre le varie località erano fra loro del tutto prive di vie di comunicazione e di collegamenti. I reparti schierati erano i battaglioni dell’11° e del 19° reggimento bersaglieri, il LVII Btg del 16°, i tre battaglioni del gruppo alpino Bianco, i due della brigata Lazio, alcune compagnie del 7° bersaglieri fatte salire dalla Val Piave; c’erano inoltre alcuni pezzi di artiglieria da montagna e poche sezioni di mitragliatrici. Il giorno 6 furono abbandonate le posizioni avanzate di Forcella Lavardet, Casera Campo, Casera Razzo, ma i bersaglieri tennero bene sulla linea principale del valico. Il primo scontro avvenne al valico verso la Val Frison. 

Ricordo che i battaglioni alpini Valle... erano derivati  dalla Milizia Territoriale costituita dalle 7 classi di leva più giovani in congedo dopo le 4 della Milizia Mobile (in pratica gente sui e dai 30 anni in  poi,  generalmente abitanti delle valli da cui il battaglione prendeva nome (costituivano la seconda linea di difesa o la difesa di punti a bassa intensità di scontri. I battaglioni alpini Monte...... invece erano della Milizia Mobile o Ia riserva costituita dai congedati delle prime 4 classi più giovani in congedo dopo le 3 in servizio  (tutta gente sotto i 30 anni. A questi si aggiungevano comunque tutti i richiamati delle 2 categorie che avevano  fatto la  ferma breve o  addirittura  esentati  (non  per  cause fisiche).  All'atto pratico le differenziazioni  tra i  vari tipi  di battaglione e la prima e seconda linea a guerra inoltrata e in carenza d'organico e difficoltà tattiche e strategiche vennero a cadere.

 
 

Il combattimento di Meduno - Dal Libro di Trevisan Gli ultimi giorni del'armata perduta Editore Gaspari Udine pag 52..… Il maestro Andrea Ragogna di Meduno, testimone di quell’avvenimento, così descrisse il fatto d’arme avvenuto presso il paese. “Difendeva il bivio d’Agnul il LVIII battaglione del 16° reggimento bersaglieri, agli ordini del capitano De Pace, che si era insediato nella casa di Francesco Paveglio, situata al crocicchio. Sulla quota 482 (Case Del Bianco) si erano schierate la V e la VI compagnia, quest’ultima al comando del tenente Mario Tata. La VII (capitano Guglielmo Garzari) era appiè della quota stessa, e la VIII in direzione della strada che conduce a Navarons. Cinque grossi massi sporgenti dalle alture servivano di schermo a due mitragliatrici, comandate dal tenente Raineri, soldato valorosissimo. Sbarrava la strada un plotone della VII compagnia con quaranta uomini agli ordini dell’aspirante ufficiale Natali Filippo. Erano circa le venti. Una nostra pattuglia guidata dall’aspirante Enzo Cannata, piena di impulso e di audacia, veniva a contatto con un pattuglione nemico. Aperto il fuoco da entrambi le parti, rimaneva ferito gravemente alle gambe l’aspirante Cannata e alcuni soldati della pattuglia stessa. L’azione andava nel frattempo ampliandosi e nel disperato tentativo di arrestare il nemico cadevano quindici bersaglieri insieme al caporale Ernesto Natale, mirabile tempra di soldato, tutti falciati dalle mitragliatrici austriache, appostate presso la casa di Caterina Andreuzzi. Poco dopo il tenente Tata, colpito a un polmone, cedeva il comando della VI compagnia al sottotenente Caruso; il comandante della VII capitano Guglielmo Garzari e il sottotenente Modica venivano fatti prigionieri. Gli invasori, delusi della inaspettata resistenza, dovevano rinunciare al loro disegno e aspettare nuovi rinforzi. Durante la notte la situazione si faceva di più in più precaria. Le perdite subite diminuivano gli affettivi nostri, mentre il nemico rinforzatosi con truppe fresche, continuava nella pressione e disponeva l’accerchiamento per il giorno seguente. Rimaneva intanto ferito leggermente a una gamba anche il sottotenente Caruso. Alle ore 6 del mattino, gli austriaci sferrarono l’ultimo attacco. Essi, calando dalla quota 482, stringevano sempre più i resti del battaglione in un cerchio di ferro e di fuoco. Tuttavia i valorosi bersaglieri resistevano con furiosi attacchi e contrattacchi. In uno di questi cadeva gravemente ferito il sottotenente Natale Filippo e cadeva pure il sottotenente Francesco Benelli, colpito alla regione intercostale destra con lesione polmonare da scheggia di granata. La lotta continuava sempre più aspra e accanita e la situazione si faceva disperata. Alla fine, quel pugno di eroi, rimasto privo completamente di munizioni e accerchiato dalle forze preponderanti del nemico veniva sopraffatto. 23 i morti, tantissimi i feriti.  

     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

 

 

 

 

Dal diario di Don Quinto Comuzzi del 6 novembre 1917. Diario edito da Walter Musizza e Giovanni de Donà

  I BERSAGLIERI DEL MAURIA
    riassunto e adattato da http://www.agordino.bl.it/opencms/export/sites/default/CMA/CMA/Vivere/I_luoghi_della_Grande_Guerra/Cartine_tematiche/12_ita.pdf
  ... A Lorenzago per sette giorni passano i nostri che si ritirano dalla Carnia passando dal Mauria. Son quelli della 26a divisione che anticipano l'orda nemica. Famiglie intere fuggono dai piccoli villaggi di Carnia. Indescrivibile è la tristezza e la disperazione sulle facce di tutti. Gli abitanti hanno dato riparo ai soldati, in alcune notti, duecento in stanze, corridoi, sulle panche, le tavole, il pavimento. Questi ufficiali e questi soldati non cercavano il conforto ma soltanto il riparo dal freddo e dalla pioggia che imperversava. Gli austriaci sono a Forni di Sopra. Gli italiani resistono al Mauria per dare tempo agli altri di ritirarsi lungo il Piave. 40 morti tra l'uno e l'altro schieramento e 190 feriti. Sul Passo Mauria i nostri bersaglieri del 10 (16°) e 11 Reggimento sotto il comando del Col. Ernesto Foglia hanno lottato coraggiosamente contro un nemico addestrato e pieno di risorse. Il 13 marzo 1918 al Mauria veniva trovato in una trincea il corpo di Migliorini Luigi da Stellata di Ferrara, bersagliere della 3° cp. del XXVII battaglione dell’11°. Un altro bersagliere rintracciato è Morelli Pietro da Breganze nato il 29.6.1898- agricoltore - 11° Reggimento caduto al Passo della Mauria il 7.11.1917 in combattimento. 8 novembre 1917 - Gli austriaci, provenienti da Lorenzago, erano già arrivati alle rovine del ponte Cidolo, sotto Domegge, e tentavano di passare il torrente Talagona per raggiungere la frazione di Vallesella. Gli alpini, con i 40 bersaglieri del col. Foglia reduci dai combattimenti del passo Mauria e con alcuni cannoni resistettero fino alle ore 16 circa, allorché si ritirarono verso Longarone. Il 27° del magg. Jannone (11°) lascia gran parte dei suoi effettivi alla fortezza di Maè   I battaglioni dell’11° e del 19° reggimento bersaglieri, il LVII Btg del 16° e quelli del 7° dovevano quindi costituire la retroguardia del I C.d.A Piacentini dell'armata del Cadore ( L’11° era arrivato da pochi giorni nell’alta valle e formava col 7° la II Brigata Bersaglieri del Gen. Coralli). Il Fianco destro della Armata e il tergo, il più pericoloso rischiava di essere raggiunto dai tedeschi. Mentre il grosso della 4 Armata, commisto a disperata popolazione civile, si concentrava sul nodo ferroviario di Calalzo, nella notte tra il 6 e 7 novembre 1917 le truppe austriache presero contatto con le nostre retroguardie a nord a Casera Razzo e al Passo della Mauria (provenienti dalla valle del Tagliamento). La difesa del Passo era stata affidata al Col. Ernesto Foglia che aveva alle sue dipendenze il 57° Btg. del 16° Regg.. il 27° Btg. dell’ 11° e la 7a Comp. del 10° Bersaglieri nonché due sezioni d’artiglieria e diverse mitragliatrici. La 94a Divisione AU. attaccò i nostri bersaglieri verso le ore 6 del giorno 7 novembre. Le artiglierie austriache aprirono il fuoco contro le nostre posizioni per proteggere l’avanzata della fanteria, favorita tra l’altro da fitti banchi di nebbia. Davanti all’inutilità dei primi tentativi, i] nemico provvide a riorganizzare I propri reparti sotto le pendici di Stabie, in posizione defilata al tiro delle nostre artiglierie. Procedendo quindi al coperto tra la fitta vegetazione e i molti anfratti rocciosi, forze austriache riuscirono ad occupare Col Ploi e Col Rosolo presso Casera Doana tagliando in due e aggirando il nostro schieramento. A questo punto i nostri soldati, accerchiati, compirono dei veri atti dì valore: al Crepo delle Staipe e al Prà del Santo i bersaglieri che manovravano le mitragliatrici caddero sulla propria arma dopo aver sparato fino all’ultima cartuccia. Anche i nostri pezzi di artiglieria furono messi a tacere mentre le truppe del Ten. Col. Edoardo Dezzani addossate alle falde del M. Miaron furono sopraffatte. Presso la casa cantoniera si svolse un violento corpo a corpo e dopo una lotta cruenta. Sparati gli ultimi caricatori, il Col. Foglia e la sua Compagnia furono circondati e catturati. I superstiti, martoriati dal fuoco delle mitragliatrici nemiche, cercarono di retrocedere verso Lorenzago lasciando sul terreno 16 morti e 8O feriti, gli austriaci ebbero invece 26 uccisi e 110 feriti. Su altre cime si confrontavano intanto gli Alpini del M. Nero e dell’Assietta e di tutti quei reparti residui che ritarderanno fino alla sera del 7 il dilagare del nemico. In valle intanto nelle strette e coi ponti che saltavano si era creato il caos.
 

LA STRADA DEGLI ALPINI 

   

GRUPPO DANISE: IL COMBATTIMENTO DI MEDUNO

A scaglioni gli altri 2 battaglioni del 16° reggimento, il 57° e 63° lasciano le postazioni a nord per scendere verso il Meduna sulla strada di Tramonti. A loro si accoda anche il comando divisione e i battaglioni bersaglieri autonomi del 47° e 56 con il reparto d'assalto e gli alpini. Non avendo altri riscontri dobbiamo presumere che Il Serg. Scirè del 68°? già ferito il giorno 2 alla spalla sia rimasto in linea fino alla successiva grave ferita al collo del 4 subita sul monte Jof (in alto a sinistra piantina a fianco sopra S. Francesco) poi attraverso S. Francesco, Pielungo, Campone e Chievolis sia riuscito con le carrette (ambulanze) ad imboccare la strada degli alpini con un margine ridotto di 24 ore sulle pattuglie nemiche. In località Chievolis sul lago di Tramonti sappiamo che partiva una strada militare in direzione Claut costruita nel 1912 dagli alpini. Questa strada riprendeva la carreggiabile del Cellina (1906) a Cimolais per scendere nella valle del Piave all'altezza di Longarone (passava per il passo di S. Osvaldo e per Erto).

 

 

   

 

   
 


 

   

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DIVIDERE QUI

MONTE FESTA
Il 27 Ottobre 1917 il Comando Artiglieria del XII Corpo d'Armata ordina al Cap. Winderling: "D'Ordine del Comando Supremo il Forte del Monte Festa deve essere messo subito in istato di efficienza: resistere se attaccato. Sono persuaso che Ella pienamente conscia dei doveri che dalla autorità derivano, saprà a tali prescrizioni uniformare la sua condotta"
Il 30 dall'alto si ha modo di vedere i ponti che saltano alla Stazione Carnia, ma subito dopo si spara al buio perchè è scesa la nebbia.
Il 31 la visibilità migliorata consente di rettificare il tiro grazie alle informazioni che provengono dagli osservatori del Monte Amariana e del Monte S. Simeone.
- 1° Novembre: l'osservatorio di Monte Amariana cade nelle mani del nemico e per la verifica dei tiri non resta che quello del S. Simeone. Si continua a colpire il nemico finché si vede e quando sparisce nelle gole ci si affida alle tavole di tiro.
- 2  il nemico getta passerelle sul Fella ed il Forte le tiene sotto tiro mentre, sempre su ordine della 63° Divisione, il Forte riversa il tiro attivo su tutta quella parte della zona Nord su cui può battere il fuoco ed ostacolare il nemico che preme.
Il 4 ed il 5 gli episodi incalzano assumendo una connotazione che prelude agli avvenimenti finali della breve storia di questa Fortezza: nella notte che precede il giorno 4 il Comando della 63° divisione invia 25 soldati del 280° fanteria per la difesa ravvicinata, il loro arrivo è prezioso in quanto contribuisce a dare al nemico la sensazione che le difese del forte siano più cospicue della realtà come la volontà di resistere. La 63° divisione comincia a ripiegare. Il nemico si è però fatto sotto per eliminare quella minaccia. Ci si può difendere solo con le armi individuali e questa è la fine

Capello, messo al corrente degli avvenimenti, si alza dal letto e senza badare alle condizioni in cui versa si precipita al suo comando di Cormons per riprendere in mano la sua armata, mentre si scatena il fuoco delle artiglierie con una violenza devastatrice. Alle 8 di mattina, ecco scattare le fanterie nemiche su un fronte di trentadue chilometri, tra Plezzo e Tolmino. Le prime due divisioni italiane investite sono la 50a, generale Giovanni Arrighi, del 4° Corpo d'armata, e la 19a, generale Francesco Villani, del 27° Corpo d'armata del generale Badoglio. I tedeschi, con tattica ardita e rivoluzionaria, da quella porta aperta avanzano direttamente nel fondovalle ignorando le cime. A mezzogiorno le truppe di Krauss sono a Saga (Zaga), mentre quelle di Stein attaccano il Kolovrat e la divisione slesiana, comandata dal generale von Lequis, dopo una brillante marcia di 27 km, alle 3 del pomeriggio entra a Caporetto. In un solo colpo è rimasta così tagliata fuori la 43a divisione italiana che difendeva il Merzli e il Monte Nero. Allora il generale Alberto Cavaciocchi, comandante del 4° Corpo d'armata, temendo l'aggiramento completo delle sue truppe, ordina ai superstiti della 50a divisione, che tentavano alla meno peggio di bloccare la stretta di Saga (Uccea), di ritirarsi. Cade così uno dei cardini del sistema difensivo italiano. Da Uccea (confine) a Udine ci sono 50  Km. Da (Robic) Caporetto 40 e più comodi.

 

Il 15° Reggimento Bersaglieri in Val Dogna nei giorni di Caporetto

Dal 9 novembre 1916 il reggimento è in viaggio per la Carnia per sostituire l’11 bersaglieri (quello di Mussolini che sarà ferito in Febbraio a Doberdò). Scendono a Dogna e si incamminano lungo la vallata per Chiout. In tale zona, ad inverno avanzato, non si verificano avvenimenti importanti sino all’ottobre cioè all’inizio della grande offensiva nemica, chiamata di Caporetto, ma estesa su più fronti.
Il 15° reggimento bersaglieri nella notte dal 27 al 28 ottobre ripiega sulla seconda linea di Val Dogna e occupa le posizioni di M. Schenone e Jof di Dogna. Il 28 continuando lo spostamento giunge a Chiusaforte, il 29 è a Stazion per la Carnia e passato il Tagliamento al ponte di Tolmezzo, va ad occupare il massiccio di Caurions. Il giorno 30 le truppe che erano schierate nel settore Dogna-Raccolana costituiscono una brigata mista messa alla dipendenza della 36ª Divisione. Ripresa la marcia durante la notte dal 4 al 5 novembre, il 15° bersaglieri giunge a S. Francesco e lo stesso giorno, facendo parte di una colonna formata dalle divisioni 36ª e 63ª, arriva a Pielungo. Il movimento prosegue il mattino del 6 ed i reparti del 15° raggiungono Forno, mentre l'avanguardia della colonna si porta alla sella di Daga (ad occidente della strada Pielungo-Clausetto ed a nord di Cerchia. Siamo sulla sponda occidentale del Tagliamento fra Osoppo e S. Daniele del Friuli). Continuando il ripiegamento il reggimento raggiunge lo spartiacque fra le Valli Arzino e Meduna, allo scopo di poter scendere in Val meduna (la porta verso Pordenone ma non per prendere la strada della pianura, Sacile è già occupata) , attraversarla e risalire verso il Cadore (probabilmente per la strada Tramonti, Maniago, Barcis, Cellino, Cimolais, Erto e Longarone, tutto questo in inverno e verso un punto che nessuno aveva detto loro essere ancora libero ). Ma giunto a Casere Cuel di Cor, ad est del torrente Chiarso, completamente accerchiato da numerose forze nemiche, è travolto nonostante la tenace resistenza opposta.
"L'ultimo ordine ricevuto dal LI fu quello di ritirata fino al punto di riunione, a Chiusaforte, seguendo la strada indicata dalla guida Ceccon (un eroe poi morto di baionetta). L'ordine viene eseguito fra inenarrabili episodi di lotta contro pattuglie nemiche su un terreno sconosciuto e reso più impervio dallo scatenarsi della bufera. Il Battaglione raggiunge Dogna. L'odissea continua tragica: brillano le mine sui ponti, sotto la protezione delle pistole mitragliatrici, la gran massa dei tralicci del ponte della ferrovia resiste in luogo d'ingombrare il passo al nemico che cala dal Canale di Dogna; per la Pontebbana avanzano i Tedeschi a masse serrate; il tentativo di forzare la strada nazionale verso Chiusaforte fallisce, essendo le gallerie della ferrovia già in mano all'avversario sceso in forze da Val Raccolana (Sella Nevea, Predil, Canin): occorre cercare altrove un varco per raggiungere il Reggimento, il Battaglione punta su Moggio aggirando l'angusta stretta di Chiusaforte. "Attaccante ed attaccato, fanno segno al fuoco del Forte di Chiusa, già in possesso degli Austriaci, costretto a procedere per i più duri e infidi sentieri, il 51° Battaglione, accerchiato dal nemico irrompe sul Canale del ferro, per ogni dove, decimato dai combattimenti e dalla tempesta, pressato, incalzato di giorno e di notte, stremato dalla deficienza delle munizioni, con la più deprimente visione dell'isolamento assoluto, il 31 ottobre, a notte alta, sull'angusta confluenza dell'Apua col Fella, tentato invano di forzare Moggio già occupata da una Divisione austriaca, saltati i ponti da ogni lato, attanagliato dai monti e dal fiume travolgente, esaurite le munizioni, scrisse con la baionetta l'ultima sua pagina. [...] Nel bollettino dell'8 novembre si legge che il nemico riconobbe cavallerescamente il contegno degli italiani, e accordò al gen. Taranto il permesso di portare in prigionia le armi.
.. segue http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/diari/maggia.htm

 
 
 
  Il Diario del Sergente Mario Maggia del 15°: fu imprigionato dagli austriaci e internato in un campo in Ungheria rientrò a casa nell' estate del 1919

28 Ottobre 1917 -Alle 2 del mattino, sotto la pioggia dirotta si inizia il ripiegamento. Verso le 6 si giunge a Chiusaforte ove ci si schiera sulla nuova linea di resistenza e vi si rimane fin verso le 3 del pomeriggio alla quale ora si riparte. Verso le 10 di notte si giunge a xxxxx; il paese è già abbandonato dalla popolazione civile. Ci distribuiscono una galletta ed una scatoletta. La divoro, a mezzanotte si riparte. Sono stanco, piove sempre a dirotto e sono tutto inzuppato.
29 0ttobre 1917 -Verso le cinque del mattino del 29 si giunge a Storione Carmi. Ci portano in baracche già magazzini. Alle 5 e mezza cavalleggeri a cavallo ci cacciano fuori a spintonate ed in disordine si riprende la marcia verso Tolmezzo ove si giunge a mezzogiorno. Si passa il Tagliamento e ci si schiera all’aperto sull’opposta riva. Alle sei viene fatto saltare il ponte. Piove sempre; da Chiusaforte non abbiamo più avuto rancio e l’appetito è molto. Questi sessanta km. di marcia forzata sotto l’acqua ed a digiuno mi hanno stancato terribilmente. Verso le sette per un falso allarme si apre il fuoco su Tolmezzo; erano stati segnalati movimenti nemici in città; è al contrario un battaglione del 134° di fanteria che giunge in ritardo. Il colonnello invia un plotone zappatori del reggimento a costruire una passerella sul ponte distrutto per il passaggio di detto battaglione. Alle otto il reparto del 134° è sulla destra del Tagliamento. Ritorna la calma. Non è possibile il rifornimento viveri ci si sdraia al riparo di un albero ove si passa la notte.
30 Ottobre- Nessuna novità. Vitto niente. Verso le quattro ci si trasferisce a Gavazzo ove si giunge verso le cinque. Si consuma un rancio unico, senza pane, alle sette.

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