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Il
nuovo leader della Cgil Giglielmo Epifani:
con Berlusconi e Tremonti un ritorno al passato
"Non c'è rigore né sviluppo
la Finanziaria affossa il paese"
di
MASSIMO GIANNINI
ROMA
- Tutti dicono: "Sta
lì, ma il capo vero continua ad essere Cofferati". Lui ci ride sopra,
ripensando a tutti questi anni passati insieme "al compagno Sergio".
Alle battaglie vinte e a quelle perse. Ma alla fine Guglielmo Epifani,
in questa sua prima intervista da leader, non dà l'impressione di uno
che si è fatto eleggere segreterio generale della Cgil per prendere
ordini. Rispetto al Cinese, il Filosofo mostra qualche differenza. La
sostanza è altrettanto ferma. I toni, forse, più pacati.
Epifani, la sua sarà una Cgil diversa?
"La mia Cgil sarà una grande forza serena. Una forza aperta e
costruttiva, in cui la radicalità dei principi servirà a preservare e
a rafforzare la nostra vocazione riformista. La mia Cgil, come è stata
quella di Sergio e di tutti i leader che ci hanno preceduto,
continuerà ad essere una grande forza capace di esprimere un
riformismo serio, rigoroso e riconoscibile".
Intanto però il suo primo atto formale da segretario generale è
stato quello di confermare lo sciopero generale del 18 ottobre. Una
scelta forse non proprio "riformista", nel senso più ortodosso del
termine.
"Si sbaglia. Il nostro non vuole essere uno sciopero conflittuale,
settario, estremista. Ma avrà un profilo riformatore molto marcato.
Voglio che sia chiaro che il nostro non è uno solo sciopero contro
l'attacco all'articolo 18, ma è 'uno sciopero per l'Italia'. Il nostro
è uno sciopero che esprime un netto dissenso rispetto al disegno
corporativo e populista di questo governo, ma vuole lanciare anche un
segnale di grande fiducia verso il Paese. E' uno sciopero al quale
corrisponde la nostra idea generale della società italiana. Siamo in
campo con le nostre proposte, per una crescita economica improntata
alla qualità ".
Intanto il governo Berlusconi vara una Legge Finanziaria senza
lacrime e sangue per i lavoratori.
"Questa Finanziaria non va. E' approssimativa, e costruita in uno
stato d'emergenza che nasce dal fatto che per troppo tempo il governo
non ha voluto guardare in faccia la realtà, come dimostrano il
tracollo delle entrate tributarie e l'ulteriore flessione della
crescita. Questa Finanziaria non dà risultati, non sostiene la
domanda. Non ce n'è traccia di politiche per lo sviluppo. Il Patto per
l'Italia, modesto com'è, poteva avere un minimo di significato in una
fase di espansione. Oggi siamo in una fase opposta del ciclo. Questa
Finanziaria, quindi, avrebbe dovuto predisporre misure efficaci nel
breve termine: investimenti in formazione, salute e sanità, misure di
sgravio sul modello di quelle per le ristrutturazioni edilizie,
trasferite alla tutela ambientale e alla bonifica del territorio.
Invece non c'è nulla di tutto questo. Come non c'è nulla per il Sud:
al contrario si smantellano i pochi strumenti che hanno funzionato, il
credito d'imposta, i patti territoriali, i contratti d'area, la legge
488. L'idea stessa del Fondo unico è un clamoroso ritorno al passato".
Almeno è rigorosa, no? Non basta una manovra di 20 miliardi di
euro? Voleva più tasse, il solito "vizietto" di certa sinistra
rigorosa e quasi penitenziale?
"No, purtroppo non è neanche rigorosa. Questa formula magica
dell'8-4-8, cioè 8 miliardi di tagli alla spesa, 4 miliardi di
cartolarizzazioni e 8 miliardi di concordato fiscale, davvero non mi
pare credibile. Qui si nota proprio una classica invenzione
tremontiana. Queste cifre sul condono non stanno né in cielo né in
terra: qui non c'è solo un problema morale, cioè l'ennesimo premio
agli evasori, ma c'è anche un problema di gettito, che mi pare
assolutamente aleatorio. Ma il problema vero è un altro: oltre a
essere inefficace, questa Finanziaria produce danni, perché rompe la
coesione sociale. Contiene due tratti tipici di questa maggioranza.
Primo: un ritorno alla centralizzazione delle scelte da parte di un
governo che aveva promesso la più spinta delle riforme, la devolution,
e che invece ora penalizza duramente l'autonomia degli enti locali,
prefigurando un assetto che ci riporta a prima delle leggi di
Bassanini. Secondo: manca una visione d'insieme, e quindi la
Finanziaria opera per divisioni successive. Sulle pensioni al minimo,
sui contratti. Persino sul fisco: nella prima fase il governo ha
premiato le grandi ricchezze, eliminando le imposte di successione e
con uno scudo fiscale quasi gratuito. Oggi prova a recuperare in
basso, favorendo le categorie di reddito fino a 50 milioni. Ma così,
di nuovo, taglia fuori dai benefici tutto il ceto medio. Insomma, c'è
in questa Finanziaria una evidente tendenza alla corporativizzazione
delle scelte".
Berlusconi dice invece che aiuterà i più poveri.
"Il modo migliore per farlo era quello di controllare l'inflazione,
che è la più odiosa delle tasse. E invece su questo versante non ha
fatto niente".
Ma almeno non taglia la spesa sociale.
"La mia impressione è che l'appuntamento sia solo rimandato nel tempo.
Senza considerare che restano in campo sia la delega previdenziale,
sia la sicura prospettiva dei tagli ai servizi sociali da parte delle
regioni".
Tutto questo le pare sufficiente per fare uno sciopero generale?
Sia sincero: a questo punto, se potesse, accetterebbe di corsa
l'invito di Rutelli: lasciate perdere, revocare uno sciopero non è un
dramma, e serve a ricompattare il sindacato.
"No, questo proprio no. Anzi, io mi aspetto che di fronte a uno
sciopero che ha queste caratteristiche l'opposizione che, come noi,
esprime un chiaro dissenso verso le iniziative del governo, fino al
punto di chiedere le dimissioni del ministro dell'Economia, alla fine
dimostri coerenza e converga sulla nostra protesta. Rispetto
l'autonomia reciproca, ma non posso credere che il centrosinistra non
riconosca fino in fondo le ragioni della nostra lotta e la validità
dei suoi obiettivi"
Sull'articolo 18 continuerete la mobilitazione?
"Intanto continua la raccolta di firme: siamo arrivati a 2 milioni e
600 mila firme certificate. Arriveremo ai 5 milioni promessi.
Continueremo con le nostre iniziative. Sempre con l'obiettivo di non
chiuderci, ma di allargare il fronte dei consensi. Se non basterà,
l'arma finale sarà il referendum abrogativo. Continueranno a dire che
facciamo politica, che siamo estremisti. Non è vero. Hanno paura della
nostra forza ".
Appunto. Berlusconi e D'Amato dicono: ci aspettiamo che Epifani
riporti la Cgil sul terreno sindacale, e smetta di fare politica.
"C'è una 'politicità' nella nostra azione, questo non lo nascondo. Ma
nasce dalla constatazione che il Paese sta scivolando su una deriva
pericolosa, di sistematica alterazione delle regole. E non dimentico
che la vera e unica anomalia dei rapporti si è consumata al convegno
di Parma, quando Berlusconi e D'Amato dissero che il programma del
governo e quello della Confindustria erano gli stessi. Lì è nato un
collateralismo esplicito, che non dà vantaggi a nessuno. D'Amato ha
portato le imprese in un cul de sac, e oggi sono tanti gli
imprenditori che se ne rammaricano. Berlusconi ha diviso il sindacato,
e questo è un maleficio per tutti".
Lanci un nuovo appello all'unità, verso Cisl e Uil.
"Di appelli se ne possono fare tanti. Per noi, questo voglio dirlo,
l'unità sindacale resta un valore fondamentale, ma non la vedo dietro
l'angolo. Il sindacato diviso è più debole, ma per fare l'unità
bisogna convenire sulle politiche e sulle regole. Oggi prendo atto che
non siamo d'accordo né sulle prime, né sulle seconde. Si sono cumulate
tra noi divisioni importanti. Pensare di risolverle con un colpo di
bacchetta magica svilirebbe le reciproche diversità. E io questo non
voglio farlo. Quello dei contratti può essere un fronte su cui
verificare la coerenza dei rapporti unitari. Ma il nodo vero resta la
democrazia sindacale. La legge sulla rappresentanza è un tema che
rilanceremo con forza nei prossimi mesi".
Lei deve sostenere la linea dura. Eppure nella Cgil si nota un
atteggiamento diverso, almeno nei toni. Nell'ultimo Cofferati c'è
stato un antagonismo esagerato?
"Può darsi che Sergio usi toni un po' più aspri dei miei. Le faccio un
esempio: io non considererò mai Cisl e Uil come miei nemici. Nutro nei
confronti di Pezzotta e di Angeletti un dissenso profondo, ma rispetto
le loro posizioni. Come vede, stiamo parlando solo di forma. Ma nella
sostanza la linea non cambia".
Per la prima volta la guida del più grande sindacato passa dalla
famiglia del Pci a un segretario che esce dalla costola moderata del
socialismo. Significa qualcosa?
"Le linee di fondo della nostra strategia non cambiano. Non ci sono
grandi svolte da fare, nel breve periodo. Poi, certo, la Cgil deve
avere sempre grande autorevolezza di proposta. Non deve mai chiudersi
in se stessa. I giovani e il Sud devono diventare per noi due
priorità. Dobbiamo saper parlare alle imprese, e saper distinguere tra
una linea di Confindustria che non condividiamo affatto e tanti
singoli imprenditori che rischiano ogni giorno sul mercato, nel pieno
rispetto delle sue regole".
Insomma, non sente incombere su di lei l'ombra del Cinese?
"Con Cofferati ho condiviso tutto. Anni belli e difficili, in cui
abbiamo fatto scelte sempre unitarie. Faccio fatica, oggi, a
immaginare Sergio come un peso. Piuttosto, voglio parlare del grande
coraggio di questa Cgil. Un segretario così autorevole e popolare, che
se ne va rispettando la norma degli otto anni, dà la cifra
etico-morale di questa organizzazione, che rispetta sempre le regole,
dal segretario generale all'ultimo degli iscritti. Questa è la Cgil.
Mi piace pensare che proprio per questo sia così amata e rispettata
nel Paese".
(30 settembre 2002)
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Più danni
per tutti
di Guglielmo
Epifani
La Finanziaria varata dal Consiglio dei ministri è
contro l’Italia. Perché contemporaneamente non è in grado di fare
rigore, né di determinare condizioni di sviluppo nella fase di forte
rallentamento dell’economia e non rispetta nemmeno criteri di equità
sociale. Il governo non fa rigore perché i conti sono approssimativi.
Dopo mesi di propaganda ottimistica, l’esecutivo ha dovuto guardare in
faccia una realtà totalmente diversa.
Ma oggi i numeri sugli introiti previsti sono assolutamente aleatori e
il concordato fiscale oltre a essere iniquo dal punto di vista morale
è del tutto sovrastimato rispetto alle possibilità reali.
La Finanziaria non assicura sviluppo perché taglia agevolazioni e
investimenti ai settori produttivi e soprattutto al Mezzogiorno, il
limite del Patto per l’Italia si trova così confermato come la Cgil
aveva più volte denunciato: non c’è nessuno strumento di intervento a
breve per sostenere gli investimenti. Un imprenditore che volesse
investire oggi nel Sud non può farlo perché non sa quale quadro di
agevolazioni e convenienze ha a disposizione.
Con il rallentamento dell’economia mondiale e le gravi difficoltà,
evidenti a tutti, del nostro sistema, il Mezzogiorno corre il rischio
di perdere quelle possibilità di ripresa che negli anni scorsi si
erano verificate. La Finanziaria, inoltre, non è equa perché la
riduzione del peso fiscale arriva tardi ed è l’anticipo di una nuova
manovra fiscale tutta spostata a favore dei redditi medio-alti.
Non controllando l’inflazione e i prezzi, quello che i lavoratori a
reddito più basso riceveranno lo pagheranno due volte. E, soprattutto,
tagliando i trasferimenti agli enti locali nei settori della scuola e
della sanità, il governo costringerà i cittadini, in particolare i
giovani e gli anziani, a non avere più le prestazioni che fino ad oggi
erano garantite e li costringerà a pagarsele da soli.
Questa, poi, è una Finanziaria che ripristina una grande
centralizzazione delle decisioni di spesa, un’assoluta discrezionalità
di Roma a danno di Comuni e Regioni che vedono fortemente limitata la
propria autonomia e i propri poteri.
Si chiude così, con questo intervento pericoloso e dannoso per il
Paese, il quadro degli attacchi avviato dal governo Berlusconi in
materia di diritti con la minaccia all’articolo 18 e con la delega sul
lavoro, e tutto questo non fa che confermare e rafforzare le ragioni
dello sciopero generale indetto dalla Cgil per il prossimo 18 ottobre.
Non a caso l’abbiamo chiamato «Uno sciopero per l’Italia», per
l’Italia dei diritti, dello sviluppo con la qualità, per un Paese
fondato sulla coesione sociale e istituzionale.
1 ottobre 02 |
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Finanziaria 2003
/ Le misure |
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Manovra da 20 miliardi di euro |
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Ammonterà a circa 20 miliardi di euro, la
Finanziaria 2003. E si attestera' all'1,5% il rapporto fra
deficit e Pil nel 2003, contro lo 0,8% indicato dal Dpef.. Lo
rende noto il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi sulla
riunione del Consiglio dei Ministri che ha approvato la
Finanziaria 2003. La manovra, si legge nel comunicato d
Palazzo Chigi, si incentra su interventi di razionalizzazione
della spesa pubblica e misure dal lato delle entrate. In
particolare i provvedimenti riguardano: la spesa dei
Ministeri, gli oneri del personale, la sanita', il
finanziamento degli investimenti, la scuola, il lavoro ed
altri interventi, tra cui un incremento della misura e della
durata dell'indennita' di disoccupazione. Dal lato delle
entrate, prosegue Palazzo Chigi, la Finanziaria, coerentemente
con l'impegno assunto con le parti sociali, avvia la riforma
fiscale, che prevede sgravi delle imposte sui redditi delle
famiglie per 5,5 miliardi di euro; a questo si aggiunge la
riduzione di due punti dell'Irpeg (dal 36 al 34%) e una
rimodulazione dell'Irap. Vengono introdotti il concordato
triennale preventivo, il concordato per gli anni pregressi e
la chiusura delle liti fiscali pendenti. Viene inoltre
prorogato lo "scudo fiscale".
Nel complesso la manovra sara' composta da tre parti: 8
miliardi entreranno grazie ai tagli alla spesa, 4 miliardi
dalle operazioni di Patrimonio e Infrastrutture e 8 miliardi
di euro dal concordato fiscale.
No tax area a 7.500 euro, cambia l'Irpef
Viene fissata una 'no tax area' pari a 7.500 euro per i
lavoratori dipendenti, 7.000 euro per i pensionati e 4.500
euro per gli autonomi. In ogni caso e' stata inserita una
clausola secondo cui i pensionati con un reddito non superiore
a 7.500 euro sono esenti. La no tax area si riduce
gradatamente con l'aumentare del reddito e si azzera a 26.000
euro. Le attuali due aliquote del 18% e del 24% vengono
accorpate al 23%, aliquota che si applichera' ai redditi fino
a 15.000 euro. L'aliquota del 32% viene smembrata in due
parti: i redditi da 15.000 a 29.000 euro pagherannpo il 29%,
mentre da 29.000 a 32.700 euro resta al 32%. Il prelievo sarà
del 39% tra 32.700 e 70 mila euro e l'aliquota massima oltre
questo valore sarà del 45%. La no tax area sostituisce le
precedenti detrazioni, mentre per i redditi piu' alti, per i
quali la no tax aerea si azzera, permangono le vecchie
detrazioni. La finanziaria specifica anche che, ai fini
della determinazione dell'imposta sui redditi delle persone
fisiche per l'anno 2003, i contribuenti possono applicare le
vecchie disposizioni se sono piu' favorevoli (è la cosiddetta
clausola di salvaguardia).
Ridotte Irpeg e Irap
Le imprese beneficeranno dello sgravio di due punti dell'Irpeg,
mentre gli imprenditori individuali e le piccole imprese
avranno sconti sull'Irap. IRPEG: dal primo gennaio 2003
l'aliquota passa dal 36% al 34%. IRAP: la riduzione
dell'imposta sulle attivita' produttive si articola su due
livelli. Il primo riguarda le imprese individuali: per esse la
soglia esente si alza a 7.500 euro. Per le piccole imprese
fino a 5 dipendenti, invece, la base imponibile viene erosa di
2.000 euro per ogni lavoratore.
Pensioni minime: non si allarga la platea
La platea delle pensioni minime rimane quella individuata lo
scorso anno. Non ci sarà infatti, ha annunciato il ministro
del Welfare Maroni,
nessun allargamento dei beneficiari per la pensioni a 516
euro.
700 milioni per ammortizzatori sociali
La Finanziaria stanzia oltre 700 milioni di euro per la
riforma degli
ammortizzatori sociali, ma "non è stato ancora previsto come
spendere questi soldi".
Infrastrutture
1 miliardo: è quanto stanzia il governo che istituisce anche
un Fondo rotativo per le opere pubbliche (Frop), alimentato
dalla Cassa Depositi e prestiti, dotandolo inizialmente
appunto di un miliardo di euro.
Tagli alla scuola
Tagli ridotti da 242 a 168 milioni di euro. Circa 8 mila
bidelli perderanno il posto. Gli istituti potranno affidare le
pulizie e la manutenzione a service esterni. Per il
triennio 2003-2005 le cattedre costituite con orario inferiore
a quello obbligatorio sono ricondotte a 18 ore settimanali.
Prevista la riduzione del personale ausiliario, tecnico e
amministrativo.
Ticket termale
Dal primo gennaio 2003 i cittadini che usufruiscono delle cure
termali sono tenuti a pagare un ticket di 70 euro. La
disposizione è contenuta nella Finanziaria. Sono esclusi
comunque gli invalidi di guerra, dei grandi invalidi per
servizio e del lavoro, gli invalidi civili al 100%.
Tessera sanitaria antispreco
Una tessera sanitaria per potenziare il monitoraggio delle
prescrizioni mediche, farmaceutiche, specialistiche
ospedaliere e una commissione antispreco per i dispositivi
medici. Sono alcune iniziative messe a punto dai ministeri per
l'innovazione e la salute, contenute nella Finanziaria nel
settore sanitario. La prima ha l'obiettivo di "contenere la
spesa e accelerare l'informatizzazione del sistema sanitario",
la seconda ha il compito di "aggiornare il repertorio dei
dispositivi medici con l'indicazione del prezzo di
riferimento".
Pubblico impiego
570 milioni stanziati per i rinnovi contrattuali del settore.
Divieto di assunzioni a tempo indeterminato per il 2003 nelle
amministrazioni pubbliche, Forze armate, corpi di polizia e
vigili del fuoco compresi. Piccolo spiraglio solo per
"effettive, motivate e indilazionabili esigenze di servizio".
Le graduatorie per assunzioni presso le pubbliche
amministrazioni che per il 2003 sono soggette a limitazioni
delle assunzioni di personale sono prorogati di un anno.
Possibili, ma con precisi limiti, assunzioni a tempo
determinato, convenzioni o contratti di collaborazione
coordinata e continuativa. La pubblica amministrazione dovrà
diventare più "virtuosa": nel 2003, infatti, l'obiettivo del
governo è di far scendere l'incidenza della spesa sul Pil dal
38,1% al 37,6%.
Enti locali
Gli enti territoriali, compresi i comuni con popolazione
superiore a 5mila abitanti, concorrono alla realizzazione
degli obiettivi di finanza pubblica per il triennio 2003-2005
in relazione agli obblighi assunti dallo Stato italiano in
sede comunitaria. Le spese per l'acquisto di beni e servizi
devono essere ridotte del 10 per cento.
Le dismissioni
Cartolarizzazioni aggiornate alla luce dei nuovi criteri
Eurostat, che coinvolgeranno gli immobili ma anche i crediti
finanziari; dismissioni vere e proprie. Queste due scelte del
governo vanno di pari passo con la valorizzazione del
patrimonio (Patrimonio Spa e fondi immobiliari) e con i primi
risultati della Infrastrutture spa.
Condono
Il secondo condono di Berlusconi & Tremonti. Il primo, nel
1994, incluse anche una sanatoria edilizia. L'attuale, invece,
è articolato in 3 parti e dovrebbe portare 8 miliardi di euro
nelle casse pubbliche. Almeno questo è l'augurio del cavaliere
e del suo ministro dell'Economia. Altrimenti saranno dolori.
1) Concordato preventivo triennale
Vi possono accedere i contribuenti titolari di reddito di
impresa e autonomo con ricavi o compensi non superiori a 5
milioni di euro. Questo nuovo strumento consente la
definizione per tre anni della base imponibile. Gli eventuali
maggiori imponibili rispetto a quelli oggetto del concordato
non sono soggetti ad imposta, e questa non si riduce se gli
imponibili effettivi risultano poi minori.
2) Concordato di massa per adesione
Una riedizione del concordato del '94 rivolto a titolari
di reddito d'impresa, di lavoro autonomo e imprenditori
agricoli. Si potranno in pratica definire i redditi delle
annualità dal 1997 al 2000. L'Agenzia delle Entrate dovrà
accettare gli importi proposti per ciascuna annualità e gli
importi saranno determinati dall'Anagrafe tributaria tenendo
conto delle differenti categorie economiche, della
distribuzione dei contribuenti per fasce di ricavi, compresi e
non superiori a 10.000 euro e di redditività che risultano
dalle dichiarazioni e gli studi di settore. La definizione
automatica degli importi proposti dalle Entrate, che ha
effetto ai fini delle imposte sui redditi e relative
addizionali, dell'Iva e dell'Irpeg, verrà perfezionata con il
pagamento degli importi dovuti entro il 30 giugno 2003. Con la
definizione si chiude definitivamente con il passato inibendo
qualsiasi possibilità di subire accertamenti per quegli stessi
anni. Gli importi proposti non potranno essere inferiori a
3.000 euro per le persone fisiche e a 9.000 per gli altri
soggetti (con uno sconto rispettivamente di 1.000 e 3.000 euro
per l'anno di imposta 1997). E' inoltre riconosciuta una
riduzione del 50% delle maggiori imposte complessivamente
dovute per la parte eccedente gli importi di 5.000 euro per le
persone fisiche e 10.000 euro per gli altri soggetti. I
soggetti in regola con gli studi di settore possono effettuare
la definizione automatica attraverso il pagamento di 300 euro
per ciascuna annualità. Il pagamento può essere fatto in unica
soluzione ai 5.000 euro per le persone fisiche e 10.000 per
gli altri soggetti. Infine chi effettua la definizione
automatica potrà liberarsi definitivamente delle scritture e
dei documenti contabili relativi. Resta però l'obbligo della
conservazione dei registri Iva.
3) Chiusura delle liti pendenti
Le liti di valore non superiore ai 20.000 euro che pendono
davanti alle Commissioni tributarie alla data del 29 settembre
2002 potranno essere chiuse pagando 150 euro se il valore non
supera i 2.000 euro. Tra i 2.000 e i 20.000 euro invece si
dovrà versare il 10% del valore della lite. Il versamento va
fatto entro il 28 febbraio 2003.
Scudo fiscale: valido fino al 30/6/2003
Si riaprono i termini per il cosiddetto scudo fiscale, di cui
possono usufuire le societa' per far rientrare i capitali
illegalmente detenuti all'estero o per regolarizzarli. Lo
prevede la finanziaria approvata ieri dal Consiglio dei
Ministri. Le operazioni di sanatoria possono essere effettuate
dal primo gennaio 2003 al 30 giugno 2003, pagando un'imposta
del 4% (la prima 'edizione' dello scudo fiscale, come e' noto,
prevedeva invece l'aliquota del 2,5%)
(30 settembre 2002) |
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Finanziaria 2003 / Il
giudizio della Cgil |
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Una manovra senza qualità |
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I conti della Finanziaria varata dal governo
"non tornano" e inducono a un ragionevole pessimismo sul prossimo
futuro. Lo sostiene la segretaria confederale della Cgil, Marigia
Maulucci, in un editoriale pubblicato su Rassegna sindacale.
Scrive Maulucci che "la legge finanziaria 2003 si innesca in
una situazione pesante, ai limiti della recessione: la crescita si
attesterebbe, a detta di Confindustria e governo, ma molti
analisti autorevoli sono meno ottimisti, su uno 0,6% che
rappresenta un terzo della stima del Dpef di giugno e ben un
quinto del precedente Dpef; l’indebitamento è al 2,1% a fronte di
una previsione dello 0,8%, già notevole rispetto agli accordi di
Madrid. L’inflazione programmata si attesta su un illusorio 1,4%,
a fronte di un dato reale del 2,6%".
"In questo quadro - prosegua Maulucci -, i
grandi numeri della Finanziaria che ci sono stati anticipati
parlano di una crescita prevista per il 2003 del 2,3%, di un
debito tra l’1,5% e 1,4%: per realizzare questi obiettivi occorre
una manovra di 20 miliardi di euro, composta da 8 miliardi di
tagli alla spesa, 4 miliardi da cartolarizzazioni, 8 miliardi da
concordato di massa. I conti non tornano: c’è un tale divario tra
la situazione attuale e gli obiettivi disegnati che non occorre
essere né pessimisti né catastrofisti per dire che è impossibile
che possano realizzarsi nell’assenza perdurante di investimenti a
sostegno della crescita e di interventi per favorire la domanda".
"Non c’è una scelta, sostanziata da cifre, per contrastare la
crisi e avviare uno sviluppo attraverso investimenti in settori
qualitativamente strategici, quali l’innovazione, la ricerca, la
scuola, la formazione. Il Mezzogiorno non è più una priorità. La
discrezionalità delle scelte del Fondo unico, il superamento
dell’automatismo nell’erogazione dei finanziamenti, la loro
trasformazione in mutui saranno il colpo di grazia alla faticosa
inversione di tendenza realizzata in questi mesi. Il credito
d’imposta sugli investimenti e sull’occupazione è sostanzialmente
finito: le imprese protestano, e fanno bene: ora protesta anche
Confindustria che dovrebbe rendersi conto dei guasti provocati
dalla sua linea oltranzista e tutta politica di guerra di
religione per la modifica dell’articolo 18. Ne ricava una
penalizzazione per le aziende che dovrebbe rappresentare, oltreché,
alla vigilia dell’apertura della fase dei rinnovi contrattuali, un
aumento della conflittualità, una divisione tra le organizzazioni
sindacali, un’inevitabile rincorsa salariale".
"Così come mancano interventi a sostegno dello sviluppo, mancano
misure che possano potenziare la domanda. Le tanto sbandierate
riduzioni dell’Irpef previste dal Patto per l’Italia sono
riduttive rispetto alla riforma fiscale messa in cantiere dalla
Finanziaria Amato e oltretutto sono coperte dal mancato recupero
del fiscal drag. Quanto di queste riduzioni Irpef, poi, sarà eroso
dal taglio dei servizi pubblici è tutto da vedere".
Sempre più decisivi i rinnovi contrattuali
Per Maulucci "la strada vera, l’unica a questo punto in assenza di
una politica fiscale che redistribuisca e riequilibri le risorse,
è quella dei rinnovi contrattuali attraverso i quali dovremo
incrementare il potere d’acquisto delle retribuzioni, componendo
richieste che contengano l’inflazione reale, quella prevista –
perché quella programmata è finta – e la produttività non
redistribuita sul lavoro da articolare tra il contratto nazionale
e la contrattazione d’azienda. Intanto, il rinnovo dei contratti
pubblici è ancora a rischio, perché il governo continua a ribadire
la “sua” interpretazione dell’accordo di febbraio, ormai
assolutamente inadeguato rispetto ai numeri reali
dell’inflazione".
"In assenza, dunque, di misure espansive, la
Finanziaria 2003 si caratterizza sostanzialmente come una
gigantesca macchina raccatta risorse per rimpinguare le casse
vuote dello Stato. Le entrate sono drasticamente ridotte e questo
è il primo effetto della tanto annunciata politica di riduzione
delle tasse: la sotto-cultura che ha animato la campagna
elettorale ha dato i suoi frutti e ora le conseguenze ricadono su
tutti".
Gli effetti della manovra
Tornando alla manovra, scrive la sindacalista, "gli effetti sul
welfare nazionale e locale saranno pesantissimi: subiranno
drastici ridimensionamenti la sanità pubblica, la scuola, i
servizi sociali. È l’altra faccia delle bandiere dei governi di
centro destra: allo smantellamento della cultura solidale del
vivere collettivo che si materializza nell’esercizio di una
politica fiscale equa e redistributiva, corrisponde
necessariamente un’erogazione qualitativamente e quantitativamente
ridotta di servizi per la popolazione".
"Ci sono poi i 4 miliardi di euro da cartolarizzazioni, vale a
dire svendita del patrimonio pubblico a cura della società
“Patrimonio spa”, appositamente creata. Questo paese è in vendita
e i danni ambientali saranno evidenti, così come immediato è il
danno di prospettiva se si pensa agli effetti dei guasti attuali
sulle generazioni che verranno".
Riguardo agli effetti del condono fiscale, che
dovrebbe portare secondo il governo 8 miliardi di euro nelle casse
dello Stato, "c’è forte scetticismo - scrive Maulucci - degli
analisti di bilanci sul risultato di questa misura, anche alla
luce del fallimento della legge sul sommerso oltre che del
precedente condono del governo Berlusconi del ’94 che fu un vero e
proprio flop. Le stime sono più ottimiste se il concordato
previsto si trasforma in condono tombale: a quel punto però
chiunque paghi le tasse, lavoratore autonomo o impresa che sia,
sarà additato come lo scemo del villaggio".
"Con tutto ciò, continuiamo a nutrire il
ragionevole dubbio che in realtà il decreto “taglia spese”, con il
quale il ministro dell’Economia si riserva la possibilità di
intervenire in ogni momento, in presenza di uno scostamento
rilevante dagli obiettivi, orientando discrezionalmente gli
impegni di spesa, sia la Finanziaria reale, quella vera, a fronte
di un bilancio tutto teorico approvato in Parlamento".
Lo sciopero generale
"Stando così le cose - prosegue Maulucci -, si aggiungono 20
miliardi di ragioni al nostro sciopero generale del 18 ottobre.
Abbiamo proclamato lo sciopero contro il Patto per l’Italia,
strumento che abbiamo giudicato dannoso per i diritti dei
lavoratori, devastante per il ruolo del sindacato lì descritto e
per giunta inefficace di fronte alla crisi del paese. Avevamo
ragione: la Finanziaria attuerà, si dice, il Patto per l’Italia –
che, tra l’altro, costa pochissimo – ma non saranno affrontati né
i problemi dello sviluppo né tanto meno quelli dell’occupazione.
In compenso, le condizioni materiali delle persone che
rappresentiamo peggioreranno, a causa del taglio dei servizi e
dello stallo dell’economia".
"La decisione europea di spostare il pareggio
di bilancio al 2006 è un’opportunità che va colta in tutte le sue
potenzialità: non sono saltati i vincoli, si è allungato il tempo
contingentando però le tappe di avvicinamento. Non ci è parso che
il governo abbia recepito il monito e questo è grave perché il
nostro paese ha il debito più elevato tra i paesi Ue e dunque
maggiore dovrebbe essere la sua attenzione. Questo governo, però,
com’è noto, non ama l’Europa, ha lo sguardo le simpatie e le
affinità altrove".
"In realtà, non c’è niente di casuale o sprovveduto nelle scelte
che ha fatto: questi dati catastrofici non sono i risultati della
creatività impazzita di Tremonti, sono gli effetti automatici
della politica economica contenuta nel programma di governo del
centro destra. Era tutto già scritto. Dispiace, ma anche il
Patto per l’Italia è parte di quel programma. C’è un filo
rosso che lega il contratto di Berlusconi con gli italiani, il
Dpef, il Patto per l’Italia e la Finanziaria: un disegno non
improvvisato, devastante per tutti noi, fallimentare. Con lo
sciopero del 18 ottobre della Cgil – della sola Cgil, e non può
essere che così – rivendicheremo una diversa politica economica,
per una vera qualità di sviluppo fondata sui diritti del lavoro". |
CGIL: Conferenza stampa
9.10.2002
CGIL: La Finanziaria e i servizi ai
cittadini
Il 2% di tagli nei trasferimenti agli
Enti locali, nell'invarianza della spesa per beni e servizi rispetto
al 2001, infierirà prevalentemente sulla spesa sociale producendo
effetti dirompenti:
SCUOLE ELEMENTARI e MATERNE -
TAGLIO MEDIO DEL 7%
- 40.000 bambini
DISABILI NELLE SCUOLE
- TAGLIO MEDIO DEL
5%
Su utenti 180.000
- 9.000
disabili
Sui disabili interviene una doppia
scure: la riduzione degli insegnanti in organico quindi una maggiore
richiesta di servizi comunali che non potranno però essere erogati.
TRASPORTO SCOLASTICO
- TAGLIO MEDIO DEL 6%
ASILI NIDO
-TAGLIO MEDIO DELL'11%
Bambini fascia 0-2 anni:
1.600.000
attuali posti
120.000 - 13.200
ASSISTENZA DOMICILIARE
- TAGLIO MEDIO DEL 30%
Su utenti 1.800.000
- 400.000
assistiti
SOSTEGNO AFFITTI FAMIGLIE
DISAGIATE
-
TAGLIO MEDIO DEL 25%
300 Euro
la cifra minima aggiuntiva che ogni
cittadino dovrà tirar fuori di tasca propria
La Finanziaria, la delega fiscale e
l'IRPEF
A quanto ammonta effettivamente la
riduzione IRPEF per il 2003?
L'effettiva riduzione IRPEF è di 1,88°
mld. di euro (v. Tabella 1). Il governo, infatti, ha dimenticato di
dire che in base alla legislazione vigente ci sarebbe stata comunque
una riduzione di 2,712 mld. di euro (Finanziaria Amato-Visco 2001) e
che il drenaggio fiscale toglie ai contribuenti 1,140 mld. di euro.
Il numero dei contribuenti
avvantaggiati non è 28 milioni ma 19 milioni cioè il 52,6% dell'intera
platea (v. Tabella 2).
Chi è avvantaggiato nel 2003?
I vantaggi maggiori sono per quest'anno
distribuiti ai livelli medio-bassi.
I poveri non traggono vantaggi perché
non esiste un meccanismo di rimborso di credito d'imposta (imposta
negativa) e quindi non possono usufruire delle deduzioni (sono
incapienti).
Cosa succede a regime?
Il Governo evita accuratamente di
mettere in rilievo gli effetti redistributivi della delega fiscale che
la prossima settimana sarà approvata dal Senato e, dopo un secondo
passaggio alla Camera (che l'ha già approvata) diventerà legge dello
Stato prima della stessa finanziaria.
La Tabella 5 riassume gli effetti
redistributivi. I primi 5,732 mld. di euro, quelli del 2003 premiano i
redditi medio-bassi. I successivi 16,689 mld., di euro (il resto del
costo della riforma) si concentreranno sugli ultimi due ventili di
reddito. In particolare il ventile superiore (cioè il 5% dei
contribuenti) avrà lo sconto più consistente: più di 6.000 euro di
riduzione media e un abbattimento di circa il 10% dell'aliquota media.
Questo è l'effetto della nuova
struttura a due aliquote 23% e 33%.
Va evidenziato che nell'ambito del
ventile superiore la parte del leone la faranno i contribuenti
miliardari a partire dal Presidente del Consiglio e dal super ministro
dell'economia che vedranno abbattuta la propria IRPEF del 25%.
I grafici 4 e 5 danno un quadro
estremamente chiaro di questi effetti redistributivi perversi che
affossano la progressività.
Le tavole a, b e c evidenziano gli
effetti della manovra su lavoratori dipendenti (con e senza famiglia)
e sui pensionati ultrasettantacinquenni.
ALLEGATO IRPEF 1
ALLEGATO IRPEF 2 SIMULAZIONI
|
(Del
18/10/2002 Sezione: Economia Pag. 5) LA STAMPA
|
| IL SEGRETARIO
DEL SINDACATO DI CORSO ITALIA: DISSENSO A TUTTO CAMPO, PER
L´ARTICOLO 18 E LA FINANZA PUBBLICA FUORI CONTROLLO
|
| «In piazza
per frenare il declino dell´economia» |
| Epifani:
le nostre ragioni non sono cambiate, adesso sono più alte e
generali Il governo taglia risorse e strumenti di crescita,
scoraggiando gli investimenti |
ROMA
GUGLIELMO
Epifani si prepara per la prima prova della sua
leadership in Cgil. Oggi c´è lo sciopero generale proclamato
all´indomani della firma del «Patto per l´Italia», sciopero
che in queste settimane molti (anche nel centrosinistra e nei
Ds) hanno giudicato inutile o inopportuno. Il nuovo leader
della Cgil al contrario appare «caricato». Respinge al
mittente le critiche piovute da Ulivo e Quercia, si dice
convinto del successo della protesta, e spiega che semmai oggi
- dopo la Finanziaria 2003 e di fronte a una situazione
economica difficile - le ragioni per incrociare le braccia
sono più forti.
La Cgil fa un´analisi nerissima della «fase» economica
che sta attraversando il paese. Come mai tanto pessimismo?
«È solo realismo. A differenza del governo, noi
guardiamo a quello che sta succedendo sul terreno
dell'economia e del lavoro. Sono quattro anni che -
inascoltati - diciamo che l'Italia corre il rischio di un
forte declino industriale e produttivo, causato da uno scarso
livello di qualità e innovazione. C´eravamo accorti per tempo
che le nostre quote di export calavano vistosamente. È dall'11
settembre che chiediamo un forte sostegno alla domanda e agli
investimenti per fronteggiare una congiuntura che volgeva al
peggio, come ha fatto Bush in America. Il governo Berlusconi
ha fatto esattamente l´opposto. Oggi, realisticamente, vediamo
che il 2002 e i primi sei mesi del 2003 registreranno una
crescita economica vicina allo zero».
Ma lo sciopero generale non era contro il «Patto per
l'Italia» e le modifiche all'articolo 18?
«Le ragioni dello sciopero non sono cambiate: sono più
"alte" e generali, perché oggi tocchiamo con mano i risultati
di quelle scelte».
Eppure la manovra contiene misure di "sinistra":
stangata sulle imprese, sgravi per i redditi bassi...
«La Finanziaria va vista nel contesto di tutte le altre
scelte di politica economica del governo. Non aiuta lo
sviluppo perché non prevede alcuna misura per arrestare il
deterioramento del quadro economico. Cancella risorse e gli
strumenti legislativi mirati al Mezzogiorno, che stavano
funzionando. Taglia in settori decisivi per colmare il deficit
di innovazione, come la scuola, l´università e la ricerca. Sì,
c'è una parziale riduzione del prelievo fiscale sui redditi
più bassi. Ma andava fatto prima, dall´inizio del 2002. Per
reperire 5 miliardi di euro bastava far pagare ai titolari dei
miliardi illegalmente portati all´estero e legalmente
riportati in Italia con lo scudo fiscale il 12,5 per cento, e
non il 2,5. Invece, si è aumentato il prelievo sulle imprese
per 3,5 miliardi di euro. Il governo ha aiutato la rendita
finanziaria, scoraggiando gli investimenti produttivi».
Lei afferma che lo sciopero serve per far cambiare
politica al governo. Ma la Cgil appare ancora decisamente
isolata.
«Isolati? Non ci credo. Sarà un grande sciopero, e le
manifestazioni saranno affollate. Isolamento politico? Non so,
aderiscono tutti i presidenti di Regione, di provincia e
sindaci del centrosinistra... c´è una lunga lista di
intellettuali che aderisce, c´è l´appoggio esplicito di tutte
le forze della sinistra... Noi diciamo al governo di cambiare
rotta. E lo diciamo adesso, perché sia chiaro chi ha la
responsabilità di scelte che portano il paese al disastro.
Questo sciopero vuole dire che gli errori commessi oggi da chi
governa non devono ricadere sui lavoratori e sui pensionati.
Che non potranno essere chiamati a pagare "il conto"».
Il paese è sull'orlo del disastro?
«Penso che la finanza pubblica sia fuori controllo. Che
il rallentamento dell´economia sarà forte. E già oggi sono a
rischio da 250.000 a 300.000 posti di lavoro».
Insisto: la sensazione è che l'onda alta della mobilitazione
sia passata: anche sull'articolo 18, il governo ha rinviato a
gennaio il varo del provvedimento di modifica...
«È la dimostrazione che la nostra battaglia serve, e
già produce risultati. Quella norma sul 18 che riduce i
diritti sembrava un provvedimento urgentissimo, ed è evidente
che il governo ha rinviato per tentare di "svuotare" il nostro
sciopero. Ma è anche una prova che la nostra pressione è
efficace. Stesso discorso per la riduzione dell'Irpef, o per i
contratti pubblici: dover fare i conti con una Cgil in campo
cambia tutto».
Si parlava di crisi industriale, e lei parteciperà alla
manifestazione di Torino. Che valutazione sulla vicenda Fiat?
«Noi vogliamo un "tavolo" trasparente dove si discutano
le opzioni per uscire da questa situazione. La Cgil ha due
obiettivi: fare di tutto per assicurare all'industria
dell'auto in Italia un futuro degno, difendere occupazione e
stabilimenti. Per noi il piano che ha presentato l´azienda è
sbagliato: su quella strada c´è la riduzione del nostro paese
a luogo di mero assemblaggio, la fine della ricerca e dell´innovazione.
Se la crisi è passeggera, perché l'azienda per prima crede nel
rilancio della Fiat, allora i lavoratori vanno tenuti dentro,
con i contratti di solidarietà o altre soluzioni. Se l'azienda
sceglie di licenziare i lavoratori e chiudere le fabbriche,
vuol dire che non crede al suo futuro».
Lei sta conducendo una campagna di riavvicinamento nei
confronti della Cisl e della Uil, e lancia segnali anche a
Confindustria. Si tratta di tatticismi oppure di un
cambiamento di rotta rispetto al suo predecessore?
«Nulla di tutto ciò. Per qualsiasi sindacato l'unità è un
valore fondamentale. Il problema è che oggi le tre
organizzazioni hanno opinioni molto diverse, distantissime su
molti temi, che hanno portato alla firma separata del "Patto
per l'Italia" e di altri accordi. Certo, siamo profondamente
divisi. Ma la Cgil sa bene che - ove possibile - è necessario
lavorare insieme con Cisl e Uil. Vogliamo vedere se - a
partire dai punti più drammatici della crisi, come il
Mezzogiorno e la Fiat - è possibile pensare ad iniziative
comuni. Da parte di Pezzotta e Angeletti a volte vedo risposte
un po'imbarazzate, ma credo che sia una strada percorribile.
Se non si riesce, andremo avanti da soli: ma uno sforzo
dobbiamo farlo. Laicamente, a partire dal merito delle
questioni, dove c'è condivisione si deve cercare di andare
avanti unitariamente. Dove accordo non c'è, ognuno fa il suo
percorso».
E Confindustria?
«La presidenza di Confindustria si è
assunta la responsabilità di concorrere a determinare le
scelte sbagliate del governo. E in cambio del sostegno offerto
sull'articolo 18, le imprese non hanno avuto nulla. Noi siamo
coerenti, e diciamo che l'intervento sul fisco d'impresa è
sbagliato e pericoloso. Altri si interroghino sui propri
errori. E riflettano: per Confindustria la perdita di
autonomia nei confronti del governo si è tradotta in una
riduzione della capacità negoziale».
Si è detto: uno sciopero inopportuno, intempestivo, che
divide. Tutte citazioni di dirigenti dell'Ulivo o dei
democratici di sinistra. Che ne pensa?
«Provo dispiacere e amarezza: che molti puntino sul
fallimento dello sciopero della Cgil, lo capisco; che lo
facciano anche esponenti delle parti politiche che condividono
il merito delle ragioni dello sciopero lo trovo
incomprensibile e autolesionistico. Tutto il centrosinistra
critica l'attacco ai diritti e la politica economica del
governo: allora, perché queste obiezioni alla nostra azione
sindacale? Io non mi permetterei mai di dire alla Margherita o
a Francesco Rutelli che fa una battaglia di opposizione
inadeguata. A volte ho l´impressione che la politica ci abbia
un po´ "usato"... che la questione dello sciopero sia
diventata un tema dei rapporti politici interni alle forze
dell´Ulivo. Io chiedo rispetto per noi, come noi rispettiamo
gli altri. Nell'autonomia».
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Intervista a: Guglielmo Epifani
21.10.2002
"Noi siamo qui. E voi?"
MILANO Riflessioni domenicali con
Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, dopo lo
sciopero. Messaggi. Al governo: «Il 18 ottobre apre una
nuova fase di lotte da parte della Cgil contro la politica
di Berlusconi».
All’Ulivo: «La Cgil è stanca di essere strattonata,
tirata per la giacca. Basta appelli. Se l’opposizione
parlamentare è contro la Finanziaria conduca una coerente e
ferma battaglia». A Cisl e Uil: «Le divisioni rimangono, per
il rispetto che si deve a queste organizzazioni non si può
far finta di niente. Se ci sono le condizioni per ritrovare
un’unità d’azione sul Sud, la Fiat, i contratti, la Cgil non
farà mancare il suo contributo.
Com’è stato il primo sciopero di Epifani segretario?
«La Cgil e l’intero paese devono ringraziare i milioni di
lavoratrici e lavoratori che sono scesi in sciopero e
affollato pacificamente le piazze. Dobbiamo ringraziare gli
anziani, i pensionati e i tantissimi giovani per la loro
adesione. Questo ringraziamento è necessario anche per
rispondere alle strumentalizzazioni cui si sono prestati
molti commentatori e per alcune dichiarazioni offensive
verso tante persone che hanno condiviso le nostre scelte»
Diciamo la verità: lo sciopero poteva essere un rischio.suo
contributo».
«Forse, ma la risposta dei cittadini ci conforta. In
condizioni difficili, perchè oscurati da tv e giornali, con
alcune eccezioni positive, con un governo che ha tentato in
tutti i modi di svuotarne i contenuti e con qualche
incomprensibile presa di posizione di alcuni importanti
esponenti del centro sinistra, la giornata di venerdì ha
segnato un punto molto forte: una grande maggioranza di
cittadini ha espresso con fermezza la critica alle scelte
del governo, ha manifestato la volontà di arrestare il
declino del Paese soprattutto in campo industriale, dei
servizi sociali, della scuola, della ricerca e formazione.
Quei cittadini hanno mandato un messaggio di fiducia per il
futuro».
Non le sono piaciuti i giornali?
«Leggete cosa hanno scritto i grandi giornali internazionali
sullo sciopero e confrontateli con le strumentalizzazioni di
casa nostra».
C’è stato un evidenete tentativo da parte del governo e
di alcuni suoi colleghi di Cisl e Uil di sminuire la portata
del successo.
«Non faccio polemiche. La Cgil esce assolutamente
soddisfatta e molto determinata da questa prova. A questo
proposito vorrei dire a Giuliano Amato che lo sciopero è
andato sì meglio di quanto i nostri avversari si auguravano,
ma anche di più e non di meno di quello che noi stessi
pensavamo. Piazze piene, mezzi di trasporto fermi, dati di
partecipazione nelle fabbriche altissimi, un importante
risultato nella scuola e anche nel settore pubblico,
nonostante le difficoltà. C’è stata una partecipazione
straordinaria in molte città: Milano, Firenze, la sorpresa
di Roma, nei centri del Mezzogiorno oltre a Torino
naturalmente. Ma poi i tanti piccoli centri: 12 mila a
Bergamo, 7 mila a Lucca, cifre che non si riscontravano da
decenni. Chi vuole sminuire il risultato dello sciopero si
guardi le fotografie di venerdì delle città italiane».
Maroni, qualche sindacalista, esponenti dell’Ulivo hanno
detto che il 18 ottobre chiude una fase. Ora la Cgil di
Epifani, secondo questa interpretazione, cambia rotta. E’
così?
«Se l’obiettivo dello sciopero era ed è quello di evitare il
declino del Paese, a sostegno di una politica industriale
degna di questo nome, di una scuola e una formazione di
qualità, di una politica per il Mezzogiorno, allora questo
sciopero non chiude nulla e apre una fase nuova. Quella
nella quale la lotta per le difese dei diritti di chi lavora
e per l’estensione delle garanzie e la lotta per una diversa
politica di sviluppo diventano definitivamente una cosa
sola».
Questa dura opposizione della Cgil finora che cosa ha
ottenuto?
«L’azione della Cgil ha prodotto qualche importante
risultato. Come si fa a non veder che se il disegno di legge
che vuole ridurre l’art.18 non è stato ancora presentato in
Parlamento, forse ci arriverà all’inizio dell’anno prossimo,
lo si deve alla nostra iniziativa? Come si fa a non vedere
che se la riduzione fiscale, che giunge in ritardo e con i
soldi già stanziati dai governi di centro sinistra, viene
mantenuta lo si deve alla forza esercitata dalla Cgil? Come
si fa a non vedere che se oggi moltissime imprese prendono
le distanze dal governo e costringono anche Confindustria,
non si sa per convinzione o per dovere d’ufficio, a
criticare le scelte di Berlusconi questo lo si deve al fatto
che la nostra denuncia dell’inadeguatezza dell’esecutivo,
dal Patto per l’Italia alla Finanziaria, è stata espressa
con cosi tanta forza e determinazione?».
Cosa c’è nella nuova fase?
«Tre grandi questioni: il Sud, la Fiat, la garanzia dei
servizi sociali. Partiamo dal Mezzogiorno. Con la
Finanziaria l’impresa del Sud passerà mesi e mesi di
grandissime difficoltà senza investimenti e senza certezze.
Questo ricadrà sul lavoro e sull’occupazione. C’è una grande
agitazione nel governo su questo tema, per noi la soluzione
è semplice: ripristinare gli strumenti di intervento che
hanno funzionato bene rifinanziandoli e aggiungendo
politiche di sostegno degli investimenti nei campi
dell’edilizia, della sistemazione ambientale, della bonifica
del territorio. La condizione di quest’ultima politica è che
naturalmente non passi la logica dei condoni. Voglio dire
con assoluta pacatezza a Pezzotta che ha sostenuto
nell’ultima audizione in Parlamento che il condono fiscale
non va bene, ma potrebbe essere riequilibrato se
accompagnato da una politica anti-evasione, che l’una cosa
esclude forzatamente l’altra: o c’è il condono o la lotta
all’evasione. Su questi argomenti non si può giocare: anche
l’opposizione parlamentare è chiamata a fare la sua parte».
Quale sarebbe?
«E’ ora di smetterla con gli appelli, basta strattoni e
tirate di giacca alla Cgil. Ci si misuri ognuno per il
merito e la coerenza delle proprie posizioni. Se
l’opposizione ritiene giusta la strada della critica severa
alla Finanziaria allora faccia una limpida battaglia
parlamentare».
Poi c’è la Fiat...
«E’ il punto più delicato e importante perchè ci giochiamo
un pezzo decisivo della prospettiva industriale del Paese,
un settore che produce una quota altissima del reddito
nazionale e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Lo
stupore e l’importanza della crisi Fiat ha fatto dire a
molti parole in libertà o a elencare promesse magniloquenti.
Anche in questo caso sta avvenendo quanto avevamo detto e,
in modo particolare, quanto aveva previsto la Fiom. Bisogna
partire dal piano industriale, ogni discussione tra attuale
e futura proprietà diventa un tema assai rischioso e denso
di variabili non controllabili, almeno per il sindacato. E’
sul progetto che si può vedere effettivamente se c’è la
disponibilità e la volontà di tutti, governo, forze
politiche, azienda, banche. Per noi il piano non va, non da
certezze di uscita dalla crisi. Se si crede nel futuro
industriale della Fiat allora non ci sono fabbriche chiuse,
nè cassa integrazione a zero ore che vuol dire
licenziamenti».
E lo Stato nel capitale della Fiat?
«Penso che tocchi al governo immaginare una presenza
pubblica di garanzia che accompagni l’operazione di
risanamento, ma mi permetto di dire che questo avviene un
attimo dopo la scelta e l’attuazione di un credibile piano
industriale. Se la logica dell’azienda è quella di chiudere
gli stabilimenti non si va da nessuna parte. Così se le
banche ragionano solo nella logica del creditore allora si
va contro una scelta di sviluppo».
Il terzo punto è la difesa dei servizi sociali.
«Non c’è dubbio che il governo tagliando i trasferimenti
alle autonomie locali minaccia l’erogazione dei servizi
sociali dei comuni, mette in discussione i contratti di
lavoro del pubblico impiego, della scuola, dello stato e del
parastato. Sono tutti temi strettamente sindacali»
Quindi la Cgil non fa politica?
«A chi dice che la Cgil deve smettere di far politica,
chiediamo di rispondere su questi temi e di misurarsi con le
posizioni di merito. Questo vale per il governo: il ministro
Maroni non può dire di voler riaprire il dialogo e
confermare il Patto per l’Italia. E’ una furbizia. Questo
vale, poi, per il centro sinistra che solo ripartendo dal
merito dei problemi e dai programmi può ritrovare
un’accettabile e non aleatoria unità di fondo, e vale per
Cisl e Uil»
Che cosa dice a Pezzotta e ad Angeletti?.
«Le nostre divisioni restano, per il rispetto che si deve
alle posizioni di ognuno. La Cgil non ha usato nei suoi
scioperi parole di rottura, ma ha solo ribadito le ragioni
di critica. Le risposte che ci sono arrivate non sono tutte
dello stesso segno, ma anche di questo non ne facciamo una
questione. Il punto è, semmai, un altro: sul Sud ci sono
sintonie, sulla Fiat salutiamo con soddisfazione la volontà
dei lavoratori metalmeccanici di andare verso uno sciopero
unitario, sulle politiche dei settori pubblici si vedrà se
con Cisl e Uil ci saranno convergenze. Niente di più e
niente di meno. La Cgil continuerà a sostenere questi
obiettivi, se troverà anche Cisl e Uil le iniziative
potranno essere unitarie. Se così non fosse la Cgil ha il
dovere di continuare a stare in campo».
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Crisi
Fiat e piano Colaninno, parla il segretario generale
della Cgil
"Qui non si può fare solo un'operazione finanziaria"
Epifani: "No allo spezzatino
più chiarezza sugli obiettivi"
di LUISA GRION
ROMA - Colaninno chiarisca le
sue intenzioni e la famiglia decida cosa vuole fare. Per
l'imprenditore di Mantova, al momento, non ci sono né
preclusioni, né campane a festa: dipende da come vorrà
muoversi per rafforzare il settore auto. Guglielmo Epifani,
leader della Cgil, chiede che ora sul caso Fiat si faccia
soprattutto trasparenza. Una cosa è certa: il suo
sindacato non vuole che il gruppo di Torino sia venduto a
pezzi, perché "l'Italia non può stare senza una azienda
automobilistica, la Francia e la Germania ne hanno due, il
Giappone tre, e tutte competitive. Non si capisce perché
noi dovremmo rinunciarvi".
Ora sulla Fiat c'è un nuovo piano, quello di Colaninno.
Cosa ne pensa?
"Al momento il giudizio è sospeso, sappiamo solo che c'è
una intenzione, ma non sappiamo chi è interessato al
fatto, che cosa si vuole fare, qual è il progetto e quali
sono le risorse messe in campo. Chiediamo a Colaninno,
appunto, di chiarire la sua proposta. Prima alla
proprietà, poi alle strutture interessate: dalle banche,
alla Gm, alle parti sociali, al milione e mezzo di piccoli
azionisti. E' ora che sulla Fiat si agisca in modo
trasparente".
Qualcosa però di quel piano già si sa. Per esempio
che i miliardi di euro destinati al settore auto saranno
8. Basteranno?
"Dipende dal progetto e dall'arco temporale in cui si
sviluppa. Bisogna fare in fretta e investire molto. Certo,
se penso che la Volkswagen, che sta molto meglio di noi,
nei prossimi cinque anni impiegherà risorse per 30
miliardi, dico che per rilanciare la Fiat ne serviranno
comunque tanti. Quelli che ci sono non bastano".
Colaninno, nei suoi interventi passati, ha dimostrato
fino ad ora di puntare più sulle strategie finanziarie che
su quelle industriali. Se dovesse muoversi così anche in
Fiat?
"Di sicuro quello non è un modo di procedere che ci possa
soddisfare. Ma bisogna essere cauti nei giudizi, Olivetti,
Telecom e Fiat sono casi diversi e comunque sia chi vuole
investire nel settore automobilistico non può fare solo il
raider. Ripeto, niente commenti sul piano fino a quando
non sarà messo nero su bianco, fino a quando non si capirà
come inciderà sugli 8.100 dipendenti in cassa integrazione
e sull'indotto. Riguardo alla Fiat, però, le posizioni
della Cgil sono sempre le stesse: vogliamo un progetto
industriale di rilancio, ci sono già troppi capaci a fare
finanza e pochi capaci a fare industria. L'auto non è un
settore decotto, è in via di evoluzione tecnologica e
chiede molti capitali, certo. Ma c'è ancora spazio per
agire e recuperare quote di mercato. Sulla rispondenza a
questi aspetti giudicheremo il piano di Colaninno.
Comunque, prima ancora di dare il nostro giudizio vorremmo
fosse risolto un enorme interrogativo che pesa sulla
questione".
Quale?
"Cosa vuole fare la famiglia che ha il controllo del
gruppo? E' ora che la posizione sia chiarita. In passato
Fiat Holding ha avuto le sue responsabilità nella scelta
di allargarsi troppo, di diversificare e indebitarsi. Ora
si decida: vuole puntare o no sull'aspetto industriale? Di
sicuro le dismissioni fino ad ora fatte non bastano per
rilanciarlo".
Lei si astiene oggi da giudizi sul piano: ma dalla Fiom
sono già arrivate critiche e da Cisl e Uil consensi o
quanto meno cenni di benvenuto. Siamo di fronte ad una
nuova spaccatura?
"Invito tutti alla cautela. Come sindacato rappresentiamo
le migliaia di lavoratori Fiat direttamente interessati
alla questione e tutto l'indotto. Non possiamo dare
giudizi affrettati. Non possiamo esprimere né favori, né
pregiudizi. I commenti finora fatti, a progetto chiuso,
sono informali. Non vi vedo spaccature. Certo noto come
sia Bersani che Marzano abbiano accolto l'intenzione di
Colaninno con favore, ma vedo anche che l'hanno letta in
termini opposti: i Ds ci vedono una alternativa al piano
espresso dall'azienda, il governo vi vede una sorta
d'appoggio. Per questo dico che prima di esprimersi
bisogna avere sotto mano le carte".
Un pericolo di spaccatura sindacale si sta però
profilando davanti al prossimo sciopero nazionale
dell'industria.
"Chiariamo che quello del 18 ottobre non è stato uno
sciopero fatto per Torino, ma contro il declino produttivo
e industriale dell'Italia. La Fiat è un problema, ma lo
sono anche Finmeccanica, Fincantieri, il tessile,
l'edilizia, l'agroalimentare, il petrolchimico, le tlc e
il farmaceutico. Tutti settori con carenze occupazionali e
produttive che vanno assolutamente affrontate. Speriamo di
poterlo fare unitariamente, abbiamo invitato Cisl e Uil a
partecipare alle nostre iniziative e aspettiamo risposta.
Se non arriverà Cgil farà da sola. Senza fare polemiche,
ma perché riteniamo che questo sia un aspetto prioritario
nel rilancio del paese".
Tornando alla Fiat. Nell'attesa che il progetto sia
ufficialmente presentato Pezzotta ha incontrato Colaninno.
La Cgil come si sta muovendo?
"La Cgil aspetta che vengano compiuti gli atti formali di
presentazione del progetto. Non facciamo niente che non
sia alla luce del sole e nell'ambito della formalità dei
rapporti".
Ma alla luce del sole, nella questione Fiat, è stato
fatto ben poco fino ad ora. Ve ne siete lamentati voi
stessi quando l'azienda si accordò con il sindacato
"Certo, poi ci furono i blitz di Mediobanca e dei
ribaltoni ai vertici, ci sono stati gli omissis negli
accordi con le banche...Ecco, basta è ora di finirla".
(6 gennaio 2003)
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ORDINE DEL GIORNO
DEL COMITATO DIRETTIVO NAZIONALE CGIL DEL 13
GENNAIO 2003
Il Comitato Direttivo
Nazionale della CGIL decide di proclamare per il 21.02.03 quattro ore
di sciopero generale con manifestazioni territoriali da definire a
livello regionale, dei settori produttivi dell'industria e
dell'artigianato. Tale scelta si rende necessaria per tenere aperto,
oggi, di fronte all'aggravarsi della situazione
produttiva-occupazionale e all'assenza di qualsiasi disegno di
politica industriale da parte del Governo, il tema fondamentale dello
sviluppo, della sua qualità e del futuro del Paese. C'è bisogno
infatti di sostenere con iniziative di quadro organico le lotte sulle
vertenze aperte nelle aziende, nei territori e nei settori, per una
diversa politica industriale finalizzata al rilancio dei settori
produttivi e dell'occupazione, anche attraverso investimenti per
ricerca, innovazione e formazione.
Si riconferma pertanto
il percorso avviato nel CD del 6.12.02, per contrastare il declino
industriale, fondato sulla via bassa alla competitività, sui
licenziamenti, e sulle ristrutturazioni segnati da migliaia di esuberi
a partire dalla grave situazione della Fiat, della chimica, energia,
farmaceutica, tessile, agroalimentare, costruzioni, telecomunicazioni.
Tutto questo in un quadro segnato dall'aggravarsi dei dati
macroeconomici, dal blocco della crescita e l'aumento dell'inflazione,
e dalle scelte del Governo di procedere sulle deleghe finalizzate alla
precarizzazione dei rapporti di lavoro che determineranno la riduzione
di diritti e l'attacco al modello contrattuale.
Il Comitato Direttivo
Nazionale considera necessario che la Segreteria prosegua nella
ricerca, su questi temi, di tutte le convergenze unitarie, con Cisl e
Uil, utili a rafforzare e a sostenere le politiche di sviluppo,
dell'occupazione e dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.
Roma, 13 gennaio
2003
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