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Ettore Carafa Conte di Ruvo:l'eroe adombrato da falsi storici
E' stata certamente avara di riconoscimenti Napoli verso Ettore Carafa. Fatta eccezione per una strada intitolata ad un vago Conte di Ruvo, non esistono monumenti o lapidi di una certa rilevanza in sua memoria. Come se ciò non bastasse nel palazzo che fu dei Carafa d’Andria al Largo San Marcellino, vi è stato ubicato un istituto scolastico intitolato alla regina Elena di Savoia. Non poteva arrecarsi un’offesa maggiore a colui che per la Repubblica Napoletana del 1799 sacrificò tutta la vita. E dulcis in fundo, il ritratto pubblicato a 206 anni dalla morte, e che pretenziosamente campeggia in numerosi siti web, dopo un’accurata perizia sull’immagine si è rivelato essere un falso storico. Nato
ad Andria (Puglia) il 29 dicembre del 1767 da Riccardo Carafa, Duca di Andria
e Margherita Pignatelli Monteleone, Ettore trascorse i primi dieci anni di vita
nel palazzo pugliese appartenuto secoli addietro ai Del Balzo, nobili feudatari
che avevano dominato Andria fino a quando uno di loro, avendo partecipato alla
congiura dei baroni, venne decapitato a Napoli. Il
13 febbraio 1778 il padre Riccardo, fece iscrivere i figliuoli Ettore, Fabrizio
e Carlo, ed il 5 febbraio 1783 anche l’altro figliuolo Francesco, nei registri
delle fedi di battesimo degli appartenenti al Sedile del Nido a Napoli, dove era
ascritta la storica famiglia dei Carafa. Secondo
i ricordi del Senatore Riccardo Carafa, uno strano caso accompagnò la nascita
di Ettore. Un marmo del camino nell’appartamento abitato dalla duchessa madre
si era spezzato come per incanto, proprio nel momento in cui il bambino veniva
alla luce. Questo caso fu creduto di triste augurio e tra le genti del palazzo
si sussurrava che il neonato avrebbe avuto una fine infelice. Primogenito di
nove figli ebbe come precettore Franco Laghezza di Trani, insegnante dalle idee
liberali che prese in seguito una parte molto attiva nella rivoluzione
napoletana del 1799. Nonostante
gli ambiziosi disegni della madre Margherita Pignatelli di Monteleone, che
desiderava vederlo investito da prestigiose cariche presso la corte borbonica,
fin da giovane Ettore dimostrò di avere un’ indole anti-monarchica, ben
lontana da tali progetti e del tutto incline alle nuove idee di libertà ed
uguaglianza che arrivavano d’oltralpe. La corte di Napoli aveva
ereditato dal medio-evo la superbia, non il valore, né la fede. L’indirizzo
politico era tirannico ed immorale ed all’animo di Ettore, generoso ed
intollerante, si univa l’educazione del Laghezza che lo rendeva sempre più
nemico di quell’ordine di cose. A dieci anni venne a vivere a Napoli e,
come ogni nobile del suo tempo, trascorse un decennio presso un collegio
allora ubicato nel vicolo dei Bisi, l’attuale via Nilo, nelle vicinanze del
palazzo Carafa d’Andria al largo S.Marcellino, ove in quegli anni viveva la
nonna paterna, Maria Francesca de Guevara. Ettore
non amava la letteratura del mondo classico, ma la storia e fra tutti i libri
continuò ad essere il suo prediletto per la vita il capolavoro di Plutarco, Le
vite parallele. Cresceva nobile per indole oltre che per discendenza. Era
contrario alla violenza tanto che aveva deciso di educare lui stesso il suo
cavallo senza l’uso della frusta ed in poco tempo non solo riuscì a renderlo
docile ed a cavalcarlo con dimestichezza, ma ad insegnargli finanche a salire le
scale del suo palazzo. Trascorso
il periodo del collegio, con il maestro Laghezza e in armonia con le usanze dei
nobili, partì per un lungo viaggio che da culturale si rivelò presto
decisivo per il suo destino. Pur tenendolo nascosto alla famiglia, i cui
genitori frequentavano assiduamente la corte borbonica e lo sapevano in giro per
l’Italia, con Laghezza Ettore andò in Francia fermandosi diversi mesi, il
tempo di vivere e respirare le nuove idee che la rivoluzione francese aveva
generato. Seguiva con passione la lotta di quel popolo che a poco a poco si
affermava nei suoi diritti; sentiva allargarsi l’animo lontano dalle grettezze
e dalla tirannia che regnavano in Napoli. Restò a Parigi quanto più a lungo
gli fu possibile e quando ritornò in Napoli, al principio del 1789,
l’indignazione contro la tirannia aveva in lui acquistata l’intensità
dell’odio. Ma
se era riuscito a tener segreta alla famiglia l’esperienza francese, la cosa
non era sfuggita alla perfida regina Carolina, moglie del re Ferdinando, che
aveva spie dappertutto. Ben presto fu da lei indicato sia negli scritti che
verbalmente come l’Altiero, il Fatale, l’Arrabiato. Ciononostante
Ettore non faceva grande mistero della sua inclinazione alle nuove idee, anche
mosso da esuberanza giovanile e da qualche esaltazione di fantasia; amava farsi
vedere vestito alla francese, coi capelli corti, i calzoni lunghi ed il
panciotto rosso. Rifondò
la loggia dei liberi Muratori con l’amico precettore Franco Laghezza e tenne
presso il suo palazzo incontri con altri esponenti liberali. Tra i suoi più
intimi amici c’erano i nomi più accesi alla causa rivoluzionaria tra cui
Domenico Bisceglia, Mario Pagano ed Ignazio Ciaia, oltre ai nobili suoi coetanei
Giuliano Colonna, Mario Pignatelli e Gennaro Serra di Cassano, tutti uomini che
ritroveremo giustiziati nel ’99 sul patibolo di Piazza Mercato. Organizzò e
partecipò a riunioni massoniche durante le quali, oltre a discutere di politica
si infieriva sui ritratti dei sovrani e si cantava la Marsigliese. Ettore
fu arrestato nel 1795 con l’accusa di cospirazione e fu detenuto
nella prigione di castel S. Elmo fino al 1798, anno in cui riuscì ad evadere
con degli aiuti esterni riportati dagli storici in maniera controversa. Secondo
il Botta, storico realista, il conte fu aiutato da una giovane fanciulla
di lui innamorata, e tale versione molto romanzata e romantica venne ripresa
anche dal Vannucci. Per gli storici liberali, invece, Ettore fu aiutato da
alcune guardie che si erano convertite alla nuove idee; per alcuni egli riuscì
a scendere da una torre del castello tramite una corda lunghissima che gli
pervenne nascosta in una chitarra costruita a tal scopo, per altri la
corda fu messa per depistare la fuga che era avvenuta, invece, direttamente
dalla porta principale, dopo aver corrotto la vigilanza di un custode con la
somma di dodicimila ducati procurati dal fratello del conte, Carlo. In
qualunque modo sia avvenuta la fuga, certo è che il nostro conte di Ruvo la
notte del 17 aprile 1798 era tornato libero e da allora la sua vita altro
scopo non ebbe se non quello di organizzare delle truppe con l’ausilio dei
francesi e di tornare a Napoli per liberarla dal sovrano tiranno. Sulla sua
cattura fu messa una taglia di diecimila ducati e data la seguente descrizione: statura
piuttosto bassa, corporatura delicata, capelli e ciglia castani e ricci, occhi
cerulei, viso ingrugnato. Dopo
l’istituzione della Repubblica Napoletana proclamata dai patrioti in
Castel S.Elmo il 21 gennaio 1799, dal Governo Provvisorio, con il grado di
Colonnello, Ettore ebbe l’incarico di recarsi in Puglia a sedare le lotte dei
realisti. Furono due le ragioni del Governo: la conoscenza che egli aveva della
località, poiché lì possedeva i suoi feudi, Andria, Casteldelmonte, Corato e
Ruvo, e la possibilità di far aumentare di numero i legionari in quei
luoghi valendosi del prestigio della sua persona. Nel
giro di pochi giorni si costituì un esercito in buona parte
composto da avanzi dell’esercito borbonico e da giovani di ogni ceto,
fra i sedici ed i venti anni, alcuni dei quali provenivano da collegi religiosi.
Lui li chiamava prevetarielli. Tra
i ricordi di famiglia riportati dal Senatore Riccardo Carafa nella sua
monografia dedicata all’eroico antenato, si narra che giorno Ettore vide
presentarsi per l’ammissione all’esercito, un giovanotto vestito da
seminarista. Che vuoi prevetariello? gli chiese ironico Non mi
riconoscete? - rispose il seminarista- Io sono de Siena, figlio di colui
che vi ospitò in casa sua quando fuggiste da S.Elmo. Vengo per chiedervi di
essere ammesso a far parte della legione che conducete nelle Puglie ed
Ettore, scherzando Ma lo sai che in guerra ci vogliono le palle? - E
gli uomini per affrontarle! rispose fieramente il giovane. Il giorno dopo
cambiò gli abiti di seminarista in quelli di soldato. La
legione di Ettore, unita all’esercito francese, ebbe certo da annoverare tante
vittorie, dalla conquista di Andria fino a quella di Pescara. Ciononostante
i controrivoluzionari avevano avuto il tempo di fortificarsi, capeggiati da
Giuseppe Pronio, un famoso avanzo di galera, che per oltre quattordici anni era
stato in carcere con l’accusa di svariati omicidi. Aveva riunito quattromila
uomini intorno Pescara munendoli di armi, sulle mura e sulle alture ci aveva
messo cannoni e mortai ed aveva chiuso la via del mare con una flotta di barche.
Ettore ed i suoi patrioti continuavano a resistere valorosamente, asserragliati
nella piazza di Pescara. Il cameriere personale del conte, Raffaele Finoia
racconta che per tenere allegri gli ufficiali ed i signori del luogo Ettore
cercava di organizzare balli nel palazzo del marchese del Vasto, dov’egli
abitava. Una
sera mentre si ballava in casa del Conte una palla scagliata da un cannone entrò
per un balcone nella sala dove si ballava nel mezzo dei danzatori che facevano
una controdanza inglese, e la sala attraversò le due file della controdanza,
ruppe il muro opposto e passò nella stanza contigua. Ognuno può immaginarsi lo
spavento di quelle dame che caddero svenute chi da un lato che da un altro. Ma
il conte dette animo a tutti e di ricominciò la danza. Nonostante
il carattere deciso e la grinta a continuare, intorno ad Ettore si tramavano
congiure per ucciderlo. Alcune furono scoperte da egli stesso, altre
architettate da Pietro Severino, nominato dal conte ignaro comandante della
piazza di Pescara, rimasero nell’ombra. La
resistenza durò finché i viveri furono sufficienti a garantire la
sopravvivenza ed era ancora viva la speranza di ricevere aiuti da Napoli e da
Roma. Pronio, intanto, tra una sortita e l’altra e disparate trattative
gli intimava di arrendersi, facendogli giungere amare notizie da Napoli ormai
totalmente sottomessa alle armi regie. Ettore non cedeva e resisté con un
pugno di patrioti fino all’ultimo respiro. Ettore
tornava a Napoli in una gabbia di ferro. Il 13 giugno, dopo una estenuante lotta
da Castel Sant’Elmo, i patrioti napoletani si erano arresi alle truppe del
Cardinale Fabrizio Ruffo che, appoggiato dai lazzari, restituiva il regno delle
due Sicilie nelle mani del re Borbone. Le capitolazioni promesse dal Ruffo in
cambio della resa e negate poi dal monarca provocarono un’ecatombe. Centinaia
furono le condanne a morte per forca e mannaia e Napoli vide soffocato nel
sangue il primo seme gettato per il Risorgimento italiano. Fu per esso
sacrificata la vita della migliore nobiltà napoletana e dei più
benemeriti intellettuali che il Sud dell’Italia potesse vantare. Furono i
lazzari a vincere, il Sant’Antonio stampato sugli stendardi borbonici vinse
sul San Gennaro detto anch’egli giacobino per aver fatto il miracolo sotto gli
occhi del francese Championnet. Era
il 19 di agosto quando Ettore, tradotto a Napoli, venne rinchiuso nel castello
del Carmine, luogo tristemente noto come L’anticamera della morte.
Prigioniero eccellente fu sommariamente processato in carcere e l’istanza del
giudice borbonico de Guidobaldi fu ferocissima. Lo voleva affocato, precedente
lo strascino e le tenaglie, indi fatto a pezzi, bruciato e le ceneri sparse al
vento. Di poi demolito il suo palazzo ed in quel luogo erettavi una colonna per
mettervi al di sopra la di lui testa. Quali
siano state le torture che Ettore abbia subito in carcere, prima di essere decollato
senza pompa, ossia senza il privilegio di servitori di famiglia ad
assisterlo in quel tragico momento, non vi sono documenti a testimoniarlo
ma l’ostinazione abbattutasi sulla sua persona lasciano intuire che siano
state crudelissime. Si racconta che oltre alle catene, fu tenuto al muro
da un collare di ferro che gli avrebbe impedito di coricarsi e di dormire per
oltre quindici giorni. Da lì febbre alta, ferite, allucinazioni. Ma non aveva
paura di morire. E’ già da tanto che aspettava la morte. Quando
i giudici lo raggiunsero in carcere e gli si rivolsero insultandolo, ad uno di
loro, scuotendogli i polsi stretti dal ferro ed insanguinati sul viso, lo
interruppe dicendo: Se fossimo entrambi liberi parleresti più cauto. Ti
fanno audace queste catene! All’alba
del 4 settembre le strade di Napoli erano percorse da numerose pattuglie
di soldati e nella piazza del Mercato si elevava la ghigliottina dipinta di
rosso Dai
Registri della Congregazione dei Bianchi ( i monaci che avevano il triste
compito di confortare e poi accompagnare i condannati a morte fino al patibolo)
risulta che il Conte di Ruvo sia morto in pace con la sua anima e che
prima di essere condotto al patibolo, il 4 di settembre, abbia chiesto di vedere
il confessore (quel giorno era preposto il padre Sersale) e che abbia
pregato con lui a lungo prima di avviarsi alla morte. Alle ore 18 tornò alla
cappella il Sersale richiesto dal Paziente. Alle ore 20 uscì la compagnia
dall’Oratorio per l’esecuzione. Alle 21 Ettore uscì dal castello
lacero, con la barba lunga e fu condotto sul palco allestito nella piazza del
Mercato, percorrendo la via del Carmine. Passò davanti alla chiesa dove
da lì a poco sarebbe stato sepolto il suo cadavere martoriato.
Giunse al patibolo con la testa alta, con un sorriso di disprezzo sulle labbra
ed ancora vestito con la divisa da Generale della Repubblica. Intrepido salì
sul palco, ascoltò la sentenza con le braccia conserte, guardando il popolo
affollato e silenzioso. Finita la lettura il boia Tommaso Paradiso gli si
appressò per spogliarlo. Egli lo respinse con disprezzo e si spogliò da sé.
Nella piazza regnava un silenzio di morte. Il boia gli indicò di mettersi
in ginocchio sotto la mannaia. Dirai alla tua regina come seppe morire un
Carafa! Furono le ultime sue immortali parole prima di porsi supino e
sbendato sotto la lama assassina. Poi fissò gli occhi al cielo. Forse in
quell’ultimo bagliore di vita intravide i compagni già trapassati che lo
stavano lassù ad attendere. Un colpo secco ed in un attimo vi ascese. Hoc
fac et vives (Fa
questo e vivrai). Ettore
realizzò in pieno il motto dei Carafa. Con la libertà nel cuore sacrificò per
essa la vita e visse per sempre. Curiosità
storiche Il
corpo di Ettore venne seppellito la sera stessa del 4 settembre nei sacelli del
pronao nell’atrio della chiesa del Carmine Maggiore.
(Il 6 febbraio del 2009
l’autrice del presente lavoro, Antonella Orefice con la paleopatologa Marielva
Torino, hanno condotto uno studio storico- paleopatologico effettuando una
ricognizione dei resti di alcuni martiri del ’99 (tra cui Ettore Carafa)
seppelliti nelle due fosse comuni site nel pronao della chiesa del Carmine
Maggiore. Lo studio, intrapreso con la collaborazione
dell’associazione degli speleologi Napoli Underground, oggi La
Macchina del Tempo, ed autorizzato sia dalla Sovraintendenza dei Beni
Ecclesiastici che dal Comune di Napoli, ha evidenziatoli ritrovamento di
resti umani gettati all’origine interi ed ammassati nelle suddette fosse, ma
non ha prodotto ulteriori risultati. La presenza di acqua derivante
probabilmente o da una falda nel sottosuolo o dalla immediata vicinanza della
chiesa al mare, ha impedito un esame più approfondito sui resti rinvenuti). Il
fratello di Ettore, Carlo (Andria 1774-1856) riuscì a scappare in Francia
mentre un altro fratello, Francesco (Andria 1772-Portici 1844) che aveva
militato nella Guardia Nazionale contro le bande del cardinale Ruffo, fu fatto
prigioniero. I lazzari avevano progettato di bruciarlo vivo ma il Ruffo riuscì
ad impedirlo. Dal 1799 ereditò da Ettore il titolo di 17°Conte di Ruvo 14°
Duca di Andria Si
sposò nel 1803 con Teresa Caracciolo, figlia del principe di Santobuono ed ebbe
5 figli. A due di essi, pur offendendo la memoria ed il sacrificio del fratello
diede il nome di Ferdinando e Carolina. I
ritratti di Ettore: Falsi storici
- damnatio memoriae. Un
mistero che probabilmente non sarà mai svelato. Nonostante le recenti
pubblicazioni di immagini i dubbi sull’attendibilità di quanto ci viene
proposto, invece che dissiparsi, si sono amplificati. Di
lui esistono almeno tre ritratti profondamente diversi tra loro: due certo
postumi ed un altro pubblicato nel 2006 e di proprietà dell’attuale
duca Riccardo Carafa d’Andria. Nel
primo, comparso nell’opera di Atto Vannucci, I martiri della libertà italiana,
Livorno 1849, più che un
conte, il nostro Ettore è stato raffigurato come un brigante e non esistono
descrizioni fisiche documentate compatibili con l’immagine proposta. A meno
che non si tratti di un fatale errore del Vannucci, il ritratto non presenta
alcuna attendibilità. Nell’
altro ritratto postumo, invece, di autore sconosciuto, Ettore è in divisa
da Generale, occhi turchini e capelli castano chiari, cicatrici su fronte
e sopracciglio, aria spavalda, fascino da avventuriero, molto vicina al
personaggio che traspare dalla descrizione riportata da Mariano D’Ayala
(ripresa da un identikit dell’epoca), dal soldato De Siena (fatta eccezione
per i capelli nerissimi) e dallo scrittore ottocentesco Ippolito Nievo. Tanto
ci sarebbe da discutere, invece, sul ritratto pubblicato a 206 anni dalla di lui
morte e messo a disposizione dall’attuale duca Riccardo Carafa d’Andria, che
pare averlo rinvenuto in antiche cassapanche di famiglia mai aperte prima e
fatto divulgare da sedicenti esperti del settore e che tra l'altro, detengono
anche dei diritti sull'immagine. E’
evidente che il nostro conte di Ruvo appare una persona totalmente differente
dalle altre immagini di lui rinvenute: pressappoco ventenne, capelli e occhi
scuri, leggermente strabico, pallido da far pensare d’essere di salute
cagionevole e abiti forse un po’ troppo “antiquati” per essere quelli di
un futuro repubblicano. Ma
al di là della lampante e raccapricciante metamorfosi fisica, tra le tre
persone immortalate, incuriosisce ancor di più pensare come il
senatore Riccardo Carafa d’Andria (nonno dell’attuale duca), pur avendo a
disposizione questo ritratto giovanile di Ettore e pur avendo scritto per
l’antenato una bella monografia commemorativa alla fine dell’Ottocento, non
abbia pensato di pubblicarlo allora e non solo nel suo lavoro, ma anche
nell’Albo storico di Benedetto Croce, che in occasione del centenario,
stava raccogliendo con Di Giacomo, D’Ayala (Michelangelo figlio di Mariano) e
Ceci le “reliquie” dei martiri del ’99. Si parla di un disaccordo tra i
due, ma tale notizia non è certo suffragata dal fatto che in seguito
Carafa e Croce fondarono insieme la famosa rivista Napoli Nobilissima. Forse
il senatore Riccardo, pur avendo cercato di raccogliere tante memorie del suo
glorioso antenato, non sapeva dell’esistenza di quelle cassapanche custodi
proprio del ritratto di Ettore? L’ipotesi a modesto avviso sembra molto
ingenua, improponibile ed improbabile e non può che destare grosse
perplessità. E’
vero che la storia è fatta dalle imprese degli uomini e non dai ritratti
ma, considerate la tante distorsioni che la damnatio memoriae ha inflitto ai protagonisti del 1799 napoletano, non
è poi così strambo notare, fino a ragionevole prova contraria, periziata e
documentata da seri esperti del settore, che anche questo ritratto di
Ettore venuto alla luce a 206 anni dalla morte, sia forse una ennesima
mistificazione della verità storica. In fondo è proprio la sana curiositas che
mette in moto la filosofia della storia, la ricerca della verità. Il ritratto di Ettore Carafa pubblicato a 206 anni dalla morte: Durante
la presentazione del lavoro della storica Antonella Orefice, La Penna e La
Spada, tenutasi presso il Circolo degli ufficiali della Marina Militare di
Napoli il 15 ottobre 2009, tra le altre cose, è stata anche resa pubblica una
perizia sull’immagine del ritratto di proprietà del duca Riccardo
Carafa d'Andria ad
opera del Prof. Ezio Ghidini Citro ed altri esperti del settore. Finalmente si è operato un
risveglio d'interesse su cui sono convogliati esperti di storia dell'arte,
ricercatori e parte della società accademica. Antonella Orefice ha aggiunto,
nel suo intervento alla presentazione - "Si può finalmente affermare che i
dubbi che avevo sollevato nel mio lavoro si sono dissipati. Il ritratto di
recente divulgato ed attribuito ad Ettore Carafa è senza alcun dubbio un falso
storico, perpetuato sia ai danni del personaggio che della verità storica. Le
ultime pubblicazioni a lui dedicate, ricche di documenti fotografici, anziché
rendergli giustizia, hanno finito per adombrare ancor di più un personaggio del
quale, come per la Pimentel, non conosciamo nemmeno il suo vero volto. Ho
preferito mettere in copertina della nuova edizione del mio lavoro un disegno
realizzato con una tecnica molto elementare, rozza, e certo senza alcun pregio
artistico, anziché riprodurre uno dei due falsi storici che su Ettore siano in
circolazione; uno pubblicato nell'Ottocento da Atto Vannucci, che non prendiamo
nemmeno in considerazione, ed un altro pubblicato nel 2006 ed ancora divulgato e
sostenuto per autentico. La mia scelta è stata avvalorata oggi dalle recenti
perizie dell'immagine effettuate sul ritratto pubblicato nel 2006, esaminato nei
suoi particolari dal Prof. Ezio Ghidini Citro e da altri storici dell'arte.
Purtroppo, pur tra tanti dubbi, ora, ripeto - finalmente dissipati -
avevo messo in copertina della
prima edizione del testo, edito dall' Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
e fuori commercio, il ritratto pubblicato a 206 anni dalla di lui morte, basandomi sulla buona fede di chi
, sedicente esperto di storia, professava
averlo "scoperto" e con onori accademici, pubblicato in pompa magna e che ancora lo
sta divulgando, ad onta del personaggio, offendendone la memoria. La scelta attuale è stata motivata non solo a non dare più
credito inconsapevolmente ad un falso storico, ma che chi ha realizzato il
disegno che compare ora sulla nuova edizione del mio libro - La Penna e la Spada
- per quanto possa essere di poco pregio, ha prestato fede ai caratteri somatici
che di Ettore sono stati precisati in quello stesso identikit borbonico emanato
per la sua cattura dopo l'evasione da Castel Sant'Elmo nel 1798: occhi cerulei,
capelli castani, aria "ingrugnata". Il ritratto riporta tutti questi
particolari, e pur non riproducendo fedelmente i lineamenti il volto di Ettore,
ha almeno dato un idea di come poteva apparire. -- Dunque, i dubbi si sono
finalmente dissipati. Ne abbiamo voluto riparlare non per fare dell'inutile
gossip, ma per contribuire a rendere piena giustizia alla storia, denunciando un
autentico falso che ancora pretenziosamente circola dandosi per vero. La nostra
speranza è che nel tempo la verità possa emergere con tutta la sua forza.
Intanto ci gratifica la soddisfazione di aver donato la nostra intuizione ai
posteri e che il lavoro della storica Antonella Orefice sia stato meritevolmente
decretato dalla stampa e dal pubblico un clamoroso successo. Per concludere,
desideriamo mettere l'accento anche sull'intervento a sorpresa dell'Avvocato
Gerardo Marotta, Presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, che
abbiamo visto emozionato, come emozionante e gratificante il riconoscimento
concreto tributato per l'opera dell'autrice, ricercatrice dello stesso Istituto
e da anni assidua studiosa anche della Società Napoletana di Storia Patria e
dell' Archivio Storico Diocesano.
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