Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 

 

 
 

 


.
.

SCHERZO DI NATURA
di Farfallina

 

  
  
Q
uando mia madre mi diede alla luce fui considerata (o per meglio dire, sembravo) una bella bimba. Ho trascorso l'infanzia in maniera serena, allo stesso modo delle mie compagne di giochi; grazie al cielo.
   I miei genitori raccontano che ero una bimba particolarmente vivace, infatti, a differenza delle mie compagne alle bambole preferivo i giochi violenti: quelli che i maschi sono soliti fare fra loro. 
   Provavo piacere nel picchiare gli altri bambini, anche quelli più grandi di me. Ogni occasione era buona per batterli, ma ogni volta venivo rimproverata da qualche madre iperprotettiva che correva in aiuto dei loro figli.
   Tutto normale, ripeto, ma verso i tredici anni qualcosa cambiò nella mia vita, anzi a dire il vero qualcosa non avvenne per niente, infatti, mentre le mie compagne di scuola avevano già sviluppato gli attributi sessuali femminili secondari, io rimasi confinata nella mia fanciullezza.
   Udivo le mie amiche parlare del ciclo mensile, ma il linguaggio che usavano mi era incomprensibile. Colpa della mia scarsa educazione sessuale, infatti, nemmeno sapevo cosa significasse la parola mestruo.
   Mio padre si disinteressava della mia educazione. Impegnato com'era nel lavoro non diede importanza ai miei problemi, nonostante mamma lo assillasse di domande preoccupata per la mancata crescita degli attributi femminili. In ansia per il mio stato mamma si decise a farmi visitare da alcuni medici pediatri. Costoro si limitarono a rassicurarla: "Tutto normale, signora. E' un caso di ritardo di crescita", dissero.
   Avevo quindici anni quando per la prima volta mi visitò una ginecologa. A differenza dei medici pediatri non si limitò a guardarmi in viso, mi fece sdraiare gambe all'aria sopra un lettino ginecologico e subii l'esplorazione delle sue dita. E potete immaginare dove. Appena iniziò l'indagine la dottoressa si fece subito seria. Mia madre, notando l'espressione del viso della ginecologa, si mise in apprensione.
   "Niente di grave, non si preoccupi" la tranquillizzò la specialista.
   Grave non la ero, pensavo, ma l'irreprensibile dottoressa si precipitò in una stanza attigua e la sentii parlottare al telefono. Rientrò dopo un po' di tempo, stavolta accompagnata da un uomo anziano che si presentò a mia madre come il primario della clinica.
   Anche lui mi sottopose a esplorazione vaginale, dopodiché informò mamma che ero priva del collo dell'utero e la mia "vagina" era a fondo cieco. Lo era perché l'utero non lo possedevo. E non lo avevo perché non ero una donna. Ero, e sono, un uomo.
   L'affezione di cui soffro si chiama "Sindrome di Morris" detta anche "femminilizzazione testicolare". Ero un maschio, mi spiegarono, ma per difetto congenito, assai raro, mancavo della sensibilità all'effetto virilizzante degli ormoni maschili.
   Non ero ermafrodita, ma solo un maschio poco sviluppato. Avevo i testicoli, ovviamente, ma erano prigionieri nell'addome, nello stesso luogo in cui sarebbero dovute esserci le ovaie. Ah, già, Lui, il pene - e la cosa a questo punto è facilmente comprensibile - era rimasto piccolissimo. Come un grosso, ma neanche poi tanto, clitoride.
   Mamma sembrava non capire quale fosse il mio stato. Ma anch'io ci rimasi male, come si può facilmente immaginare. Dopo la prima visita iniziai una penosa trafila di controlli, ispezioni, e consulenze. Tutte ovviamente inutili: la diagnosi formulata dalla ginecologa trovò ogni volta conferma. Il danno, ahimè, irreversibile, era già avvenuto nella pancia di mia madre, e un maschio vero non lo sarei mai diventato.
   Ah, già, dimenticavo: avevo l'ormone del testosterone in misura uguale a quello di un uomo e i miei testicoli producevano una quantità di estrogeni che in un maschio normale non si notano, ma che sul mio corpo si scorgevano, eccome! 
   All'età di sedici anni ero alta un metro e settantatre centimetri, con dei muscoli troppo sviluppati per una ragazza. Difatti, a scuola, eccellevo in tutti gli sport.
   I miei gusti sessuali erano apparentemente assenti, mi consideravo amica di tutti ma non mi piacevano ne' i maschi ne' le femmine.
   Mia madre mi fece visitare dai più illustri psichiatri e psicologi della città. Tutti si dichiararono concordi nel ritenermi un caso clinico interessante. 
   Ero frastornata, emotivamente non ci capivo niente, dopotutto ero solo una ragazzina o un ragazzino, se preferite, impaurito.
   Mamma, indomita com'era, non si diede per vinta e infine trovò uno specialista che le propose ciò che voleva sentirsi dire: "Qui occorre una cura ormonale per trasformare suo figlio, per quanto sarà possibile, in una donna".
   In effetti, la cosa aveva una sua logica. La terapia consisteva nella castrazione dei miei "inutili" testicoli e nella somministrazione di estrogeni. Quando capii di cosa si trattava, rifiutai di sottopormi a quella terapia senza tentennare.
   "Non c'è problema, potrà sempre farlo in seguito" disse lo specialista per rassicurarci.
   Invece mia madre mi obbligò ad assumere dosi di estrogeni che fisicamente non tolleravo. Gli ormoni mi procuravano nausea e m'intristivo, ma le mie forme, piuttosto androgine, si addolcirono sempre più. Le ossa del bacino, sufficientemente strette, rimasero tali, ma i fianchi si arrotondarono. I seni, dapprima poco più che due boccioli, si svilupparono in modo cospicuo. Alta, slanciata, spalle larghe, con gambe affusolate, tenevo un culo sodo (dopotutto ero un mezzo uomo) pur se androgina, e alla gente apparivo come una gran figa.
   Dopo un anno di terapia smisi di assumere estrogeni, seppure indispensabili per metabolizzare il calcio nelle ossa, e poco per volta tornai al mio stato naturale.
   La vigoria atletica e il buon umore tornarono a essere quelli di prima, ma le tette, con mia grande sorpresa, restarono tali; grosse e seducenti.
   L'impiego eccessivo di estrogeni le aveva sviluppate in modo irreversibile. D'altronde anche le donne in menopausa mantengono le tette grosse, seppure flaccide.
   La menopausa è un'altra delle pene che mi sarà risparmiata, se mi sarà permesso campare a lungo. Neanche la contraccezione è mai stato un problema poiché sono sterile.
   Mi consideravo, ed ero, un caso clinico. Dovete sapere, infatti, che nel momento in cui i miei testicoli ricominciarono a produrre testosterone, anche la mia nullità sessuale psicologica cominciò a scemare. In altri casi simili al mio non era successo, ma a me capitò.
   Mi resi conto, giorno dopo giorno, che ero maschio. O almeno così mi sembrava d'essere poiché non avevo altri termini di paragone. La cosa appariva molto evidente per ciò che concerneva i lati del mio carattere, tranne che per le preferenze sessuali, completamente assenti perché bloccate dal mio super-io.
   Presi coscienza del mio stato e poco per volta cominciai a sbloccarmi, e il mondo cambiò ai miei occhi.
   Non fu facile da sopportare questo mio stato. Ero un uomo imprigionato nel corpo di una donna; una vera tragedia.
   All'età di sedici anni non avevo ancora acquisito l'audacia di tentare qualche timido approccio sessuale con le ragazze, ma amavo frequentare i maschi percependomi come una di loro.
   Andavamo nelle discoteche e lì mi accaloravo facendo le cose più sconvenienti. Ai miei compagni di baldorie, adolescenti come me, non pareva vero di avere un'amica così diversa dalle schifiltose ragazze con cui erano soliti uscire in compagnia, ma nel contempo ero considerata una strafiga come poche altre.
   Alcuni di loro s'innamorarono perdutamente di me, ma io rifiutai tutti i loro approcci. Cercavo un modus vivendi, un accordo con la mia folle anatomia, e la cosa più semplice fu quella di farmi passare per donna. E per tutti lo ero per davvero!
   Dedicai il massimo impegno nel mostrarmi femmina, ma era impossibile contrastare la natura. Tra i miei amici ce n'era uno in particolare, Luca, con cui condividevo parte del tempo libero. 
   Era fornito di fidanzata, molto carina per giunta, e da quel lato ero tranquilla (lei un po' meno) sulle eventuali complicazioni del nostro rapporto. Superfluo dire che Luca non era a conoscenza della mia vera identità. Entrambi avevamo la passione per le moto da enduro, e spesso trascorrevamo i fine settimana in montagna girovagando per sentieri e carraie.
   Guidavo la moto con disinvoltura, forte della mia stazza fisica e per le ore trascorse in palestra a irrobustire i muscoli, come succedeva a ogni "ragazzo" della mia età. E' stata la passione a tradirmi (quella per le moto, intendo).
   Un pomeriggio, dopo che c'eravamo arrampicati in cima a una montagna, ci fermammo all'ombra di una pineta a riprender fiato. Rapita dalla splendida vista panoramica mi coricai sul prato, tolsi il casco, e lasciai che i capelli, biondi e lunghi fino al fondoschiena, (unica concessione alla mia presunta femminilità) si liberassero.
   Sudavo copiosamente (altro retaggio della presenza di ormoni maschili), ragione per cui mi tolsi la maglietta imbottita che portavo sotto il giubbotto di pelle. Rimasi con indosso i pantaloni di cuoio, semiaperti, il solo reggiseno e le mutandine.
   Sdraiata sul prato, seminuda, sudata, coi capelli arruffati, dovevo apparire la donna meno sexy che in quel momento c'era sulla faccia della terra, ma non fu così per il mio povero amico. Luca teneva lo sguardo da pesce lesso fisso su di me e capii subito qual era il suo problema.
   Sciupata com'ero non potevo pensare di avere fatto improvvisamente colpo su di lui, evidentemente, morosa o no, era cotto di me da molto tempo. Era un bel ragazzo, non che la cosa m'importasse granché, ma se volevo perdere la verginità quella era l'occasione giusta.
   Decisi di provare a fare la donna per davvero, lasciai che mi abbracciasse, cosa che fece mostrandosi dolce nell'approccio con me.
   - Sei bellissima! - disse carezzandomi i capelli, poi si soffermò a sfiorarmi il collo e il viso. Iniziò a sbaciucchiarmi l'incavo delle spalle mentre restavo passiva come un'oca sotto di lui, infine posò le labbra sulle mie e infilò la lingua nella bocca.
   Il bacio mi suscitò un certo ribrezzo. Il sudiciume della saliva che riversò in grande quantità sulla bocca mi costrinse a ritrarmi. Il mio gesto sembrò infastidirlo, ma non perse la voglia di scoparmi.
   Non desideravo essere di nuovo baciata, ma ero decisa a perdere l'illibatezza. Girai la testa di lato e slacciai il reggiseno come fa una qualsiasi puttana, immagino. Luca non era nello stato d'animo per notare questa sottigliezza, si lanciò su di me e mi abbassò le mutandine. L'ultima cosa che vidi con lucidità fu il suo cazzo in piena erezione. Di quello che accadde dopo non ricordo nulla, tranne un forte senso di soffocamento.
.
   Ho rimosso l'accadimento dalla mia mente e richiamarlo mi fa stare male. Il cazzo rimase dentro di me per un tempo interminabile, fintanto che Luca venne e si scostò. Il distacco fu l'unico piacere che provai. Dopo quella esperienza non ho più osato rivolgere le mie attenzioni su di un uomo. E con le donne allora? Niente, caratterialmente non riuscivo a sopportarle, le consideravo troppo diverse da me. L'unica cosa che desideravo era portarmele a letto, ma ero incapace di una qualsiasi iniziativa. La vita, da questo punto di vista, era veramente impossibile.
   Per molti anni ho seguitato a masturbarmi, ma dopo la cura di estrogeni e il successivo ritorno alla normalità mi capitò un fatto abbastanza strano. Guardandomi nuda davanti allo specchio mi trovai a subire una sorta di sdoppiamento schizofrenico. Il mio io maschile rimirava perplesso le sinuose forme della gran figa riflessa nel vetro e cominciai a essere una guardona di me stessa. 
   Trascorrevo molto tempo davanti allo specchio accarezzandomi il corpo, voluttuosamente, finendo ogni volta per masturbarmi con tutte le forze. Toccavo ogni anfratto come se possedessi quattro mani. Vi sembra tanto strano? Allora, chi di voi maschi non si è mai fatto una sega davanti allo specchio? Voi sarete narcisisti, ma nel mio caso direi che ero più che giustificata.
   Queste esperienze autoerotiche, per quanto fantasiose, erano ovviamente misera cosa. Divenuta adulta cominciai a sbloccarmi e iniziai a frequentare ragazze che avevano la dubbia fama di essere lesbiche. Sarà tutto più facile, pensai. Sbagliavo!
   Nella mia esperienza trovai solo due tipi di ragazze di questo tipo. Le prime non erano affatto omosessuali, ma lo lasciavano intendere per attirare su di sé l'attenzione dei maschi, che, per un motivo che non riuscirò mai a capire, sono irresistibilmente attratti dall'idea di fare l'amore con una lesbica. Le ragazze brutte, mezzi maschi, erano lesbiche per davvero. Lo capivo da come mi guardavano e provavo disgusto per loro, più che per gli uomini.
   Gusti troppo difficili? Forse, ma non scordate che ero fisiologicamente un uomo e mi piacevano le belle fighe, quelle fatte come me! (forse avrei dovuto cercare un altra Morris per trovare la pace, ma come vi ho detto siamo casi della natura assai rari).
   Controvoglia arrivai non vergine, ma casta, all'età di vent'anni. Nel frattempo mi ero iscritta alla facoltà di Medicina e frequentavo con profitto il secondo anno del corso quinquennale. Fu durante una delle sessioni d'esami che conobbi Jasmine.
   Davanti all'aula dove era riunita la commissione d'esame ero intento a leggere un libro di anatomia quando una ragazza, anch'essa lì per fare l'esame, che conoscevo a malapena, appoggiò la schiena al muro accanto a me. Afferrò una delle mie mani e la strinse forte alla sua. Era mulatta, ma in quella particolare situazione era pallida come un cencio.
   Ci rincuorammo a vicenda cercando conforto nelle parole dell'altra. L'esame era a sessioni multiple, fummo chiamate a sostenere la prova quasi contemporaneamente. Più tardi la ritrovai al bar, vicino alle aule didattiche, luogo d'incontro abituale per gli studenti. La tensione che mi opprimeva prima dell'esame era sparita e aveva lasciato posto a una forte eccitazione. Tutt'e due avevamo superato l'esame di anatomia. Lei aveva ottenuto 21/30 io 30/30.
   Jasmine, questo era il suo nome, rovesciò su di me una valanga di parole pronunciandole in un italiano quasi perfetto. I suoi occhi scuri cercavano i miei. Iniziai a riscaldarmi di nuovo, ma per tutt'altra ragione rispetto all'ansia dell'esame che avevo da poco sostenuto. Mi raccontò della preparazione affrettata e di come era riuscita a sovvertire una situazione che sembrava compromessa facendo gli occhi dolci all'esaminatore di turno.
   Jasmine era somala, ma sembrava una donna caraibica. Il vestito fucsia che aveva indosso le stava da Dio e metteva in dovuto risalto le splendide gambe. I capelli corti a scalare, gli occhi neri, e il profumo delicato della pelle, le donavano una sensualità fuori del comune. L'eccitazione che mi aveva messo addosso ascoltando le sue parole la esplicai in un invito formale.
   - Ti andrebbe di rilassarci un po' nella piscina di casa mia? Magari questo pomeriggio?
   Jasmine accettò l'invito e mi ringraziò per averglielo fatto.
   Mi ero fatta una certa esperienza con le ragazze e questa mi diceva che Jasmine non era lesbica, ma un po' troia sì.
   Quel pomeriggio i miei genitori erano assenti ed ero sola dentro casa. Jasmine arrivò puntuale alla guida del suo cinquantino, talmente bella da levarmi il fiato di dosso.
   Indossava un sari di seta, elegantissimo. Mentre camminavo insieme a lei verso la piscina mi soffermai a pensare a tutte volte che a lezione in università l'avevo incontrata. In quelle occasioni, come in mattinata, indossava abiti sufficientemente castigati. Grossi difetti il suo corpo sembrava non averne, ma mostrava poco seno.
   Jasmine si tolse il sari e rimase con indosso un bottom; poco più di un tanga. Anch'io mi liberai degli abiti e rimasi in topless.
   Nuda era fantastica, oltre al faccino incredibilmente dolce, aveva un corpo perfetto. I seni erano piccoli, ma ben fatti, con le areole dei capezzoli brune. La vita era sottile e i fianchi deliziosamente larghi. Le gambe erano lunghe e slanciate, mentre l'addome, affusolato, si allargava raccordandosi col bacino con una perfezione degna del migliore scultore. Il sedere, poi, aveva la forma tipica delle donne di colore a cui l'abbronzatura naturale faceva risaltare le forme delle natiche.
   Il corpo di Jasmine era un inno alla femminilità, roba da fare resuscitare un morto. Ma io ero viva e sbavavo di fronte a lei. Nel mio corpo di donna sentivo ergersi il mio carattere di maschio. Fossi stata una vera donna sarei rimasta avvilita dal confronto con Jasmine, anche se non ero fatta male e scoppiavo di una brutale voglia sessuale nei suo confronti.
   Jasmine parlava e rideva rivelandomi aneddoti della sua vita di università, ma non m'importava niente di quello che diceva. Era una ragazza solare, allegra e simpatica. Ero inebetita dal desiderio di scoparla e depressa per non poterlo fare. Mi sentivo imbarazzata e pensai che avrebbe potuto leggermi in viso questo mio interesse, del tutto inopportuno.
   Jasmine si gettò in acqua e incominciò a nuotare. Rimasi a guardarla mentre accarezzava il pelo dell'acqua mostrandomi per intero il fondoschiena.
   - Dai vieni anche tu in acqua. - disse gesticolando un braccio nella mia direzione.
   Al mio diniego uscì dalla piscina e mi venne vicino spruzzandomi addosso delle gocce d'acqua. Mi difesi aggrappandomi a lei stringendola con forza a me. Dimenticai il mio imbarazzo e le avvolsi il sedere con le mani.
   - Hai un bellissimo corpo. - dissi parlandole sottovoce all'orecchio.
  
Lei continuò a scrollare le mani bagnate d'acqua indirizzandomi una buffa smorfia con il viso.
   Mi attardai a palparle il culo con discrezione, continuando a lodare la freschezza della sua pelle. Restammo abbracciate per un po' di tempo fintanto che Jasmine si allontanò da me ravvivandosi i capelli bagnati.
   Era meravigliosa.
   - Ma cosa dici? - disse rivolgendosi a me. - Anche tu hai un bellissimo corpo e poi hai tette splendide.
   Allungò una mano sopra un mio seno e lo accarezzò stringendo le dita attorno al capezzolo, poi avvicinò le labbra all'estremità della sporgenza e iniziò a succhiarlo.
   Mi trovai sul punto di svenire per il piacere che sapeva donarmi la sua bocca dopo una vita condotta in castità. La vista mi si annebbiò e non riuscii a fingere indifferenza, lasciai cadere la testa all'indietro, poi emisi un gemito di piacere. Quando rialzai il capo avevo il suo viso vicino al mio.
   - Mi piaci da impazzire. - bisbigliò con le labbra tumide al mio orecchio
   Una specie di gorgoglio fu la sola risposta che mi uscì dalla bocca. Jasmine lasciò cadere le labbra sulle mie e mi baciò intimamente. La stessa cosa era accaduta tempo addietro con Luca, ma stavolta l'effetto si rivelò ben diverso. La dolcezza e l'erotismo di quel bacio erano indicibili; era come se fosse la mia prima volta.
   Mi sentivo galleggiare e la testa sembrava eccedere in capriole, almeno così mi sembrava. (In seguito ripensai a lungo a quel momento, prima di allora non sapevo che un uomo "vero" provasse questo tipo di sensazioni scambiando un semplice bacio e capii che nel mio intimo possedevo anche qualcosa di femminile). Che volete, sono un mistero sessuale anche per me stessa.  
   Dopo il primo lunghissimo bacio mi sentii più rilassata. Con naturalezza cominciai a carezzarla senza dissimulare la voglia che avevo di scoparla. Lei si tirò indietro e si fece seria, cominciò a guardarsi attorno, conscia che qualcuno avrebbe potuto vederci nonostante la fitta vegetazione di alberi che si ergeva attorno alla piscina. Bastò uno sguardo per farle intendere che potevamo entrare in casa. Lei mi seguì tenendomi per mano.
   La mia stanza da letto si trovava al primo piano della villa. Avevo l'adrenalina alle stelle e mi sentivo forte come una leonessa. Solo in seguito venni a sapere che la mia splendida cerbiatta era in realtà una splendida bisessuale, piuttosto nota negli ambienti bene della città, che amava darsi a uno e all'altra per mantenersi agli studi universitari.
Jasmine si coricò sul letto e io le fui sopra. Cominciammo a baciarci e toccarci intimamente. Se fossi stata una donna vera, scusate la volgare crudezza, sarei stata bagnata nella figa, ma non la ero per la mia peculiarità anatomica. In compenso mi sentivo il cazzo duro, enorme, come se stesse per uscirmi dalle mutandine.
   Non ce l'avevo, ovviamente, si trattava di una sorta di arto fantasma. I capezzoli invece mi tiravano da scoppiare, specie quando Jasmine incominciò a succhiarli con evidente piacere.
   Il delizioso interludio si concluse quasi subito poiché lei scese dal letto, ma solo per sfilarsi il tanga. Lo fece guardandomi con uno sguardo malizioso e divertito. La imitai e mi liberai delle mutandine. Lei si coricò di nuovo accanto a me e cominciai a toccarla intimamente. Jasmine al contrario di quanto non era successo a me era bagnata fradicia, eccome!
   Spinta dall'impulso primordiale della mia strana mascolinità, sapevo esattamente cosa fare e cominciai a nutrirmi del suo splendido pube.
   Jasmine iniziò a gemere scalfita dai movimenti della mia lingua. A un certo punto non ne potevo più, le montai sopra e cominciai a scoparla, prima lentamente e poi sempre più furiosa.
   Stavo vivendo dei momenti a dir poco meravigliosi, ma sentivo la mancanza di un pene, che pensavo di possedere ma che anatomicamente non c'era.
   Desideravo penetrare Jasmine e sentirmi avvolta da lei per riempirla di sperma, ma non mi era permesso. Il mio uccellino-clitoride era durissimo e cominciai a strofinarlo sulla sua passera.
   Scopai, entrando per quanto mi era permesso dentro di lei, e mi persi in un vortice di piacere. Alla mia compagna accade la stessa cosa.
   Dopo due ore di orgasmi, quasi ininterrotti, giunsi alla sorprendente conclusione che essere uno scherzo della natura non era poi così male.

 

 
     
 

.

Racconti
1 - 100

 Racconti
101 - 200

 Racconti
201 - 300

 Racconti
301 - 400

 Racconti
401 - 500


E' vietato l'utilizzo dei testi in altro contesto senza autorizzazione dell'autore
Il contenuto di questo sito è proprietà intellettuale di Farfallina e protetto dal diritto d'autore. (legge n. 633/1941 C.C.) 
L'usurpazione della paternità dei testi costituisce plagio ed è perseguibile a norma di legge.