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1968
di
Farfallina

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A
diciotto anni, nel 1968, volevo fare la rivoluzione. A sentirlo dire oggi può
apparire persino ridicolo, ma allora era ciò che mi proponevo di fare. Ero pronta a tutto pur di realizzare quello che
al giorno d'oggi è considerato, piuttosto che un sogno, un delirio. A quell'età ero convinta che esistesse la reale possibilità di costruire una società giusta, basata sull'uguaglianza. La mia era soltanto una illusione anche se a condividere quell'utopia eravamo in molti, anzi, moltissimi.
All'epoca frequentavo il quinto anno del Liceo Classico
Romagnosi, la scuola più snob di Parma, ed ero prossima all'esame di maturità. Da tutti ero considerata una ragazza per bene, timida e impacciata, e tale sono rimasta fintanto che, a imitazione del maggio francese, in tutte le scuole della città scoppiò la contestazione verso un sistema scolastico che noi studenti e
gli insegnanti consideravamo classista e obsoleto.
Una contestazione che all'epoca coinvolse la maggioranza delle coscienze di uomini e donne appartenenti a ogni strato sociale e prese il nome di "Contestazione generale".
A quell'età aspiravo a dare maggiore significato alla mia esistenza. Volevo riempirla di nuovi
valori ed ero pronta a lottare per costruire un mondo migliore. Un paradiso terrestre, ecco quello di cui i miei compagni e io avevamo desiderio. La mia era una pretesa utopica, forse, ma come tanti altri ragazzi e ragazze della mia generazione avevo in testa una strana idea: cambiare il mondo. Oggi non mi vergogno ad
affermare che ho vissuto un lungo sogno, ma sognare è stato bellissimo!
Ogni mattina da Roccabianca, piccolo paese della Bassa sulla riva destra del Po, dove ho trascorso gran parte della vita, raggiungevo Parma. Fu durante le lunghe trasferte in corriera, per raggiungere la città ducale, che strinsi amicizia con Andrea, l'amore dei miei diciotto anni.
Frequentava il quinto anno del Liceo Scientifico Marconi e come me era prossimo all'esame di maturità. La sua famiglia occupava una casa colonica a San Secondo, distante una manciata di chilometri da
Roccabianca. Il padre lavorava la terra come mezzadro e divideva gli utili, frutto del suo lavoro, in parti uguali con il proprietario del fondo agricolo. Andrea coadiuvava i genitori nel lavoro dei campi e
nella stalla quando era libero dagli impegni scolastici. Io invece non facevo una
mazza di niente, studiavo soltanto.
Quando nella primavera di quell'anno prese forma il movimento di contestazione Andrea era già politicizzato. Io, al contrario, ero completamente a digiuno di politica, pur essendo sensibile alle problematiche sociali per l'educazione cattolica che avevo ricevuto.
Figlia unica, cresciuta nella bambagia da una famiglia borghese, ero
molto viziata. Mio padre, infatti, era notaio e da sempre votava per la Democrazia Cristiana. Mia madre era maestra e pure lei simpatizzava per la
DC.
Tutt'e due avevano riposto su di me molte aspettative. Ambivano che mi laureassi al più presto
per diventare come una di loro. Fu una tragedia quando scoprirono che, nonostante la rigida educazione
ricevuta, propugnavo idee da appassionata comunista.
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A distanza di quarant'anni il "Sessantotto", a
Roccabianca, è ancora ricordato per tre accadimenti che suscitarono
molta curiosità fra la gente del paese.
Il primo evento, senz'altro il più importante per la sua drammaticità, fu quando le acque del Po minacciarono di rompere gli argini e soltanto un miracolo salvò il paese
dall'alluvione.
Fu la piena più grande e pericolosa del fiume dopo quella disastrosa del 1951, che a tutt'oggi vive nella memoria collettiva di chi ne è stato testimone, e che a più riprese mi è stata raccontata dagli anziani del paese.
Il secondo evento, non meno importante del primo per il clamore che suscitò, portò alla ribalta nazionale il paese. Infatti, contrariamente a quanto era accaduto fino a quel momento, la casa di produzione proprietaria dei diritti cinematografici della serie di film di Don Camillo e
Peppone, pareva intenzionata a effettuare le riprese dell'ennesimo film della saga, tratto dai libri di Giovanni
Guareschi, a Roccabianca anziché Brescello come era
sempre avvenuto fino allora.
La notizia, ne aveva del clamoroso e provocò scompiglio nella popolazione. Ma l'informazione, riportata a caratteri cubitali dai quotidiani locali, si rivelò una bufala di cui non si scoprì mai
chi fu l'autore.
Del terzo evento, quello che considero il più importante, ne sono stata involontaria protagonista. Il 26 dicembre, all'inaugurazione della stagione operistica del Teatro Regio, fra la folla di contestatori assiepata davanti all'ingresso del teatro a protestare contro la stagione lirica c'ero anch'io.
In quella occasione non fui arrestata, ma l'immagine del mio volto comparve sulla prima pagina della Gazzetta di Parma, insieme a quella di altri contestatori, mentre tiravamo uova marce contro il sindaco di Parma affacciatosi sulla porta d'ingresso del teatro. La notizia portò scompiglio nella piccola comunità del paese e alla disperazione i miei genitori.
Ma l'evento più importante di quell'anno, a pensarci bene, fu che m'innamorai di Andrea, la persona che più di ogni altra
ha contribuito a farmi crescere intellettualmente, e a cui ho lasciato in dono la
mia verginità.
La nostra storia d'amore ebbe inizio durante quei travolgenti giorni di esaltazione e passione, culminati nell'occupazione di gran parte delle scuole della città e della sede centrale dell'Università in Via
Cavestro.
Le prime manifestazioni studentesche in città ebbero inizio a fine inverno 1967, ancora prima delle rabbiose contestazioni del maggio francese. Contagiata dal clima di ribellione che aleggiava dentro e fuori la mia scuola mi ritrovai, in più di una occasione, a manifestare in corteo per le strade della città contro un sistema, quello scolastico, che noi studenti giudicavamo arretrato e lontano dalla realtà sociale in cui vivevamo.
"L'immaginazione al potere", "Tutto e subito", "Vietato vietare". Slogan gridati sulle barricate dagli studenti dall'università della
Sorbona, furono soltanto alcune delle frasi che facemmo nostre portando scompiglio nelle coscienze della maggior parte della popolazione studentesca della città, ma anche fra gli insegnati, molti dei quali presero le nostre parti. Ma quelle frasi e
le idee di libertà che propugnavamo contaminarono
anche vasti strati della popolazione, soprattutto gli operai delle fabbriche.
Erano idee importanti quelle che sostenevamo, infatti, negli anni successivi, quelle stesse idee contribuirono a determinare un radicale cambiamento nel modo di pensare e nel tessuto sociale della città. In quel periodo storico nessuno rimase immune alle idee di rinnovamento che a macchia d'olio si sparsero fra la
popolazione. A distanza di quarant'anni il tempo ne è testimone.
In quelle giornate d'inizio primavera pensai che il mondo sarebbe cambiato. Non lo concepii soltanto in termini idealistici, infatti, insieme ai miei compagni di scuola e agli operai delle fabbriche scesi più volte per le strade a manifestare, condividendo con loro la gioia e la speranza che nella società che si stava riformando potesse cambiare tutto e subito.
Fu durante quei giorni di contestazione che mi innamorai di Andrea. Diventammo inseparabili anche se frequentavamo istituti scolastici diversi. In quel periodo filavo d'amore e d'accordo con Carlo, un ragazzo di città, iscritto al secondo anno di Medicina. Un tipo che mostrava d'avere la testa a posto, al contrario di Andrea che non aveva ancora deciso cosa avrebbe fatto nella vita, a parte la rivoluzione.
Nonostante tutt'e due fossimo ormai prossimi all'esame di maturità consumavamo intere giornate a discutere di politica in interminabili assemblee, oppure a manifestare per le strade, ma anche seduti ai tavoli di qualche osteria
dell'Oltretorrente, specie in quella del Sordo o dell'Oca Morta poco distanti dal Liceo
Marconi, dove ci intrattenevamo a bere, mangiare e giocare alle carte.
Mi innamorai di Andrea senza rendermene conto, standogli accanto in quei giorni di lotta e contestazione generale.
Lui era un vero leader, sempre in prima fila nelle manifestazioni, pronto a prendere la parola quando c'era da cogliere importanti decisioni nelle calde assemblee scolastiche.
In quei giorni di contestazione cambiai persino il modo di vestire, irretendo non poco mia madre che si meravigliò nel vedermi preferire un abbigliamento casual a quello tradizionale che aveva contraddistinto sino allora la mia persona, specie quando mi vide arrivare a casa con indosso l'eskimo, un cappotto militare con l'interno di pelo bianco che in quel periodo furoreggiava fra i compagni del movimento studentesco.
Credo che la mia generazione, quella del sessantotto, sia stata una generazione molto fortunata rispetto a tutte quelle che
si sono succedute, perché a differenza dei ragazzi d'oggi abbiamo avuto la possibilità di credere negli ideali, anche in quelli come il comunismo che, ahimè, si sono rivelati sbagliati, anche se a distanza di molti anni, sento ancora sulla pelle molte di quelle idee perché esprimono valori di solidarietà.
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La mia storia con Andrea ebbe inizio fra le mura di un cinema. Un pomeriggio, dopo l'ennesimo sciopero indetto dal Movimento Studentesco, cui fece seguito un corteo di manifestanti per le vie della città, Andrea e io c'intrattenemmo all'osteria del Sordo insieme a un gruppo di
compagni. Tutt'a un tratto una delle ragazze lanciò la proposta di recarci al cinema.
Impiegammo parecchio tempo per metterci d'accordo, discutendo sulla scelta della pellicola che saremmo andati a vedere. Potrei sbagliare, ma credo che in ballo ci fossero tre film.
"La strana coppia", con protagonisti Jack Lemmon e Walter Matthau raccolse soprattutto i favori delle ragazze, mentre "Grazie Zia" un film erotico con Lisa Gastoni e Lou Castel trovò l'approvazione di tutti i maschi. Andrea propose come alternativa "La notte dei morti viventi" un film horror opera prima di un regista, George
Romero, del tutto sconosciuto, ma che in seguito sarebbe diventato il più celebre film horror di tutti i tempi.
Dopo tanto discutere ci dividemmo in diversi gruppi. Andrea e io, in compagnia di altre tre coppie, decidemmo di assistere alla proiezione di Grazie Zia.
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Alle quattro del pomeriggio, dopo avere staccato il biglietto d'ingresso alla cassa del Cinema Pace, entrammo nel locale. Il cinema distava solo un centinaio di metri da Piazza S. Croce dove, a proiezione conclusa, Andrea e io saremmo dovuti salire sulla corriera che ci avrebbe condotto rispettivamente a San Secondo e
Roccabianca.
Occupammo una intera fila di poltrone a metà platea. Andrea prese posto accanto a me, sulla poltrona che confinava con il corridoio centrale della sala.
Lisa Gastoni, bellissima protagonista femminile della pellicola, incarnava la parte di una zia, quarantenne, sedotta dal nipote. L'audace e torbido rapporto non mancò di eccitarmi, soprattutto per una serie di morbosi giochi erotici, davvero sensuali, presenti nella vicenda narrata sullo schermo.
A quell'età bastava poco per scompigliarmi gli ormoni del sesso e lo stesso ad Andrea. Stavo guardando con interesse le immagini bianco e nero che scorrevano sullo schermo, quando Andrea strusciò un paio di volte il ginocchio contro il mio. Lì per lì considerai la cosa del tutto casuale, ma quando insistette nel gesto allora mi convinsi che il movimento del ginocchio, strusciato contro il mio, era intenzionale e la cosa mi mise in imbarazzo.
Non scostai la gamba, lasciai che proseguisse nella sua opera di seduzione eccitata dal contatto ostinato del ginocchio contro il mio. Mentre le immagini scorrevano sullo schermo non pensai ad altro che al cazzo di Andrea e alle sue dimensioni.
Doveva averlo duro, pensai, perché anch'io avevo la figa in liquefazione. Tutt'a un tratto mi ritrovai la sua mano appoggiata sulla coscia. Terrorizzata la scostai e respinsi la sua avance.
Andrea non si diede per vinto, infatti, qualche istante dopo ritornò alla carica e lasciò cadere ancora una volta la mano all'interno della coscia. Stavolta non la scostai, lasciai che seguitasse a palparmi.
Incoraggiato dalla mia remissività spostò le dita dal ginocchio verso l'inguine e viceversa con dei movimenti lenti.
Mi ritrovai con fiato sospeso, l'aria che sembrava non volermi più uscire dai polmoni, e il cuore che palpitava. Non mi era mai accaduto di trovarmi in quello stato, nemmeno con Carlo; il mio ragazzo.
Le coppie che occupavano le poltrone accanto alle nostre stavano subendo gli effetti dei giochi erotici di Salvatore
Samperi, regista della pellicola, perché ragazzi e ragazze avevano già cominciato a
limonarsi. Soltanto Andrea e io non lo avevamo fatto.
La mano di Andrea abbandonò la mia coscia e ne rimasi delusa. Invece dopo qualche istante depose la mano sulla mia, sistemata sul bracciolo della poltrona, e l'accompagnò sulla patta dei pantaloni.
Aveva l'uccello duro e la cosa non mi sorprese. Non mi sottrassi alla stretta e non opposi nessuna resistenza, anzi, considerai che era piacevole toccaglielo, il
cazzo. Ma non si accontentò del contatto del pacco attraverso il tessuto dei pantaloni, sbottonò la patta e accompagnò la mia mano dentro la fessura che si era aperta nei pantaloni. Imbarazzata feci per scostarla, ma fu lesto ad afferrarmi il polso e mi costrinse ad afferrargli il
cazzo, poi accompagnò con la sua mano lo scorrere delle mie dita attorno la cappella. Cominciai a fargli una sega eccitata dalla situazione in cui ero venuta a trovarmi.
Dopo un po' che glielo menavo, il
cazzo, Andrea si alzò in piedi e mi strascinò nel corridoio che divideva in due parti uguali la platea. Acconsentii a seguirlo anche se non sapevo dove mi avrebbe condotta.
Mi trascinò nel cesso delle donne e chiuse la porta col chiavistello dietro di sé. Rimasi immobile, con le gambe che mi tremavano per l'eccitazione con la schiena appoggiata alle mattonelle del muro, davanti alla turca, in attesa che il mio compagno effettuasse la prossima mossa.
Andrea mi cinse le natiche con entrambe le mani e mi attirò a sé. Lasciò cadere le labbra sulle mie, poi la sua lingua mi penetrò. Iniziammo a fare titillare le lingue una contro l'altra mentre l'umido della mia saliva, mischiata alla sua, colava sul mio mento.
Le sue mani mi sciolsero la cinghia dei pantaloni. I jeans si afflosciarono sul pavimento depositandosi tra le mie gambe. Ero vergine ma ero disposta a perderla
la verginità se Andrea l'avesse voluto. Si inginocchiò ai miei piedi, si aggrappò con le mani al sottile elastico delle mutandine e le fece scendere, scoprendomi il pube poco per volta.
Avevo la figa bagna fradicia e di ciò me ne vergognavo, ma Andrea sembrò non farci troppo caso. Mi allargò le gambe e si incuneò con le guance fra le mie cosce costringendomi a divaricare le gambe. Nessuno prima di lui lo aveva mai fatto, nemmeno Carlo, il mio moroso.
Non ero preparata a quel gesto, speravo che mi scopasse e ne rimasi delusa. Ma quando prese a leccarmi le labbra della figa scoprii che ciò che stava facendo era la fine del mondo. Incominciai a gemere di piacere allietata dai movimenti della lingua che mi leccava con insistenza. Deposi tutt'e due le mani sul suo capo e lo rimorchiai verso la figa mentre dalla bocca mi uscivano dei gemiti che non riuscii a trattenere per la troppa eccitazione.
Raggiunsi l'orgasmo mentre Andrea mi spompinava il clitoride, con le gambe che mi tremavano, e la figa che fumava per l'eccitazione.
Mi accasciai con il culo sul pavimento del cesso esausta, ma feci in tempo a vedere Andrea impegnato a slacciarsi le braghe. Qualche istante dopo mi fece mettere in ginocchio davanti a lui.
Mi ritrovai la cappella davanti alla bocca senza sapere cosa fare. Seghe a Carlo ne avevo fatte, qualcuna, ma pompini no, quelli mai. Pensavo fosse una cosa sporca. Esitai prima di prenderlo in bocca, il
cazzo, poi quando incominciai a fare scorrere la cappella, umida di un liquido filamentoso, fra le labbra compresi che la cosa era meravigliosa.
Andrea venne nella mia bocca scaricandomi in gola una grande quantità di sperma che a fatica mi sforzai di deglutire. Ci pensò lui, baciandomi, a trarmi d'impaccio asportandone in parte nella sua bocca.
Il pomeriggio trascorso insieme al cinema fu l'inizio della nostra storia. Dopo di allora diventammo inseparabili e tali li rimanemmo per un paio di anni, fintanto che Andrea partì per il servizio militare.
Durante quei lunghi mesi di lontananza mi innamorai di Francesco, l'uomo che in seguito è diventato mio marito e da cui ho avuto un paio di figli.
Dopo la laurea speravo di fare la ricercatrice universitaria, invece finii per collaborare con mio padre nella sua attività notarile, lavoro che faccio tutt'ora.
Di recente ho saputo che Andrea si è separato dalla moglie. E' andato a convivere con una donna rumena che per anni ha fatto da badante a sua madre. Gestisce una stazione di servizio per il rifornimento di carburante sulla strada provinciale per Parma. Ogni tanto, se capita, mi fermo a fare il pieno di benzina da lui. Spesso ci soffermiamo a parlare di quando eravamo giovani e contestatori.
A tutt'oggi sono della idea che il sessantotto abbia lasciato dei cambiamenti indelebili nella coscienza della gente. Quell'anno è stato l'inizio di una vera e propria rivoluzione culturale, a cominciare dai costumi, alla musica, al cinema, all'abbigliamento, alle idee, alle istanze, ai diritti, alla presa di coscienza di quei valori di libertà e solidarietà che sono diventati patrimonio comune delle persone, ma a cui i giovani d'oggi sembrano dare poca importanza.
Cosa mi è rimasto di quegli anni? Non lo so, ma spero di essere rimasta quella che ero quando avevo diciotto anni anche se adesso non ne sono più molto sicura.
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