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L'OSTERIA DELLA MONTA
di Farfallina

 

  
  
L
'osteria della Monta era l'unica vera osteria rimasta aperta nell'Oltretorrente. Le altre avevano abbassato le saracinesche già da qualche anno per non aprirle mai più.
   Le pareti del locale non assaporavano il pennello di un imbianchino da tempo memorabile. I tavoli di legno in radica di noce, attorno ai quali i clienti si soffermavano a desinare, risalivano ai tempi della sua inaugurazione avvenuta cento anni prima. Anche l'unto di grasso appiccicato al legno era il medesimo.
   Nell'osteria della Monta, Gildo, il banconiere, serviva soltanto Scorza Amara, un tipo di lambrusco frizzante, a bassa gradazione alcolica, dal sapore dolce e talmente scuro da macchiare la pelle a chi entrava a contatto con il mosto. 
   Gildo, proprietario dell'osteria, lo serviva sfuso in ciotole di terracotta come prima di lui aveva fatto suo padre e ancora prima il nonno.
   All'ingresso della trattoria, su una lavagna nera d'ardesia, era ben visibile il menù del giorno. Era scritto con un gesso bianco ed era sempre il medesimo da un paio di decenni a questa parte.
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Primo piatto: minestrone di verdure. 
   Secondo piatto: buzéca, oppure gatto in umid
o
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   Era Gildo, insieme al figlio, a occuparsi della cattura dei felini. Avvicinavano gli animali all'alba, quando per le strade dell'Oltretorrente non c'era anima viva, utilizzando crocchette di pesce di cui i gatti erano ghiotti per avvicinarli. 
   Una martellata propinata con una certa violenza sul capo dell'animale li metteva K.O. tramortendoli. Una volta a casa provvedevano a scuoiarli e a frollare le carni in modo che i tessuti degli animali diventassero più tenere e acquisissero maggior sapore una volata cucinati in umido.
   Oltre a catturare gli animali, Gildo stava dietro il bancone e si occupava di servire ai tavoli i clienti che si affacciavano nell'osteria. Agata, sua moglie, si dedicava alla preparazione dei cibi e della pulizia del locale, se così poteva definirsi lo straccio bagnato che saltuariamente passava sul pavimento.
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   - Complimént dabón, al cuzinèr. - disse Umberto Frambati complimentandosi con Gildo che da dietro il bancone stava a osservarlo mentre mangiava. - L'è la so morta. - concluse Frambati riferendosi al piatto fumante di spezzatino di gatto in umido davanti a lui.
   Buttò giù, tutto di un fiato, il vino che riempiva la ciotola di terracotta. Tagliò una fetta di pane e l'intinse nel condimento. Seguitò a gustare la carne con avidità fino a quando il piatto divenne bianco e lucido. 
   Gildo era intento a scambiare qualche parola con Frambati quando la porta d'ingresso si aprì. Appreso a una folata d'aria gelida Eugenio fece il suo ingresso nel locale.
   - Buona sera a tutti. - disse volgendo lo sguardo nella direzione di Gildo. Successivamente guardò anche verso Frambati. Entrambi ricambiarono il saluto, dopodiché si avvicinò a un tavolo, accanto alla stufa di cotto dove ardevano dei ceppi di legna, e andò a collocarsi con la schiena contro il muro dove avrebbe potuto osservare le persone che sarebbero entrate nel locale.
   - Sei venuto per cenare? - gli chiese Gildo.
   - E che altro?
   - Di solito sei mio ospite soltanto all'ora di pranzo.
   - E stasera invece anche a cena.
   - Tua moglie ti ha cacciato fuori da casa?
   - No.
   - Allora come mai sei qui?
   - Affari... affari.
   Eugenio non era andato all'osteria per caso. Era lì perché aveva un dannato bisogno di qualcuno che lo stesse ad ascoltare. Ma non poteva essere né Gildo né Frambati la persona con cui aprirsi e confidare le proprie pene, malgrado ciò si rivolse a loro intavolando un discorso qualsiasi.
   - Fino a pochi anni fa, camminando per strada, era abbastanza facile trovare una cabina telefonica con cui effettuare una telefonata. Adesso è pressoché impossibile trovare una postazione telefonica persino nei bar. Le poche cabine rimaste sono introvabili o fuori uso. Oggi pomeriggio avevo urgente bisogno di effettuare una telefonata, ma non sono riuscito a trovare una sola cabina telefonica. L'unica che ho trovato aveva l'apparecchio guasto!
   - Dovresti munirti di telefono cellulare. - lo interruppe Gildo.
   - E diventare anch'io uno di quei cretini che sussurrano parole in un microfono mentre passeggiano per strada?
   - Ho sentito dire che i moderni cellulari hanno persino una fotocamera integrata. Si può spedire qualsiasi tipo d'immagine utilizzando il telefono. Non deve essere difficile. Io però non ne sarò mai capace. - disse Frambati mentre assaporava il secondo piatto di carne di gatto in umido che Gildo si era premurato di servirgli.
   - Preferisco restarne privo. Il cellulare è un giocattolo elettronico, inventato dalle aziende telefoniche, che serve a fare spendere denaro alla gente. E poi chi ha veramente bisogno di rintracciarmi lo può fare telefonandomi a casa o sul posto di lavoro. - disse Eugenio
   - E se si trattasse di una comunicazione urgente... - lo interruppe Gildo
   - Ma va là, portami piuttosto un piatto di "buzéca". E che sia saporita come solo tua moglie sa fare, mi raccomando! 
   Gildo si allontanò dal bancone e andò dritto in cucina. Fece ritorno poco con un piatto fumante di trippa che depositò sul tavolo davanti a Eugenio.
   - Il formaggio grattugiato? - disse Eugenio.
   Sulla tavola che Eugenio occupava Gildo aveva provveduto a collocare un cesto del pane, le posate, una bottiglia di lambrusco, e una ciotola di terracotta. Mancava solo la formaggiera per completare l'opera.
   - Ah... sì, provvedo subito.
   Gildo prese dalla credenza una piccola formaggiera, colma di parmigiano grattugiato, e la depose sulla tovaglia a quadretti rossi e bianchi che ricopriva il tavolo, poi si allontanò. Eugenio distribuì il formaggio sulla trippa ancora fumante e cominciò a assaggiare la prelibata pietanza bollente.
   - Com'è? - chiese Gildo.
   - Buona, come al solito.
   Gildo si allontanò dal bancone e si avvicinò alla stufa a legna. Rianimò il fuoco servendosi dell'attizzatoio. Sulle braci aggiunge un grosso ceppo di legna e subito dopo un altro. Era intento a rianimare il fuoco quando due donne fecero il loro ingresso nel locale. 
   Entrambi non si presero la briga di salutare, andarono dritte a occupare un tavolo, sedendosi una di fronte all'altra, poco lontano dal tavolo occupato da Eugenio a cui nessuna delle due prostitute pareva interessare nonostante fossero degne di una scopata.
   Frequentare l'Osteria della Monta a Eugenio dava piacere. Negli ultimi mesi aveva preso l'abitudine di consumare in quel luogo il pranzo di mezzogiorno. Se i colleghi della banca per cui lavorava lo avessero visto cenare in quel luogo sporco e frequentato da prostitute non avrebbero creduto ai loro occhi. Lui invece si sentiva a proprio agio in mezzo a puttane e transessuali perché anche lui si considerava un diverso.
   Di sera non era solito cenare alla Trattoria della Monta, ci andava a pranzo o durante il pomeriggio per bere una ciotola di lambrusco, ma dopo ciò che gli era successo sul posto di lavoro aveva bisogno di raccontarsi a qualcuno che avesse la pazienza di stare ad ascoltarlo. E Giovanna era la sola persona idonea a quello scopo.
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   Qualche minuto dopo le 10.00 Giovanna fece il suo ingresso nell'osteria. Eugenio, vedendola comparire alla porta d'ingresso, le fece cenno di prendere posto accanto a lui nel tavolo che occupava da solo.
   - Ciao, come stai? - disse quando Giovanna si avvicinò al tavolo.
   - Bene... bene.
   - Ti aspettavo da un po'. Pensavo che saresti arrivata molto prima.
   - Ero occupata con un cliente. - gli rispose liberandosi della pelliccia, mostrando un decolleté da fare invidia a una entraineuse d'alta classe.
   Eugenio si trovò a sbirciare le grosse tette, effetto delle protesi al silicone e di un intervento di chirurgia estetica, e ne rimase incantato.
   - Come stai?
   - Ho avuto qualche malanno, ma ora sono guarita.
   Il cerone applicato al viso le nascondeva la barba rasata di recente, mentre il pomo d'Adamo era occultato da un sottile foulard di seta rosa che portava attorcigliato attorno al collo. Le ciglia finte, gli occhi di colore turchino, i capelli lunghi e lisci di colore castano scuro a cadere sulle spalle, e un trucco del viso non troppo pesante la facevano sembrare una donna a tutti gli effetti.
   - Mi fa piacere vederti. - disse Eugenio emozionato per la presenza di Giovanna al suo tavolo.
   - Non so cosa mangiare stasera. Non voglio appesantirmi lo stomaco. Mi attende un duro lavoro stanotte. Non ho intenzione di scontentare i clienti con dei rutti mentre gli faccio una pompa.
   - La trippa è buona, te la consiglio.
   - Non ci penso per niente, stasera ho voglia di carne di gatto in umido.
   - Sì... sì... fai bene.
   Eugenio lasciò cadere una mano sulla coscia di Giovanna, seduta accanto a lui, espandendo il torace per l'eccitazione. Subito dopo scacciò fuori l'aria. Era sua intenzione dare un senso alla serata, anche se un senso non lo aveva, perché fra lui e Giovanna c'era soltanto un rapporto di amicizia, perlomeno questo era ciò che gli piaceva pensare.
   Gli avvenimenti accadutigli nel pomeriggio avevano sconvolto Eugenio. Nel momento in cui il direttore del personale della banca per cui lavora aveva dato comunicazione ai dipendenti riuniti in assemblea di un piano di ristrutturazione che prevedeva la riduzione del personale, si era sentito crollare il mondo addosso.
   - Ehi, cosa ti succede stasera?
   - Niente...
   Gildo depositò sulla tovaglia un abbondante piatto di spezzatino di gatto in umido e si allontanò.
   - Buon appetito... - disse Eugenio rivolto a Giovanna.
   - Grazie.
   Giovanna incominciò a cibarsi della carne di gatto senza servirsi delle posate. Afferrò i frammenti di carne con le dita delle mani e li avvicinò alla bocca, asportando coi denti la carne attorno alle ossa. Eugenio seguitò a tenerle compagnia mentre lei assapora va il cibo, insistendo a lambirle con la mano il ginocchio che gli sembrò vellutato, ma era tutto merito delle autoreggenti che Giovanna indossava. Fece scivolare la mano verso le mutandine dove stava imprigionato il cazzo, ritraendosi quando ormai stava per raggiungere l'ambita meta. Andò avanti a colmarla di carezze sciorinando una grande quantità di inutili parole sulla propria condizione di lavoro all'interno della banca. Lei rimase ad ascoltarlo inghiottendo uno dopo l'altro i frammenti di carne di gatto.
   - Hai voglia di scopare? - chiese infine Giovanna a Eugenio.
   - Eh?
   - Ti ho chiesto se ti va di scopare.
   Eugenio rimase sorpreso dalla proposta. Preso alla sprovvista non seppe cosa risponderle.
   - Si può sapere cosa ti prende stasera? Che cazzo vuoi da me?
   - Io... io... niente... niente.
   - Ma va là... vuoi succhiarmelo? E' questo che desideri? Oppure vuoi mettermelo nel culo?
   Eugenio si ricompose sulla panca, levò la mano dalla coscia di Giovanna e abbassò il capo per l'imbarazzo.
   - Non ti faccio pagare, per stavolta, consideralo un piacere a un amico, ma deciditi perché fra poco a casa mia verranno dei clienti a farmi visita e io ho bisogno di guadagnarmi da vivere anche stasera.

   Una volta terminato di cenare saldarono il conto nelle mani di Gildo e uscirono dal locale. Per la strada non c'era anima viva. La temperatura dell'aria era fredda e tirava una leggera brezza di vento. Dopo avere fatto alcuni passi in direzione della casa di Giovanna si fermarono sul marciapiede a metà strada.
   - Hai deciso cosa fare?
   Eugenio non le diede risposta e aspettò che Giovanna riprendesse il cammino. La seguì dappresso anche quando salì le scale male illuminate della abitazione in cui si prostituiva. Per tutto il tempo in cui rimase insieme con lei non pensò un solo istante a sua moglie e al figlio che l'aspettavano a casa. Strinse nella bocca il cazzo di Giovanna e lo succhiò tenendo le mani aggrappate alle mammelle di silicone. Lei gli accarezzò più volte il capo prendendosi cura dei dolori dell'anima. Dopo mezzora Eugenio fece ritorno a casa.

 

 
     
 

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