Un
buffo di vento entra dalla finestra spalancata. L'aria sospinge la tenda nella mia direzione e dà refrigerio alle
spalle nude.
Sdraiata sul letto, il corpo imperlato di sudore, fatico a prendere sonno. Sollevo il capo dal guanciale e osservo il display della radiosveglia. I led segnano le 2.00.
In questa notte d'agosto un
vortice d'immagini si accalcano nella mia mente. Sono ombre e volti che appartengono al passato e sembrano
volermi parlare. Non ho paura né orrore di loro.
Ormai ci conosciamo da troppo tempo
e ho imparato a conviverci. Appartengono a uomini e donne che ho visto spegnersi fra le mie braccia. Vengono a farmi visita di
notte quando sono esaurita e affaticata, e questa è una di quelle notti.
Ricordo con affetto i volti delle
numerose persone che ho visto morire. Li distinguerei fra mille spettri. Il volto di Franco mi si fa incontro. Lo riconosco dal particolare modo di sorridere e per il labbro superiore leggermente ripiegato all'insù. Ho presente la notte in cui si
è suicidato gettandosi dalla finestra del terzo piano della Clinica
Urologica.
Sono stata la prima a soccorrerlo. Era disteso sul selciato, immobile, un piccolo rigagnolo di sangue gli usciva da un orecchio, unico indizio della tragedia che si era consumata. E' spirato fra le mie braccia prima che
un medico rianimatore potesse soccorrerlo.
Sto a fissare la sua ombra e continuo a chiedermi perché non sono stata capace di recepire la disperazione che si portava dentro. Perché lo hai fatto? Perché? Lui mi guarda, sorride e il suo volto si dissolve nel buio delle tenebre.
E tu Vittorina che ci fai qui? Il volto dell'anziana donna, segnato da rughe profonde come i solchi di un aratro, mi si fa incontro. Ha gli occhi infossati. Le labbra racchiuse sembrano aprirsi e dirmi qualcosa, poi sbocciano in un sorriso. Quante volte l'ho lavata, vestita, pettinata. Quante volte le ho accarezzato il volto pensando di accudire
la mia povera nonna. Vittorina mi viene a cercare mentre sto per addormentarmi, ma non so cosa dirle.
Scaccio dalla mente quelle immagini e mi rigiro nel letto trascinando il corpo nudo fra le lenzuola di raso. Mi stendo supina e lascio che le dita scivolino sulla
fica, poi inizio ad accarezzarla. L'inquietudine sembra assopirsi mentre seguito a masturbarmi. Dopo che sono venuta,
stringendo forte le cosce sulle mie
dita, mi addormento.
Il trillo della radiosveglia mi coglie impreparata.
Vorrei dormire ancora a lungo. Rimango a crogiolarmi al caldo del piumone per qualche minuto prima di alzarmi
da letto. Quando raggiungo l'ospedale sono maledettamente in ritardo. La mia collega di turno sta ricevendo le consegne dalle infermiere che hanno
trascorso la notte in corsia.
- Scusate il ritardo. La suoneria della sveglia ha funzionato, ma purtroppo mi sono riaddormentata.
- Sei perdonata. - annuisce Luciana, visibilmente prostrata per la nottata trascorsa in piedi.
- Ci sono novità? - chiedo a Francesca, la mia compagna di turno, dopo che le nostre colleghe hanno lasciato la corsia.
- Niente di particolare. Dividiamoci i compiti, piuttosto.
- Ti spiace se questa mattina coadiuvo i medici durante la visita? Tu occupati della somministrazione delle terapie, delle flebo e delle medicazioni. Ai prelievi ci penso io. Va bene?
- Come vuoi, la cosa mi è del tutto indifferente.
Quando mi capita di lavorare nel turno di mattina mi piace
entrare nelle camere dei pazienti ed essere la prima a
dargli il buongiorno. E' uno dei rari momenti della giornata in cui
posso entrare in confidenza con loro. Dopo che hanno trascorso la notte insonni, fra mille paure, hanno voglia di parlare, di sciogliersi ed essere rassicurati dalle parole amiche di una donna.
La visita del primario inizia alle nove in punto, come tutte le mattine. Il codazzo di medici si muove fra le stanze
allo stesso modo di una processione col primario in testa. Li seguo dappresso trascinandomi dietro il carrello con le cartelle cliniche dei pazienti.
Durante la visita prendo nota delle indicazioni terapeutiche e annoto le richiesta dei medici per
gli esami ematici, radiologici o quant'altro necessita ai pazienti. A mezzogiorno il corteo raggiunge l'ultima camera di degenza, dopodiché la visita del primario giungerà a termine.
- Buongiorno a tutti. - è la frase che il direttore pronuncia ogni volta che fa il suo ingresso in una delle camere di degenza.
- Come sta signor
Lanfranchi? Ha ripetuto delle coliche? - chiede al paziente che occupa uno dei due letti della stanza, mentre l'altro
letto è vuoto.
- No, grazie al cielo sto meglio. Non ho più avuto coliche.
- Come le ho detto nei giorni scorsi, sia l'ecografia sia l'urografia hanno evidenziato un piccolo calcolo all'uretere di destra. Inoltre è presente una modesta
idronefrosi. Lunedì mattina proveremo a estrarre il calcolo in endoscopia.
- Sentirò male?
- Non deve preoccuparsi. Risaliremo l'uretere con una piccola sonda, agganceremo il calcolo e faremo in modo che scenda giù. Tutto qui!
- Da ieri, professore, non ho più evacuato. Sento il bisogno di liberarmi l'intestino. Potrei fare un clistere?
- Sorella...prenda nota.
Annoto con una certa irritazione il trattamento
terapeutico da eseguire. E' il quarto clistere che dovrò praticare allo stesso paziente da quando è ricoverato in questo reparto. L'altra mattina, nel momento in cui
ho estratto la sonda dall'ano, ho notato che nella mano stringeva il
cazzo. La cosa potrebbe anche considerarsi normale, sennonché ce l'aveva dritto e turgido, segno evidente che stava traendo piacere da quell'insolita terapia.
Sto riflettendo sulla singolare richiesta
del paziente quando il codazzo di medici si allontana e mi ritrovo da sola nella stanza in
sua compagnia.
- Allora sorella, quando
viene a farmi il clistere?
L'atteggiamento impudico con cui mi sollecita la prestazione mi infastidisce non poco. Lascio trascorrere alcuni secondi prima di rispondergli placando la rabbia che sento divorarmi dentro. Osservo con attenzione il pigiama di seta rosa che indossa e gli rispondo garbatamente.
- Non si preoccupi signor Lanfranchi fra non molto sarò da lei.
- Ah! Bene. Allora mi preparo. - insiste soddisfatto.
Spingo il carrello fuori dalla stanza e mi avvio verso la guardiola.
Resa furiosa dalle parole del paziente entro nella stanza delle medicazioni e inizio a preparare l'enteroclisma.
Tutt'a un tratto una strana idea mi frulla nella testa.
"Adesso gliela faccio passare la voglia di clistere a quello là".
Sbotto fra me. Afferro il serbatoio di plastica che servirà a contenere il liquido per l'enteroclisma e mi avvicino al lavandino.
"A quello stronzo gli faccio diventare il culo rosso come un peperone. Altro che piacere! Il fuoco nel culo gli metto".
Contrariamente alle mie abitudini non mi servo di una soluzione preconfezionata. Lascio che l'acqua tiepida del rubinetto riempia il serbatoio di plastica, dopodiché verso nel contenitore la soluzione di sapone di Marsiglia che ho provveduto a sciogliere in un tegamino.
Infilo la mano all'interno del contenitore e amalgamo la soluzione di sapone e acqua. Quando la miscela è ben diluita, e il fluido ha assunto un aspetto lattiginoso, afferro la boccetta dell'alcool denaturato e ne verso una certa quantità all'interno del serbatoio, senza rendermi conto degli effetti devastanti che la miscela potrebbe provocare all'intestino del malcapitato.
Dall'armadietto delle sonde estraggo un vecchio catetere di gomma. Lo depongo dentro una arcella che ho posto sopra il carrello delle medicazioni, dopodiché tolgo dallo scaffale dei farmaci un barattolo di vaselina e un paio di guanti di lattice.
Quando mi presento sulla porta della camera l'uomo è sdraiato sopra le coperte del letto ed è intento a leggere il Sole 24 Ore.
- Sono pronta. - dico,
mostrandogli un sorriso di circostanza.
- Ah! Bene, molto bene. Non vedo l'ora di
liberare l'addome da questo gonfiore. Sa com'è sorella, stando fermo su questo letto l'intestino s'impigrisce e non mi riesce di defecare. Anche a casa avrei bisogno di fare continuamente dei clisteri di pulizia, ma non sempre trovo qualcuno disposto a farmelo.
"Ed io sono la cretina che nel giro di una settimana te ne ha fatti quattro eh!", penso intanto che si libera della giacca e dei pantaloni del pigiama. Mentre l'osservo non posso fare a meno di pensare che il suo aspetto è quello di un uomo normale. Sfogliando le pagine della cartella clinica sono venuta a sapere che è impiegato in una piccola azienda
metalmeccanica. E' sposato e ha due figli. Nessuno penserebbe a lui come a un pervertito
a cui piace farsi inculare da una sonda e godere del dolore
provocatogli da due litri d'acqua nell'intestino.
- Allora signor Lanfranchi, tolga le mutande e si metta sul letto: Sdraiato sul fianco sinistro, mi raccomando!
- Mi giro col sedere dalla sua parte o preferisce che stia dall'altra?
- No! Si sdrai col sedere rivolto verso
di me.
Durante lo scambio di parole è rimasto ritto in piedi dall'altra parte del letto col cazzo in piena erezione pregustando l'attimo in cui lo penetrerò. Pochi istanti dopo è coricato sul letto nella posizione che gli ho indicato.
- Mi raccomando sorella. Faccia in modo che l'acqua scenda lentamente. Ho l'intestino delicato. Non vorrei evacuare troppo in fretta.
"Te lo do io il bagno!" penso, mentre mi accosto al carrello dei medicamenti. Avvicino la pianta metallica al lato del letto, dopodiché ci aggancio il contenitore per l'enteroclisma. La miscela entrerà nell'intestino del paziente per caduta. La velocità sarà proporzionale all'altezza in cui è posto il serbatoio dell'enteroclisma. Abbasso l'asta della pianta metallica in modo che il flusso sia il più lento possibile.
- Se lei è pronto inizierei. - lo informo.
- Faccia pure sorella. Non vedo l'ora di liberare l'intestino dall'ingombro che ho.
Indosso i guanti in lattice e intingo un dito nel vasetto che contiene la pomata di vaselina. Gli ammorbidisco l'orifizio dell'ano con l'unguento e sono pronta a infilargli la sonda nel
culo. L'uomo se ne sta rannicchiato su se stesso con le mani strette sul
cazzo. Detergo la punta della sonda con la pomata di vaselina e, dopo avergli sollevato la natica, cerco d'infilargliela nell'ano.
Lo sfintere, nonostante la precisione con cui mi muovo, sembra non volerne sapere di cedere alla pressione della sonda, così recedo dal tentativo.
"Questo stronzo vuole giocare duro, ma non sa con chi ha a che fare!" penso, mentre mi rialzo.
- Signor Lanfranchi si rilassi, esegua dei respiri profondi e non stringa lo sfintere, faccia il bravo, eh!
- Non lo faccio apposta. Ho solo un po' di paura.
"Te la do io l'apprensione. Brutto porco!" mi verrebbe
di rispondergli, ma ancora una volta mi trattengo dal
dirlo. Di nuovo spingo la punta della sonda contro lo sfintere e questa volta lo penetro con facilità. Durante questa fase l'uomo ha un debole sussulto di cui immagino quale sia l'origine. Apro il rubinetto del serbatoio e lascio che il liquido defluisca nell'intestino.
- Esegua dei respiri profondi in modo che il liquido penetri in ogni anfratto nell'intestino. Mi raccomando, eh!
Trascorre un certo lasso di tempo prima che metà del liquido penetri nelle viscere. L'uomo ha il viso contratto. Un lieve strato di rossore illumina le sue guance e la fronte. L'iniziale spavalderia si è tramutata in timoroso nervosismo.
- Sorella! Avverto uno strano senso di calore all'addome.
- Non si preoccupi è colpa della soluzione d'acqua saponata.
L'uomo inizia a contorcersi per il dolore e abbandona l'impugnatura dell'uccello.
- Oddio! Oddio! Che dolore! Che dolore!
- Deve avere pazienza. Manca poco al termine. Dopo starà molto meglio.
- Oddio che male! Che male!
- Su...su...signor Lanfranchi Non stia a imprecare. Deve avere pazienza..
Il liquido è disceso quasi completamente nell'intestino quando l'uomo, imprecando e bestemmiando, si solleva dal letto. Toglie la sonda che tiene
infilata nell'ano e il liquido si sparge sul copriletto. Chiudo il rubinetto dell'irrigatore in modo che il resto del clisma non si disperda sul materasso.
In piedi, accartocciato su se stesso. Si lamenta, impreca. Senza infilarsi le mutande si dirige verso la porta del bagno.
- Mi raccomando trattenga il liquido nell'intestino più a lungo che può. - gli suggerisco mentre non posso fare a meno di lasciarmi sfuggire una smorfia di compiacimento.
Raccolgo l'attrezzatura che mi è servita a effettuare l'enteroclisma e la ripongo sul carrello. Mi avvicino alla porta che dà sul corridoio. Porgo un ultimo saluto al signor Lanfranchi rinchiuso nel bagno.
- Tutto bene signor
Lanfranchi?
- Tutto bene un cazzo! Ma si può sapere cosa ci ha messo dentro? Ho l'intestino che brucia...è tutto un fuoco. Oddio che male! Che male!
- Non si preoccupi. Le passerà...
Mentre mi allontano mi tornano alla mente i fantasmi che stanotte sono venuti a farmi visita e non posso fare ameno d'augurarmi di non ritrovare fra loro il signor
Lanfranchi, non lo sopporterei.
* * *
Il trillo del campanello, collegato al quadro elettrico e alle camere dei degenti, viene a distogliermi dal lavoro che sto portando avanti. Mi giro verso il quadro luminoso e noto che è acceso il numero 6: quello della stanza in cui è ricoverato il signor
Lanfranchi.
- Vado io. - informo Francesca.
Quando entro nella stanza l'uomo se ne sta coricato sul letto. Ha il volto madido di sudore.
Il viso è talmente pallido che il
colore della pelle assomiglia alla luce di un neon.
- Ha bisogno? Si sente poco bene?
A malapena l'uomo riesce a balbettare alcune parole.
- Ho passato il calcolo. Almeno
questa è la mia impressione.
Mi indica un piccolo granulo, simile a un chicco di riso che giace sul comodino.
- Allora il clistere le ha fatto bene. Complimenti! Non dovrà più essere operato
- Quello che ho passato nel bagno è stato molto peggio di una operazione.
- Però ora sta meglio.
- Ringrazio Padre Pio per la grazia ricevuta.
- Lasci stare il frate. Ha cose ben più importanti
a cui pensare. Ringrazi piuttosto l'alcool...
- Non capisco.
- Non occorre. Arrivederci signor
Lanfranchi.