Molte delle iniziative
recenti del Logos Ensemble si muovono nella direzione di un allargamento del
concetto di "musica contemporanea", non più strettamente confinato
all'ambito della scrittura eurocolta, ma aperto al confronto con le musiche di
tradizione orale, con l'improvvisazione, con la terra di nessuno dell'intreccio
tra i generi. Appare quindi del tutto naturale, in questa prospettiva,
l'incontro con la musica di Luciano Berio, fra i musicisti del novecento forse
il più interessato all'interazione e al confronto critico tra i linguaggi, e
con l'arte di Luisa Castellani, voce d'elezione di tanti compositori di oggi
(fra cui lo stesso Berio), e figura di interprete al di là dell'immagine
tradizionale di "cantante" (a maggior ragione di "cantante di
musica contemporanea"). I brani scelti per questa incisione sono, in
diversa prospettiva, particolarmente rappresentativi di un rapporto critico e
partecipato al tempo stesso con i materiali, musicali e non, messi in campo; il
senso complessivo dell'operazione, pur nella riproposizione di musiche in ampia
misura già storicizzate (ma quanto poi davvero metabolizzate?), appare quindi
quello di una salutare messa in crisi di una impermeabilità tra generi, e tra
diversi campi del sapere, ormai non più sostenibile.
Folk songs, del 1964, è apparentemente un divertissement su temi popolari, una
sorta di esercizio di piacevolezza, come tale destinato a una collocazione
eccentrica (e a una fama vagamente sospetta) rispetto al resto della produzione
di Berio; in realtà si tratta, secondo le parole dell'Autore, "di una
trascrizione e una elaborazione sulla base di una filologia immaginaria e,
proprio per questo, molto rigorosa". Già i materiali di partenza sono
"popolari" in accezione molto lata: non tanto documenti etnografici,
quanto, più spesso, ballate d'autore (1. e 2.), melodie già di seconda mano (9.
e 10., dai Canti d'Alvernia di Joseph
Canteloube), canzoni tratte da vecchi dischi (11.), composizioni dello stesso
Berio (6. e 7.). Differenti aspetti del "popolare" vengono quindi
messi a confronto, sottoposti a critica, intrecciati con stilemi provenienti
dall'avanguardia, o quantomeno dal Novecento colto, oppure con modalità
esecutive di tradizione folclorica opportunamente virgolettate. Qualche
esempio: l'accompagnamento di viola a Black
is the colour è un perfetto tipo di country
fiddle stilizzato, ma condotto indipendentemente dalla melodia; I wonder as I wander e Loosin yelav hanno delle chiuse
strumentali in stile atonal-modale pseudo-improvvisato; la pomposa orchestrazione
tonale del Malorous qu'o un fenno di
Canteloube viene sostituita da un semplice accompagnamento di bordone; la
monodia di Motettu de tristura è
posta su uno sfondo quasi darmstadtiano, e si potrebbe continuare. I Folk songs erano stati in ampia misura
cuciti addosso alle doti vocali di Cathy Berberian, ma allo stesso tempo hanno
sempre costituito un forte stimolo per interpretazioni assai personali; Luisa
Castellani sembra assecondare il carattere polistilistico delle tipologie
vocali allo stesso tempo sottolineandone l'aspetto di artificio, di riflessione
"al quadrato". In modo analogo l'interpretazione del Logos Ensemble
accentua talune particolarità, ora "popolari", ora
"avanguardistiche", di pronuncia strumentale in un complesso gioco di
rimandi tra spontaneità (di secondo grado) e ripensamento.
Avendo gran disio e Dolce cominciamento
costituiscono in un certo senso un completamento dei Folk songs: insieme a La
donna ideale e Il ballo fanno
infatti parte delle Quattro canzoni
popolari del 1952 (ma, tranne la prima, risalenti al 1946-47) per voce e
pianoforte. Le seconde due sono poi confluite nei Folk songs come esempio di popolare immaginario; in questa
incisione sono ora affiancate dalle due consorelle, nella riuscitissima
strumentazione appositamente approntata da Eugenio Becherucci.
Tutt'altro clima culturale
sembra a prima vista caratterizzare la raffinata e trasparente struttura di O King, composta nel 1967; in realtà non
sono pochi i punti di contatto, almeno ideali, con il filone cui appartengono i
Folk songs. Innanzi tutto non si può
tacere una certa eufonia dell'impianto timbrico e del tessuto armonico, non
lontani dalla presunta "piacevolezza" dei Songs; ma Berio ha a più riprese messo in guardia contro la falsa
contrapposizione tra ricerca e piacere. È poi ben noto l'interesse di Berio per
la linguistica, intesa sia come ricerca sul collidere dei sistemi
sintattico-semantici dei linguaggi, sia come indagine sul progressivo
delinearsi dei meccanismi fonatori. Appare infine evidente in entrambi i brani
l'aspetto autoriflessivo del mostrare, in un certo senso, il processo in atto
della costruzione di una struttura oltre che il risultato compiuto: O King evidenzia infatti il progressivo
costituirsi, quasi per tentativi ed errori, di una configurazione intervallare,
nonché l'altrettanto progressivo formarsi, attraverso la rotazione e l'accumulo
dei fonemi, delle parole 'O Martin Luther King'. È proprio questo aspetto
metalinguistico del brano che ha portato del resto al suo inserimento, con le
necessarie modifiche, nella più ampia struttura di quel vero e proprio saggio
di antropologia musicale in fieri che è Sinfonia
(1968). Va ancora menzionato, ed è un ulteriore tratto di affinità con i
temi della ricerca etnomusicologica, il carattere eterofonico della testura del
brano, alquanto lontano, pur nel rigore della costruzione, dalle configurazioni
puntillistiche, o densamente materiche, tipiche dell'avanguardia. La finezza di
articolazione e di tornitura timbrica della lettura di Luisa Castellani e del
Logos Ensemble, e la convinta integrazione tra voce e strumenti danno il giusto
risalto a quel continuo gioco di echi e rimandi reciproci tra suono verbale
(sia vocalico sia consonantico) e strumentale, spinto sino al limite della
fusione o dell'intercambiabilità, già sperimentato da Berio in Circles qualche anno addietro.
Musica leggera, infine, un lavoro del 1974 scritto per il settantesimo compleanno di
Goffredo Petrassi, riporta le stesse tematiche nella dimensione del divertissement d'occasione, con il suo
"severo" contrappunto di disimpegnate linee popolaresche; musica
"leggera", appunto, ma che non rinuncia al piacere del gioco
intellettuale.
Corrado Vitale
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