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LA PANCHINA RACCONTA
di Farfallina

 

  
  
Q
uando c'è il sole e non fa freddo potete trovarmi seduto su una qualsiasi delle panchine del Parco Ducale, oppure in subordine in una di quelle di granito disseminate nelle piazze dell'Oltretorrente. 
   Non sono un vecchio rimbambito. Ho soltanto trentadue anni e mi considero una persona normale. Ma ai posti chiusi preferisco rimanere all'aria aperta per godere della luce del sole.
   Soffermarmi a leggere un libro seduto su una panchina, inseguendo con lo sguardo il culo delle donne che passano davanti ai miei occhi, è il mio passatempo preferito.
   In molte città del nord-est, specie in quelle amministrate dalla Lega, le panchine sono state tolte dalle strade e dai parchi per non dare modo agli extracomunitari e ai clochard di occuparle.
   Forse i politici temono che la gente torni a parlare e discutere come era solita fare prima che Silvio Berlusconi ci rincoglionisse con le sue televisioni commerciali.
   Loro, i politici, hanno paura. Temono che la gente ricominci di nuovo a pensare. Hanno paura che le persone riempiano di valori la loro vita, che non è fatta soltanto di consumismo come vogliono farci credere.
   Nella mia città certe forze politiche come la Lega, pur di vedere aumentato il proprio consenso popolare, specie in termine di voti, sono pronte a tutto, persino a farci vivere in un clima di terrore istigandoci ad avere paura verso chi ha solo il merito di avere la pelle di un colore diverso dalla nostra.
   Magari può sembrare strano che io occupi molto del tempo libero seduto su di una panchina. Ma le panchine, al pari di molti oggetti che ci circondano, cui diamo poca importanza, sono depositarie di grandi valori. Infatti, danno a chiunque la possibilità di mostrarsi in pubblico per fare nuove amicizie, e poi sono anche il simbolo di qualcosa che non si compra, perché sono un modo del tutto gratuito di trascorrere il tempo libero.
   Le panchine sono soprattutto un emblema di libertà, un osservatorio privilegiato per chi desidera assistere allo spettacolo della vita senza essere notato dalle persone che ci circondano.
   E' su una panchina di legno, con lo schienale a forma di onda, di quelle che ancora si trovano nel Parco Ducale, che di recente ho fatto conoscenza con una donna.

* * *

   Le panchine saprebbero raccontare interminabili storie d'amore, ma quella che sto per raccontare ha come protagonista Natascia e il sottoscritto.
   Non ricordo esattamente il giorno della settimana in cui mi capitò di fare la sua conoscenza. Doveva essere un sabato mattina perché durante gli altri giorni della settimana sono occupato sul posto di lavoro, e la domenica ho l'abitudine di trascorrerla in sella alla bici, pedalando sulle colline intorno alla città.
   Me ne stavo seduto su una panchina, intento a leggere le pagine rosa di un giornale sportivo, godendomi la frescura del parco, quando fui avvicinato da un paio di donne.
   Capelli biondo-platino, alte più del normale, con un corpo asciutto e secco, dovevano essere straniere; moldave, bielorusse o ucraine, probabilmente. Gran fighe, comunque, fu ciò che pensai quando girai lo sguardo nella loro direzione.
   Quella delle due che mostrava d'avere le cosine più a posto dell'altra si rivolse a me. In un pessimo italiano, seppure facile a capirsi, mi chiese se potevano accomodarsi sulla panchina. Ricevuto il mio assenso depositarono sul terreno le borsa di plastica che pendevano dalle loro braccia e si sedettero sulla panchina.
   La più carina si mise seduta all'estremità della panchina lasciando che l'amica facesse da cuscinetto fra me e lei. Ripresi a leggere le pagine del quotidiano, distratto dalla discussione animata che avviarono, ma di cui non riuscivo a comprendere alcunché.
   Doveva essere un argomento particolarmente scottante perché tutt'e due si infiammarono nella discussione mantenendo alto il tono della voce. Disturbato dal chiasso delle parole mi soffermai a guardare l'espressione dei loro volti, soprattutto quello della donna che poc'anzi si era rivolta a me.
   La prima cosa che mi passò per la mente fu che tutt'e due dovevano essere prive del permesso di soggiorno, come la maggioranza delle badanti impiegate presso le famiglia della città. E poi che in patria avevano lasciato un marito e dei figli. Ecco quello che pensai.
   Stavo riflettendo su quest'ultima ipotesi quando, un tizio, quasi certamente nordafricano, si avvicinò alla panchina e cominciò a importunarle. All'inizio lo fece indirizzandole male parole, poi cercò di metterle le mani addosso provocando la loro reazione. Soltanto allora mi alzai dalla panchina e accorsi in loro aiuto. Strattonai il nordafricano per la maglietta e lo allontanai. Quando tornò di nuovo verso di me allora lo scaraventai a terra con una spinta. Infine lo invitai ad andarsene minacciandolo di telefonare alla polizia se avesse insistito nel suo atteggiamento.
   Per niente intimorito dalle mie parole, malfermo sulle gambe, tirò fuori da una tasca dei pantaloni un coltello col manico in osso. Fece scattare la lama nella mia direzione e la puntò dritta contro di me. Sorpreso dalla sua condotta lasciai che avanzasse a piccoli passi minacciandomi con l'arma.
   Quando con un ghigno da assassino stese il braccio per colpirmi con la punta del coltello, mi scostai di lato e riuscii a schivare il colpo. In una frazione di secondo, sorprendendo il mio assalitore, lasciai partire un colpo secco con il collo del piede e l'andai a colpire dritto all'inguine fracassandogli le palle.
   L'uomo precipitò al suolo e si accartocciò su se stesso accusando un forte dolore ai testicoli. Non gli diedi il tempo di riprendersi, infatti, prima che gli tornasse la voglia di minacciarmi con l'arma che stringeva nella mano, lo scalciai con il tacco della scarpa, colpendolo in pieno viso un paio di volte, solo allora lasciò cadere il coltello sul terreno.
   Dal naso e dalla bocca cominciarono a uscirgli dei fiotti di sangue che cercò di tamponare portandosi le mani al viso, finché, intimorito dalla mia reazione, fuggì via incespicando più volte nel terreno. Quando fu abbastanza lontano mi impadronii del coltello e lo gettai via, oltre la siepe, lontano dalla panchina.
   Una delle donne, la più carina, quella che in precedenza mi aveva rivolto la parola, insistette perché ce ne andassimo al più presto da lì, sostenendo che il nordafricano sarebbe potuto tornare con degli amici e allora le cose si sarebbero complicate per tutti.
   Mi prese sottobraccio e mi trascinò lontano mentre, col cuore che pareva uscirmi dal petto, seguitavo a inveire nella direzione in cui era fuggito il nordafricano.
   All'uscita del parco, dinanzi a Ponte Verdi, l'amica della donna che mi teneva sottobraccio lasciò la nostra compagnia. Imboccò Via Farnese tirandosi dietro i sacchetti di plastica che stringeva nelle mani e sparì alla mia vista.
   Attraversai Ponte Verdi insieme all'altra donna e sotto le volte del Palazzo della Pilotta, prima di raggiungere Piazza della Pace, feci conoscenza del suo nome e lei del mio.
   Il nome Natascia, bene si armonizzava con l'immagine di donna dalla pelle chiara come la luna e dagli occhi azzurri. Mi sarebbe piaciuto approfondire la nostra conoscenza, così mi sbilanciai nell'invitarla a cena. Lei accettò l'invito entusiasta, senza nessuna esitazione, stupendomi non poco. Pensai l'avesse fatto solo per riconoscenza, dopo che ero accorso in sua difesa, invece mi ingannai perché successivamente mi confidò che le ero piaciuto subito, per come sono. Strano ma vero.
   Quella sera stessa, nel mio letto, grande come quelli di una volta, ci affaccendammo a fare l'amore e fu fantastico fare del sesso con lei. Accadde tutto di fretta, anzi, no, perché al ristorante, quando ci ritrovammo seduti uno di fronte all'altra, per la testa avevo una sola cosa: scoparla.
   Prima che scoccassero le dieci, terminata la cena, volle che ce ne andassimo al più presto da lì.
   - Potremmo finire la serata a casa tua... - disse appena fummo saliti in macchina, stupendomi non poco.
   Il cervello quasi mi si bloccò. Mi ritrovai con i muscoli contratti, paralizzato. Faticai non poco a fare partire il motore di avviamento della Fiat Panda.
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   Credo di essermi innamorato di Natascia nel momento in cui, uscendo dal Parco Ducale, mi prese sottobraccio e attraversammo insieme Ponte Verdi. Mentre camminavamo insistette a strusciare la tetta contro la mia spalla. Un movimento continuo da mandarmi in ebollizione il cazzo. Non so se lo fece apposta, forse sì, ma non ho mai trovato sufficiente coraggio per chiederglielo.
   Mi trovai piuttosto in imbarazzo a camminare, con il cazzo duro e la cappella che premeva contro il tessuto dei pantaloni. La protuberanza era troppo evidente e Natascia dovette essersene accorta, ma fece finta di niente.
   Per tutta la serata, a cena, non pensai ad altro che alla sua figa. Me la immaginai priva di peli con un clitoride grosso ed esteso più del normale, forse perché desideravo più di tutto circuirlo fra le labbra e succhiarlo al più presto.
   In ascensore, mentre accompagnavo Natascia nel mio appartamento, la baciai. Lei lasciò cadere il capo all'indietro estendendo il collo perché la baciassi lì. La rincorsi con le labbra e la baciai. 
   Natascia sorrise, dopodiché mi strinse le braccia attorno al collo premendo le tette contro il mio petto. Feci scivolare le mani attorno alle natiche, l'attirai con forza a me fintanto che l'ascensore arrestò la corsa al quinto piano dell'edificio. Incollai la bocca alla sua, dopodiché seguitammo a lungo a succhiarci la lingua a vicenda incuranti del posto dove eravamo sospesi.
   Munsi il suo respiro insistendo nel fagocitarle la lingua nella mia bocca. Tutt'a un tratto le sue mani mi artigliarono i capelli. Li stirò più volte all'indietro, con l'intento di allontanare la mia bocca dalla sua. Eccitato com'ero avrei potuto scoparla lì, sull'ascensore, sicuro che non avrebbe fatto niente per ostacolarmi perché anche lei mostrava una dannata voglia di impadronirsi del cazzo. Un uomo certe cose le capisce.
   - Se non ti scopo entro un minuto mi salta per aria il cazzo! - le dissi.
   Natascia mi deliziò di un risolino canzonatorio, dopodiché mi incollò le labbra sul collo e mi diede un morso.
   - Fallo subito, se ti va... - disse dopo avermi morsicato il labbro.
   Sì, certo, glielo avrei messo volentieri in mano il cazzo perché lo infilasse nella figa, ma avremmo corso il rischio di farci sorprendere da qualche inquilino del condomino e la cosa non mi era gradita. Diedi una spinta alla porta dell'ascensore e ci ritrovammo sul pianerottolo davanti al mio appartamento.
   Appena dentro casa cominciammo a spogliarci. Lei mi liberò dei vestiti e io feci lo stesso con i suoi scaraventandoli sul pavimento nel percorso di avvicinamento verso la camera. Quando fummo tutt'e due nudi la spinsi sul letto e mi sistemai cavalcioni sopra di lei.
   Cominciai a strusciare la cappella fra le sue cosce senza penetrarla. Lei invece non smise un solo istante di mordermi e pizzicarmi i capezzoli, accendendomi di brividi in tutto il corpo.
   Doveva essere parecchio tempo che non faceva del sesso perché si comportò come una invasata. Seguitò ad affondare i denti nella mia carne in modo violento, mordendomi e succhiandomi la pelle con un ritmo ossessivo. In quegli istanti provai un inteso piacere dal dolore che sapeva provocarmi con quei morsi sulla pelle.
   Feci mio questo suo modo di fare l'amore. Avvicinai il capo a uno dei seni e cominciai con il morderle un capezzolo. Lei accennò a dibattersi inarcando solo la schiena, poi con tutto il corpo intenzionata a svincolarsi dal mio abbraccio.
   Mentre insistevo a morderla, passando con i denti da un capezzolo all'altro, il suo corpo fu percorso da scariche di brividi. Dalla bocca le uscirono dei deliziosi lamenti di piacere e ne fui felice.
   Tutt'a un tratto, non so perché, pensai che morsi, baci e carezze non sarebbero stati sufficienti per condurla all'orgasmo. Dava l'impressione di avere bisogno di qualcosa di più stimolante per raggiungere l'apice del piacere, ma non sapevo cos'era e nemmeno se sarei stato in grado di darglielo.
   Quando affondò le unghie nella mia schiena istintivamente urlai per il dolore. Lei insistette a graffiarmi e dalla bocca mi uscirono dei gemiti di piacere.
   - Scopami! - disse in un italiano quasi perfetto.
   Allagò le cosce e io non potei fare altro che farle scivolare la cappella dentro la figa.
   Le pareti della mucosa, fradice di umore, si modellarono in modo perfetto attorno al cazzo e lo strinsero in una morsa. Mi cinse le gambe attorno ai fianchi e premette i calcagni contro le mie natiche, dopodiché accompagnò l'incedere del cazzo dentro di sé.
   Assecondai il ritmo del suo respiro, incollato con la bocca alla sua bocca, titillando la lingua contro la sua lingua sbavando saliva in grande quantità. Un ritmo sincopato fu quello che accompagnò lo spostarsi dei nostri corpi mentre scopavamo. 
   Seguitai a inarcare le reni cercando di andare in profondità con la cappella, finendo per andare a sbattere ogni volta con le palle contro il suo pube. Lei, per tutto il tempo, non smise un solo istante di affondare le unghie nella mia schiena. Lo fece in modo violento, con un ritmo crescente e devastante. Più volte rotolammo sul letto, avvinghiati l'uno all'altra, finendo per ritrovarci, a turno, sotto e sopra il corpo dell'altro.
   Persi in lucidità e mi abbandonai all'istinto. Cominciai a ferirla anch'io addentandola al collo, colmandola di tremori. Spietati come due belve feroci, abbandonati ai nostri istinti animali, seguitammo a divorarci concedendoci al piacere dei nostri corpi, incollati l'uno all'altra, sudati fradici, fintanto che raggiungemmo l'orgasmo, prima io e subito dopo lei.
   Natascia lo raggiunse soltanto quando lasciai cadere la lingua fra le sue cosce e le spompinai il clitoride, bagnato del suo piacere, saziandomene fintanto che, rotto il respiro, si lasciò andare a dei gemiti non più soffocati. Serrò le cosce intorno al mio collo fino a soffocarmi senza riuscire a contenere il suo appagamento.

* * *

   Natascia e io facciamo coppia fissa da quando, tre mesi fa, abbiamo fatto conoscenza su una panchina del Parco Ducale. E' su una panchina di Piazza Picelli che ci diamo spesso appuntamento. Lei seguita a fare la badante al servizio della signora Malvina, una donna di novant'anni, autosufficiente, che vive sola in un appartamento di Viale Vittoria.
   A volte mi parla con nostalgia delle due bambine che ha lasciato, insieme al marito, in Moldavia. Non so per quanto tempo porteremo avanti la nostra storia, quello che so è che stiamo bene insieme, questo sì, altro non so.

 

 
     
 

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