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VENTO D'ESTATE
di Farfallina

 

  
  
P
aolo e io eravamo entrambi determinati nel volere portare a termine un progetto che ci stava a cuore: raggiungere in automobile la Bretagna, dopodiché, in sella alle nostre biciclette, percorrere la strada litoranea che da Mont Saint Michel conduce fino a Saint-Malo e proseguire il viaggio fino a Brest.
   Il nostro programma era piuttosto ambizioso. Per realizzarlo c'eravamo allenati durante tutto l'inverno e la primavera, percorrendo più di tremila chilometri in sella alle nostre biciclette, pedalando sotto la pioggia, sfidando il sole cocente e il gelo della neve, effettuando escursioni di una sessantina di chilometri a ogni uscita, infine dopo tanti preparativi eravamo pronti all'impresa.
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  Era da poco spuntata l'alba quando lasciammo l'Italia per la Francia. Soltanto verso sera raggiungemmo Rennes, in Bretagna. Dopo avere trascorso la notte in albergo, il mattino seguente, muniti di un notevole spirito di avventura, salimmo in sella alle nostre biciclette determinati a raggiungere la meta che c'eravamo prefissati.
   Il percorso che da Rennes conduce a Mont Saint Michel, indicato sulla cartina turistica come pianeggiante, era pieno di saliscendi. L'eccessivo carico di materiale che c'eravamo portati appresso, affastellato sul portapacchi delle biciclette, contribuì non poco a rallentare la nostra corsa.
   Il cielo di un colore turchino, pieno di stelle, ci fece compagnia durante il primo giorno di viaggio, nessuna nube venne a cancellare le ombre dei nostri corpi sull'asfalto. Dopo alcune ore di pedalate l'abbazia fortificata di Mont-Saint Michel ci apparve in lontananza in tutta la sua magnificenza.
   L'accozzaglia di turisti, che a quell'ora del pomeriggio riempivano la strada che dalla terra ferma conduceva alla cima dell'antico borgo medievale, non ci permise di effettuare una accurata visita dell'abbazia come era nelle nostre intenzioni, ci accontentammo di effettuare una breve escursione soffermandoci a visitare soltanto alcune delle botteghe che si affacciavano nella strada che conduceva all'apice dell'abbazia.
   Trascorremmo la notte in una piccola pensione, distante pochi chilometri da Mont-Saint Michel, riposando in soffici letti. Il mattino seguente, di buon'ora, riprendemmo il viaggio.
   Il tempo, come spesso succede nel nord della Francia, era mutato al peggio rispetto al giorno precedente. Mentre pedalavamo un ammasso di nubi scure, sospinte dal vento, viaggiavano spedite sulle nostre teste.
   Soltanto chi ha l'abitudine di viaggiare in bicicletta può comprendere quanto sia faticoso pedalare col vento che spira in senso contrario alla direzione di marcia. A volte la sua forza può raggiungere una tale intensità da rendere persino inutile la spinta delle gambe sui pedali, allora è meglio fermarsi e cercare un rifugio.
   Quando ci rendemmo conto dell'inutilità dello sforzo che stavamo producendo cercammo asilo in una buvette che incontrammo lungo la strada. Rimanemmo rinchiusi nel locale un paio di ore in attesa che il vento diminuisse d'intensità. Nel primo pomeriggio, quando ormai il vento era calato d'intensità, riprendemmo il viaggio.
   La strada che da Mont-Saint Michel conduce a Saint Malo costeggia lunghi arenili sabbiosi che al sopraggiungere della bassa marea si fanno ancora più estesi. Lo spettacolo che si aprì davanti ai nostri occhi fu di una bellezza sbalorditiva. Il vento, per quanto diminuito d'intensità, seguitò a disturbare la nostra marcia sollevando una grande quantità di granelli di sabbia dalle spiagge. Ancora una volta ci fermammo lungo il percorso. Trovammo un momentaneo riparo fra le dune di sabbia dove restammo a lungo a osservare il profilo del mare.
   Stretti una all'altro, nascosti dietro una duna di sabbia, ci scambiammo un poco di calore sniffando l'aria impregnata di salsedine. Raggiungemmo Saint-Malo soltanto verso sera, nel momento in cui la bassa marea stava per raggiungere il livello più basso. Rimanemmo conquistati dallo spettacolo delle imbarcazioni intraversate sui fondali privi di acqua di mare. Non mi era mai capitato di assistere a un simile evento della natura.
   Il giorno seguente abbandonammo gli arenili sabbiosi per avventurarci per strade tortuose a strapiombo sul mare che da Saint-Malo conducono a Brest.
   Una leggera pioggerella accompagnò il nostro viaggio quando abbandonammo l'albergo. La giornata era uggiosa, ma eravamo sufficientemente attrezzati per fare fronte a qualsiasi evento atmosferico, almeno questo era ciò che pensavamo. Seguitammo a pedalare sotto la pioggia protetti dagli impermeabili incerati senza perderci d'animo.
   Uno stretto sentiero ci condusse fino a Cap Frèhel. Sugli speroni di roccia protesi sul mare, corrosi dai violenti assalti delle onde dell'oceano, trovammo raggruppati migliaia di uccelli che lì andavano a nidificare. Tutta l'area appariva di una selvaggia bellezza. Ne rimasi sbalordita, mai avrei immaginato d'assistere a un simile spettacolo della natura.
   Lasciate le biciclette in prossimità del faro, caricammo sulle spalle zainetto e stuoino, e ci avventurammo per uno dei tanti sentieri che s'intrecciavano nei faraglioni. Il paesaggio, aspro e selvaggio, aveva l'aspetto di un immenso giardino roccioso. Una sconfinata distesa di piante d'erica, dai fiori porporini, ricopriva le coste che sembravano acquistare maggiore bellezza ogniqualvolta venivano illuminate dai raggi del sole che si liberavano fra le nubi.
   Un vento gelido, proveniente dal mare, spirava contro le rocce frastagliate. Su di un terrazzo di roccia a strapiombo sul mare srotolammo gli stuoini e ci sedemmo sopra intenzionati ad ammirare il paesaggio d'intorno.
   Dal nostro punto di osservazione il panorama era stupendo, faceva specie sentire il canto di migliaia di uccelli confondersi con il rumore del vento e delle onde del mare. Dallo zainetto presi il binocolo per fare del bird-watching.
   Tutt'intorno alla nostra postazione non c'era presenza umana. Il vento era intenso e piovigginava. Le correnti d'aria avvolgevano i nostri corpi da ogni lato. Ero eccitatissima per la strana condizione in cui c'eravamo venuti a trovare. Da tempo memorabile sognavo di fare l'amore in un'atmosfera simile a quella.
   - Ho voglia di fare all'amore, adesso. - sussurrai a Paolo nell'orecchio.
   - Tu sei pazza! Non senti quest'aria gelida?
   - Ma dai, non fare lo sciocchino, a me il vento fa uno strano effetto. Mi eccita tantissimo.
   Sfilai di dosso le brachette da ciclista. Mi ritrovai con addosso il maglione e il giubbotto antivento, ma con la parte inferiore del corpo nuda.
   Durante le escursioni in bicicletta non sono solita indossare le mutandine. E' una abitudine che ho appreso dagli altri cicloamatori ed è utile per non ritrovarsi con noiose irritazioni al soprasella.
   Alzai le ginocchia e appoggiai la pianta dei piedi sulla roccia, divaricai le cosce e lasciai che il vento penetrasse nella passera.
   Il flusso dell'aria accarezzò i recessi più nascosti del mio corpo. Iniziai a tremare per il freddo, ma non mi arresi. L'eccitazione che mi portavo addosso era così intensa che non feci troppo caso alle possibili conseguenze di quel primitivo sentore. Abbassai i pantaloncini di Paolo e liberai l'uccello. Era raggrinzito per il freddo e il vento, ma dopo averglielo palpato raggiunse una certa consistenza.
   Coricata accanto a Paolo rimasi a osservare le nubi che a grande velocità scorrevano veloci sulle nostre teste e iniziai a toccarmi il clitoride. La sensazione di piacere che provai nel masturbarmi era ubriacante.
   Le continue folate di vento contribuirono ad accrescere il desiderio di essere penetrata dal cazzo che tenevo ben saldo nell'altra mano. La voglia di scopare si fece così impellente che mi rovesciai addosso a Paolo. Divaricai le gambe sopra il suo addome e appoggiai il bacino sulle sue ginocchia, poi afferrai il cazzo fra le dita e lo infilai dritto nella fica.
   Iniziai a muovermi ruotando e contorcendo il bacino, mantenendo inchiodato Paolo a terra con le unghie affondate sui capezzoli.
   Con le spalle rivolte verso il mare non potevo annusare a pieno il profumo della salsedine che l'aria sospingeva verso terra. In compenso percepivo in modo chiaro il flusso del vento che s'incanalava lungo il mio fondo schiena rinfrescandomi culo e fica.
   Alcune gocce d'acqua presero a cadermi sulla pelle, presagio dell'imminente temporale. Per niente condizionati dall'imprevisto acquazzone seguitammo a scopare anche quando la pioggia aumentò d'intensità. Spinsi con forza le mani sul torace di Paolo accompagnando i suoi movimenti con quelli del mio bacino.
   In quella posizione la cappella mi sfiorava il fondo della fica. A ogni movimento i muscoli della mucosa si contraevano per l'azione del cazzo che mi penetrava. Iniziai ad ansimare intensamente. Le vene della testa presero a pulsarmi in maniera disordinata. Una profonda sensazione di calore mi salì dal basso ventre verso l'addome fino al cervello impadronendosi del mio corpo. Iniziai a urlare in preda a un violento orgasmo. Il suono delle grida fu coperto dalle onde del mare che si frantumavano sugli scogli. Mi accovacciai sul mio compagno e seguitai a spingere il bacino avanti e indietro.
   Stanco del ruolo passivo a cui l'avevo relegato, Paolo si mise carponi sullo stuoino. Da quella posizione mi infilò l'uccello nella fica e iniziò a scoparmi mantenendo le mani appoggiate sulle mie natiche, penetrandomi a un ritmo forsennato. Tutt'a un tratto arrestò la sua azione. Avvertii le sue dita sfiorarmi l'orifizio dell'ano. Esitai qualche istante prima di oppormi. Quando puntò la cappella contro lo sfintere, allora mi ribellai.
   - Ti prego, non lo fare! Non voglio! - dissi con dolcezza, ma altrettanto decisa nel rifiuto.
   Lui non si diede vinto e seguitò a inumidirmi l'ano di saliva cercando ancora una volta di penetrarmi. A essere sincera non ricordo cosa sia successo. Quello di cui sono certa è che a seguito della sua insistenza mi girai su me stessa e lo allontanai con una spinta. Lui perse l'equilibrio e scivolò nel precipizio sottostante rotolando sulle punte rocciose protese sul mare.
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   Da più di quindici giorni sono ricoverata nella clinica pneumologica dell'ospedale di Saint-Brieuc. Un focolaio broncopolmonare mi costringe a letto. Paolo si è rotto un femore, un gomito e un polso. Attualmente è ricoverato nel reparto di ortopedia di questo ospedale.
   Davanti a me ho lo spettro di una lunga convalescenza, ma come disse un astuto sindacalista: meglio avere qualcosa davanti, piuttosto che dietro...

 

 
     
 

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