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LA RAGAZZA DELLA 
TAVERNA ROSSA

di Farfallina

 

  
  
S
draiato sul letto stavo a guardare le travi del soffitto illuminate dalle luci che a tratti provenivano dalla strada. Da lì pendeva un filo intrecciato con alla base una lampadina nuda. Rimasi a lungo a guardarla mentre ciondolava qua e là, senza una direzione precisa, sospinta dai buffi di vento che entravano dalla finestra spalancata. Allo stesso modo le dita della mia mano, avvolte intorno alla cappella, seguitavano a muoversi avanti e indietro consegnandomi un discreto piacere mentre mi masturbavo.
   Dalla finestra spalancata irrompeva nella stanza il riverbero dei fari di qualche autovettura, luci che tracciavano strane ombre sulle travi distraendomi dai pensieri che occupavano la mia mente mentre mi toccavo l'uccello.
   L'appartamento che occupavo, un monolocale di pochi metri quadri, era quanto di meglio potevo permettermi da studente universitario. Oltre a essere minuscolo era anche privo di servizi igienici. Un cesso alla turca, situato nel ballatoio, serviva gli inquilini del terzo piano.
   Il caseggiato, vecchio e fatiscente, era occupato da studenti universitari, sfaccendati e da un numero imprecisato di nigeriani, ammassati come sardine dentro un appartamento al primo piano dell'edificio, coartati a dormire su delle brande a castello, una decina o forse più, che arrivavano fino a sfiorare il soffitto.
   La stanza che mi ospitava, spoglia di qualsiasi elemento d'arredo, mostrava chiazze di umidità sparse a macchie di leopardo sull'intonaco delle pareti.
   Una colonia di scarafaggi mi teneva compagnia durante la notte, quando gli animaletti si spostavano, silenziosi, sul pavimento dileguandosi ogniqualvolta accendevo la lampada che pendeva dal soffitto.
   Stavo toccandomi l'uccello nel buio della stanza, senza riuscire a eiaculare, quando qualcuno prese a bussare con insistenza alla porta.
   La cosa non mi sorprese, ero certo che doveva trattarsi della padrona di casa di cui ero debitore di una mensilità d'affitto arretrato, ma non avevo nessuna voglia d'intrattenermi con lei per quanto fossi eccitato.
   Tenevo l'uccello duro e una grande voglia di sborrare, ma avrei voluto farlo in bocca a qualche bella ragazza, non certo a lei. Mi avvilivo ogni volta che pensavo a quanto fosse vecchia. Aveva tre anni più di mia madre e una dentiera che si affrettava a togliere dalla bocca tutte le volte che mi faceva un pompino. I capelli grigi, raccolti sopra la testa a formare un chignon, la pelle che le cascava addosso tanto era floscia, le conferivano un aspetto da strega.
   Mi bersagliava di attenzioni e io facevo di tutto per evitare d'incontrarla. In cambio di qualche piacere, come lavare le mie robe e stirarmi le camicie, sopportavo che mi facesse di tanto in tanto qualche pompino. In fondo era brava a farli e poi una bocca è pur sempre una bocca anche se è quella di una donna anziana, ma quando mi prendeva il bisogno di scopare preferivo farlo saziandomi con della carne giovane piuttosto che fare sesso con lei.
   Mi alzai da letto e mi avvicinai alla porta che dava sul pianerottolo attento a non fare rumore. Da una fessura della porta intravidi la punta dei suoi piedi.
   Indossava dei sandali con sottili strisce di cuoio marroni da cui spuntavano le unghie colorate di uno smalto rosso iridescente. Mi soffermai a guardare gli alluci perché era l'unica cosa che gradivo della sua persona. In più di una occasione mi aveva fatto delle seghe stringendomi l'uccello fra le pieghe della pianta dei piedi, facendomi cosa assai gradita. Resistetti al richiamo dei suoi piedi. Rimasi con la schiena incollata alla porta sperando che si decidesse ad allontanarsi. Invece non pareva, affatto, intenzionata a farlo. Seguitò a bussare con una certa insistenza, consapevole che ero presente nell'appartamento e non le aprivo.
   Nudo, ritto in piedi, con l'uccello ormai floscio, indugiai in quella posizione fintanto che, spazientito, decisi di urlarle addosso tutta la mia rabbia. Ma quando mi decisi a aprire la porta non c'era più nessuno. La donna era scomparsa nel nulla al pari di suo marito, deceduto qualche mese prima, vittima di un infarto. Tornai sui miei passi, infilai pantaloni e canottiera, calzai un paio di scarpe bicolore, bianche e nere, da marinaio, appartenute al defunto marito della padrona di casa, dopodiché scesi di fretta le scale senza guardarmi alle spalle, e raggiunsi la strada.
   Piazzale Inzani a quell'ora di notte, da poco erano passate le due, era pressoché deserto. Raggiunsi la Taverna Rossa, uno dei pochi locali dell'Oltretorrente aperti fino all'alba, distante pochi passi dalla mia abitazione, e vi trovai rifugio.
   La Taverna Rossa, uno spazio anarchico, underground, era piena giovani, perlopiù universitari, che frequentavano il circolo Arci perché lo consideravano uno spazio alternativo, dove la birra costava poco e sapeva di asprigno.
   Raggiunsi il bancone e rimasi a guardare la gente seduta ai tavoli. Alla ragazza dall'altra parte del bancone che mi si fece incontro per ricevere l'ordinazione, un tipo dalla pelle olivastra con una scollatura della camicetta da mozzare il fiato, chiesi di servirmi una birra scura.
   Il chiasso di voci era insopportabile al pari della puzza di sudore che rendeva il posto molto simile a una discarica. Mi guardai intorno alla ricerca di qualche faccia amica con cui scambiare qualche parola, ma non vidi nessuno, né maschio né femmina, degno della mia attenzione.
   - Vuoi dell'altro? - disse la ragazza dopo avermi servito la birra di malto dentro una caraffa di vetro col manico.
   - Beh, per cominciare potresti dirmi qual è il tuo nome. Sei nuova? Non ti ho mai vista qui.
   - Carmen.
   - Humm... davvero un bel nome. Uguale a quello della protagonista di una famosa opera di Bizet. - dissi dopo avere sorseggiato parte della schiuma che giungeva sino all'orlo del bicchiere. - Hai la pelle ambrata come lei. 
   - Altro?
   - Potrei domandarti quanti anni hai? E' una domanda che non andrebbe fatta a una donna, però mi ha incuriosito il tuo bel faccino e il colore della tua pelle. Sei carina, lo sai?
   - Adesso però ti devo lasciare perché devo servire un altro cliente.
   - Non vuoi dirmelo?
   - Ventidue. Va bene così? - disse spandendosi in un sorriso di trentadue denti veri, bianchi, e bene allineati, mica finti come quelli della mia padrona di casa. 
   - L'età giusta...
   - L'età giusta per cosa? Scusa se te lo chiedo.
   - Per fare un pompino. - dissi pronunciando la parola pompino con un certo timore, guardandola fissa negli occhi, certo di averla sorpresa.
   La ragazza non diede risposta alla mia provocazione, lasciò trascorrere un paio di secondi reprimendo la rabbia che dovevo averle provocato con la mia affermazione. Quando rispose lo fece alzando il tono della voce fingendo di non avere compreso a pieno il significato delle mie parole per colpa del chiasso che era presente nel locale.
   - Hai detto che vuoi fare un bambino?
   - Non proprio, ma non importa. Vai pure.
   - Allora vado...
   La ragazza si allontanò dalla postazione che occupavo davanti al bancone. La inseguii con lo sguardo e la vidi mettersi a disposizione di una coppia di ragazze, di sicuro lesbiche, a cui servì due caffè. Ripresi a bere la birra e dopo una decina di minuti mi allontanai dal locale deluso per come stavo concludendo la nottata.
   Quando misi il muso fuori dalla Taverna Rossa la strada era bagnata. Una autobotte della nettezza urbana stava allontanandosi dopo avere riversato getti d'acqua sull'asfalto. L'acqua aveva raggiunto l'acciottolato dei marciapiedi e portato via le chiazze di piscio lasciate sull'asfalto da qualche cliente della Taverna Rossa.
   Raggiunsi il portone del mio caseggiato, salii di fretta le tre rampe di scale che conducevano alla mia abitazione evitando d'accendere la luce. Mi premurai di togliere dalla tasca dei pantaloni il mazzo delle chiavi, di cui una mi sarebbe servita ad aprire la serratura della mia abitazione, quando la lampada a soffitto del pianerottolo si accese. Alle mie spalle udii un fruscio di passi. Mi girai e la vidi.
   La padrona di casa stava immobile con la schiena appoggiata al muro. Indossava una vestaglia damascata di colore amaranto che le arrivava fino ai piedi. Manteneva le cosce sfacciatamente scoperte, senza mutande addosso, e mi guardava.
   - E' questa l'ora di fare ritorno a casa?
   Rimasi a osservarla, divertito dal ciuffo di peli scuri e grigi che le spuntavano fra le cosce, indeciso su cosa risponderle. Non disse nessun'altra parola, mi si avvicinò e mi diede un bacio. La sua bocca sapeva di sanguinaccio di maiale e di pane raffermo. M'infilò parecchi centimetri di lingua in gola e con una mano mi strinse l'uccello protetto dalla patta dei pantaloni, inspiegabilmente rimasto duro dopo che ero uscito dalla Taverna Rossa.
   - Sono io che ti faccio questo bell'effetto? - disse mostrandomi la schiera di denti tutti finti cui fece seguito un ampio sorriso.
   - Il fatto è che...
   - Non venirmi a dire che lo hai duro per effetto di un'altra donna, eh.
   - E' così.
   - Non ci credo.
   - Poco fa ho proposto a una ragazza di farmi un pompino e mi è rimasto duro.
   - La conosco?
   - Non credo. E' la nuova barista della Taverna Rossa. Il suo nome è Carmen.
   - E cosa ti ha risposto?
   - Ha finto di non capire qual era il senso della mia domanda, eppure gliela avevo posta in modo sufficientemente esplicito.
   - Se non ti ha mandato a fare in culo è segno che ti gode.
   - Ma...
   Senza troppi preamboli mi abbassò la cerniera dei pantaloni e strinse di nuovo l'uccello nella mano. Intanto, con l'altra, prese ad accarezzarmi le labbra passandoci sopra l'estremità delle dita.
   - Sono così sola stanotte... potresti fare finta che io sia lei. Ti va?
   - Si facciamo così. - dissi logorato dalla sua sfacciataggine. - Facciamo finta che tu sei lei, Carmen. - dissi spingendole il capo verso il basso.
   La padrona di casa si inginocchiò ai miei piedi. Infilò la cappella fra le labbra e incominciò a succhiarla mantenendo la mano attorno alla radice dell'uccello. 

   L'ora era tarda e non c'era pericolo di essere scoperti da qualche inquilino. In mio soccorso scattò il relè a tempo che comandava l'accensione e lo spegnimento delle luci delle scale che si smorzarono quando iniziò a spompinarmi l'uccello.
   Mi ritrovai al buio, davanti alla porta di casa, con una anziana donna che mi succhiava l'uccello come una assatanata. Per un breve istante pensai che le potesse schizzarle via dalla bocca la dentiera che il dentista le aveva da poche settimane sistemato nella bocca.
   - Andiamo dentro. - dissi, obbligandola a separarsi dall'uccello che accoglieva nella bocca.
   Stavolta non ebbi difficoltà a ricuperare la chiave dell'appartamento. Lei si premurò di togliersi la vestaglia che lasciò cadere sul pavimento, là dove avrebbe voluto coricarsi per fare l'amore. Ma avevo troppo schifo degli scarafaggi che durante la notte si mettevano in movimento nella stanza per accontentarla. Andai a sedermi sul bordo del letto e lasciai che fosse lei a liberarmi degli abiti che avevo addosso.
   A letto mi infilai fra le sue gambe, per niente lisce a causa delle vene varicose, e incominciai a scoparla con rabbia, come un cavallo da monta. Non adottammo alcuna precauzione, tanto non ne avevamo bisogno perché era in menopausa e nemmeno avevamo messo in conto di trasmetterci qualche malattia infettiva, anche se con la voglia che aveva di scopare era probabile che se la facesse anche con qualche altro inquilino della casa, magari con uno dei nigeriani che occupavano il monolocale al primo piano.
   Impiegai poco tempo a venire deludendo molte delle sue attese, ma si diede da fare per farmelo diventare di nuovo duro. Si mise cavalcioni sopra di me, nella posizione a smorzacandela, e cominciò a gemere di piacere mentre mi cavalcava obbligandomi a mantenere il palmo delle mani stese sulle tette flaccide che ballonzolavano nel buio in simbiosi con il movimento del bacino.
   Raggiunse l'orgasmo con sua grande soddisfazione facendolo precedere da una lunga serie di gemiti, infine esplose in un urlo liberatorio che le squassò il corpo facendola tremare tutta. 
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   Quando mi destai era già mattina. La padrona di casa era davanti al lavandino intenta a lavare la dentiera. Guardai il corpo nudo, illuminato dalla luce del giorno, e mi chiesi come avevo potuto, ancora una volta, scopare con quella donna. Accortasi che ero sveglio si premurò di rimettere in bocca la dentiera, indossò la vestaglia, e venne verso di me.
   Percepii il bacio che mi schioccò sulla fronte e anche questo suo atto di gentilezza mi lasciò stomacato.
   Quando uscì dalla porta per fare ritorno alla sua abitazione, un piano sotto il mio, chiusi gli occhi e pensai alla cameriera della Taverna Rossa. L'uccello mi tornò duro e ripresi a dormire.

 

 
     
 

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