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NONNI
DA MARCIAPIEDE
di
Farfallina
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L'aria era umida,
la calura soffocante.
La temperatura misurava trent'otto gradi all'ombra.
Giuseppe sfogliava le pagine della Gazzetta dello
Sport seduto a un tavolo del Dopolavoro
dei dipendenti dell'ospedale, ubicato in
prossimità del palasport. Beveva
Malvasia e sudava e poi riprendeva a bere di nuovo. D'improvviso, senza un motivo apparente, si mise a urlare frasi sconnesse.
Accecato da una furia improvvisa
scaraventò per aria bicchieri, sedie e tavolini.
Qualcuno attribuì il folle gesto a un colpo di calore, altri a una notizia che aveva letto nelle pagine rosa del giornale. Nessuno seppe mai la causa di quell'improvviso malessere. Quello di cui sono certo è che furono necessarie otto braccia per riportare Giuseppe all'impotenza.
I militi della Croce Rossa, accorsi sul posto con due ambulanze, condussero Giuseppe al Pronto Soccorso fra gli sguardi attoniti della gente che a quell'ora occupava i tavoli del dopolavoro. Sei mesi rimase rinchiuso fra le mura di una casa di cura per malattie mentali, dopodiché tornò
di nuovo libero.
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Giuseppe aveva lavorato per quarant'anni come infermiere in
ospedale svuotando padelle e pitali. Da
circa tre anni era andato in pensione animato
dalla voglia di concedersi un meritato riposo.
Prima di quel tragico pomeriggio soleva trascorrere le giornate al Dopolavoro del Circolo Sanità. Gli piaceva giocare alle carte,
fare qualche partita a biliardo, e dedicarsi alla lettura della Gazzetta dello Sport; il suo giornale
preferito.
Il forzato ricovero in una clinica per malattie mentali lo aveva segnato in maniera permanente. Dimesso dalla casa di cura
prese l'abitudine di camminare, dall'alba al tramonto, lungo la strada che dai Mercati Generali conduce all'aeroporto, battuta durante la notte da prostitute e transessuali in cerca di clienti.
Senza una apparente ragione prese l'iniziativa di raccattare i
preservativi che nottetempo i clienti
delle prostitute abbandonavano sul ciglio della carreggiata e nei prati circostanti, svolgendo
quell'insolito lavoro con la metodica precisione che lo aveva contraddistinto quando esercitava la professione
d'infermiere.
Tracolla portava un cestino di vimini, lo stesso che in passato
utilizzava quando andava a pesca. Era lì che custodiva i profilattici recuperati durante la giornata.
Alle prime luci dell'alba, consumato un cappuccino al bar dei Mercati Generali, s'incamminava lungo la strada che conduceva all'aeroporto scandagliando con un bastone il terreno erboso fra gli alberi di gaggia dove nottetempo i clienti avevano consumato
i coiti.
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Giuseppe conosceva ogni anfratto
ai lati della carreggiata. Questo gli consentiva di rintracciare in breve tempo un gran numero di preservativi. Qualche camionista, incrociandolo mentre espletava l'insolito lavoro, arrestava l'automezzo e lo salutava. Giuseppe non chiedeva niente a nessuno, eppure tutti gli erano amici.
C'era chi gli offriva una sigaretta, chi un bicchiere di vino, oppure chi più semplicemente gli batteva una pacca sulla spalla. Lui ringraziava tutti con un sorriso, dopodiché riprendeva il lavoro.
A mezzogiorno era solito fermarsi all'ombra di una gaggia per consumare
il pranzo. Un tozzo di pane farcito con mortadella o
pancetta era quanto di meglio consumava. Terminato il fugace pasto fumava una sigaretta, dopodiché si rimetteva di nuovo in cammino. A fine giornata, dopo avere svuotato il cesto in uno dei cassonetti della spazzatura, inforcava la bicicletta e faceva ritorno a casa.
Nel modesto appartamento che occupava, un bilocale al terzo piano di una casa a ringhiera
nell'Oltretorrente, non c'era nessuno a attenderlo. I figli, sposati e con prole a carico, si erano da tempo allontanati da casa. Gina, sua moglie, era deceduta qualche anno prima che lui si congedasse dal lavoro in ospedale. A volte, di sera, per non restare solo andava a trovare
Eliana nel viale dove la donna era solita prostituirsi. Il medesimo dove durante il giorno lui raccattava i preservativi abbandonati dai clienti.
Giuseppe era in intimità con
Eliana. La frequentava già da prima che sua moglie morisse. La donna aveva una sessantina d'anni. Alta non più di un metro e
sessanta, piuttosto grassoccia, portava al capo una vistosa parrucca. La capigliatura posticcia serviva a mascherarle l'incipiente calvizie conseguenza di una precoce caduta dei capelli.
Eliana evitava di sorridere ai clienti per non mostrare i pochi denti rimasti nelle gengive. La sua clientela era costituita per lo più da anziani, ma non le mancavano richieste da giovani nordafricani che si accoppiavano con lei per le modeste tariffe che praticava. C'è chi afferma che da giovane fosse carina, ma una vita consumata sui viali della prostituzione l'avevano ridotta a una larva di donna che né l'oscurità né il pesante trucco del viso riuscivano a mitigare.
Giuseppe era solito accoppiarsi con Eliana sopra un cencioso materasso di crine. Lo stesso che il magnaccia della donna provvedeva, ogni notte, a fare uscire da una Fiat Ritmo per stenderlo nel prato e ritirarlo al mattino.
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Quello di cui Giuseppe aveva bisogno era di tenerezza e un poco di compagnia. Eliana era la sola donna capace di dargli entrambe le cose. Prima di consumare il coito trascorrevano molto tempo a chiacchierare per la strada. Eliana lo ascoltava mentre era impegnata a adescare qualche cliente, ma quelli che transitavano dinanzi alla sua postazione, salvo qualche rara eccezione, dopo averla vista da vicino ripartivano senza nemmeno chiederle la tariffa.
Giuseppe era solito confidarle le proprie pene. Eliana lo ascoltava elargendogli affettuosi consigli. L'uomo, imbottito di psicofarmaci, non godeva di una grande carica sessuale, faticava non poco a fare diventare duro l'uccello. Eliana lo sapeva e ricorreva ai segreti del proprio mestiere per portarglielo in erezione. Mica sempre ci riusciva, ma quando succedeva Giuseppe la prendeva da dietro, alla pecorina, inginocchiandosi sul materasso su cui stendevano le membra altri disperati come lui.
Quando Eliana, nonostante gli sforzi, non riusciva a fargli diventare duro l'uccello, allora non voleva essere pagata, ma Giuseppe insisteva per
pagarla. Diceva che nell'espletamento del proprio lavoro ognuno deve ricevere il giusto tributo e lei quei soldi se li era guadagnati comunque.
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Giuseppe è stato travolto da un'autovettura ed è morto. E' accaduto mentre ripuliva la sua strada. Avrebbe potuto essere mio padre, il tuo o quello di ciascuno di noi, avrebbe potuto essere un pervertito o un maniaco sessuale. Ma qualunque cosa egli fosse mi mancherà. Se n'è andato in silenzio, da solo, con un preservativo stretto fra le dita. Sulla Gazzetta di Parma, nella pagina dei necrologi, nemmeno un rigo.
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