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LEZIONI
PRIVATE
di
Farfallina
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-Tu
Erika sei una ragazza intelligente, ma se non
t'impegni di più nella mia materia sarò costretta a non ammetterti al quinto anno. Questo lo
sai bene, vero?
- Ce la sto mettendo tutta
Prof.
- Beh, magari potresti
prendere delle ripetizioni.
- Se i miei genitori sapessero che ho bisogno di lezioni private mi terrebbero chiusa
fra le mura di casa sino al termine dell'anno scolastico. E io non voglio che
accada.
- Potresti venire a casa mia almeno due pomeriggi alla settimana. Resterebbe un segreto fra noi. Che ne dici?
- Glielo farò sapere Prof.
- Erika, ci conto eh!
Per tutto il tempo della chiacchierata la professoressa Guardabossi non mi tolse gli occhi di
dosso, mettendomi a disagio, perché il
suo pareva più un ricatto che un
consiglio, così mi vidi costretta ad accettare la proposta anche se ne avrei fatto volentieri a meno.
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L'abitazione della professoressa Guardabossi
si trovava al terzo piano di un antico palazzo in pieno
Oltretorrente, il quartiere meno nobile
della città.
Qualche giorno dopo il
nostro colloquio andai a farle visita.
Davanti al portone di casa suonai il
campanello e avuta risposta positiva
salii a piedi i tre piani di scale e raggiunsi
la sua abitazione.
- Sei puntuale, in perfetto orario. Almeno in questo
sei brava.
La professoressa Guardabossi stava ad attendermi sulla porta
dell'abitazione con indosso una vestaglia da camera di seta bianca che le avvolgeva
per intero il corpo. Un tipo di look che la faceva
apparire molto più giovane rispetto ai suoi quarant'anni.
- Temevo non saresti venuta. - disse quando misi piede nell'appartamento.
- Sarei arrivata molto prima,
purtroppo mi ha giocato un brutto scherzo il traffico che a quest'ora è caotico in città.
- Vieni, accomodati, andiamo
di là nel mio studio.
Lo studio consisteva in una grossa stanza con le pareti occupate da scansie di legno
pregiato che custodivano un grande
numero di libri. Mi sentii in soggezione in quel luogo
troppo austero per il mio carattere indisciplinato.
- Ci mettiamo a sedere accanto alla scrivania, va bene?
- Sì, come vuole lei.
La luce soffusa di un paralume diede chiarore alla scrivania dove prendemmo posto ingentilendo l'ambiente eccessivamente severo.
- Da cosa cominciamo?
- Lo dica lei.
- Dove ti senti meno preparata?
- Il Medioevo è un periodo storico che non digerisco bene.
- Humm... vediamo, vediamo da dove possiamo iniziare.
Seguitai a studiare in sua compagnia per circa due ore, prestando
attenzione alle spiegazioni che mi suggerì nell'interpretazione di particolari eventi storici. Verso le sette di sera mi
accomiatai.
- Ti accompagno alla porta.
- Sì, grazie.
Mi fermai sull'uscio di casa con l'intenzione di ringraziarla prima di
abbandonare l'appartamento.
- Beh, allora, la saluto.
- Ci vediamo fra due giorni, se vuoi...
- Sì, certo, va bene. Alla stessa ora?
- Humm... sì, direi di sì.
- Grazie di tutto!
Le porsi la mano in segno di saluto e lei fu sollecita nello stringerla. Presi
commiato
scambiando un tenero bacio sulla guancia.
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Per parecchie settimane seguitai a frequentare la sua abitazione, consapevole che le attenzioni che riversava su di me non erano del tutto disinteressate, ma non me ne diedi pensiero. A tutti i costi volevo essere promossa al quinto anno e ottenere la maturità liceale, questo solo
era importante per me. Ogniqualvolta le facevo visita si premurava di
offrirmi degli infusi di tè o di una qualsiasi
altra erba aromatica. Affabile e garbata sapeva mettermi a mio agio senza reclamare niente in cambio e ciò mi stupì. Abbandonai persino l'idea che volesse scoparmi. Un pomeriggio ruppe la sua riservatezza e mi fece un invito.
- Domani, al Teatro Farnese, Jacques
LeGoff, uno degli studiosi medievalisti più valenti e preparati, terrà una conferenza. Ti andrebbe di assistervi in mia compagnia?
- Non lo so... e poi non conosco un acca della lingua francese.
- Non preoccuparti, penso
che ci saranno a disposizione le cuffie con la traduzione simultanea. Cosa ne pensi?
- D'accordo, ci vediamo là. A che ora?
- La conferenza inizia alle cinque. Vediamoci qualche minuto prima.
Uscendo dall'appartamento mi salutò con un bacio sulla guancia, ma stavolta trascinò le labbra
sino a sfiorarmi la bocca, baciandomi frugalmente sulle labbra, e la cosa mi piacque. Rimasi un istante ferma sulla porta auspicando che rendesse manifesta l'attrazione che provava per me, seducendomi, ma non lo fece.
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Il Teatro Farnese era colmo di persone
che avevano preso posto in platea. Giunsi con qualche minuto di ritardo all'appuntamento rispetto
all'ora convenuta. Nel teatro non c'era rimasto un solo posto a sedere,
così fummo costrette a rimanere in piedi, con la schiena appoggiata su di una parete di legno in fondo alla sala, prive di cuffie per la traduzione simultanea perché esaurite. Della narrazione del relatore non riuscii a capire che poche parole e ne rimasi dispiaciuta perché l'argomento
doveva essere interessante.
- Ti annoi?
La domanda della professoressa Guardabossi mi colse di sorpresa. Altrettanto sinceramente le risposi.
- Sì.
- Andiamocene via, allora.
Mi feci largo fra la gente che occupava il corridoio. Poco dopo ci ritrovammo fuori dall'antico teatro
farnesiano sotto le volte del palazzo della
Pilotta.
- E' colpa mia, dovevo mettere in conto che
alla conferenza ci sarebbe stata una
gran folla di persone. Se fossimo giunte
almeno mezzora prima avremmo trovato un posto a sedere e le cuffie per la traduzione simultanea.
- Non importa, che facciamo ora?
- Beh, potremmo andare a casa mia. Ti va?
- Eh?
- Potresti ripassare un po' di storia. - mi rassicurò.
Mi prese sottobraccio e prendemmo la direzione della sua abitazione,
nell'Oltretorrente. Sottratte alla vista della gente dal buio della sera camminammo affiancate, strusciando di continuo le tette contro quelle dell'altra e questo mi eccitò. Attraversammo Ponte Verdi, illuminato dai lampioni, e ci trovammo dinanzi
all'ingresso del Parco Ducale.
- Ti spiace se attraversiamo il parco? La strada per raggiungere la mia abitazione
da qui è senz'altro
la più breve.
- Va bene, andiamo pure.
I lampioni posti a una certa distanza uno dall'altro illuminavano il selciato lasciando ampie zone in penombra. Il parco a quell'ora della sera era vuoto
di persone e misterioso.
- Non vengo mai al parco quando è buio, m'incute paura. - dissi.
- Anche ora? In mia compagnia?
- Non è questo che intendevo dire, anzi sto bene con lei. - dissi.
Questa risposta sembrò rassicurarla perché subito dopo lasciammo il viale principale e c'inoltrammo per un sentiero dirette al centro del parco, lontano dal nostro itinerario.
- Dove andiamo? - chiesi.
- Voglio farti vedere una cosa.
- Di che si tratta?
- E' una sorpresa.
Poco dopo mi ritrovai in un'ampia radura plasmata a cerchio da querce secolari.
- Questa è la zona più vecchia del parco. In questo spazio la tradizione popolare vuole che Maria Luisa d'Austria, moglie di Napoleone, venisse a farci l'amore con gli amanti.
- E lei. - dissi rivolgendomi alla mia accompagnatrice. - Lei ha già avuto occasione di fare l'amore qui?
- Io? sì, ed è stato fantastico.
Ero turbata, maledettamente turbata. Non opposi resistenza quando la sua bocca si posò sulla mia e mi baciò. Da troppo tempo desideravo che accadesse e non feci niente per resisterle.
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Appiccicata con la schiena contro la corteccia di una quercia subii le sue carezze. Le sue mani mi frugarono fra le cosce eccitandomi a dismisura. Accompagnò il gesto con dei gemiti senza pronunciare una sola parola. Subii quei toccamenti col fiato sospeso, respirando in maniera irregolare, innalzando il torace per inspirare l'ossigeno di cui avevo bisogno per sopravvivere alle carezze che riversava sulla mia pelle.
Intrecciò le dita fra i miei capelli stirandoli all'indietro. Le nostre lingue si cercarono
più volte titillando una contro l'altra. Ci toccammo reciprocamente le tette godendo del tocco delle dita che
strizzavano i capezzoli. Mi trovai in balia del potere che
la Prof. esercitava su di me, consapevole che avrebbe ottenuto qualsiasi cosa se lo avesse voluto.
Quando ci sdraiammo sul prato fu lesta a sollevarmi la gonna e rivoltarmela sull'addome. Infilò una mano sotto l'elastico delle mutandine e arrivò a toccarmi il pube. Ero bagnata, bagnata fradicia per l'eccitazione, indifesa di fronte alle sue avance.
Rivolse le sue attenzioni su di me in maniera delicata carezzandomi con dolcezza le labbra della
figa. Mentre si adoperava a concupirmi
conservai il capo girato da un lato per non incrociare il suo sguardo, certa che i suoi occhi fossero puntati sui miei. Stese la mano sull'elastico delle mutande come se stesse preparandosi ad abbassarle ma non lo fece.
- Levale! - ordinò.
Sollevai il bacino e lasciai scivolare il sottile tanga sopra le autoreggenti. Sfilai le mutandine fino oltre le caviglie. Divaricai le
gambe senza che me lo chiedesse. Lei si mise in ginocchio fra le mie cosce, chinò il capo, e annusò a lungo la mia figa prima di inumidirla con la lingua.
Leccarmi le grandi labbra la deliziò parecchio. Seguitò a passarci sopra la lingua a lungo, senza decidersi a penetrarmi in profondità, accrescendo il desiderio che avevo di essere scopata e raggiungere al più presto l'orgasmo. Fu instancabile nel leccarmi la passera. Accompagnò i movimenti della lingua prendendosi cura di carezzarmi le tette, pizzicandomi i capezzoli a più riprese,
turbandomi fino all'estasi. Aiutandosi con le dita mi schiuse le grandi labbra e arrivò alla carne rosea. Con l'estremità della lingua cominciò a leccare le piccole labbra, estrema protezione alla vulva, decisa a
penetrarmi, cosa che fece spingendosi con la punta della lingua in profondità.
I suoi movimenti furono tutti misurati. La saliva che le uscì dalla bocca si mescolò all'umore
della passera ammorbidendo la mucosa. Godetti di quel piacevole tormento. Cercai di chiudere le cosce a più riprese, ma lei me lo impedì servendosi della forza delle braccia.
Godevo, godevo come una cagna in calore e glielo dissi con voce rauca.
- Godo... godo... mi fai godere da morire... sì... sì... continua. - dissi ripetendo
quelle parole più volte.
All'apice del piacere riversò la lingua sul clitoride. Cominciò a leccarmelo insistendo a succhiarlo dopo che lo ebbe avvolto fra le labbra, accanendosi persino con i denti sulla piccola superficie erettile.
- Sì... sì... mi fai male!... Mi fai male! - urlai colma di piacere.
Mentre si accaniva con le labbra e la lingua sul clitoride mi penetrò la vulva con due dita. Incominciò a scoparmi facendo scorrere le dita avanti e indietro. Mi lamentai con dei gemiti di piacere scuotendo le cosce di continuo.
Compiaciuta per la mia
reazione seguitò a succhiare, poi tolse le dita dalla vulva e prese a toccarmi il piccolo dosso di carne che congiunge la passera all'ano.
Con il dito medio bagnato andò a solleticarmi lo sfintere accennando a entrarvi. Inumidì di nuovo il dito di saliva e ripeté l'operazione sull'ano ammorbidendo la carne interna, poi m'infilò il dito nel
culo.
Ero in affanno e stavo per raggiungere l'orgasmo. Cominciai ad ansimare sempre più forte. Lei riprese a penetrarmi con le dita nella figa fintanto che urlai scuotendo violentemente il corpo. Gli orgasmi si susseguirono a frotte, uno dopo l'altro. Stavo per perdere conoscenza nell'estasi di un ennesimo orgasmo multiplo, quando trovai la forza di gridare.
- Basta!... Basta!...ti prego...ti prego.
Serrai le cosce assumendo una posizione raggomitolata e rimasi a godermi gli ultimi istanti di piacere.
Con il sopraggiungere dell'estate l'anno scolastico giunse a termine. Fui promossa al quinto anno, premiata per l'impegno che avevo messo nei lunghi pomeriggi trascorsi a ripetizione dalla professoressa
Guardabossi. L'anno seguente ottenni il diploma liceale superando a pieni voti l'esame di stato e mi iscrissi alla scuola per infermiere professionali.
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