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I
PICCIONI DELLA CATTEDRALE
di
Farfallina
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Mario occupava
un monolocale al quinto piano di uno stabile,
privo di ascensore, di proprietà comunale. I binari della ferrovia correvano in duplice fila a ridosso dell'edificio. I treni transitavano in breve successione, uno dopo l'altro, senza un attimo di pausa, ventiquattrore al giorno. L'unica finestra del monolocale si affacciava sullo
Splendor, un cinema-teatro ormai fuori moda,
in cui si proiettavano film a luci rosse. In passato il
cinema aveva visto tempi migliori, specie quando
le compagnie d'avanspettacolo si esibivano
sul palcoscenico, e il teatro si
riempiva di gente.
Il palazzo dove Mario abitava era circondato da una struttura provvisoria di tubi Innocenti che si arrampicavano lungo le pareti fasciandole tutt'attorno fino al tetto. Gli operai dell'impresa, incaricata di rimettere a nuovo la facciata dello stabile, parevano non avere fretta di portare a termine il lavoro affidatogli dai tecnici del Comune.
Mario teneva le imposte della finestra stabilmente chiuse, con le luci accese. Non c'erano molte cose da rubare nel monolocale dove alloggiava, ma lo infastidiva che gli operai potessero
guardarlo
quando era dentro l'appartamento.
Prima che i muratori innalzassero i
ponteggi aveva l'abitudine di mettersi al davanzale della finestra a osservare i volti delle persone che entravano e uscivano dal cinema a luci rosse.
Impedito dal farlo dai lavori ristrutturazione
consumava le serate davanti alla tivù rimbecillendosi a guardare
telenovelas, sit-commedy e programmi sportivi.
Mangiava una sola volta al giorno, a mezzogiorno, sfamandosi con un piatto di pastasciutta. Condiva il pasto con conserva di pomodoro e
olio d'oliva, senza aggiungervi formaggio per economizzare sulla spesa. La sera, invece, si ubriacava con
del vino di pessima qualità acquistato al discount
poco distante da casa.
Si manteneva in vita con una modesta pensione d'invalidità che lo stato gli elargiva ogni mese: quattrocento
euro in tutto. Aveva acquisito questo diritto anni addietro,
allorché era precipitato da una impalcatura e si era fratturato tre vertebre lombari e un femore.
Dell'incidente ne portava le conseguenze
poiché era costretto a trascinarsi una gamba.
Conduceva una vita ai limiti della sopravvivenza senza lamentarsi. Gli stava bene quel modo di vivere. Avrebbe potuto arrotondare la pensione d'invalidità arrangiandosi con qualche lavoretto, in nero naturalmente, ma non gli andava di sbattersi da una parte all'altra elemosinando aiuto alla gente. Era troppo orgoglioso per farlo.
Un giorno che era seduto su di una panchina del Parco Ducale, con le braccia stese sullo schienale, intento a guardare i bimbi che si rincorrevano nei prati, un ragazzo si fermò davanti a lui.
La giornata era calda. L'aria tranquilla e non spirava un alito di vento. Mario era in braghe corte, con la canottiera a coprirgli il torace e un paio di zoccoli ai piedi. Annodato attorno al collo teneva un fazzoletto per arginare le gocce di sudore che gli rigavano le guance.
Desiderava starsene in santa pace, all'ombra delle piante, prima di fare ritorno a casa e bere qualche bicchiere del vino bianco frizzante che si era premurato di porre in frigorifero prima di uscire.
- T'interessa un lavoretto? - disse il giovane rivolgendosi a Mario.
- Dipende...
- Quanto vuoi per fartelo succhiare?
- Eh?
- Ti stanno bene trenta euro
per fartelo succhiare.
- Trenta euro?
- Sì, non uno di più. - soggiunse il ragazzo mostrando un atteggiamento di superiorità.
Prima di rispondergli rimase a osservarlo attentamente. I capelli riccioli, piuttosto lunghi, di colore castano chiaro, conferivano al ragazzo un aspetto da liceale. Vestiva con abiti firmati. Una t-shirt blu di Valentino, un paio di bermuda della Prada e ciabatte infradito
dell'Adidas. Al polso reggeva un Rolex di un certo valore.
- Beh! Che fai ti decidi oppure no?
Mario rimase a riflettere alcuni secondi, convinto che il ragazzo lo avesse scambiato per qualcuno che su quella panchina svolgeva qualche infame commercio. I trenta
euro gli avrebbero fatto comodo, eccome! Avrebbe potuto comperarsi una decina di bottiglie di
lambrusco Grasparossa. Sarebbero servite per ubriacarsi come non gli succedeva da tempo. Farselo succhiare da un uomo non doveva essere la fine del mondo, pensò, ma non ne era troppo convinto. Respirando a fatica si lasciò sfuggire una controproposta.
- E mettertelo nel culo? No? - disse per sfida.
- Eh?
- Hai capito bene. Se non te ne vai alla svelta prendo uno di quei rami e te lo ficco nel
culo!
- Ma... io, veramente pensavo che tu.
- Che tu cosa? Te l'ho detto, se ti fa piacere prendo un randello e te lo ficco nel
culo. Soddisfatto?
- Beh, mi scusi. - sbottò il giovane congedandosi da Mario.
Mentre il giovane si allontanava Mario tornò con la mente alle sere in cui suo padre, che di mestiere faceva l'ambulante, si soffermava a conteggiare i soldi guadagnati durante la giornata. Spesso mamma lo rimproverava dicendogli ogni volta che erano pochi.
I trenta euro che il giovane gli aveva offerto gli avrebbero fatto molto comodo. E poi non gli sarebbero costati grande fatica, ma non era caduto così in basso da cedere alle lusinghe della mercificazione del proprio corpo, perlomeno non ancora.
Uscendo dal Parco Ducale, in prossimità del cancello che consentiva l'ingresso da Via
Kennedy, fu avvicinato da un altro ragazzo.
- Senti amico... - disse il giovane.
- Mi spiace sono già occupato.
- Occupato?
- Sì, hai capito bene.
- Ma... non capisco.
- Lo so... lo so.
Mario proseguì oltre, per la sua strada, senza girarsi indietro, infischiandosene di ciò che avrebbe pensato il ragazzo. Per un po' di giorni smise di recarsi al parco. Cominciò a frequentare Piazza del Duomo dedicandosi a nutrire con briciole di pane i piccioni che sostavano, numerosi, sui gradini davanti alla Cattedrale.
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