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Home Sicurezza sul lavoro Agroalimentare Sicurezza alimentare Contratti

Il nuovo leader della Cgil Giglielmo Epifani:
con Berlusconi e Tremonti un ritorno al passato
"Non c'è rigore né sviluppo
la Finanziaria affossa il paese"
di MASSIMO GIANNINI

 

ROMA - Tutti dicono: "Sta lì, ma il capo vero continua ad essere Cofferati". Lui ci ride sopra, ripensando a tutti questi anni passati insieme "al compagno Sergio". Alle battaglie vinte e a quelle perse. Ma alla fine Guglielmo Epifani, in questa sua prima intervista da leader, non dà l'impressione di uno che si è fatto eleggere segreterio generale della Cgil per prendere ordini. Rispetto al Cinese, il Filosofo mostra qualche differenza. La sostanza è altrettanto ferma. I toni, forse, più pacati.

Epifani, la sua sarà una Cgil diversa?
"La mia Cgil sarà una grande forza serena. Una forza aperta e costruttiva, in cui la radicalità dei principi servirà a preservare e a rafforzare la nostra vocazione riformista. La mia Cgil, come è stata quella di Sergio e di tutti i leader che ci hanno preceduto, continuerà ad essere una grande forza capace di esprimere un riformismo serio, rigoroso e riconoscibile".

Intanto però il suo primo atto formale da segretario generale è stato quello di confermare lo sciopero generale del 18 ottobre. Una scelta forse non proprio "riformista", nel senso più ortodosso del termine.
"Si sbaglia. Il nostro non vuole essere uno sciopero conflittuale, settario, estremista. Ma avrà un profilo riformatore molto marcato. Voglio che sia chiaro che il nostro non è uno solo sciopero contro l'attacco all'articolo 18, ma è 'uno sciopero per l'Italia'. Il nostro è uno sciopero che esprime un netto dissenso rispetto al disegno corporativo e populista di questo governo, ma vuole lanciare anche un segnale di grande fiducia verso il Paese. E' uno sciopero al quale corrisponde la nostra idea generale della società italiana. Siamo in campo con le nostre proposte, per una crescita economica improntata alla qualità ".

Intanto il governo Berlusconi vara una Legge Finanziaria senza lacrime e sangue per i lavoratori.
"Questa Finanziaria non va. E' approssimativa, e costruita in uno stato d'emergenza che nasce dal fatto che per troppo tempo il governo non ha voluto guardare in faccia la realtà, come dimostrano il tracollo delle entrate tributarie e l'ulteriore flessione della crescita. Questa Finanziaria non dà risultati, non sostiene la domanda. Non ce n'è traccia di politiche per lo sviluppo. Il Patto per l'Italia, modesto com'è, poteva avere un minimo di significato in una fase di espansione. Oggi siamo in una fase opposta del ciclo. Questa Finanziaria, quindi, avrebbe dovuto predisporre misure efficaci nel breve termine: investimenti in formazione, salute e sanità, misure di sgravio sul modello di quelle per le ristrutturazioni edilizie, trasferite alla tutela ambientale e alla bonifica del territorio. Invece non c'è nulla di tutto questo. Come non c'è nulla per il Sud: al contrario si smantellano i pochi strumenti che hanno funzionato, il credito d'imposta, i patti territoriali, i contratti d'area, la legge 488. L'idea stessa del Fondo unico è un clamoroso ritorno al passato".

Almeno è rigorosa, no? Non basta una manovra di 20 miliardi di euro? Voleva più tasse, il solito "vizietto" di certa sinistra rigorosa e quasi penitenziale?
"No, purtroppo non è neanche rigorosa. Questa formula magica dell'8-4-8, cioè 8 miliardi di tagli alla spesa, 4 miliardi di cartolarizzazioni e 8 miliardi di concordato fiscale, davvero non mi pare credibile. Qui si nota proprio una classica invenzione tremontiana. Queste cifre sul condono non stanno né in cielo né in terra: qui non c'è solo un problema morale, cioè l'ennesimo premio agli evasori, ma c'è anche un problema di gettito, che mi pare assolutamente aleatorio. Ma il problema vero è un altro: oltre a essere inefficace, questa Finanziaria produce danni, perché rompe la coesione sociale. Contiene due tratti tipici di questa maggioranza. Primo: un ritorno alla centralizzazione delle scelte da parte di un governo che aveva promesso la più spinta delle riforme, la devolution, e che invece ora penalizza duramente l'autonomia degli enti locali, prefigurando un assetto che ci riporta a prima delle leggi di Bassanini. Secondo: manca una visione d'insieme, e quindi la Finanziaria opera per divisioni successive. Sulle pensioni al minimo, sui contratti. Persino sul fisco: nella prima fase il governo ha premiato le grandi ricchezze, eliminando le imposte di successione e con uno scudo fiscale quasi gratuito. Oggi prova a recuperare in basso, favorendo le categorie di reddito fino a 50 milioni. Ma così, di nuovo, taglia fuori dai benefici tutto il ceto medio. Insomma, c'è in questa Finanziaria una evidente tendenza alla corporativizzazione delle scelte".

Berlusconi dice invece che aiuterà i più poveri.
"Il modo migliore per farlo era quello di controllare l'inflazione, che è la più odiosa delle tasse. E invece su questo versante non ha fatto niente".

Ma almeno non taglia la spesa sociale.
"La mia impressione è che l'appuntamento sia solo rimandato nel tempo. Senza considerare che restano in campo sia la delega previdenziale, sia la sicura prospettiva dei tagli ai servizi sociali da parte delle regioni".

Tutto questo le pare sufficiente per fare uno sciopero generale? Sia sincero: a questo punto, se potesse, accetterebbe di corsa l'invito di Rutelli: lasciate perdere, revocare uno sciopero non è un dramma, e serve a ricompattare il sindacato.
"No, questo proprio no. Anzi, io mi aspetto che di fronte a uno sciopero che ha queste caratteristiche l'opposizione che, come noi, esprime un chiaro dissenso verso le iniziative del governo, fino al punto di chiedere le dimissioni del ministro dell'Economia, alla fine dimostri coerenza e converga sulla nostra protesta. Rispetto l'autonomia reciproca, ma non posso credere che il centrosinistra non riconosca fino in fondo le ragioni della nostra lotta e la validità dei suoi obiettivi"

Sull'articolo 18 continuerete la mobilitazione?
"Intanto continua la raccolta di firme: siamo arrivati a 2 milioni e 600 mila firme certificate. Arriveremo ai 5 milioni promessi. Continueremo con le nostre iniziative. Sempre con l'obiettivo di non chiuderci, ma di allargare il fronte dei consensi. Se non basterà, l'arma finale sarà il referendum abrogativo. Continueranno a dire che facciamo politica, che siamo estremisti. Non è vero. Hanno paura della nostra forza ".

Appunto. Berlusconi e D'Amato dicono: ci aspettiamo che Epifani riporti la Cgil sul terreno sindacale, e smetta di fare politica.
"C'è una 'politicità' nella nostra azione, questo non lo nascondo. Ma nasce dalla constatazione che il Paese sta scivolando su una deriva pericolosa, di sistematica alterazione delle regole. E non dimentico che la vera e unica anomalia dei rapporti si è consumata al convegno di Parma, quando Berlusconi e D'Amato dissero che il programma del governo e quello della Confindustria erano gli stessi. Lì è nato un collateralismo esplicito, che non dà vantaggi a nessuno. D'Amato ha portato le imprese in un cul de sac, e oggi sono tanti gli imprenditori che se ne rammaricano. Berlusconi ha diviso il sindacato, e questo è un maleficio per tutti".

Lanci un nuovo appello all'unità, verso Cisl e Uil.
"Di appelli se ne possono fare tanti. Per noi, questo voglio dirlo, l'unità sindacale resta un valore fondamentale, ma non la vedo dietro l'angolo. Il sindacato diviso è più debole, ma per fare l'unità bisogna convenire sulle politiche e sulle regole. Oggi prendo atto che non siamo d'accordo né sulle prime, né sulle seconde. Si sono cumulate tra noi divisioni importanti. Pensare di risolverle con un colpo di bacchetta magica svilirebbe le reciproche diversità. E io questo non voglio farlo. Quello dei contratti può essere un fronte su cui verificare la coerenza dei rapporti unitari. Ma il nodo vero resta la democrazia sindacale. La legge sulla rappresentanza è un tema che rilanceremo con forza nei prossimi mesi".

Lei deve sostenere la linea dura. Eppure nella Cgil si nota un atteggiamento diverso, almeno nei toni. Nell'ultimo Cofferati c'è stato un antagonismo esagerato?
"Può darsi che Sergio usi toni un po' più aspri dei miei. Le faccio un esempio: io non considererò mai Cisl e Uil come miei nemici. Nutro nei confronti di Pezzotta e di Angeletti un dissenso profondo, ma rispetto le loro posizioni. Come vede, stiamo parlando solo di forma. Ma nella sostanza la linea non cambia".

Per la prima volta la guida del più grande sindacato passa dalla famiglia del Pci a un segretario che esce dalla costola moderata del socialismo. Significa qualcosa?
"Le linee di fondo della nostra strategia non cambiano. Non ci sono grandi svolte da fare, nel breve periodo. Poi, certo, la Cgil deve avere sempre grande autorevolezza di proposta. Non deve mai chiudersi in se stessa. I giovani e il Sud devono diventare per noi due priorità. Dobbiamo saper parlare alle imprese, e saper distinguere tra una linea di Confindustria che non condividiamo affatto e tanti singoli imprenditori che rischiano ogni giorno sul mercato, nel pieno rispetto delle sue regole".

Insomma, non sente incombere su di lei l'ombra del Cinese?
"Con Cofferati ho condiviso tutto. Anni belli e difficili, in cui abbiamo fatto scelte sempre unitarie. Faccio fatica, oggi, a immaginare Sergio come un peso. Piuttosto, voglio parlare del grande coraggio di questa Cgil. Un segretario così autorevole e popolare, che se ne va rispettando la norma degli otto anni, dà la cifra etico-morale di questa organizzazione, che rispetta sempre le regole, dal segretario generale all'ultimo degli iscritti. Questa è la Cgil. Mi piace pensare che proprio per questo sia così amata e rispettata nel Paese".

(30 settembre 2002)

 

Più danni per tutti
di Guglielmo Epifani

La Finanziaria varata dal Consiglio dei ministri è contro l’Italia. Perché contemporaneamente non è in grado di fare rigore, né di determinare condizioni di sviluppo nella fase di forte rallentamento dell’economia e non rispetta nemmeno criteri di equità sociale. Il governo non fa rigore perché i conti sono approssimativi. Dopo mesi di propaganda ottimistica, l’esecutivo ha dovuto guardare in faccia una realtà totalmente diversa.
Ma oggi i numeri sugli introiti previsti sono assolutamente aleatori e il concordato fiscale oltre a essere iniquo dal punto di vista morale è del tutto sovrastimato rispetto alle possibilità reali.
La Finanziaria non assicura sviluppo perché taglia agevolazioni e investimenti ai settori produttivi e soprattutto al Mezzogiorno, il limite del Patto per l’Italia si trova così confermato come la Cgil aveva più volte denunciato: non c’è nessuno strumento di intervento a breve per sostenere gli investimenti. Un imprenditore che volesse investire oggi nel Sud non può farlo perché non sa quale quadro di agevolazioni e convenienze ha a disposizione.
Con il rallentamento dell’economia mondiale e le gravi difficoltà, evidenti a tutti, del nostro sistema, il Mezzogiorno corre il rischio di perdere quelle possibilità di ripresa che negli anni scorsi si erano verificate. La Finanziaria, inoltre, non è equa perché la riduzione del peso fiscale arriva tardi ed è l’anticipo di una nuova manovra fiscale tutta spostata a favore dei redditi medio-alti.
Non controllando l’inflazione e i prezzi, quello che i lavoratori a reddito più basso riceveranno lo pagheranno due volte. E, soprattutto, tagliando i trasferimenti agli enti locali nei settori della scuola e della sanità, il governo costringerà i cittadini, in particolare i giovani e gli anziani, a non avere più le prestazioni che fino ad oggi erano garantite e li costringerà a pagarsele da soli.
Questa, poi, è una Finanziaria che ripristina una grande centralizzazione delle decisioni di spesa, un’assoluta discrezionalità di Roma a danno di Comuni e Regioni che vedono fortemente limitata la propria autonomia e i propri poteri.
Si chiude così, con questo intervento pericoloso e dannoso per il Paese, il quadro degli attacchi avviato dal governo Berlusconi in materia di diritti con la minaccia all’articolo 18 e con la delega sul lavoro, e tutto questo non fa che confermare e rafforzare le ragioni dello sciopero generale indetto dalla Cgil per il prossimo 18 ottobre. Non a caso l’abbiamo chiamato «Uno sciopero per l’Italia», per l’Italia dei diritti, dello sviluppo con la qualità, per un Paese fondato sulla coesione sociale e istituzionale.
1 ottobre 02

 

 

Finanziaria 2003 / Le misure

 

Manovra da 20 miliardi di euro

 

Ammonterà a circa 20 miliardi di euro, la Finanziaria 2003. E si attestera' all'1,5% il rapporto fra deficit e Pil nel 2003, contro lo 0,8% indicato dal Dpef.. Lo rende noto il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi sulla riunione del Consiglio dei Ministri che ha approvato la Finanziaria 2003. La manovra, si legge nel comunicato d Palazzo Chigi, si incentra su interventi di razionalizzazione della spesa pubblica e misure dal lato delle entrate. In particolare i provvedimenti riguardano: la spesa dei Ministeri, gli oneri del personale, la sanita', il finanziamento degli investimenti, la scuola, il lavoro ed altri interventi, tra cui un incremento della misura e della durata dell'indennita' di disoccupazione. Dal lato delle entrate, prosegue Palazzo Chigi, la Finanziaria, coerentemente con l'impegno assunto con le parti sociali, avvia la riforma fiscale, che prevede sgravi delle imposte sui redditi delle famiglie per 5,5 miliardi di euro; a questo si aggiunge la riduzione di due punti dell'Irpeg (dal 36 al 34%) e una rimodulazione dell'Irap. Vengono introdotti il concordato triennale preventivo, il concordato per gli anni pregressi e la chiusura delle liti fiscali pendenti. Viene inoltre prorogato lo "scudo fiscale".

Nel complesso la manovra sara' composta da tre parti: 8 miliardi entreranno grazie ai tagli alla spesa, 4 miliardi dalle operazioni di Patrimonio e Infrastrutture e 8 miliardi di euro dal concordato fiscale.

No tax area a 7.500 euro, cambia l'Irpef
Viene fissata una 'no tax area' pari a 7.500 euro per i lavoratori dipendenti, 7.000 euro per i pensionati e 4.500 euro per gli autonomi. In ogni caso e' stata inserita una clausola secondo cui i pensionati con un reddito non superiore a 7.500 euro sono esenti. La no tax area si riduce gradatamente con l'aumentare del reddito e si azzera a 26.000 euro. Le attuali due aliquote del 18% e del 24% vengono accorpate al 23%, aliquota che si applichera' ai redditi fino a 15.000 euro. L'aliquota del 32% viene smembrata in due parti: i redditi da 15.000 a 29.000 euro pagherannpo il 29%, mentre da 29.000 a 32.700 euro resta al 32%. Il prelievo sarà del 39% tra 32.700 e 70 mila euro e l'aliquota massima oltre questo valore sarà del 45%. La no tax area sostituisce le precedenti detrazioni, mentre per i redditi piu' alti, per i quali la no tax aerea si azzera, permangono le vecchie detrazioni. La finanziaria specifica anche che, ai fini della determinazione dell'imposta sui redditi delle persone fisiche per l'anno 2003, i contribuenti possono applicare le vecchie disposizioni se sono piu' favorevoli (è la cosiddetta clausola di salvaguardia).

Ridotte Irpeg e Irap

Le imprese beneficeranno dello sgravio di due punti dell'Irpeg, mentre gli imprenditori individuali e le piccole imprese avranno sconti sull'Irap. IRPEG: dal primo gennaio 2003 l'aliquota passa dal 36% al 34%. IRAP: la riduzione dell'imposta sulle attivita' produttive si articola su due livelli. Il primo riguarda le imprese individuali: per esse la soglia esente si alza a 7.500 euro. Per le piccole imprese fino a 5 dipendenti, invece, la base imponibile viene erosa di 2.000 euro per ogni lavoratore.

Pensioni minime: non si allarga la platea
La platea delle pensioni minime rimane quella individuata lo scorso anno. Non ci sarà infatti, ha annunciato il ministro del Welfare Maroni,
nessun allargamento dei beneficiari per la pensioni a 516 euro.

700 milioni per ammortizzatori sociali
La Finanziaria stanzia oltre 700 milioni di euro per la riforma degli
ammortizzatori sociali, ma "non è stato ancora previsto come spendere questi soldi".

Infrastrutture 
1 miliardo: è quanto stanzia il governo che istituisce anche un Fondo rotativo per le opere pubbliche (Frop), alimentato dalla Cassa Depositi e prestiti, dotandolo inizialmente appunto di un miliardo di euro.

Tagli alla scuola 
Tagli ridotti da 242 a 168 milioni di euro. Circa 8 mila bidelli perderanno il posto. Gli istituti potranno affidare le pulizie e la manutenzione a service esterni. Per il triennio 2003-2005 le cattedre costituite con orario inferiore a quello obbligatorio sono ricondotte a 18 ore settimanali.
Prevista la riduzione del personale ausiliario, tecnico e amministrativo.

Ticket termale 
Dal primo gennaio 2003 i cittadini che usufruiscono delle cure termali sono tenuti a pagare un ticket di 70 euro. La disposizione è contenuta nella Finanziaria. Sono esclusi comunque gli invalidi di guerra, dei grandi invalidi per servizio e del lavoro, gli invalidi civili al 100%.


Tessera sanitaria antispreco 
Una tessera sanitaria per potenziare il monitoraggio delle prescrizioni mediche, farmaceutiche, specialistiche ospedaliere e una commissione antispreco per i dispositivi medici. Sono alcune iniziative messe a punto dai ministeri per l'innovazione e la salute, contenute nella Finanziaria nel settore sanitario. La prima ha l'obiettivo di "contenere la spesa e accelerare l'informatizzazione del sistema sanitario", la seconda ha il compito di "aggiornare il repertorio dei dispositivi medici con l'indicazione del prezzo di riferimento".

Pubblico impiego
570 milioni stanziati per i rinnovi contrattuali del settore. Divieto di assunzioni a tempo indeterminato per il 2003 nelle amministrazioni pubbliche, Forze armate, corpi di polizia e vigili del fuoco compresi. Piccolo spiraglio solo per "effettive, motivate e indilazionabili esigenze di servizio". Le graduatorie per assunzioni presso le pubbliche amministrazioni che per il 2003 sono soggette a limitazioni delle assunzioni di personale sono prorogati di un anno. Possibili, ma con precisi limiti, assunzioni a tempo determinato, convenzioni o contratti di collaborazione coordinata e continuativa. La pubblica amministrazione dovrà diventare più "virtuosa": nel 2003, infatti, l'obiettivo del governo è di far scendere l'incidenza della spesa sul Pil dal 38,1% al 37,6%.

Enti locali
Gli enti territoriali, compresi i comuni con popolazione superiore a 5mila abitanti, concorrono alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica per il triennio 2003-2005 in relazione agli obblighi assunti dallo Stato italiano in sede comunitaria. Le spese per l'acquisto di beni e servizi devono essere ridotte del 10 per cento.


Le dismissioni
Cartolarizzazioni aggiornate alla luce dei nuovi criteri Eurostat, che coinvolgeranno gli immobili ma anche i crediti finanziari; dismissioni vere e proprie. Queste due scelte del governo vanno di pari passo con la valorizzazione del patrimonio (Patrimonio Spa e fondi immobiliari) e con i primi risultati della Infrastrutture spa.

Condono
Il secondo condono di Berlusconi & Tremonti. Il primo, nel 1994, incluse anche una sanatoria edilizia. L'attuale, invece, è articolato in 3 parti e dovrebbe portare 8 miliardi di euro nelle casse pubbliche. Almeno questo è l'augurio del cavaliere e del suo ministro dell'Economia. Altrimenti saranno dolori.

1) Concordato preventivo triennale
Vi possono accedere i contribuenti titolari di reddito di impresa e autonomo con ricavi o compensi non superiori a 5 milioni di euro. Questo nuovo strumento consente la definizione per tre anni della base imponibile. Gli eventuali maggiori imponibili rispetto a quelli oggetto del concordato non sono soggetti ad imposta, e questa non si riduce se gli imponibili effettivi risultano poi minori.

2) Concordato di massa per adesione
Una riedizione del concordato del '94 rivolto a titolari di reddito d'impresa, di lavoro autonomo e imprenditori agricoli. Si potranno in pratica definire i redditi delle annualità dal 1997 al 2000. L'Agenzia delle Entrate dovrà accettare gli importi proposti per ciascuna annualità e gli importi saranno determinati dall'Anagrafe tributaria tenendo conto delle differenti categorie economiche, della distribuzione dei contribuenti per fasce di ricavi, compresi e non superiori a 10.000 euro e di redditività che risultano dalle dichiarazioni e gli studi di settore. La definizione automatica degli importi proposti dalle Entrate, che ha effetto ai fini delle imposte sui redditi e relative addizionali, dell'Iva e dell'Irpeg, verrà perfezionata con il pagamento degli importi dovuti entro il 30 giugno 2003. Con la definizione si chiude definitivamente con il passato inibendo qualsiasi possibilità di subire accertamenti per quegli stessi anni. Gli importi proposti non potranno essere inferiori a 3.000 euro per le persone fisiche e a 9.000 per gli altri soggetti (con uno sconto rispettivamente di 1.000 e 3.000 euro per l'anno di imposta 1997). E' inoltre riconosciuta una riduzione del 50% delle maggiori imposte complessivamente dovute per la parte eccedente gli importi di 5.000 euro per le persone fisiche e 10.000 euro per gli altri soggetti. I soggetti in regola con gli studi di settore possono effettuare la definizione automatica attraverso il pagamento di 300 euro per ciascuna annualità. Il pagamento può essere fatto in unica soluzione ai 5.000 euro per le persone fisiche e 10.000 per gli altri soggetti. Infine chi effettua la definizione automatica potrà liberarsi definitivamente delle scritture e dei documenti contabili relativi. Resta però l'obbligo della conservazione dei registri Iva.

3) Chiusura delle liti pendenti
Le liti di valore non superiore ai 20.000 euro che pendono davanti alle Commissioni tributarie alla data del 29 settembre 2002 potranno essere chiuse pagando 150 euro se il valore non supera i 2.000 euro. Tra i 2.000 e i 20.000 euro invece si dovrà versare il 10% del valore della lite. Il versamento va fatto entro il 28 febbraio 2003.

Scudo fiscale: valido fino al 30/6/2003
Si riaprono i termini per il cosiddetto scudo fiscale, di cui possono usufuire le societa' per far rientrare i capitali illegalmente detenuti all'estero o per regolarizzarli. Lo prevede la finanziaria approvata ieri dal Consiglio dei Ministri. Le operazioni di sanatoria possono essere effettuate dal primo gennaio 2003 al 30 giugno 2003, pagando un'imposta del 4% (la prima 'edizione' dello scudo fiscale, come e' noto, prevedeva invece l'aliquota del 2,5%)

(30 settembre 2002)


 

Finanziaria 2003 / Il giudizio della Cgil

 

Una manovra senza qualità

 

I conti della Finanziaria varata dal governo "non tornano" e inducono a un ragionevole pessimismo sul prossimo futuro. Lo sostiene la segretaria confederale della Cgil, Marigia Maulucci, in un editoriale pubblicato su Rassegna sindacale. Scrive Maulucci che "la legge finanziaria 2003 si innesca in una situazione pesante, ai limiti della recessione: la crescita si attesterebbe, a detta di Confindustria e governo, ma molti analisti autorevoli sono meno ottimisti, su uno 0,6% che rappresenta un terzo della stima del Dpef di giugno e ben un quinto del precedente Dpef; l’indebitamento è al 2,1% a fronte di una previsione dello 0,8%, già notevole rispetto agli accordi di Madrid. L’inflazione programmata si attesta su un illusorio 1,4%, a fronte di un dato reale del 2,6%".

"In questo quadro - prosegua Maulucci -, i grandi numeri della Finanziaria che ci sono stati anticipati parlano di una crescita prevista per il 2003 del 2,3%, di un debito tra l’1,5% e 1,4%: per realizzare questi obiettivi occorre una manovra di 20 miliardi di euro, composta da 8 miliardi di tagli alla spesa, 4 miliardi da cartolarizzazioni, 8 miliardi da concordato di massa. I conti non tornano: c’è un tale divario tra la situazione attuale e gli obiettivi disegnati che non occorre essere né pessimisti né catastrofisti per dire che è impossibile che possano realizzarsi nell’assenza perdurante di investimenti a sostegno della crescita e di interventi per favorire la domanda".

"Non c’è una scelta, sostanziata da cifre, per contrastare la crisi e avviare uno sviluppo attraverso investimenti in settori qualitativamente strategici, quali l’innovazione, la ricerca, la scuola, la formazione. Il Mezzogiorno non  è più una priorità. La discrezionalità delle scelte del Fondo unico, il superamento dell’automatismo nell’erogazione dei finanziamenti, la loro trasformazione in mutui saranno il colpo di grazia alla faticosa inversione di tendenza realizzata in questi mesi. Il credito d’imposta sugli investimenti e sull’occupazione è sostanzialmente finito: le imprese protestano, e fanno bene: ora protesta anche Confindustria che dovrebbe rendersi conto dei guasti provocati dalla sua linea oltranzista e tutta politica di guerra di religione per la modifica dell’articolo 18. Ne ricava una penalizzazione per le aziende che dovrebbe rappresentare, oltreché, alla vigilia dell’apertura della fase dei rinnovi contrattuali, un aumento della conflittualità, una divisione tra le organizzazioni sindacali, un’inevitabile rincorsa salariale".

"Così come mancano interventi a sostegno dello sviluppo, mancano misure che possano potenziare la domanda. Le tanto sbandierate riduzioni dell’Irpef previste dal Patto per l’Italia sono riduttive rispetto alla riforma fiscale messa in cantiere dalla Finanziaria Amato e oltretutto sono coperte dal mancato recupero del fiscal drag. Quanto di queste riduzioni Irpef, poi, sarà eroso dal taglio dei servizi pubblici è tutto da vedere".

Sempre più decisivi i rinnovi contrattuali
Per Maulucci "la strada vera, l’unica a questo punto in assenza di una politica fiscale che redistribuisca e riequilibri le risorse, è quella dei rinnovi contrattuali attraverso i quali dovremo incrementare il potere d’acquisto delle retribuzioni, componendo richieste che contengano l’inflazione reale, quella prevista – perché quella programmata è finta – e la produttività non redistribuita sul lavoro da articolare tra il contratto nazionale e la contrattazione d’azienda. Intanto, il rinnovo dei contratti pubblici è ancora a rischio, perché il governo continua a ribadire la “sua” interpretazione dell’accordo di febbraio, ormai assolutamente inadeguato rispetto ai numeri reali dell’inflazione".

"In assenza, dunque, di misure espansive, la Finanziaria 2003 si caratterizza sostanzialmente come una gigantesca macchina raccatta risorse per rimpinguare le casse vuote dello Stato. Le entrate sono drasticamente ridotte e questo è il primo effetto della tanto annunciata politica di riduzione delle tasse: la sotto-cultura che ha animato la campagna elettorale ha dato i suoi frutti e ora le conseguenze ricadono su tutti".

Gli effetti della manovra
Tornando alla manovra, scrive la sindacalista, "gli effetti sul welfare nazionale e locale saranno pesantissimi: subiranno drastici ridimensionamenti la sanità pubblica, la scuola, i servizi sociali. È l’altra faccia delle bandiere dei governi di centro destra: allo smantellamento della cultura solidale del vivere collettivo che si materializza nell’esercizio di una politica fiscale equa e redistributiva, corrisponde necessariamente un’erogazione qualitativamente e quantitativamente ridotta di servizi per la popolazione". "Ci sono poi i 4 miliardi di euro da cartolarizzazioni, vale a dire svendita del patrimonio pubblico a cura della società “Patrimonio spa”, appositamente creata. Questo paese è in vendita e i danni ambientali saranno evidenti, così come immediato è il danno di prospettiva se si pensa agli effetti dei guasti attuali sulle generazioni che verranno".

Riguardo agli effetti del condono fiscale, che dovrebbe portare secondo il governo 8 miliardi di euro nelle casse dello Stato, "c’è forte scetticismo - scrive Maulucci - degli analisti di bilanci sul risultato di questa misura, anche alla luce del fallimento della legge sul sommerso oltre che del precedente condono del governo Berlusconi del ’94 che fu un vero e proprio flop. Le stime sono più ottimiste se il concordato previsto si trasforma in condono tombale: a quel punto però chiunque paghi le tasse, lavoratore autonomo o impresa che sia, sarà additato come lo scemo del villaggio".

"Con tutto ciò, continuiamo a nutrire il ragionevole dubbio che in realtà il decreto “taglia spese”, con il quale il ministro dell’Economia si riserva la possibilità di intervenire in ogni momento, in presenza di uno scostamento rilevante dagli obiettivi, orientando discrezionalmente gli impegni di spesa, sia la Finanziaria reale, quella vera, a fronte di un bilancio tutto teorico approvato in Parlamento".

Lo sciopero generale
"Stando così le cose - prosegue Maulucci -, si aggiungono 20 miliardi di ragioni al nostro sciopero generale del 18 ottobre. Abbiamo proclamato lo sciopero contro il Patto per l’Italia, strumento che abbiamo giudicato dannoso per i diritti dei lavoratori, devastante per il ruolo del sindacato lì descritto e per giunta inefficace di fronte alla crisi del paese. Avevamo ragione: la Finanziaria attuerà, si dice, il Patto per l’Italia – che, tra l’altro, costa pochissimo – ma non saranno affrontati né i problemi dello sviluppo né tanto meno quelli dell’occupazione. In compenso, le condizioni materiali delle persone che rappresentiamo peggioreranno, a causa del taglio dei servizi e dello stallo dell’economia".

"La decisione europea di spostare il pareggio di bilancio al 2006 è un’opportunità che va colta in tutte le sue potenzialità: non sono saltati i vincoli, si è allungato il tempo contingentando però le tappe di avvicinamento. Non ci è parso che il governo abbia recepito il monito e questo è grave perché il nostro paese ha il debito più elevato tra i paesi Ue e dunque maggiore dovrebbe essere la sua attenzione. Questo governo, però, com’è noto, non ama l’Europa, ha lo sguardo le simpatie e le affinità altrove".

"In realtà, non c’è niente di casuale o sprovveduto nelle scelte che ha fatto: questi dati catastrofici non sono i risultati della creatività impazzita di Tremonti, sono gli effetti automatici della politica economica contenuta nel programma di governo del centro destra. Era tutto già scritto. Dispiace, ma anche il Patto per l’Italia è parte di quel programma. C’è un filo rosso che lega il contratto di Berlusconi con gli italiani, il Dpef, il Patto per l’Italia e la Finanziaria: un disegno non improvvisato, devastante per tutti noi, fallimentare. Con lo sciopero del 18 ottobre della Cgil – della sola Cgil, e non può essere che così – rivendicheremo una diversa politica economica, per una vera qualità di sviluppo fondata sui diritti del lavoro".


 


CGIL: Conferenza stampa 9.10.2002

 

 

CGIL: La Finanziaria e i servizi ai cittadini

 

 

Il 2% di tagli nei trasferimenti agli Enti locali, nell'invarianza della spesa per beni e servizi rispetto al 2001, infierirà prevalentemente sulla spesa sociale producendo effetti dirompenti: 

 

SCUOLE ELEMENTARI e MATERNE   - TAGLIO MEDIO DEL 7%

- 40.000 bambini 

 

DISABILI NELLE SCUOLE                             - TAGLIO MEDIO DEL 5%

Su utenti 180.000                                    - 9.000 disabili

Sui disabili interviene una doppia scure: la riduzione degli insegnanti in organico quindi una maggiore richiesta di servizi comunali che non potranno però essere erogati. 

 

TRASPORTO SCOLASTICO               - TAGLIO MEDIO DEL 6%

 

ASILI NIDO                                             -TAGLIO MEDIO DELL'11%

Bambini fascia 0-2 anni:

1.600.000

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la cifra minima aggiuntiva che ogni cittadino dovrà tirar fuori di tasca propria

 

La Finanziaria, la delega fiscale e l'IRPEF 

A quanto ammonta effettivamente la riduzione IRPEF per il 2003?

 

L'effettiva riduzione IRPEF è di 1,88° mld. di euro (v. Tabella 1). Il governo, infatti, ha dimenticato di dire che in base alla legislazione vigente ci sarebbe stata comunque una riduzione di 2,712 mld. di euro (Finanziaria Amato-Visco 2001) e che il drenaggio fiscale toglie ai contribuenti 1,140 mld. di euro.

Il numero dei contribuenti avvantaggiati non è 28 milioni ma 19 milioni cioè il 52,6% dell'intera platea (v. Tabella 2). 

Chi è avvantaggiato nel 2003? 

I vantaggi maggiori sono per quest'anno distribuiti ai livelli medio-bassi.

I poveri non traggono vantaggi perché non esiste un meccanismo di rimborso di credito d'imposta (imposta negativa) e quindi non possono usufruire delle deduzioni (sono incapienti). 

Cosa succede a regime? 

Il Governo evita accuratamente di mettere in rilievo gli effetti redistributivi della delega fiscale che la prossima settimana sarà approvata dal Senato e, dopo un secondo passaggio alla Camera (che l'ha già approvata) diventerà legge dello Stato prima della stessa finanziaria.

La Tabella 5 riassume gli effetti redistributivi. I primi 5,732 mld. di euro, quelli del 2003 premiano i redditi medio-bassi. I successivi 16,689 mld., di euro (il resto del costo della riforma) si concentreranno sugli ultimi due ventili di reddito. In particolare il ventile superiore (cioè il 5% dei contribuenti) avrà lo sconto più consistente: più di 6.000 euro di riduzione media e un abbattimento di circa il 10% dell'aliquota media.

Questo è l'effetto della nuova struttura a due aliquote 23% e 33%.

Va evidenziato che nell'ambito del ventile superiore la parte del leone la faranno i contribuenti miliardari a partire dal Presidente del Consiglio e dal super ministro dell'economia che vedranno abbattuta la propria IRPEF del 25%.

I grafici 4 e 5 danno un quadro estremamente chiaro di questi effetti redistributivi perversi che affossano la progressività.

Le tavole a, b e c evidenziano gli effetti della manovra su lavoratori dipendenti (con e senza famiglia) e sui pensionati ultrasettantacinquenni.

ALLEGATO IRPEF 1

ALLEGATO IRPEF 2 SIMULAZIONI


 

(Del 18/10/2002 Sezione: Economia Pag. 5) LA STAMPA

 
IL SEGRETARIO DEL SINDACATO DI CORSO ITALIA: DISSENSO A TUTTO CAMPO, PER L´ARTICOLO 18 E LA FINANZA PUBBLICA FUORI CONTROLLO
«In piazza per frenare il declino dell´economia»
Epifani: le nostre ragioni non sono cambiate, adesso sono più alte e generali Il governo taglia risorse e strumenti di crescita, scoraggiando gli investimenti

ROMA

GUGLIELMO Epifani si prepara per la prima prova della sua leadership in Cgil. Oggi c´è lo sciopero generale proclamato all´indomani della firma del «Patto per l´Italia», sciopero che in queste settimane molti (anche nel centrosinistra e nei Ds) hanno giudicato inutile o inopportuno. Il nuovo leader della Cgil al contrario appare «caricato». Respinge al mittente le critiche piovute da Ulivo e Quercia, si dice convinto del successo della protesta, e spiega che semmai oggi - dopo la Finanziaria 2003 e di fronte a una situazione economica difficile - le ragioni per incrociare le braccia sono più forti.


La Cgil fa un´analisi nerissima della «fase» economica che sta attraversando il paese. Come mai tanto pessimismo?

«È solo realismo. A differenza del governo, noi guardiamo a quello che sta succedendo sul terreno dell'economia e del lavoro. Sono quattro anni che - inascoltati - diciamo che l'Italia corre il rischio di un forte declino industriale e produttivo, causato da uno scarso livello di qualità e innovazione. C´eravamo accorti per tempo che le nostre quote di export calavano vistosamente. È dall'11 settembre che chiediamo un forte sostegno alla domanda e agli investimenti per fronteggiare una congiuntura che volgeva al peggio, come ha fatto Bush in America. Il governo Berlusconi ha fatto esattamente l´opposto. Oggi, realisticamente, vediamo che il 2002 e i primi sei mesi del 2003 registreranno una crescita economica vicina allo zero».

Ma lo sciopero generale non era contro il «Patto per l'Italia» e le modifiche all'articolo 18?

«Le ragioni dello sciopero non sono cambiate: sono più "alte" e generali, perché oggi tocchiamo con mano i risultati di quelle scelte».

Eppure la manovra contiene misure di "sinistra": stangata sulle imprese, sgravi per i redditi bassi...

«La Finanziaria va vista nel contesto di tutte le altre scelte di politica economica del governo. Non aiuta lo sviluppo perché non prevede alcuna misura per arrestare il deterioramento del quadro economico. Cancella risorse e gli strumenti legislativi mirati al Mezzogiorno, che stavano funzionando. Taglia in settori decisivi per colmare il deficit di innovazione, come la scuola, l´università e la ricerca. Sì, c'è una parziale riduzione del prelievo fiscale sui redditi più bassi. Ma andava fatto prima, dall´inizio del 2002. Per reperire 5 miliardi di euro bastava far pagare ai titolari dei miliardi illegalmente portati all´estero e legalmente riportati in Italia con lo scudo fiscale il 12,5 per cento, e non il 2,5. Invece, si è aumentato il prelievo sulle imprese per 3,5 miliardi di euro. Il governo ha aiutato la rendita finanziaria, scoraggiando gli investimenti produttivi».

Lei afferma che lo sciopero serve per far cambiare politica al governo. Ma la Cgil appare ancora decisamente isolata.

«Isolati? Non ci credo. Sarà un grande sciopero, e le manifestazioni saranno affollate. Isolamento politico? Non so, aderiscono tutti i presidenti di Regione, di provincia e sindaci del centrosinistra... c´è una lunga lista di intellettuali che aderisce, c´è l´appoggio esplicito di tutte le forze della sinistra... Noi diciamo al governo di cambiare rotta. E lo diciamo adesso, perché sia chiaro chi ha la responsabilità di scelte che portano il paese al disastro. Questo sciopero vuole dire che gli errori commessi oggi da chi governa non devono ricadere sui lavoratori e sui pensionati. Che non potranno essere chiamati a pagare "il conto"».

Il paese è sull'orlo del disastro?

«Penso che la finanza pubblica sia fuori controllo. Che il rallentamento dell´economia sarà forte. E già oggi sono a rischio da 250.000 a 300.000 posti di lavoro».

Insisto: la sensazione è che l'onda alta della mobilitazione sia passata: anche sull'articolo 18, il governo ha rinviato a gennaio il varo del provvedimento di modifica...

«È la dimostrazione che la nostra battaglia serve, e già produce risultati. Quella norma sul 18 che riduce i diritti sembrava un provvedimento urgentissimo, ed è evidente che il governo ha rinviato per tentare di "svuotare" il nostro sciopero. Ma è anche una prova che la nostra pressione è efficace. Stesso discorso per la riduzione dell'Irpef, o per i contratti pubblici: dover fare i conti con una Cgil in campo cambia tutto».

Si parlava di crisi industriale, e lei parteciperà alla manifestazione di Torino. Che valutazione sulla vicenda Fiat?

«Noi vogliamo un "tavolo" trasparente dove si discutano le opzioni per uscire da questa situazione. La Cgil ha due obiettivi: fare di tutto per assicurare all'industria dell'auto in Italia un futuro degno, difendere occupazione e stabilimenti. Per noi il piano che ha presentato l´azienda è sbagliato: su quella strada c´è la riduzione del nostro paese a luogo di mero assemblaggio, la fine della ricerca e dell´innovazione. Se la crisi è passeggera, perché l'azienda per prima crede nel rilancio della Fiat, allora i lavoratori vanno tenuti dentro, con i contratti di solidarietà o altre soluzioni. Se l'azienda sceglie di licenziare i lavoratori e chiudere le fabbriche, vuol dire che non crede al suo futuro».

Lei sta conducendo una campagna di riavvicinamento nei confronti della Cisl e della Uil, e lancia segnali anche a Confindustria. Si tratta di tatticismi oppure di un cambiamento di rotta rispetto al suo predecessore?

«Nulla di tutto ciò. Per qualsiasi sindacato l'unità è un valore fondamentale. Il problema è che oggi le tre organizzazioni hanno opinioni molto diverse, distantissime su molti temi, che hanno portato alla firma separata del "Patto per l'Italia" e di altri accordi. Certo, siamo profondamente divisi. Ma la Cgil sa bene che - ove possibile - è necessario lavorare insieme con Cisl e Uil. Vogliamo vedere se - a partire dai punti più drammatici della crisi, come il Mezzogiorno e la Fiat - è possibile pensare ad iniziative comuni. Da parte di Pezzotta e Angeletti a volte vedo risposte un po'imbarazzate, ma credo che sia una strada percorribile. Se non si riesce, andremo avanti da soli: ma uno sforzo dobbiamo farlo. Laicamente, a partire dal merito delle questioni, dove c'è condivisione si deve cercare di andare avanti unitariamente. Dove accordo non c'è, ognuno fa il suo percorso».

E Confindustria?

«La presidenza di Confindustria si è assunta la responsabilità di concorrere a determinare le scelte sbagliate del governo. E in cambio del sostegno offerto sull'articolo 18, le imprese non hanno avuto nulla. Noi siamo coerenti, e diciamo che l'intervento sul fisco d'impresa è sbagliato e pericoloso. Altri si interroghino sui propri errori. E riflettano: per Confindustria la perdita di autonomia nei confronti del governo si è tradotta in una riduzione della capacità negoziale».


Si è detto: uno sciopero inopportuno, intempestivo, che divide. Tutte citazioni di dirigenti dell'Ulivo o dei democratici di sinistra. Che ne pensa?

«Provo dispiacere e amarezza: che molti puntino sul fallimento dello sciopero della Cgil, lo capisco; che lo facciano anche esponenti delle parti politiche che condividono il merito delle ragioni dello sciopero lo trovo incomprensibile e autolesionistico. Tutto il centrosinistra critica l'attacco ai diritti e la politica economica del governo: allora, perché queste obiezioni alla nostra azione sindacale? Io non mi permetterei mai di dire alla Margherita o a Francesco Rutelli che fa una battaglia di opposizione inadeguata. A volte ho l´impressione che la politica ci abbia un po´ "usato"... che la questione dello sciopero sia diventata un tema dei rapporti politici interni alle forze dell´Ulivo. Io chiedo rispetto per noi, come noi rispettiamo gli altri. Nell'autonomia».

 

 
Intervista a: Guglielmo Epifani
21.10.2002
"Noi siamo qui. E voi?"

MILANO Riflessioni domenicali con Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, dopo lo sciopero. Messaggi. Al governo: «Il 18 ottobre apre una nuova fase di lotte da parte della Cgil contro la politica di Berlusconi».
All’Ulivo: «La Cgil è stanca di essere strattonata, tirata per la giacca. Basta appelli. Se l’opposizione parlamentare è contro la Finanziaria conduca una coerente e ferma battaglia». A Cisl e Uil: «Le divisioni rimangono, per il rispetto che si deve a queste organizzazioni non si può far finta di niente. Se ci sono le condizioni per ritrovare un’unità d’azione sul Sud, la Fiat, i contratti, la Cgil non farà mancare il suo contributo.
Com’è stato il primo sciopero di Epifani segretario?
«La Cgil e l’intero paese devono ringraziare i milioni di lavoratrici e lavoratori che sono scesi in sciopero e affollato pacificamente le piazze. Dobbiamo ringraziare gli anziani, i pensionati e i tantissimi giovani per la loro adesione. Questo ringraziamento è necessario anche per rispondere alle strumentalizzazioni cui si sono prestati molti commentatori e per alcune dichiarazioni offensive verso tante persone che hanno condiviso le nostre scelte»
Diciamo la verità: lo sciopero poteva essere un rischio.suo contributo».
«Forse, ma la risposta dei cittadini ci conforta. In condizioni difficili, perchè oscurati da tv e giornali, con alcune eccezioni positive, con un governo che ha tentato in tutti i modi di svuotarne i contenuti e con qualche incomprensibile presa di posizione di alcuni importanti esponenti del centro sinistra, la giornata di venerdì ha segnato un punto molto forte: una grande maggioranza di cittadini ha espresso con fermezza la critica alle scelte del governo, ha manifestato la volontà di arrestare il declino del Paese soprattutto in campo industriale, dei servizi sociali, della scuola, della ricerca e formazione. Quei cittadini hanno mandato un messaggio di fiducia per il futuro».
Non le sono piaciuti i giornali?
«Leggete cosa hanno scritto i grandi giornali internazionali sullo sciopero e confrontateli con le strumentalizzazioni di casa nostra».
C’è stato un evidenete tentativo da parte del governo e di alcuni suoi colleghi di Cisl e Uil di sminuire la portata del successo.
«Non faccio polemiche. La Cgil esce assolutamente soddisfatta e molto determinata da questa prova. A questo proposito vorrei dire a Giuliano Amato che lo sciopero è andato sì meglio di quanto i nostri avversari si auguravano, ma anche di più e non di meno di quello che noi stessi pensavamo. Piazze piene, mezzi di trasporto fermi, dati di partecipazione nelle fabbriche altissimi, un importante risultato nella scuola e anche nel settore pubblico, nonostante le difficoltà. C’è stata una partecipazione straordinaria in molte città: Milano, Firenze, la sorpresa di Roma, nei centri del Mezzogiorno oltre a Torino naturalmente. Ma poi i tanti piccoli centri: 12 mila a Bergamo, 7 mila a Lucca, cifre che non si riscontravano da decenni. Chi vuole sminuire il risultato dello sciopero si guardi le fotografie di venerdì delle città italiane».
Maroni, qualche sindacalista, esponenti dell’Ulivo hanno detto che il 18 ottobre chiude una fase. Ora la Cgil di Epifani, secondo questa interpretazione, cambia rotta. E’ così?
«Se l’obiettivo dello sciopero era ed è quello di evitare il declino del Paese, a sostegno di una politica industriale degna di questo nome, di una scuola e una formazione di qualità, di una politica per il Mezzogiorno, allora questo sciopero non chiude nulla e apre una fase nuova. Quella nella quale la lotta per le difese dei diritti di chi lavora e per l’estensione delle garanzie e la lotta per una diversa politica di sviluppo diventano definitivamente una cosa sola».
Questa dura opposizione della Cgil finora che cosa ha ottenuto?
«L’azione della Cgil ha prodotto qualche importante risultato. Come si fa a non veder che se il disegno di legge che vuole ridurre l’art.18 non è stato ancora presentato in Parlamento, forse ci arriverà all’inizio dell’anno prossimo, lo si deve alla nostra iniziativa? Come si fa a non vedere che se la riduzione fiscale, che giunge in ritardo e con i soldi già stanziati dai governi di centro sinistra, viene mantenuta lo si deve alla forza esercitata dalla Cgil? Come si fa a non vedere che se oggi moltissime imprese prendono le distanze dal governo e costringono anche Confindustria, non si sa per convinzione o per dovere d’ufficio, a criticare le scelte di Berlusconi questo lo si deve al fatto che la nostra denuncia dell’inadeguatezza dell’esecutivo, dal Patto per l’Italia alla Finanziaria, è stata espressa con cosi tanta forza e determinazione?».
Cosa c’è nella nuova fase?
«Tre grandi questioni: il Sud, la Fiat, la garanzia dei servizi sociali. Partiamo dal Mezzogiorno. Con la Finanziaria l’impresa del Sud passerà mesi e mesi di grandissime difficoltà senza investimenti e senza certezze. Questo ricadrà sul lavoro e sull’occupazione. C’è una grande agitazione nel governo su questo tema, per noi la soluzione è semplice: ripristinare gli strumenti di intervento che hanno funzionato bene rifinanziandoli e aggiungendo politiche di sostegno degli investimenti nei campi dell’edilizia, della sistemazione ambientale, della bonifica del territorio. La condizione di quest’ultima politica è che naturalmente non passi la logica dei condoni. Voglio dire con assoluta pacatezza a Pezzotta che ha sostenuto nell’ultima audizione in Parlamento che il condono fiscale non va bene, ma potrebbe essere riequilibrato se accompagnato da una politica anti-evasione, che l’una cosa esclude forzatamente l’altra: o c’è il condono o la lotta all’evasione. Su questi argomenti non si può giocare: anche l’opposizione parlamentare è chiamata a fare la sua parte».
Quale sarebbe?
«E’ ora di smetterla con gli appelli, basta strattoni e tirate di giacca alla Cgil. Ci si misuri ognuno per il merito e la coerenza delle proprie posizioni. Se l’opposizione ritiene giusta la strada della critica severa alla Finanziaria allora faccia una limpida battaglia parlamentare».
Poi c’è la Fiat...
«E’ il punto più delicato e importante perchè ci giochiamo un pezzo decisivo della prospettiva industriale del Paese, un settore che produce una quota altissima del reddito nazionale e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Lo stupore e l’importanza della crisi Fiat ha fatto dire a molti parole in libertà o a elencare promesse magniloquenti. Anche in questo caso sta avvenendo quanto avevamo detto e, in modo particolare, quanto aveva previsto la Fiom. Bisogna partire dal piano industriale, ogni discussione tra attuale e futura proprietà diventa un tema assai rischioso e denso di variabili non controllabili, almeno per il sindacato. E’ sul progetto che si può vedere effettivamente se c’è la disponibilità e la volontà di tutti, governo, forze politiche, azienda, banche. Per noi il piano non va, non da certezze di uscita dalla crisi. Se si crede nel futuro industriale della Fiat allora non ci sono fabbriche chiuse, nè cassa integrazione a zero ore che vuol dire licenziamenti».
E lo Stato nel capitale della Fiat?
«Penso che tocchi al governo immaginare una presenza pubblica di garanzia che accompagni l’operazione di risanamento, ma mi permetto di dire che questo avviene un attimo dopo la scelta e l’attuazione di un credibile piano industriale. Se la logica dell’azienda è quella di chiudere gli stabilimenti non si va da nessuna parte. Così se le banche ragionano solo nella logica del creditore allora si va contro una scelta di sviluppo».
Il terzo punto è la difesa dei servizi sociali.
«Non c’è dubbio che il governo tagliando i trasferimenti alle autonomie locali minaccia l’erogazione dei servizi sociali dei comuni, mette in discussione i contratti di lavoro del pubblico impiego, della scuola, dello stato e del parastato. Sono tutti temi strettamente sindacali»
Quindi la Cgil non fa politica?
«A chi dice che la Cgil deve smettere di far politica, chiediamo di rispondere su questi temi e di misurarsi con le posizioni di merito. Questo vale per il governo: il ministro Maroni non può dire di voler riaprire il dialogo e confermare il Patto per l’Italia. E’ una furbizia. Questo vale, poi, per il centro sinistra che solo ripartendo dal merito dei problemi e dai programmi può ritrovare un’accettabile e non aleatoria unità di fondo, e vale per Cisl e Uil»
Che cosa dice a Pezzotta e ad Angeletti?.
«Le nostre divisioni restano, per il rispetto che si deve alle posizioni di ognuno. La Cgil non ha usato nei suoi scioperi parole di rottura, ma ha solo ribadito le ragioni di critica. Le risposte che ci sono arrivate non sono tutte dello stesso segno, ma anche di questo non ne facciamo una questione. Il punto è, semmai, un altro: sul Sud ci sono sintonie, sulla Fiat salutiamo con soddisfazione la volontà dei lavoratori metalmeccanici di andare verso uno sciopero unitario, sulle politiche dei settori pubblici si vedrà se con Cisl e Uil ci saranno convergenze. Niente di più e niente di meno. La Cgil continuerà a sostenere questi obiettivi, se troverà anche Cisl e Uil le iniziative potranno essere unitarie. Se così non fosse la Cgil ha il dovere di continuare a stare in campo».

 
Crisi Fiat e piano Colaninno, parla il segretario generale della Cgil
"Qui non si può fare solo un'operazione finanziaria"

Epifani: "No allo spezzatino
più chiarezza sugli obiettivi"
di LUISA GRION
 

ROMA - Colaninno chiarisca le sue intenzioni e la famiglia decida cosa vuole fare. Per l'imprenditore di Mantova, al momento, non ci sono né preclusioni, né campane a festa: dipende da come vorrà muoversi per rafforzare il settore auto. Guglielmo Epifani, leader della Cgil, chiede che ora sul caso Fiat si faccia soprattutto trasparenza. Una cosa è certa: il suo sindacato non vuole che il gruppo di Torino sia venduto a pezzi, perché "l'Italia non può stare senza una azienda automobilistica, la Francia e la Germania ne hanno due, il Giappone tre, e tutte competitive. Non si capisce perché noi dovremmo rinunciarvi".

Ora sulla Fiat c'è un nuovo piano, quello di Colaninno. Cosa ne pensa?
"Al momento il giudizio è sospeso, sappiamo solo che c'è una intenzione, ma non sappiamo chi è interessato al fatto, che cosa si vuole fare, qual è il progetto e quali sono le risorse messe in campo. Chiediamo a Colaninno, appunto, di chiarire la sua proposta. Prima alla proprietà, poi alle strutture interessate: dalle banche, alla Gm, alle parti sociali, al milione e mezzo di piccoli azionisti. E' ora che sulla Fiat si agisca in modo trasparente".

Qualcosa però di quel piano già si sa. Per esempio che i miliardi di euro destinati al settore auto saranno 8. Basteranno?
"Dipende dal progetto e dall'arco temporale in cui si sviluppa. Bisogna fare in fretta e investire molto. Certo, se penso che la Volkswagen, che sta molto meglio di noi, nei prossimi cinque anni impiegherà risorse per 30 miliardi, dico che per rilanciare la Fiat ne serviranno comunque tanti. Quelli che ci sono non bastano".

Colaninno, nei suoi interventi passati, ha dimostrato fino ad ora di puntare più sulle strategie finanziarie che su quelle industriali. Se dovesse muoversi così anche in Fiat?
"Di sicuro quello non è un modo di procedere che ci possa soddisfare. Ma bisogna essere cauti nei giudizi, Olivetti, Telecom e Fiat sono casi diversi e comunque sia chi vuole investire nel settore automobilistico non può fare solo il raider. Ripeto, niente commenti sul piano fino a quando non sarà messo nero su bianco, fino a quando non si capirà come inciderà sugli 8.100 dipendenti in cassa integrazione e sull'indotto. Riguardo alla Fiat, però, le posizioni della Cgil sono sempre le stesse: vogliamo un progetto industriale di rilancio, ci sono già troppi capaci a fare finanza e pochi capaci a fare industria. L'auto non è un settore decotto, è in via di evoluzione tecnologica e chiede molti capitali, certo. Ma c'è ancora spazio per agire e recuperare quote di mercato. Sulla rispondenza a questi aspetti giudicheremo il piano di Colaninno. Comunque, prima ancora di dare il nostro giudizio vorremmo fosse risolto un enorme interrogativo che pesa sulla questione".

Quale?
"Cosa vuole fare la famiglia che ha il controllo del gruppo? E' ora che la posizione sia chiarita. In passato Fiat Holding ha avuto le sue responsabilità nella scelta di allargarsi troppo, di diversificare e indebitarsi. Ora si decida: vuole puntare o no sull'aspetto industriale? Di sicuro le dismissioni fino ad ora fatte non bastano per rilanciarlo".

Lei si astiene oggi da giudizi sul piano: ma dalla Fiom sono già arrivate critiche e da Cisl e Uil consensi o quanto meno cenni di benvenuto. Siamo di fronte ad una nuova spaccatura?
"Invito tutti alla cautela. Come sindacato rappresentiamo le migliaia di lavoratori Fiat direttamente interessati alla questione e tutto l'indotto. Non possiamo dare giudizi affrettati. Non possiamo esprimere né favori, né pregiudizi. I commenti finora fatti, a progetto chiuso, sono informali. Non vi vedo spaccature. Certo noto come sia Bersani che Marzano abbiano accolto l'intenzione di Colaninno con favore, ma vedo anche che l'hanno letta in termini opposti: i Ds ci vedono una alternativa al piano espresso dall'azienda, il governo vi vede una sorta d'appoggio. Per questo dico che prima di esprimersi bisogna avere sotto mano le carte".

Un pericolo di spaccatura sindacale si sta però profilando davanti al prossimo sciopero nazionale dell'industria.
"Chiariamo che quello del 18 ottobre non è stato uno sciopero fatto per Torino, ma contro il declino produttivo e industriale dell'Italia. La Fiat è un problema, ma lo sono anche Finmeccanica, Fincantieri, il tessile, l'edilizia, l'agroalimentare, il petrolchimico, le tlc e il farmaceutico. Tutti settori con carenze occupazionali e produttive che vanno assolutamente affrontate. Speriamo di poterlo fare unitariamente, abbiamo invitato Cisl e Uil a partecipare alle nostre iniziative e aspettiamo risposta. Se non arriverà Cgil farà da sola. Senza fare polemiche, ma perché riteniamo che questo sia un aspetto prioritario nel rilancio del paese".

Tornando alla Fiat. Nell'attesa che il progetto sia ufficialmente presentato Pezzotta ha incontrato Colaninno. La Cgil come si sta muovendo?
"La Cgil aspetta che vengano compiuti gli atti formali di presentazione del progetto. Non facciamo niente che non sia alla luce del sole e nell'ambito della formalità dei rapporti".

Ma alla luce del sole, nella questione Fiat, è stato fatto ben poco fino ad ora. Ve ne siete lamentati voi stessi quando l'azienda si accordò con il sindacato
"Certo, poi ci furono i blitz di Mediobanca e dei ribaltoni ai vertici, ci sono stati gli omissis negli accordi con le banche...Ecco, basta è ora di finirla".

(6 gennaio 2003)

 


ORDINE DEL GIORNO DEL COMITATO DIRETTIVO NAZIONALE CGIL DEL 13 GENNAIO 2003

Il Comitato Direttivo Nazionale della CGIL decide di proclamare per il 21.02.03 quattro ore di sciopero generale con manifestazioni territoriali da definire a livello regionale, dei settori produttivi dell'industria e dell'artigianato. Tale scelta si rende necessaria per tenere aperto, oggi, di fronte all'aggravarsi della situazione produttiva-occupazionale e all'assenza di qualsiasi disegno di politica industriale da parte del Governo, il tema fondamentale dello sviluppo, della sua qualità e del futuro del Paese. C'è bisogno infatti di sostenere con iniziative di quadro organico le lotte sulle vertenze aperte nelle aziende, nei territori e nei settori, per una diversa politica industriale finalizzata al rilancio dei settori produttivi e dell'occupazione, anche attraverso investimenti per ricerca, innovazione e formazione.

Si riconferma pertanto il percorso avviato nel CD del 6.12.02, per contrastare il declino industriale, fondato sulla via bassa alla competitività, sui licenziamenti, e sulle ristrutturazioni segnati da migliaia di esuberi a partire dalla grave situazione della Fiat, della chimica, energia, farmaceutica, tessile, agroalimentare, costruzioni, telecomunicazioni. Tutto questo in un quadro segnato dall'aggravarsi dei dati macroeconomici, dal blocco della crescita e l'aumento dell'inflazione, e dalle scelte del Governo di procedere sulle deleghe finalizzate alla precarizzazione dei rapporti di lavoro che determineranno la riduzione di diritti e l'attacco al modello contrattuale.

Il Comitato Direttivo Nazionale considera necessario che la Segreteria prosegua nella ricerca, su questi temi, di tutte le convergenze unitarie, con Cisl e Uil,  utili a rafforzare e a sostenere le politiche di sviluppo, dell'occupazione e dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. 

Roma, 13 gennaio 2003