La politica coloniale fascista e la guerra
d'Etiopia
Il presente lavoro intende esporre la politica coloniale italiana
durante il Fascismo (1922-1945) e la serie di atti che porteranno alla formazione
dell'Impero italiano in Africa orientale; saranno fatti particolari riferimenti alla
guerra Italo-etiopica (1935-36) e a tutti gli atti politici e diplomatici ad essa
connessi.
Non vi furono mutamenti rilevanti in politica coloniale negli ultimi anni dello stato
liberale e nei primi di quello fascista, principalmente per due motivi: i ministeri delle
Colonie e degli Esteri, a cui era affidata la politica coloniale, non subirono alcun
cambiamento di personale e Mussolini giunse al potere senza disporre di una politica
coloniale o estera precisa e organica; in questi due campi affermava come gli Italiani
fossero "Espansionisti" e non "Imperialisti", intendendo cioè come il
destino dell'Italia non fosse quello di aggredire e conquistare paesi stranieri, ma
diffondere pacificamente il "genio" italiano mediante i commerci, la cultura e
l'emigrazione.
Nei primi anni del Fascismo il principale atto politico nei confronti delle colonie si
concretizzò nell'invio in Somalia del Quadrumviro De Vecchi in qualità di governatore e
consistette in una specie di punizione per De Vecchi, il cui atteggiamento di critica e
minaccia stava diventando imbarazzante e insistenibile per Mussolini, che pensò di
mandarlo il più lontano possibile dall'Italia, senza disconoscere i meriti acquistati
durante la Marcia su Roma.
De Vecchi sbarcò a Mogadiscio l'8 dicembre 1923 e nei primi discorsi tenuti come
governatore ribadì subito la propria fama di "duro". I suoi primi atti
consistettero nell'allontanamento da tutti gli uffici governativi dei funzionari legati al
vecchio regime e la loro sostituzione con esponenti del partito Fascista. Inoltre,
giudicando che la situazione politica somala non fosse adeguata al nuovo regime instaurato
in Italia dal Fascismo, decise di sottoporre a più stretto controllo tutto il territorio
della Colonia e principalmente i Sultanati della parte settentrionale del paese,
formalmente indipendenti, ma di fatto controllati dall'Italia da diverso tempo. Per
attuare i propri progetti ordinò una serie di azioni militari, che portarono a scontri e
disordini riappacificati in seguito con grande fatica.
Un 'altra azione attuata da De Vecchi (che comporterà in seguito notevoli conseguenze) fu
l'occupazione della linea dei pozzi d'acqua dell'Ogaden, attuata nel 1925. La linea dei
pozzi, molto importante nell'economia dell'Ogaden per il carattere desertico della zona,
si trovava in territorio etiopico. De Vecchi pose lungo questa linea una serie di presidi
militari, in aperta violazione del confine tracciato da Menelik e Nerazzini nel 1897, che
poneva il limite dei possedimenti italiani a 180 miglia dal mare, mentre i pozzi si
trovavano a 300 miglia. Per evitare tensioni con l'Etiopia, Mussolini ordinò a De Vecchi
di ritirare i presidi dietro il vecchio confine; De Vecchi eseguì gli ordini a metà, nel
senso che arretrò i forti di presidio, ma fece pattugliare da truppe italiane la linea
dei pozzi, controllando così l'intera zona.
Il 1 luglio 1925 la Somalia annesse l'Oltregiuba, che le veniva ceduto dall'Inghilterra
come compenso per l'intervento italiano durante la Prima Guerra Mondiale; l'Oltregiuba non
rappresentava un grande acquisto, perchè il territorio era poverissimo e la stessa
capitale Chisimaio si trovava in pessime condizioni. De Vecchi venne destituito nel 1928.
In quel periodo la situazione dei coloni italiani era molto favorevole, perchè potevano
disporre di ingenti aiuti finanziari da parte del governo e di abbondante mano d'opera
locale, che si trovava in condizioni poco dissimili da quella degli schiavi.
Durante i primi anni di governo, Mussolini elaborò una propria politica coloniale, che
vedeva nell'espansione un mezzo per allentare la pressione demografica in Italia,
indirizzandosi verso l'Africa e gli stati dell'Asia minore, dove si poteva aumentare il
prestigio e il peso politico di una nazione, che si poneva tra le più potenti e che
doveva occupare il posto che le spettava di diritto sulla scena internazionale. Questa
politica coloniale doveva però essere sempre intesa come "Espansionismo",
perchè il carattere rivoluzionario e proletario del Fascismo non avrebbe permesso una
politica Imperialista tipica di stati capitalisti.
Tuttavia Mussolini potè occuparsi personalmente di politica estera solo dopo il 1925,
quando il Regime appare ormai consolidato. Fino a quella data, benchè il Duce detenesse
la carica di Ministro degli Esteri, la direzione politica del Ministero era stata assunta
dal Segretario Generale Salvatore Contarini, che tendeva a rafforzare la posizione
dell'Italia nell'ambito delle intese e delle alleanze esistenti, senza gli atteggiamenti
sovversivi che erano tipici della politica parallela condotta da Mussolini nello stesso
periodo, in netto contrasto con quella ufficiale.
Nel 1925 Mussolini riacquistò il controllo del Ministero e affidò a Dino Grandi il
compito di fascistizzare Palazzo Chigi, manovra che venne favorita dalle dimissioni di
Contarini nel marzo del 1926. Tuttavia i progetti di Mussolini (essenzialmente di stampo
revisionista) non poterono essere messi in pratica a causa della staticità della
situazione internazionale e la politica estera italiana venne a conformarsi con quella
prefascista, basata sull'amicizia con la Gran Bretagna: in questo modo Mussolini ottenne
da Londra diverse concessioni, quali l'Oltregiuba, il riconoscimento della sovranità
italiana sulle isole dell'Egeo, l'occupazione dell'Oasi di Giarabub e un trattato che
divise l'Etiopia in due sfere d'influenza economica, italiana e britannica. Nel corso del
1926 avvenne la svolta in politica estera: in una serie di discorsi, in Italia e in
Tripolitania, Mussolini riaffermò la vocazione espansionistica dell'Italia, riscuotendo
notevole consenso da parte dell'opinione pubblica, principalmente di quella nazionalista.
Queste dichiarazioni suscitarono apprensione all'estero, principalmente in Turchia,
indicata come possibile direttrice d'espansione, che si preparò alla guerra mobilitando
parte dell'esercito, in Francia, dove si temevano le rivendicazioni italiane in Tunisia, e
in Inghilterra, che, tramite l'ambasciatore a Roma William Tyrrele, fa giungere un monito
a Palazzo Chigi. L'opposizione di Francia e Inghilterra, e, in misura maggiore, una serie
di problemi di natura sociale ed economica in Italia, principalmente la rivalutazione
della lira, voluta per scopi politici, a prezzo di un aumento della disoccupazione, di una
pesante deflazione interna, della riduzione dei salari, oltre all'opposizione degli
industriali per niente favorevoli ad un'espansione coloniale, costrinsero Mussolini a
modificare la politica estera, che si assestò su una linea più morbida e diplomatica.
Mussolini accentuò quindi il suo interesse nell'area danubiana e balcanica, per
sovvertire i rapporti di forza in Europa centrale e mise in sordina i propositi di
espansione nel Mediterraneo e nel mar Rosso. Durante questo periodo si giunse ad accordi
con la Francia sulla questione di Tangeri e ci si riavvicinò alla Turchia. Con l'Etiopia,
che in Africa rappresentava l'unica direttrice di espansione in quanto unico stato ancora
indipendente, si accentrò maggiormente lo sforzo di Mussolini e furono stipulati accordi
politici tramite una politica di amicizia e di penetrazione commerciale, che culminarono
con il trattato di amicizia ventennale, firmato nel 1928 con il reggente ras Tafari
Maconnen (il futuro Negus Hailè Selassiè). Il 1929 vide un nuovo cambiamento nella
politica estera italiana, che divenne più aggressiva grazie ai mutamenti avvenuti nella
situazione nazionale e internazionale: il rafforzamento del Regime attraverso i Patti
Lateranensi concordati con il Vaticano, lo sgombero della Renania, la vittoria dei
Laburisti in Inghilterra, la conferenza sul disarmo e la crisi economica degli Stati Uniti
portarono Mussolini ad esprimere la necessità che aveva l'Italia di un proprio Impero e
per questo vennero elaborati progetti espansionistici in direzione dell'Etiopia, verso la
quale la politica di amicizia italiana nascondeva propositi in realtà aggressivi. Inoltre
venne intensificata la repressione in Libia, dove la guerriglia venne stroncata da
Badoglio e Graziani in tre anni, causando diverse migliaia di morti e di deportati.
Vennero minimizzate le concessioni fatte dall'Inghilterra dopo la guerra mondiale
("le quattro palme spelacchiate di Giarabub", "i novantunmila kilometri
quadrati di boscaglia" dell'Oltregiuba, " che parevano ben più il dominio di un
sultano d'antropofagi che non quello di una grande potenza colonizzatrice").
In questo modo l'Italia, all'inizio degli anni Trenta, possedeva una politica coloniale
organica; tuttavia, prima di poter passare all'azione, occorreva avere l'appoggio o almeno
l'assenso di Francia e Inghilterra. Per questo Mussolini iniziò una serie di trattative
diplomatiche con entrambe le potenze, in modo da ottenere i massimi vantaggi, ora dall'una
e ora dall'altra, sia in Europa che in Africa. Infatti Mussolini era sicuro dell'appoggio
di Francia e Inghilterra, come esse erano certe di disporre del suo aiuto sul teatro
europeo per contenere Germania e URSS; questo è testimoniato dal Patto a Quattro del 15
luglio 1933.
Tuttavia, mentre con la Francia si giunse ad accordi (il 7 gennaio 1935) con i quali
l'Italia rinunciava ad ogni pretesa sulla Tunisia ed i Francesi affermavano di non avere
nessun interesse da difendere in Etiopia (fatto che permise a entrambe le nazioni di
disimpegnare le truppe poste ai rispettivi confini), con l'Inghilterra non ci si riuscì
ad accordare, perchè i delegati inglesi affermarono che la propria opinione pubblica non
avrebbe permesso al governo di appoggiare una nazione impegnata in una guerra coloniale, e
questo portò ad un irrigidimento delle relazioni tra i due stati, sebbene l'Inghilterra
non si opporrà mai apertamente all'Italia durante la guerra d'Etiopia.
Dopo essersi assicurato in Europa, Mussolini era libero di dedicarsi ai progetti per la
guerra. Le disposizioni ai governatori delle Colonie e allo Stato Maggiore dell'Esercito
indicano come Mussolini intendesse impegnarsi in una guerra su larga scala, con l'impiego
di un ingente numero di uomini e mezzi per arrivare rapidamente alla vittoria. Per questo
ordinò ai comandanti di muovere le truppe con la massima velocità e di usare tutti i
mezzi a disposizione per sconfiggere il nemico, compresi i gas velenosi. Inoltre Mussolini
modificò le strategie da adottare: mentre i generali intendevano provocare l'offensiva
abissina per ritirarsi su posizioni fortificate dove sconfiggere le truppe etiopiche
grazie alla superiorità dei mezzi italiani e quindi iniziare una vittoriosa
controffensiva, il Duce ordinò una rapida avanzata a partire dall'Eritrea.
Durante la prima metà degli anni '30 vennero quindi elaborati diversi piani d'azione e
venne dato modo all'industria italiana di prepararsi adeguatamente ad una produzione di
guerra.
Il motivo che permise a Mussolini di scatenare la guerra fu l'incidente di Ual-Ual, nel
dicembre 1934. Ual-Ual era un fortino posto lungo la famosa linea dei pozzi d'acqua,
occupata definitivamente dall'Italia nel 1930, nonostante le proteste etiopiche. In
particolare Ual-Ual, con i 359 pozzi d'acqua scavati nelle sue vicinanze, era il più
importante dell'intero Ogaden. Il 22 novembre 1934 giunse ad Ual-Ual un contingente armato
etiope facente parte della commissione Anglo-Egiziana di frontiera (rimasta ad Ado,
giungerà il giorno seguente) composta da ufficiali inglesi e truppe etiopiche. Gli Etiopi
ordinarono ai Dubat del forte (costituito da una trincea di 70 metri di diametro e
contenente le baracche per le truppe) di allontanarsi. I Dubat rifiutarono e comunicarono
la notizia al comando, che provvide a far giungere dei rinforzi. Il giorno seguente
giunsero gli ufficiali inglesi, che videro il loro colloquio con il comandante italiano
interrotto dai ripetuti passaggi di un aereo. Quindi le truppe etiopiche si disposero
intorno al forte, fronteggiate dagli Italiani. La tensione tra le due parti aumentò fino
al punto di provocare un combattimento il 5 dicembre; non si conosce con esattezza chi
sparò per primo, ma gli Italiani, grazie all'appoggio dell'aviazione, riuscirono a
mettere in fuga gli Etiopi. L'incidente di Ual-Ual rappresentava dunque un incidente di
frontiera, ma non era certo dei più gravi (ne accaddero diversi lungo il confine tra il
Sudan inglese e l'Etiopia che rimasero senza conseguenze) e sarebbe potuto essere
ricomposto facilmente.
Tuttavia Mussolini decise di non farsi scappare l'occasione e sfruttò l'incidente,
chiedendo all'Imperatore Hailè Selassiè ingenti riparazioni e dando origine ad una
vertenza internazionale di difficile soluzione. L'Etiopia portò il caso davanti alla
Società delle Nazioni, ma Mussolini era deciso a non venire a patti e si preparava alla
guerra, anche se l'Inghilterra lo sconsigliava da questa decisione, proponendo la nomina
di arbitri per ricomporre la questione. I motivi per i quali Mussolini voleva la guerra
erano sostanzialmente di natura economica e politica: dopo la chiusura dei mercati
danubiani per la ripresa della Germania, il Duce intendeva rilanciare l'economia italiana
trovando un nuovo mercato e una fonte di materie prime; tuttavia questo era solo un motivo
secondario, perchè gli industriali non accolsero con grande gioia la prospettiva di una
guerra coloniale e incominciarono ad interessarsi solo quando giunsero le prime commesse
statali; inoltre l'Etiopia non era particolarmente ricca di materie prime; Mussolini
contava maggiormente sul successo propagandistico che avrebbe avuto una guerra facile e
rapida: la conquista di una colonia avrebbe portati grande consenso al regime fascista
dopo alcuni anni di crisi in cui si intravedevano i primi segni di malcontento; inoltre
avrebbe rafforzato il prestigio politico dell'Italia, dandogli quel posto che gli spettava
tra le grandi nazioni e accontentando in questo modo tutti quegli ambienti nazionalisti ed
imperialisti che reclamavano una politica di potenza; le altre cause, come la diminuzione
della pressione demografica, o quelle di natura sociale erano meno sentite.
Le sanzioni economiche decise dalla Società delle Nazioni nei confronti dell'Italia
quando iniziò la guerra permisero a Mussolini di presentare l'Italia stessa come
perseguitata dalle potenze capitaliste, che le volevano impedire il raggiungimento di
quanto le era dovuto, e fecero schierare l'opinione pubblica, in modo compatto, con il
regime. In realtà le sanzioni economiche non riguardavano i prodotti di maggiore
importanza, come carbone, petrolio e acciaio e venivano scarsamente applicate anche sulle
altre materie; inoltre l'Italia avrebbe potuto rifornirsi presso stati che non aderivano
alla Società delle Nazioni, quali la Germania, il Giappone o gli Stati Uniti.
In questo modo, senza l'opposizione di Francia ed Inghilterra, fu lasciata la massima
libertà di azione all'Italia, mentre non furono dati aiuti di alcun genere all'Etiopia. I
piani di Mussolini prevedevano la presenza di ingenti truppe e la creazione di strutture
di appoggio nelle colonie di Somalia ed Eritrea. Prima della guerra, in Eritrea si
trovavano 110.000 militari italiani, 53.000 Ascari, 35.000 quadrupedi, 4.200
mitragliatrici, 580 cannoni, 126 aerei e 3.600 automezzi; in Somalia c'erano 26.000
soldati italiani, 29.500 Ascari, 7.900 quadrupedi, 1.600 mitragliatrici, 117 cannoni, 38
aerei e 1.850 automezzi. Al termine della campagna si contavano 333.000 militari italiani,
87.000 Ascari, 100.000 lavoratori italiani militarizzati, 10.000 mitragliatrici, 1.100
cannoni, 250 carri armati, 9.000 quadrupedi, 14.000 automezzi e 350 aerei, con quantit...
proporzionali di munizioni, materiali e mezzi tecnici. Gli Abissini potevano disporre dai
200 ai 300 mila guerrieri armati di fucile, senza artiglieria, aerei e mitragliatrici.
Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane mossero dall'Eritrea in Etiopia e iniziarono una
serie di vittorie, che portarono alla conquista di Adua, Axum, Adigrat e Macallè;
tuttavia Mussolini ritenne che il comandante De Bono si muovesse troppo lentamente e lo
silurò, sostituendolo con Badoglio, che tra dicembre e gennaio dovette resistere alla
controffensiva condotta da ras Immirù nello Scirè, da ras Cassà e da ras Sejum nel
Tembien. Tuttavia passò presto al contrattacco e grazie ai notevoli mezzi tecnici
condusse l'attacco principale nell'Endertà contro ras Mulughietà (battaglia di Amba
Aradam), verso il Tembien contro ras Cassà e ras Sejum, quindi contro ras Immirù; infine
mosse verso l'Amba Alagi, dove il 31 marzo respinse l'ultima armata abissina condotta
dallo stesso Hailè Selassiè, a Mai Ceu, sul lago Ascianghi. La strada per Addis Abeba
era aperta e Badoglio vi entrò da trionfatore il 5 maggio. Intanto Graziani aveva
ricevuto il permesso di muovere dalla Somalia e nel gennaio del '36 sconfisse ras Destà e
giunse a Neghelli, dove riorganizzò i servizi e trasferì le truppe a nord, per attaccare
in aprile ad Harrar. Il 9 maggio avvenne l'incontro tra Graziani e Badoglio, che era
giunto da Addis Abeba, alla stazione ferroviaria di Dire Daua. Il 5 maggio Mussolini
proclamò la fine della guerra e il 9 l'Impero, attribuendo la corona di imperatore al re
Vittorio Emanuele III. Il Negus Hailè Selassiè si era rifugiato a Londra.
La guerra italo-etiopica non può essere considerata una semplice guerra coloniale, visto
l'impiego di mezzi e truppe e i riscontri che ebbe nell'opinione pubblica. Gli Abissini
combatterono sempre, tranne in alcune occasioni durante la controffensiva tra dicembre e
gennaio, in condizioni di inferiorità numerica contro un nemico notevolmente meglio
armato ed equipaggiato; per questo e per la convinzione degli Abissini di poter risolvere
la guerra con scontri campali, le battaglie si risolsero in massacri, dove le perdite
etiopiche erano da dieci a venti volte superiori a quelle italiane. I dati sono piuttosto
incerti, ma è possibile affermare che l'Italia tra il 1° gennaio 1935 e il 31 dicembre
1936 ebbe 4350 soldati morti e un numero doppio di feriti, mentre i soldati indigeni
uccisi oscillarono da un minimo di 1593 a un massimo di 4500. La campagna e la sua
preparazione costarono all'Italia 40 miliardi di lire. Secondo fonti italiane, l'Etiopia
avrebbe avuto da 40 a 50 mila perdite sul fronte nord e 15-20 mila sul fronte sud; secondo
fonti etiopiche riportate dal generale Aldo Cambiati, l'Etiopia riuscì a mobilitare sul
finire del '35 circa 500 mila uomini, di cui la metà venne messa fuori combattimento
dagli Italiani e dalle popolazioni locali sottomesse. Per il costo della guerra le fonti
etiopiche presentano una cifra di 26.813.155 sterline, comprendendo in 44 milioni di
sterline il bestiame ucciso o razziato, in 2 milioni il costo delle 2 mila chiese
distrutte o bruciate, in 10 milioni e mezzo il prezzo delle 525 mila case o capanne
distrutte; tutto queste cifre sono incontrollate.
Il 9 maggio Mussolini proclamò l'Impero, che venne diviso in cinque regioni
amministrative sottoposte a governatori (Eritrea, Somalia, Harrar, Galla e Sidamo, Amara),
più la zona circostante Addis Abeba sotto il controllo diretto del vicerè (in un primo
tempo Badoglio, presto rientrato in Italia e sostituito da Graziani). Per decisione di
Mussolini e del Ministro delle Colonie Lessona venne allontanata tutta la vecchia classe
dirigente. Questo atto fu pieno di conseguenze: l'Etiopia era uno stato semi-feudale e
l'associazione dei vecchi capi al nuovo potere, qualora si fossero riconosciuti i loro
privilegi, avrebbe permesso un governo con minor dispendio di energia e di mezzi, perchè
ai vecchi capi allontanati non rimase altra scelta che unirsi alle bande di guerriglieri,
che si erano formate al discioglimento dell'esercito abissino e che di fatto impedivano
agli italiani il controllo del paese. La stessa capitale Addis Abeba era circondata e
tagliata fuori dal resto delle truppe italiane. Inoltre il Negus Hailè Selassiè aveva
ordinato ai propri seguaci di continuare la resistenza.
Mussolini intanto inviava disposizioni telegrafiche per assicurare il controllo del paese,
benchè conoscesse la situazione solo in modo approssimativo; avuta notizia della
formazione di un governo etiopico nella parte occidentale del paese, ordinò a Graziani di
arrestarne tutti i componenti. Graziani, di fatto bloccato in Addis Abeba, temporeggiò
per alcuni giorni, finchè fu costretto a rivelare al Duce la situazione in cui si
trovava, cioè l'impossibilità di muoversi. Intanto Mussolini continuava ad inviare
messaggi: ad es. l'11 maggio ordinò che il re Vittorio Emanuele non dovesse venire
chiamato con il titolo di Negus Neghesti, appartenente ad Hailè Selassiè, ma che il
titolo di imperatore dovesse venire tradotto in Etiopico "QESAR-ZA-ITIOPIA" e in
Arabo "QAISA AL-HABASCIAK"; il titolo di QESAR veniva attribuito dagli Etiopi
agli Imperatori di Roma.
Al termine della guerra il regime fascista potè disporre del massimo consenso in Italia,
ma lo sfruttamento della Colonia avrebbe richiesto notevoli spese ed un lungo periodo di
tempo, e non potè essere intrapresa che in parte. Mussolini ordinò presto di debellare
la guerriglia, presente in tutta l'Etiopia. Tuttavia le truppe italiane si trovarono a
combattere ben presto un nemico sfuggente, che vanificava l'impiego di aviazione e
artiglieria. Per risolvere il problema si presero misure sempre più drastiche, arrivando
a colpire la popolazione che dava appoggio ai ribelli. Venne decisa l' eliminazione della
classe dirigente, arrivando a rinchiudere in campi di concentramento gli indovini e i
preti copti, veicoli di cultura in Etiopia, mentre vennero colpiti anche i monasteri,
sospettati di appoggiare i ribelli: il più illustre di tutti, il monastero di Debra
Libanos, venne raso al suolo e i suoi 297 monaci e 129 diaconi fucilati. Contro i ribelli
ben presto non si esitò ad utilizzare i gas velenosi. Intanto il 30 giugno Hailè
Selassiè si era presentato alla Società delle Nazioni, ma il suo discorso che richiedeva
aiuti ed il mantenimento delle sanzioni economiche (revocate successivamente il 1 luglio)
non venne ascoltato. Questo indica come le potenze europee abbiano incoraggiato la
resistenza etiopica, per poi farle mancare il sostegno adeguato nel momento del bisogno.
Tutte queste considerazioni portano ad affermare che la guerra d'Etiopia può essere
considerata come l'ultima delle guerre coloniali e la prima delle moderne guerre di
liberazione dei popoli afro-asiatici; l'impegno italiano era degno di una guerra europea e
può essere paragonato solo a quello francese in Algeria e in Indocina e a quello
americano in Viet-Nam, con la differenza che gli Abissini non condussero una guerra di
popolo. La facile vittoria fece sopravvalutare le proprie capacità ai comandanti italiani
e all'esercito, che incontrò ben più gravi difficoltà quando si scontrò con l'esercito
inglese.
L'opposizione della popolazione costò all'Italia la perdita della Colonia nel 1941,
quando il Duca d'Aosta fu costretto ad arrendersi alla truppe inglesi inferiori di numero
(Amba Alagi, 17 maggio 1941). Il prezzo della resistenza etiopica può essere stimato
intorno a 75.000 soldati, 18.000 vittime civili, 30.000 dopo l'attentato a Graziani (19
febbraio 1937), 24.000 fucilati dai tribunali militari e 35.000 morti nei campi di
concentramento, 300.000 persone morte di stenti in seguito alla distruzione di villaggi e
di bestiame (5 milioni di bovini, 7 milioni di ovini, 1 milione di cavalli, 700.000
cammelli). Tuttavia queste cifre sono difficilmente controllabili. Nel 1956 il governo
italiano accettò di pagare 6.250.000 sterline, che apparirono non come riparazioni, ma
come assistenza finanziaria e tecnica.
Bibliografia:
Angelo Del Boca, Gli Italiani in Africa orientale, Roma-Bari, Laterza, 1979
Aldo A. Mola, L'Imperialismo italiano, Roma, Ed. Riuniti, 1980
Giorgio Rochat, Il colonialismo italiano, Torino, Loescher, 1974 |