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OLTRETORRENTE
(trilogia)
di Farfallina

  

ELENA

   Oltre Ponte Caprazucca potevo distinguere i tetti delle case medievali dell'Oltretorrente. Scambiai un ultimo bacio con Elena, dopodiché rimasi a guardarla mentre si allontanava camminando sulla banchina del ponte. Girò più volte il capo nella mia direzione, infine  scomparve alla mia vista inghiottita dal buio delle tenebre.
   Elena e io avevamo abbandonato Piazza Garibaldi poco prima che i celerini, presenti in gran numero a presidiare la piazza, caricassero gli antifascisti assiepati alle transenne che cingevano lo spazio dove avrebbe avuto luogo il comizio organizzato dal Movimento Sociale.
   Il cordone di poliziotti, in tenuta antisommossa, si era sistemato a difesa dell'automezzo, adibito a palco, da cui i neofascisti erano intenzionati a effettuare il comizio elettorale, del tutto ignari che nottetempo alcuni netturbini, dopo essersi introdotti nei cunicoli delle fogne, avevano sistemato alcune bombole di gas maleodorante nel luogo del comizio, in prossimità dei pozzetti per il deflusso delle acque stradali.
   La miscela gassosa, di per sé innocua, aveva disperso l'adunata dei militanti del Movimento Sociale raccolti attorno all'onorevole Giorgio Almirante, giunto da Roma apposta per effettuare il comizio, ma subito dopo era scattata la carica della polizia.
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   Elena e io avevamo raggiunto Piazza Garibaldi nel tardo pomeriggio animati da grande entusiasmo. Fare lotta politica manifestando i nostri ideali, confusi fra i militanti della sinistra, ci rendeva fieri di noi stessi.
   Il tentativo dei neofascisti di effettuare il comizio nella piazza dove in passato erano stati trucidati alcuni partigiani era una chiara provocazione per Parma città medaglia d'oro della Resistenza.
   A scuola, con i compagni di liceo, avevamo analizzato a fondo la necessità di aderire o meno alla manifestazione di protesta indetta dal Movimento Studentesco. Durante un'accesa assemblea avevamo votato compatti per l'adesione. Ma nel punto di ritrovo fissato con i miei compagni di classe, davanti al Cinema Orfeo, c'eravamo ritrovati solo Elena e io. Gli altri erano rimasti tutti a casa.
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   Le forze di polizia avevano istituito un muro umano invalicabile nella piazza del comizio impedendo, di fatto, l'accesso a curiosi e manifestanti di sinistra.
   Celerini e carabinieri, in tenuta antisommossa, erano provvisti di scudi, elmetto, fucili, manganelli e quant'altro avrebbe potuto servire a offendere. Manipoli di agenti di polizia, raggruppati nelle vie circostanti Piazza Garibaldi, erano pronti a intervenire in caso di necessità. Altri agenti, saldi sulle jeep e nelle autoblinda parcheggiate nella vicina Piazza della Pilotta, erano in attesa di dare supporto ai compagni d'armi.
   I volti di carabinieri e poliziotti, messi a protezione dell'improvvisato palco dei neofascisti, erano assai simili a quelli degli studenti e degli operai a ridosso dei loro scudi.
   Schierati in assetto antiguerriglia i poliziotti incutevano un certo timore. Apparivano nervosi e tradivano impazienza. Considerai senza rancore che molti di loro indossavano la divisa per necessità, unica risorsa alla miseria che produceva la terra da cui la quasi totalità di quei giovani proveniva.
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   I giorni che avevano preceduto il comizio erano stati turbati da numerosi incidenti fra le avverse fazioni politiche. Le strade del centro storico erano state testimoni di dure battaglie. La città era in ebollizione. Operai e studenti avevano tenuto assemblee all'Università e nei circoli del dopolavoro, specie in quelli dell'Oltretorrente. Fra la gente teneva banco un unico argomento: la politica.
   Il sindaco si era rifiutato di mettere a disposizione dei rappresentanti del Movimento Sociale il balcone del Palazzo del Governatore. Era lì che prendevano posto i politici per parlare alla gente che affollava Piazza Garibaldi durante i comizi elettorali.
   In città non si era mai visto uno schieramento di poliziotti e carabinieri numeroso come in quei giorni. Quando ebbero inizio i primi tafferugli Elena e io c'eravamo appena allontanati dal cordone di poliziotti che cingeva la piazza.
   All'improvviso una grossa macchina nera, la stessa che i militanti del Movimento Sociale volevano utilizzare come palco per il comizio, sbucò da Via Garibaldi e imboccò Via Mazzini. L'automezzo cessò la sua corsa bloccando le ruote al centro della strada all'altezza dei negozi della ditta Marus.
   Dall'autovettura sbucarono fuori alcuni provocatori fascisti. Erano armati di mazze e muniti di casco da motociclista sul capo. Si disposero a cerchio attorno al veicolo col guidatore rimasto al volante con il motore acceso.
   Per nulla intimoriti dalla massa di gente che li assediava i fascisti incominciarono a roteare nell'aria le mazze alla cui sommità stava appesa una catena con delle grosse palle di ferro broccate.
   Elena, impaurita, mi trascinò al riparo dietro una delle colonne del porticato che faceva da copertura ai marciapiedi di entrambi i lati della strada. Un anziano, al nostro fianco, tolse le scarpe dai piedi e le lanciò tutt'e due in direzione dei fascisti che facevano corona attorno alla grossa autovettura con cui erano giunti sul posto.
   Nell'aria, tutt'a un tratto, si udì un triplice squillo di tromba. I poliziotti caricarono la folla. I lacrimogeni sommersero la strada di dense nubi di fumo. L'aria si fece irrespirabile. Le persone che affollavano la piazza e le vie circostanti si diedero alla fuga. I celerini si gettarono a capofitto a inseguire i malcapitati colpendoli con manganelli e il calcio dei fucili.
   Elena rimase aggrappata a me. Serrai una mano intorno al suo braccio e la invitai a scappare. La strada era ingombra di gente che fuggiva  da ogni parte come lei e io. Gli occhi presero a lacrimarmi a causa delle sostanze irritati sparse dai fumi dei lacrimogeni.
   Zigzagando fra la folla ci spostammo in direzione del Ponte di Mezzo. Elena indossava dei sandali con sottili strisce di cuoio che ne rallentavano i movimenti durante la corsa. Nella fuga incespicò più volte e cadde a terra, ma ogni volta si rialzò prontamente. All'altezza di Via Oberdan alcuni manifestanti improvvisarono una barricata mettendo di traverso un paio di autovetture. Armati di cubetti di porfido, divelti dalla pavimentazione stradale, cominciarono a lanciarli contro i celerini.
   Dopo una prima carica gli agenti di polizia si ritirarono. Alle loro spalle, nelle retrovie, altri poliziotti seguitarono a sparare candelotti lacrimogeni nella direzione della folla.
   - Andiamocene. Ho paura. - mi implorò Elena.
   - Sì... andiamo via. - la rassicurai.
   Era impaurita. Il viso, sgomento, mostrava per intero la bellezza dei suoi sedici anni. Quando i poliziotti tornarono alla carica la maggioranza dei manifestanti abbandonò le barricate e si sparpagliò in tutte le direzioni cercando riparo dai tafferugli.
   - Vieni infiliamoci dentro quel portone. - urlai indicando l'ingresso di un palazzo settecentesco.
   Elena zoppicava a una caviglia per una storta che si era procurata nella fuga. Mi seguì dappresso, fiduciosa, senza lamentarsi per il dolore che le procurava la menomazione. Il portone era socchiuso. Ci ficcammo dentro e arrestammo la corsa davanti a un cancello che conduceva ai piani superiori.
   Le grida e il rumore di spari si fecero sempre più vicini. Serrai il portone alle nostre spalle. Accostai la schiena a una parete. Elena mi fu addosso e si strinse forte a me.
   L'ambiente era buio. Una debole luce filtrava dal cavedio della scalinata. Faticai non poco a adattarmi all'oscurità del luogo. Sulla pelle avevo il peso dell'esile corpo di Elena, ne percepivo i tremori della carne e il respiro affannoso sulle mie guance.
   - Hai paura? - chiesi.
   - Senti qui.
   Mi prese la mano e la condusse al petto.
   - Ho il batticuore.
   Percepii il pulsare accelerato del battito cardiaco, ma soprattutto la forma del seno che cingevo per intero nella mano.
   - Stringimi forte. - mi sussurrò all'orecchio.
   Accostai le braccia attorno ai suoi fianchi e con un certo timore l'attirai a me. Ero turbato. Lo era anche lei, ma in modo diverso dal mio. Accostò le labbra sul mio collo e cominciò a succhiarmi la pelle con dei piccoli morsi. Brividi di piacere colmarono l'ansia del mio corpo. Rimasi sbalordito dal contegno impudico di Elena.
   L'avevo sempre considerata una compagna di lotta e nulla più. Non avevo mai pensato a lei come a una ragazza con cui avrei potuto imbastire una storia. E poi ero vergine. Le ragazze mi piacevano, ma le consideravo delle grandi rotture. L'atteggiamento schivo che mostravo nei loro confronti traeva origine dalla mia timidezza, viceversa mi piacevano e molto.
   Le labbra di Elena erano bollenti. In quei momenti considerai persino che fosse febbricitante. Si appiccicò alla mia bocca e premette le labbra sulle mie. Contraccambiai il bacio in maniera goffa. Era la prima volta che baciavo una ragazza e mi sentivo impacciato. Seguitai a premere le labbra sulle sue fino a farmi male ricalcando in qualche modo le orme di Humphrey Bogart e Eddie Costantine, star del cinema che in tante occasioni avevo visto baciare famose attrici sugli schermi.
   Il cazzo prese a dolermi. Provavo una sorta di eccitazione del tutto simile a quella che ero solito provare nel toccarmi il cazzo prima di spararmi una sega. Elena cominciò a strusciarsi con l'addome sul mio corpo. Accostai le mani al suo viso e le accarezzai le guance delicatamente.
   Le forme anatomiche del corpo di Elena erano graziose. Non era alta di statura. Vestiva in modo sbarazzino e teneva i capelli raccolti all'indietro a coda di cavallo. Rare volte l'avevo vista col viso truccato. L'impressione che m'ero fatto della sua persona era di una ragazza acqua e sapone.
   Continuammo a baciarci a lungo, scambiandoci un'infinità di carezze, senza mai toccarci i genitali. Intimidito dalla sua aggressività e dalla lingua che mi aveva cacciato in bocca mi allontanai da lei.
   - Andiamo a vedere cosa succede fuori. - dissi separandomi dal suo corpo.
   - Ma no, dai, restiamo qui, - ribatté carezzandomi i capelli attorno alla nuca.
   Mi divincolai dall'abbraccio e aprii uno spiraglio nel portone. La strada appariva deserta. Le ombre della sera avevano fatto capolino sulla città.
   - Vieni, andiamo via da qua. - dissi trascinandola per la mano fino a raggiungere la strada.
   - Ma no... c'è ancora pericolo. Aspettiamo... - si lamentò.
   - Non credo, dai, andiamo via.
   I botti dei lacrimogeni seguitavano a echeggiare in lontananza. Dinanzi al Liceo Musicale, in Via del Conservatorio, risalimmo la banchina e ci ritrovammo a poca distanza dal ponte Caprazucca.
   Prima di separarci scambiammo un ultimo bacio. Rimasi a guardarla mentre si allontanava. Affrettò il passo girando più volte il capo nella mia direzione. Prima che scomparisse definitivamente alla mia vista, inghiottita dal buio delle tenebre, mi girai indietro e tornai sui luoghi degli scontri.
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OMBRETTA
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   Seduto dinanzi alla scrivania fissavo lo schermo del computer. Ero lì da una decina di minuti senza riuscire a scrivere una parola della lettera che dovevo scrivere. Nella scrivania accanto alla mia Ombretta tamburellava nervosamente le dita sulla tastiera concentrata per portare a termine un compito che le avevo affidato.
   La scossa tellurica arrivò d'improvviso. Il pavimento cominciò a sussultare e vibrare tutto. Le pareti della stanza presero a vacillare. Le forti vibrazioni scossero violentemente l'edificio da pianterreno fino all'ultimo dei sette piani.
   - Il terremoto!... Il terremoto!... - urlò Ombretta.
   Dagli scaffali, sbatacchiati dalle insistenti vibrazioni, precipitarono sul pavimento molti oggetti. Alcune crepe presero forma nei muri da cui si staccarono dei calcinacci. I due lampadari appesi al soffitto cominciarono a muoversi danzando nell'aria ognuno per proprio conto. Ombretta si alzò dalla sedia e corse verso me.
   - Lorenzo! Lorenzo!
   Lo sballottamento dell'edificio pareva non dovesse mai terminare. Trascinai Ombretta sotto l'architrave della porta del bagno e arrestai la sua fuga. Era impaurita e tremava tutta. Intrecciò le braccia intorno al mio collo e si incatenò a me. La scossa tellurica esaurì la sua forza devastatrice nel volgere di alcuni interminabili secondi. Quando tornò la calma e il pavimento cessò di sussultare Ombretta non si scostò. Rimase aggrappata al mio corpo cingendomi con maggiore forza.
   Le tette erano in collisione col mio petto. Ne percepivo i capezzoli sulla pelle. Erano turgidi e molto sviluppati. Mi guardai d'intorno. L'ufficio era a soqquadro, il pavimento coperto di calcinacci e oggetti di ogni genere.
   Rassicurata dalla mia presenza Ombretta non pareva intenzionata a sciogliersi dall'abbraccio. Alzò il capo e mi ritrovai a guardarla negli occhi. Esitai prima di prendere una qualsiasi iniziativa. La condizione in cui c'eravamo venuti a trovare nostro malgrado era troppo ghiotta per lasciarmela sfuggire. Approfittai della sua debolezza, posai le labbra sulle sue, e la baciai. Un atto inconsulto il mio che avrebbe potuto mandare in rovina la nostra amicizia. Lei era single. Io sposato. Lei aveva 22 anni. Io dieci di più.
   In diverse occasioni mi era capitato di apostrofarla con apprezzamenti lusinghieri. Non che fosse bella, ma sensuale lo era per davvero. Era già successo che i nostri corpi venissero a contatto, ma non in quel modo, toccamenti, magari non del tutto intenzionali, che mi avevano procurato ogni volta un intenso turbamento.
   Mentre la baciavo avvertii il tremore del suo corpo. Aveva la pelle d'oca per lo spavento e ciò me la rendeva ancora più desiderabile. Mi comportai come uno squilibrato. Invece di fuggire per le scale, come stavano facendo i colleghi degli altri uffici, trascinai Ombretta nella toilette. Lei, impaurita dalla scossa, si lasciò rimorchiare senza opporre la minima resistenza. Avevo una voglia matta di scoparla e non volevo perdere l'occasione per riuscire a farlo. Accostai la porta del bagno alle mie spalle. Serrai il chiavistello e mi girai verso di lei. 
   Ombretta si trovò con la schiena addossata alle mattonelle della parete. Cominciai a baciarla sul collo, dopodiché appoggiai le mani sulla camicetta sbottonata ed entrai a contatto con la pelle.
   Le tette erano protette dall'esile tessuto del reggiseno. Quando strinsi fra le dita i capezzoli Ombretta trasalì. Ero in uno stato confusionale, respiravo con affanno, e lei ansimava. Penetrai la sua bocca con la lingua e cominciai a scoparla fra i denti muovendomi dentro e fuori le labbra. Contraccambiò il mio gesto facendomi dono a sua volta della lingua che trapassò le mie labbra. Una grande quantità di saliva fuoriuscì dalle nostre labbra per la smania di raggiungere al più presto l'orgasmo. 
   Godevo... Oh, sì... che godevo.
   I nostri colleghi avrebbero potuto fare ritorno da un momento all'altro negli uffici. Considerai che avevamo poco tempo a nostra disposizione, ragione per cui dovevo fare in fretta se volevo scoparla. E poi non volevo farmi trovare chiuso nella toilette insieme a lei quando gli altri impiegati sarebbero ritornati. Infilai la mano sotto la cintura della gonna e raggiunsi il bordo delle mutandine. Posai le dita sui peli del pube e toccai le labbra della figa. Erano fradice di umore.
   Andai avanti a scoparla nella bocca con la lingua, poi la penetrai infilandole due dita nella figa. Il bocciolo del clitoride, piuttosto sviluppato, era turgido. Cominciai a carezzarlo delicatamente fintanto che il corpo d'Ombretta, sempre più eccitata, incominciò a scuotersi. Per nulla intimidita appoggiò la mano sulla patta dei miei pantaloni e mi tastò il cazzo. Guidai la mano sulla cerniera. Lei fu lesta ad abbassarla. Afferrò il cazzo nella mano e lo liberò dalle mutande. Proseguimmo a baciarci masturbandoci a vicenda.
   Il tocco della mano di Ombretta era leggero. Alternava movimenti rapidi ad altri lenti accrescendo il mio desiderio di scoparla.
   - Andiamo lì... - dissi indicando la tavola del water.
   Abbassai pantaloni e mutande, dopodiché andai a sedermi sopra l'asse di legno. Ombretta restò in piedi di fronte a me. Si liberò delle mutandine di pizzo bianco e le abbassò senza fretta da sotto la gonna. Prima di mettersi cavalcioni sulle mie ginocchia levò anche la sottana. 
Mi ritrovai con le tette all'altezza degli occhi. Liberai i bottoni della camicetta e gliela tolsi. Lei si diede da fare slacciando il reggiseno che fece cadere da basso. 
   Le tette erano di forma compatta. L'areola dei capezzoli, piuttosto larga, aveva l'estremità non troppo pronunciata. Calai le mani sopra le tette e le accarezzai godendo del calore di quelle che considerai fosse una paradisiaca fonte di piacere. 
   Ritrovarmi con le mammelle d'Ombretta fra le dita aveva del prodigioso. Stropicciai i capezzoli e lei fece lo stesso con i miei fino a farmi male.
   Dalle nostre bocche uscirono dei gemiti di piacere. Godevo! Cazzo se godevo! Le sollecitazione delle dita sui miei capezzoli mi provocarono una lunga serie di fremiti in tutto il corpo. Chinai il capo e cominciai a succhiarle i capezzoli sbatacchiandoli coi denti fino a farla ubriacare di dolore. Lei afferrò il cazzo e lo avvicinò alla figa, poi lo tirò dentro spostandosi in avanti col bacino.
   Bagnata com'era non trovai difficoltà nell'andare con la cappella sul fondo della cavità. Ombretta cominciò a dondolarsi con le anche mantenendo le braccia appoggiate sulle mie spalle, facendovi leva.
   Il culo oscillava sul cazzo in maniera oscena. Mentre mi scopava le accarezzai le tette spremendo con energia i capezzoli. Era madida di sudore. I lunghi capelli castani, resi appiccicosi dalla pelle umida nascondevano il viso alla mia vista.
   Mugolava di piacere a ogni penetrazione. Avevo persino l'impressione che congiungesse i muscoli della passera per accrescere il suo e il mio piacere. Attirai la sua bocca alla mia e la baciai ancora una volta. Accelerammo i movimenti dei corpi per raggiungere in fretta l'orgasmo.
   - Sì... sì... fammi venire... fammi venire... - urlò fagocitandomi il cazzo.
   - Anch'io lo voglio... anch'io... - ribattei.
   - Humm... sì...sì... - continuò.
   Raggiunse per prima lei l'acme del piacere. Lo avvertii nel momento in cui il suo pube fu scosso da violente contrazioni. Tremò in tutto il corpo e cominciò a gridare:
   - Vengo... vengoo... vengooo...
   Riversò tutta la forza che aveva in corpo nelle sue braccia stringendole con forza attorno il mio collo. Cominciai ad avere delle forti contrazioni al culo. Accelerai il movimento del cazzo e raggiunsi l'orgasmo. A fatica riuscii a estrarre il cazzo dalla figa prima di venire. 
   Buttai fuori una grande quantità di sperma riversandoglielo sull'addome impiastricciandoci entrambi. Restammo impigliati nelle nostre braccia per lungo tempo godendo dei reciproci tremori dei corpi. Poco dopo ci ritrovammo in strada con i nostri colleghi di lavoro che non avevano fatto ritorno negli uffici.
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IL NERO
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   Rita e io dovevamo partire dall'aeroporto di Fiumicino alle 20.30 con destinazione Cuba. L'aereo invece decollò alle 02,55. Il motivo ufficiale del ritardo, circa 6 ore, fu attribuito dai funzionari della compagnia aerea a una segnalazione di guasto a uno dei motori del Boeing 767 su cui avevamo preso posto. Al momento del definitivo decollo dell'apparecchio non tutti i passeggeri scelsero di ripartire prendendo posto sul medesimo aereo insieme a noi. Molti preferirono rinunciare al viaggio e tornarsene a casa per la troppa paura.
   Le operazioni d'imbarco si erano concluse regolarmente alle 19.30 senza eccessivi intoppi. Alle 20.35 Rita ed io eravamo seduti ai nostri posti con le cinture allacciate, pronti al decollo. Solo allora il comandante informò i passeggeri che saremmo partiti con un po' di ritardo.
   Intorno alle 21.30, dopo un'ora di attesa, l'aereo incominciò a muoversi. Ma dopo avere percorso un breve tratto della pista di rullaggio, prossima a quella di decollo, l'aereo fece ritorno all'aerostazione. Le hostess c'invitarono a scendere a terra. Io e Rita ci ritrovammo, insieme agli altri passeggeri, caricati sul bus e accompagnati in una delle sale d'aspetto dell'aeroporto in attesa che il guasto fosse riparato.
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   Il Boeing 767 su cui prendemmo di nuovo posto, un paio di ore più tardi, era un velivolo di recente costruzione. Mia moglie prese possesso del sedile a ridosso del finestrino. Io nel mezzo fra lei e un tizio dalla pelle nera che occupò il sedile contiguo al corridoio.
   Poco dopo il decollo le hostess distribuirono ai passeggeri delle bevande. A chi ne fece richiesta consegnarono una coperta per la notte. Rita si accucciò col capo addossato alla parete della fusoliera dell'aereo. Stanco e assonnato reclinai il sedile all'indietro, dopodiché srotolati il plaid e lo distesi sull'addome fino a coprire le ginocchia. L'uomo seduto accanto a me fece altrettanto.
   Il Boeing, dopo avere preso quota, s'inoltrò nel buio delle tenebre, lasciandosi alle spalle le difficoltà che avevano ritardato la partenza. Dopo essermi appisolato fui svegliato dalle turbolenze prodotte dai frequenti vuoti d'aria che scaraventavano di continuo l'aereo verso il basso. 
   Tutt'a un tratto le luci di emergenza si accesero sopra la testa di ognuno dei passeggeri. Dagli altoparlanti uscì fuori la voce del comandante dell'aereo. In perfetta lingua inglese invitò i passeggeri ad agganciare le cinture di sicurezza. 
   Viaggiare in aereo mi ha sempre messo addosso una grande paura. Quella notte le condizioni atmosferiche erano pessime. Mantenevo le palpebre degli occhi socchiuse e le mani madide di sudore attaccate ai bracciali del seggiolino. Il cuore mi pulsava celermente e avevo una dannata paura. Mia moglie, invece, dormiva un sonno tranquillo per nulla infastidita dalle turbolenze.
   Un movimento radicale della direzione del velivolo mi fece sussultare sul sedile lasciandomi per qualche istante senza fiato. Tutt'a un tratto avvertii il peso di una mano sopra un ginocchio. Sul momento non feci caso al gesto attribuendolo alla casualità, perlomeno fino a quando le dita scesero all'interno della coscia. Allora tutto mi fu chiaro.
   I vuoti d'aria si susseguirono. Avevo il cuore in gola e una mano che non era la mia appoggiata sul cazzo. Il compagno di viaggio seduto accanto me si fece più ardito e cominciò a sbottonarmi la patta dei pantaloni. Ancora una volta non mi ribellai e lo lasciai fare. Ero eccitato per ciò che stava accadendomi e non sapevo o volevo ribellarmi, anche se avrei potuto farlo. Sarebbe bastato che allontanassi la mano e tutto sarebbe finito, ma non la scostai. Lasciai che s'impadronisse del mio cazzo fagocitandolo nella mano. Il vicino di poltrona si adoperò a estrarlo incontrando non poche difficoltà. L'avevo duro, ma duro duro. Lo era diventato in pochi istanti dopo che aveva cominciato ad accarezzarmi l'interno della coscia. 
   Mi tremavano le gambe per l'eccitazione. Ero spaventato e confuso dai turbamenti che produceva su di me la mano del mio vicino di poltrona.
   I continui sconquassi, provocati dalle vibrazioni dell'armatura dell'aereo, producevano un fracasso infernale. L'impressione che ne ricevetti fu che l'aereo avrebbe potuto spaccarsi in più pezzi da un momento all'altro. Stavo subendo le attenzioni di un anonimo compagno di viaggio e ne provavo piacere. Lasciai che seguitasse a toccarmi incapace di reagire all'insolente sequela di carezze che esercitava sulla cappella.
   Mi lusingava con leggeri tocchi delle dita e mi faceva godere come raramente mi è accaduto masturbandomi. Avevo l'impressione di eiaculare da un momento all'altro, ma quando stava per accadere il mio vicino di poltrona rallentava l'azione della mano facendo regredire l'istante in cui avrei sborrato. Mi compiacevo per le attenzioni che stavo subendo e non vedevo l'ora di venire.
   Il movimento della mano sul cazzo si fece insistente. Godevo nell'essere masturbato e non m'importava, affatto, che fosse un uomo a farlo. Provavo vergogna e nello stesso tempo trovavo eccitante questa mia degradazione. Sborrai fra le sue dita espellendo una grande quantità di sperma. Lui continuò a carezzarmi il cazzo facendomi uscire fino all'ultima goccia dall'uretra.
   La mano dell'uomo si eclissò lasciandomi pantaloni e mutande impiastricciate di sperma. Rimasi con gli occhi socchiusi per lungo tempo stemperando l'eccitazione che mi bruciava dentro. Utilizzai il plaid per asciugarmi il cazzo senza farmi scorgere da Rita, poi mi addormentai.
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EPILOGO
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   Le tre storie hanno parecchio in comune. Forse sono anche vere. Lorenzo è un po' come Antoine Doinel, protagonista de: "I quattrocento colpi" e di molti altri film di Françoise Truffaut. Il fermo fotogramma che conclude la corsa di Antoine sulla spiaggia e il film, ha lasciato una traccia profonda dentro di me. Anch'io come lui sto fuggendo da qualcosa, forse da me stesso.

 

 
     
 

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