Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 

Biblioteca


I N D I C E

La politica coloniale fascista e la guerra d'Etiopia

Breve saggio sulla politica coloniale italiana nel periodo fascista. Viene fatto particolare riferimento alla guerra d'Etiopia.
E' disponibile il file compresso (documento Microsoft Word) politica.zip di 22 kB.

L'evoluzione della tattica nel gioco del calcio

Articolo che illustra il modo di disporsi in campo delle squadre di calcio dal secolo scorso ai giorni nostri.
E' disponibile il file compresso (documento Microsoft Word) calcio.zip di 51 kB.

Gli dèi dei Germani

Breve compendio di mitologia nordica. Sono elencate le principali divinità con le loro caratteristiche. Vedi anche la pagina della Mitologia nordica.
Disponibile tra breve

L'esercito macedone di Alessandro il Grande

Articolo che spiega la composizione dell'esercito macedone di Alessandro il Grande durante la guerra che l'avrebbe portato a conquistare l'impero persiano.
E' disponibile il file compresso (documento Microsoft Word) esercito.zip di 9 kB.

Armature medioevali

L'evoluzione dell'armamento della cavalleria dall'XI al XVI secolo (con illustrazioni). Tratto dall'articolo "Dentro l'armatura" di Maurizio e Monica Villa.
Sono disponibili il file compresso (documento Microsoft Word) armature.zip di 4601 kB e il file compresso (versione HTML) armature_html.zip di 228 kB.



HOME PAGE



La politica coloniale fascista e la guerra d'Etiopia

Il presente lavoro intende esporre la politica coloniale italiana durante il Fascismo (1922-1945) e la serie di atti che porteranno alla formazione dell'Impero italiano in Africa orientale; saranno fatti particolari riferimenti alla guerra Italo-etiopica (1935-36) e a tutti gli atti politici e diplomatici ad essa connessi.


Non vi furono mutamenti rilevanti in politica coloniale negli ultimi anni dello stato liberale e nei primi di quello fascista, principalmente per due motivi: i ministeri delle Colonie e degli Esteri, a cui era affidata la politica coloniale, non subirono alcun cambiamento di personale e Mussolini giunse al potere senza disporre di una politica coloniale o estera precisa e organica; in questi due campi affermava come gli Italiani fossero "Espansionisti" e non "Imperialisti", intendendo cioè come il destino dell'Italia non fosse quello di aggredire e conquistare paesi stranieri, ma diffondere pacificamente il "genio" italiano mediante i commerci, la cultura e l'emigrazione.

Nei primi anni del Fascismo il principale atto politico nei confronti delle colonie si concretizzò nell'invio in Somalia del Quadrumviro De Vecchi in qualità di governatore e consistette in una specie di punizione per De Vecchi, il cui atteggiamento di critica e minaccia stava diventando imbarazzante e insistenibile per Mussolini, che pensò di mandarlo il più lontano possibile dall'Italia, senza disconoscere i meriti acquistati durante la Marcia su Roma.

De Vecchi sbarcò a Mogadiscio l'8 dicembre 1923 e nei primi discorsi tenuti come governatore ribadì subito la propria fama di "duro". I suoi primi atti consistettero nell'allontanamento da tutti gli uffici governativi dei funzionari legati al vecchio regime e la loro sostituzione con esponenti del partito Fascista. Inoltre, giudicando che la situazione politica somala non fosse adeguata al nuovo regime instaurato in Italia dal Fascismo, decise di sottoporre a più stretto controllo tutto il territorio della Colonia e principalmente i Sultanati della parte settentrionale del paese, formalmente indipendenti, ma di fatto controllati dall'Italia da diverso tempo. Per attuare i propri progetti ordinò una serie di azioni militari, che portarono a scontri e disordini riappacificati in seguito con grande fatica.

Un 'altra azione attuata da De Vecchi (che comporterà in seguito notevoli conseguenze) fu l'occupazione della linea dei pozzi d'acqua dell'Ogaden, attuata nel 1925. La linea dei pozzi, molto importante nell'economia dell'Ogaden per il carattere desertico della zona, si trovava in territorio etiopico. De Vecchi pose lungo questa linea una serie di presidi militari, in aperta violazione del confine tracciato da Menelik e Nerazzini nel 1897, che poneva il limite dei possedimenti italiani a 180 miglia dal mare, mentre i pozzi si trovavano a 300 miglia. Per evitare tensioni con l'Etiopia, Mussolini ordinò a De Vecchi di ritirare i presidi dietro il vecchio confine; De Vecchi eseguì gli ordini a metà, nel senso che arretrò i forti di presidio, ma fece pattugliare da truppe italiane la linea dei pozzi, controllando così l'intera zona.

Il 1 luglio 1925 la Somalia annesse l'Oltregiuba, che le veniva ceduto dall'Inghilterra come compenso per l'intervento italiano durante la Prima Guerra Mondiale; l'Oltregiuba non rappresentava un grande acquisto, perchè il territorio era poverissimo e la stessa capitale Chisimaio si trovava in pessime condizioni. De Vecchi venne destituito nel 1928. In quel periodo la situazione dei coloni italiani era molto favorevole, perchè potevano disporre di ingenti aiuti finanziari da parte del governo e di abbondante mano d'opera locale, che si trovava in condizioni poco dissimili da quella degli schiavi.

Durante i primi anni di governo, Mussolini elaborò una propria politica coloniale, che vedeva nell'espansione un mezzo per allentare la pressione demografica in Italia, indirizzandosi verso l'Africa e gli stati dell'Asia minore, dove si poteva aumentare il prestigio e il peso politico di una nazione, che si poneva tra le più potenti e che doveva occupare il posto che le spettava di diritto sulla scena internazionale. Questa politica coloniale doveva però essere sempre intesa come "Espansionismo", perchè il carattere rivoluzionario e proletario del Fascismo non avrebbe permesso una politica Imperialista tipica di stati capitalisti.

Tuttavia Mussolini potè occuparsi personalmente di politica estera solo dopo il 1925, quando il Regime appare ormai consolidato. Fino a quella data, benchè il Duce detenesse la carica di Ministro degli Esteri, la direzione politica del Ministero era stata assunta dal Segretario Generale Salvatore Contarini, che tendeva a rafforzare la posizione dell'Italia nell'ambito delle intese e delle alleanze esistenti, senza gli atteggiamenti sovversivi che erano tipici della politica parallela condotta da Mussolini nello stesso periodo, in netto contrasto con quella ufficiale.

Nel 1925 Mussolini riacquistò il controllo del Ministero e affidò a Dino Grandi il compito di fascistizzare Palazzo Chigi, manovra che venne favorita dalle dimissioni di Contarini nel marzo del 1926. Tuttavia i progetti di Mussolini (essenzialmente di stampo revisionista) non poterono essere messi in pratica a causa della staticità della situazione internazionale e la politica estera italiana venne a conformarsi con quella prefascista, basata sull'amicizia con la Gran Bretagna: in questo modo Mussolini ottenne da Londra diverse concessioni, quali l'Oltregiuba, il riconoscimento della sovranità italiana sulle isole dell'Egeo, l'occupazione dell'Oasi di Giarabub e un trattato che divise l'Etiopia in due sfere d'influenza economica, italiana e britannica. Nel corso del 1926 avvenne la svolta in politica estera: in una serie di discorsi, in Italia e in Tripolitania, Mussolini riaffermò la vocazione espansionistica dell'Italia, riscuotendo notevole consenso da parte dell'opinione pubblica, principalmente di quella nazionalista. Queste dichiarazioni suscitarono apprensione all'estero, principalmente in Turchia, indicata come possibile direttrice d'espansione, che si preparò alla guerra mobilitando parte dell'esercito, in Francia, dove si temevano le rivendicazioni italiane in Tunisia, e in Inghilterra, che, tramite l'ambasciatore a Roma William Tyrrele, fa giungere un monito a Palazzo Chigi. L'opposizione di Francia e Inghilterra, e, in misura maggiore, una serie di problemi di natura sociale ed economica in Italia, principalmente la rivalutazione della lira, voluta per scopi politici, a prezzo di un aumento della disoccupazione, di una pesante deflazione interna, della riduzione dei salari, oltre all'opposizione degli industriali per niente favorevoli ad un'espansione coloniale, costrinsero Mussolini a modificare la politica estera, che si assestò su una linea più morbida e diplomatica.

Mussolini accentuò quindi il suo interesse nell'area danubiana e balcanica, per sovvertire i rapporti di forza in Europa centrale e mise in sordina i propositi di espansione nel Mediterraneo e nel mar Rosso. Durante questo periodo si giunse ad accordi con la Francia sulla questione di Tangeri e ci si riavvicinò alla Turchia. Con l'Etiopia, che in Africa rappresentava l'unica direttrice di espansione in quanto unico stato ancora indipendente, si accentrò maggiormente lo sforzo di Mussolini e furono stipulati accordi politici tramite una politica di amicizia e di penetrazione commerciale, che culminarono con il trattato di amicizia ventennale, firmato nel 1928 con il reggente ras Tafari Maconnen (il futuro Negus Hailè Selassiè). Il 1929 vide un nuovo cambiamento nella politica estera italiana, che divenne più aggressiva grazie ai mutamenti avvenuti nella situazione nazionale e internazionale: il rafforzamento del Regime attraverso i Patti Lateranensi concordati con il Vaticano, lo sgombero della Renania, la vittoria dei Laburisti in Inghilterra, la conferenza sul disarmo e la crisi economica degli Stati Uniti portarono Mussolini ad esprimere la necessità che aveva l'Italia di un proprio Impero e per questo vennero elaborati progetti espansionistici in direzione dell'Etiopia, verso la quale la politica di amicizia italiana nascondeva propositi in realtà aggressivi. Inoltre venne intensificata la repressione in Libia, dove la guerriglia venne stroncata da Badoglio e Graziani in tre anni, causando diverse migliaia di morti e di deportati. Vennero minimizzate le concessioni fatte dall'Inghilterra dopo la guerra mondiale ("le quattro palme spelacchiate di Giarabub", "i novantunmila kilometri quadrati di boscaglia" dell'Oltregiuba, " che parevano ben più il dominio di un sultano d'antropofagi che non quello di una grande potenza colonizzatrice").

In questo modo l'Italia, all'inizio degli anni Trenta, possedeva una politica coloniale organica; tuttavia, prima di poter passare all'azione, occorreva avere l'appoggio o almeno l'assenso di Francia e Inghilterra. Per questo Mussolini iniziò una serie di trattative diplomatiche con entrambe le potenze, in modo da ottenere i massimi vantaggi, ora dall'una e ora dall'altra, sia in Europa che in Africa. Infatti Mussolini era sicuro dell'appoggio di Francia e Inghilterra, come esse erano certe di disporre del suo aiuto sul teatro europeo per contenere Germania e URSS; questo è testimoniato dal Patto a Quattro del 15 luglio 1933.

Tuttavia, mentre con la Francia si giunse ad accordi (il 7 gennaio 1935) con i quali l'Italia rinunciava ad ogni pretesa sulla Tunisia ed i Francesi affermavano di non avere nessun interesse da difendere in Etiopia (fatto che permise a entrambe le nazioni di disimpegnare le truppe poste ai rispettivi confini), con l'Inghilterra non ci si riuscì ad accordare, perchè i delegati inglesi affermarono che la propria opinione pubblica non avrebbe permesso al governo di appoggiare una nazione impegnata in una guerra coloniale, e questo portò ad un irrigidimento delle relazioni tra i due stati, sebbene l'Inghilterra non si opporrà mai apertamente all'Italia durante la guerra d'Etiopia.

Dopo essersi assicurato in Europa, Mussolini era libero di dedicarsi ai progetti per la guerra. Le disposizioni ai governatori delle Colonie e allo Stato Maggiore dell'Esercito indicano come Mussolini intendesse impegnarsi in una guerra su larga scala, con l'impiego di un ingente numero di uomini e mezzi per arrivare rapidamente alla vittoria. Per questo ordinò ai comandanti di muovere le truppe con la massima velocità e di usare tutti i mezzi a disposizione per sconfiggere il nemico, compresi i gas velenosi. Inoltre Mussolini modificò le strategie da adottare: mentre i generali intendevano provocare l'offensiva abissina per ritirarsi su posizioni fortificate dove sconfiggere le truppe etiopiche grazie alla superiorità dei mezzi italiani e quindi iniziare una vittoriosa controffensiva, il Duce ordinò una rapida avanzata a partire dall'Eritrea.

Durante la prima metà degli anni '30 vennero quindi elaborati diversi piani d'azione e venne dato modo all'industria italiana di prepararsi adeguatamente ad una produzione di guerra.

Il motivo che permise a Mussolini di scatenare la guerra fu l'incidente di Ual-Ual, nel dicembre 1934. Ual-Ual era un fortino posto lungo la famosa linea dei pozzi d'acqua, occupata definitivamente dall'Italia nel 1930, nonostante le proteste etiopiche. In particolare Ual-Ual, con i 359 pozzi d'acqua scavati nelle sue vicinanze, era il più importante dell'intero Ogaden. Il 22 novembre 1934 giunse ad Ual-Ual un contingente armato etiope facente parte della commissione Anglo-Egiziana di frontiera (rimasta ad Ado, giungerà il giorno seguente) composta da ufficiali inglesi e truppe etiopiche. Gli Etiopi ordinarono ai Dubat del forte (costituito da una trincea di 70 metri di diametro e contenente le baracche per le truppe) di allontanarsi. I Dubat rifiutarono e comunicarono la notizia al comando, che provvide a far giungere dei rinforzi. Il giorno seguente giunsero gli ufficiali inglesi, che videro il loro colloquio con il comandante italiano interrotto dai ripetuti passaggi di un aereo. Quindi le truppe etiopiche si disposero intorno al forte, fronteggiate dagli Italiani. La tensione tra le due parti aumentò fino al punto di provocare un combattimento il 5 dicembre; non si conosce con esattezza chi sparò per primo, ma gli Italiani, grazie all'appoggio dell'aviazione, riuscirono a mettere in fuga gli Etiopi. L'incidente di Ual-Ual rappresentava dunque un incidente di frontiera, ma non era certo dei più gravi (ne accaddero diversi lungo il confine tra il Sudan inglese e l'Etiopia che rimasero senza conseguenze) e sarebbe potuto essere ricomposto facilmente.

Tuttavia Mussolini decise di non farsi scappare l'occasione e sfruttò l'incidente, chiedendo all'Imperatore Hailè Selassiè ingenti riparazioni e dando origine ad una vertenza internazionale di difficile soluzione. L'Etiopia portò il caso davanti alla Società delle Nazioni, ma Mussolini era deciso a non venire a patti e si preparava alla guerra, anche se l'Inghilterra lo sconsigliava da questa decisione, proponendo la nomina di arbitri per ricomporre la questione. I motivi per i quali Mussolini voleva la guerra erano sostanzialmente di natura economica e politica: dopo la chiusura dei mercati danubiani per la ripresa della Germania, il Duce intendeva rilanciare l'economia italiana trovando un nuovo mercato e una fonte di materie prime; tuttavia questo era solo un motivo secondario, perchè gli industriali non accolsero con grande gioia la prospettiva di una guerra coloniale e incominciarono ad interessarsi solo quando giunsero le prime commesse statali; inoltre l'Etiopia non era particolarmente ricca di materie prime; Mussolini contava maggiormente sul successo propagandistico che avrebbe avuto una guerra facile e rapida: la conquista di una colonia avrebbe portati grande consenso al regime fascista dopo alcuni anni di crisi in cui si intravedevano i primi segni di malcontento; inoltre avrebbe rafforzato il prestigio politico dell'Italia, dandogli quel posto che gli spettava tra le grandi nazioni e accontentando in questo modo tutti quegli ambienti nazionalisti ed imperialisti che reclamavano una politica di potenza; le altre cause, come la diminuzione della pressione demografica, o quelle di natura sociale erano meno sentite.

Le sanzioni economiche decise dalla Società delle Nazioni nei confronti dell'Italia quando iniziò la guerra permisero a Mussolini di presentare l'Italia stessa come perseguitata dalle potenze capitaliste, che le volevano impedire il raggiungimento di quanto le era dovuto, e fecero schierare l'opinione pubblica, in modo compatto, con il regime. In realtà le sanzioni economiche non riguardavano i prodotti di maggiore importanza, come carbone, petrolio e acciaio e venivano scarsamente applicate anche sulle altre materie; inoltre l'Italia avrebbe potuto rifornirsi presso stati che non aderivano alla Società delle Nazioni, quali la Germania, il Giappone o gli Stati Uniti.

In questo modo, senza l'opposizione di Francia ed Inghilterra, fu lasciata la massima libertà di azione all'Italia, mentre non furono dati aiuti di alcun genere all'Etiopia. I piani di Mussolini prevedevano la presenza di ingenti truppe e la creazione di strutture di appoggio nelle colonie di Somalia ed Eritrea. Prima della guerra, in Eritrea si trovavano 110.000 militari italiani, 53.000 Ascari, 35.000 quadrupedi, 4.200 mitragliatrici, 580 cannoni, 126 aerei e 3.600 automezzi; in Somalia c'erano 26.000 soldati italiani, 29.500 Ascari, 7.900 quadrupedi, 1.600 mitragliatrici, 117 cannoni, 38 aerei e 1.850 automezzi. Al termine della campagna si contavano 333.000 militari italiani, 87.000 Ascari, 100.000 lavoratori italiani militarizzati, 10.000 mitragliatrici, 1.100 cannoni, 250 carri armati, 9.000 quadrupedi, 14.000 automezzi e 350 aerei, con quantit... proporzionali di munizioni, materiali e mezzi tecnici. Gli Abissini potevano disporre dai 200 ai 300 mila guerrieri armati di fucile, senza artiglieria, aerei e mitragliatrici.

Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane mossero dall'Eritrea in Etiopia e iniziarono una serie di vittorie, che portarono alla conquista di Adua, Axum, Adigrat e Macallè; tuttavia Mussolini ritenne che il comandante De Bono si muovesse troppo lentamente e lo silurò, sostituendolo con Badoglio, che tra dicembre e gennaio dovette resistere alla controffensiva condotta da ras Immirù nello Scirè, da ras Cassà e da ras Sejum nel Tembien. Tuttavia passò presto al contrattacco e grazie ai notevoli mezzi tecnici condusse l'attacco principale nell'Endertà contro ras Mulughietà (battaglia di Amba Aradam), verso il Tembien contro ras Cassà e ras Sejum, quindi contro ras Immirù; infine mosse verso l'Amba Alagi, dove il 31 marzo respinse l'ultima armata abissina condotta dallo stesso Hailè Selassiè, a Mai Ceu, sul lago Ascianghi. La strada per Addis Abeba era aperta e Badoglio vi entrò da trionfatore il 5 maggio. Intanto Graziani aveva ricevuto il permesso di muovere dalla Somalia e nel gennaio del '36 sconfisse ras Destà e giunse a Neghelli, dove riorganizzò i servizi e trasferì le truppe a nord, per attaccare in aprile ad Harrar. Il 9 maggio avvenne l'incontro tra Graziani e Badoglio, che era giunto da Addis Abeba, alla stazione ferroviaria di Dire Daua. Il 5 maggio Mussolini proclamò la fine della guerra e il 9 l'Impero, attribuendo la corona di imperatore al re Vittorio Emanuele III. Il Negus Hailè Selassiè si era rifugiato a Londra.

La guerra italo-etiopica non può essere considerata una semplice guerra coloniale, visto l'impiego di mezzi e truppe e i riscontri che ebbe nell'opinione pubblica. Gli Abissini combatterono sempre, tranne in alcune occasioni durante la controffensiva tra dicembre e gennaio, in condizioni di inferiorità numerica contro un nemico notevolmente meglio armato ed equipaggiato; per questo e per la convinzione degli Abissini di poter risolvere la guerra con scontri campali, le battaglie si risolsero in massacri, dove le perdite etiopiche erano da dieci a venti volte superiori a quelle italiane. I dati sono piuttosto incerti, ma è possibile affermare che l'Italia tra il 1° gennaio 1935 e il 31 dicembre 1936 ebbe 4350 soldati morti e un numero doppio di feriti, mentre i soldati indigeni uccisi oscillarono da un minimo di 1593 a un massimo di 4500. La campagna e la sua preparazione costarono all'Italia 40 miliardi di lire. Secondo fonti italiane, l'Etiopia avrebbe avuto da 40 a 50 mila perdite sul fronte nord e 15-20 mila sul fronte sud; secondo fonti etiopiche riportate dal generale Aldo Cambiati, l'Etiopia riuscì a mobilitare sul finire del '35 circa 500 mila uomini, di cui la metà venne messa fuori combattimento dagli Italiani e dalle popolazioni locali sottomesse. Per il costo della guerra le fonti etiopiche presentano una cifra di 26.813.155 sterline, comprendendo in 44 milioni di sterline il bestiame ucciso o razziato, in 2 milioni il costo delle 2 mila chiese distrutte o bruciate, in 10 milioni e mezzo il prezzo delle 525 mila case o capanne distrutte; tutto queste cifre sono incontrollate.

Il 9 maggio Mussolini proclamò l'Impero, che venne diviso in cinque regioni amministrative sottoposte a governatori (Eritrea, Somalia, Harrar, Galla e Sidamo, Amara), più la zona circostante Addis Abeba sotto il controllo diretto del vicerè (in un primo tempo Badoglio, presto rientrato in Italia e sostituito da Graziani). Per decisione di Mussolini e del Ministro delle Colonie Lessona venne allontanata tutta la vecchia classe dirigente. Questo atto fu pieno di conseguenze: l'Etiopia era uno stato semi-feudale e l'associazione dei vecchi capi al nuovo potere, qualora si fossero riconosciuti i loro privilegi, avrebbe permesso un governo con minor dispendio di energia e di mezzi, perchè ai vecchi capi allontanati non rimase altra scelta che unirsi alle bande di guerriglieri, che si erano formate al discioglimento dell'esercito abissino e che di fatto impedivano agli italiani il controllo del paese. La stessa capitale Addis Abeba era circondata e tagliata fuori dal resto delle truppe italiane. Inoltre il Negus Hailè Selassiè aveva ordinato ai propri seguaci di continuare la resistenza.

Mussolini intanto inviava disposizioni telegrafiche per assicurare il controllo del paese, benchè conoscesse la situazione solo in modo approssimativo; avuta notizia della formazione di un governo etiopico nella parte occidentale del paese, ordinò a Graziani di arrestarne tutti i componenti. Graziani, di fatto bloccato in Addis Abeba, temporeggiò per alcuni giorni, finchè fu costretto a rivelare al Duce la situazione in cui si trovava, cioè l'impossibilità di muoversi. Intanto Mussolini continuava ad inviare messaggi: ad es. l'11 maggio ordinò che il re Vittorio Emanuele non dovesse venire chiamato con il titolo di Negus Neghesti, appartenente ad Hailè Selassiè, ma che il titolo di imperatore dovesse venire tradotto in Etiopico "QESAR-ZA-ITIOPIA" e in Arabo "QAISA AL-HABASCIAK"; il titolo di QESAR veniva attribuito dagli Etiopi agli Imperatori di Roma.

Al termine della guerra il regime fascista potè disporre del massimo consenso in Italia, ma lo sfruttamento della Colonia avrebbe richiesto notevoli spese ed un lungo periodo di tempo, e non potè essere intrapresa che in parte. Mussolini ordinò presto di debellare la guerriglia, presente in tutta l'Etiopia. Tuttavia le truppe italiane si trovarono a combattere ben presto un nemico sfuggente, che vanificava l'impiego di aviazione e artiglieria. Per risolvere il problema si presero misure sempre più drastiche, arrivando a colpire la popolazione che dava appoggio ai ribelli. Venne decisa l' eliminazione della classe dirigente, arrivando a rinchiudere in campi di concentramento gli indovini e i preti copti, veicoli di cultura in Etiopia, mentre vennero colpiti anche i monasteri, sospettati di appoggiare i ribelli: il più illustre di tutti, il monastero di Debra Libanos, venne raso al suolo e i suoi 297 monaci e 129 diaconi fucilati. Contro i ribelli ben presto non si esitò ad utilizzare i gas velenosi. Intanto il 30 giugno Hailè Selassiè si era presentato alla Società delle Nazioni, ma il suo discorso che richiedeva aiuti ed il mantenimento delle sanzioni economiche (revocate successivamente il 1 luglio) non venne ascoltato. Questo indica come le potenze europee abbiano incoraggiato la resistenza etiopica, per poi farle mancare il sostegno adeguato nel momento del bisogno.

Tutte queste considerazioni portano ad affermare che la guerra d'Etiopia può essere considerata come l'ultima delle guerre coloniali e la prima delle moderne guerre di liberazione dei popoli afro-asiatici; l'impegno italiano era degno di una guerra europea e può essere paragonato solo a quello francese in Algeria e in Indocina e a quello americano in Viet-Nam, con la differenza che gli Abissini non condussero una guerra di popolo. La facile vittoria fece sopravvalutare le proprie capacità ai comandanti italiani e all'esercito, che incontrò ben più gravi difficoltà quando si scontrò con l'esercito inglese.

L'opposizione della popolazione costò all'Italia la perdita della Colonia nel 1941, quando il Duca d'Aosta fu costretto ad arrendersi alla truppe inglesi inferiori di numero (Amba Alagi, 17 maggio 1941). Il prezzo della resistenza etiopica può essere stimato intorno a 75.000 soldati, 18.000 vittime civili, 30.000 dopo l'attentato a Graziani (19 febbraio 1937), 24.000 fucilati dai tribunali militari e 35.000 morti nei campi di concentramento, 300.000 persone morte di stenti in seguito alla distruzione di villaggi e di bestiame (5 milioni di bovini, 7 milioni di ovini, 1 milione di cavalli, 700.000 cammelli). Tuttavia queste cifre sono difficilmente controllabili. Nel 1956 il governo italiano accettò di pagare 6.250.000 sterline, che apparirono non come riparazioni, ma come assistenza finanziaria e tecnica.


Bibliografia:

Angelo Del Boca, Gli Italiani in Africa orientale, Roma-Bari, Laterza, 1979
Aldo A. Mola, L'Imperialismo italiano, Roma, Ed. Riuniti, 1980
Giorgio Rochat, Il colonialismo italiano, Torino, Loescher, 1974



Torna all'indice


L'evoluzione della tattica nel gioco del calcio

Nel corso della sua storia, il calcio ha visto una continua evoluzione del modo in cui i giocatori si disponevano in campo e si scambiavano la palla nella ricerca del traguardo finale, la rete.

Il Metodo

Nelle prime partite di calcio, intorno alla metà del secolo scorso, i giocatori correvano tutti dietro alla palla e chi la conquistava si dirigeva risoluto verso la porta avversaria, cercando di dribblare tutti gli altri giocatori, per fare goal; un po' come fanno ora i bambini all'oratorio. Questa situazione perdurò fino al 30 novembre 1872 quando, nell'incontro disputato a Glasgow tra la squadra scozzese del Queen's Park e una rappresentativa inglese, gli scozzesi si schierarono in campo in un modo nuovo: il portiere, due difensori, due centrocampisti e sei attaccanti; inoltre, invece di correre tutti dietro al pallone, ognuno occupava e controllava una zona del campo e i giocatori si scambiavano la palla ricorrendo meno possibile al dribbling. La partita finì 0 a 0, ma il nuovo modulo di gioco piacque molto e undici anni più tardi la squadra del Cambridge University perfezionò questo schieramento e dispose i propri uomini a piramide: il portiere, due terzini, tre mediani (due laterali e uno al centro del campo) e cinque attaccanti (ala destra, mezzala destra, centrattacco, mezzala sinistra e ala sinistra). Era nata la disposizione classica della squadre di calcio, che ben presto si affermò in tutta la Gran Bretagna e quindi nel mondo intero. Anche adesso, benché non la applichi più nessuno, la possiamo ritrovare nei resoconti sportivi dei giornali quando sono presentate le formazioni. Come nella squadra scozzese che l'aveva ispirato, in questo metodo di gioco (e Metodo fu il nome con il quale divenne famoso) era privilegiata la manovra d'insieme: le individualità dei vari componenti erano subordinate al gioco dell'intera squadra, che così sfruttava al massimo le potenzialità di ogni singolo giocatore.

La nascita del Sistema

Un'altra data capitale nella storia del calcio fu il 25 giugno 1925, quando l'International Board, cioè l'organismo responsabile del regolamento, approvò la nuova regola del fuorigioco: prima di quella data, perché un giocatore fosse in posizione regolare era necessario che almeno tre avversari fossero tra lui e la linea di porta; ora ne bastavano solo due. La norma era stata varata per favorire gli attacchi e mettere in difficoltà le difese e tutti si resero conto che bisognava trovare un nuovo modo di giocare per sfruttare le possibilità che si offrivano agli attaccanti e contemporaneamente rafforzare la difesa. Il primo a proporre uno schieramento innovativo fu Herbert Chapman, manager della squadra inglese dell'Arsenal, che, dietro un suggerimento del giocatore Charlie Buchan, nel 1930 presentò la cosiddetta WM. In questo nuovo schieramento trovavano posto in difesa tre giocatori, chiamati rispettivamente terzino destro, centrale (o stopper) e sinistro, che potevano controllare meglio le fasce laterali; a centrocampo sostavano quattro uomini, due mediani, più arretrati, e due mezzali alle spalle dei tre attaccanti. Se si congiungono con delle linee questi giocatori si può intuire perché questo schieramento venne chiamato WM (leggi: doppiovuemme); un altro nome che assunse fu quello di Sistema. Ma l'innovazione di Chapman non si limitò allo schieramento: infatti nel Sistema ogni giocatore doveva marcare, cioè controllare, il suo diretto avversario, al contrario del Metodo, dove le marcature non erano fisse; anche gli attaccanti dovevano ripiegare per contrastare le avanzate degli avversari. Il compito di costruire il gioco era affidato al quadrilatero dei centrocampisti; questi dovevano privilegiare i passaggi rispetto al dribbling e al tackle (cioè al contrasto), però i passaggi dovevano essere eseguiti in profondità, e non lateralmente, verso un compagno in una zona del campo dove non c'era ancora nessuno.

Le tendenze sudamericane ed europee

Il Sistema si diffuse rapidamente in Gran Bretagna, ma rimase pressoché sconosciuto nel resto del mondo, dove le squadre rimasero fedeli al Metodo, che tuttavia subì qualche modifica per adeguarsi meglio alla nuova regola del fuorigioco (Metodo modificato). Sia in Sud America sia in Europa continentale il compito di marcare le ali avversarie e impedirgli di crossare fu affidato ai mediani laterali. I terzini si disposero "alla Walter", dal nome di due fratelli inglesi che agli inizi del secolo giocavano una davanti all'altro per non essere tagliati fuori da un passaggio in diagonale; al terzino avanzato vennero affidati compiti di rottura su tutto il fronte d'attacco, mentre il terzino arretrato doveva giocare di posizione, come ultimo ostacolo prima del portiere. Il centromediano venne arretrato per assumere compiti di copertura e di coordinamento di tutto il gioco: per questo ruolo di collegamento tra attacco e difesa il centromediano doveva essere un giocatore completo, dotato di intelligenza di gioco, senso della posizione, potenza e precisione del tiro e indiscussa autorità morale in campo; per aiutarlo nella sua azione vennero arretrate anche le mezzali. Con il fuorigioco a tre la manovra conclusiva era elaborata dal centrattacco che impegnava due terzini e permetteva alle mezzali di minacciare la porta avversaria. Con il fuorigioco a due il centrattacco impegnava un solo terzino: bastava che le mezzali gli passassero la palla oltre questo terzino per metterlo in condizione di tirare a rete. Le mezzali non furono più utilizzate da punte avanzate, ma vennero arretrate per permettere il passaggio in profondità (che i Sud Americani lo avevano già elaborato da anni chiamandolo "cortada") al centrattacco o a una delle due ali. Al contrario di quanto accadeva nel Sistema, nel Metodo, anche in quello modificato, l'intera squadra era al servizio di quei giocatori che con pochi movimenti sapevano trasformarsi in una minaccia per la porta avversaria; ma per permettere agli attaccanti di segnare, tutti gli altri giocatori, principalmente i centrocampisti, dovevano sgobbare per tutta la partita.

La diffusione del Sistema e il modello ungherese

In Europa il Sistema si affermò dopo la II Guerra Mondiale, quando le principali squadre, sia club che nazionali, adottarono la WM inglese. Unica eccezione fu l'Ungheria, che accolse solo alcuni accorgimenti del Sistema (i terzini sulle ali, un terzino centrale fisso) e arricchì la sua tradizione con la Diagonale brasiliana e con l'arretramento del centrattacco, facendo delle due mezzali le punte avanzate. La Diagonale era un perfezionamento del Metodo: nella Diagonale il collegamento tra difesa e attacco, anziché dal centromediano, era garantito dal mediano destro, che manovrava spostato dalla sua parte per passare, invece che alle ali, alla mezzala destra, la quale prolungava per il centrattacco e la mezzala sinistra. Le ali servivano a lanciare il trio centrale d'attacco, che si portava avanti una volta impostata l'azione.

L'esplosione del 4-2-4

Il 23 novembre 1953 l'Ungheria si presentò in Inghilterra con una formazione rivoluzionaria: due centravanti, due ali, due mediani e quattro difensori. In questo modo, praticando un gioco veloce e imprevedibile, l'Ungheria polverizzò l'Inghilterra uscendo dal mitico stadio di Wembley con il risultato di 6 a 3. Per la prima volta l'Inghilterra veniva battuta in casa. Era nato un nuovo modo di disporsi in campo: il 4-2-4; il marcamento a zona sostituiva il marcamento a uomo. Cinque anni più tardi il Brasile sanciva la definitiva affermazione del 4-2-4 conquistando, in Svezia, la Coppa del Mondo.

Il marcamento a uomo

A partire dai primordi del calcio si è sempre discusso se fosse meglio controllare strettamente l'avversario incollandogli un difensore alle costole o piuttosto aspettarlo al varco. Nel Metodo la marcatura non era troppo stretta, sia per la netta superiorità degli attaccanti, in numero di cinque, sui due terzini, sia per il fuorigioco a tre che non permetteva agli attaccanti di essere troppo vicini alla porta avversaria. Il Sistema (o WM) aveva introdotto il marcamento a uomo: ogni giocatore doveva controllare il suo diretto avversario e seguirlo per tutto il campo. Questo, se da un lato permetteva, soprattutto in difesa, di controllare strettamente gli avversari, portava alcuni problemi: quando le ali si allargavano molto e il centravanti arretrava, si formava un buco in mezzo alla difesa dove potevano inserirsi i centrocampisti, che non trovavano più alcun ostacolo tra loro e la porta avversaria. Una soluzione poteva essere quella di posizionare un secondo terzino dietro la difesa, come fu effettivamente fatto. Un'altra soluzione era la zona.

La zona

Nella gioco a zona ogni giocatore è responsabile del marcamento dell'avversario che entra nel suo settore di competenza. Questo lascia ai giocatori più libertà per impostare l'azione d'attacco senza ridurre la protezione della porta. Tuttavia la zona, dove i giocatori di solito si dispongono in linea, è vulnerabile ad un lancio in diagonale che tagli fuori i difensori e metta un attaccante veloce in condizioni di battere a rete.

Il Catenaccio

Negli anni Cinquanta tutte le squadre, chi prima chi dopo, adottarono il 4-2-4 e gli allenatori si rimisero a studiare qualche nuova formazione per contenere questo gioco collettivo e redditizio. Nel 1960 lo spagnolo Helenio Herrera, che allenava l'Inter, ideò il Catenaccio, una fortezza difensiva dove erano destinati ad infrangersi gli attacchi avversari. Lo schema del Catenaccio era il seguente: tre attaccanti, due mediani, quattro difensori e dietro a tutti il libero, cioè un giocatore che non aveva compiti di marcatura e che doveva spazzare tutta la zona dietro alla difesa, chiudere tutte le falle ed aiutare i compagni in difficoltà. Il Catenaccio impose un gioco offensivo basato sul contropiede, efficace in difesa ma piuttosto noioso in attacco: troppo frequentemente le partite terminavano zero a zero o comunque con poche reti.

Il 4-3-3: l'apoteosi del libero

Dal compromesso tra lo spirito offensivo del 4-2-4 e il rigore difensivo del Catenaccio agli inizi degli anni Settanta nacque un nuovo schema di gioco: il 4-3-3: tre attaccanti, tre centrocampisti, tre difensori e dietro tutti il famoso libero, che ben presto, soprattutto ad opera dell'Ajax e della Nazionale olandese, divenne il giocatore base della squadra: non più relegato in difesa, ma capace di spostarsi per tutto il campo, impostare le azioni di attacco e perfino concludere a rete.

Il 4-4-2: l'Italia Campione del Mondo

Per sorprendere gli avversari, i tecnici non si accontentarono del 4-3-3 ed escogitarono un nuovo schema, che si affermò a partire dagli anni Ottanta: il 4-4-2. Qui si fece arretrare, in appoggio del centrocampo, una delle due ali, di solito quella destra, che assunse il nome di tornante. Contemporaneamente il terzino sinistro, che giocava sulla stessa fascia del tornante avversario, fu spinto in avanti e talvolta divenne un vero e proprio centrocampista. Con uno schieramento simile l'Italia nel 1982 sconfisse per 3 a 1 la Germania nella finale di Madrid e si aggiudicò il titolo mondiale. Gli ultimi sviluppi del 4-4-2 non parlano più di terzini e di ali, ma di marcatori, giocatori di fascia e punte. Le punte sono i giocatori più avanzati di ogni squadra, di solito due, che vengono presi in consegna dai due marcatori; sulle fasce si affrontano quattro giocatori, due per parte. Tre centrocampisti e un libero, oltre al portiere, occupano gli altri ruoli.

Il 5-3-2 e le tendenze moderne

A partire dai Campionati mondiali svolti in Italia un nuovo schema si è affacciato alla pratica calcistica: il 5-3-2, formato da un libero, due marcatori, due giocatori di fascia, tre centrocampisti e due attaccanti. Attualmente le squadre non usano più un unico schema universale: ciascuna cerca di adottarne uno proprio, modificato alle proprie esigenze specifiche, per cercare imporsi sugli avversari. Tra quelli più usati figurano il 4-3-3, il 4-4-2 e il 5-3-2, a zona o a uomo, anche se quasi tutte le squadre usano la zona-mista: difesa a uomo e centrocampo a zona.

Comunque, indipendentemente dallo schema adottato, per giungere alla vittoria occorre un gruppo compatto e la voglia di vincere; la presenza di uno o due giocatori eccezionali non fa la differenza se il resto della squadra non li sostiene con il loro continuo impegno. Quindi più del singolo conta il gruppo.


Bibliografia:

A. Fugardi, Il calcio dalle origini ad oggi, Roma, Ed. Universale Cappelli, 1973



Torna all'indice


Gli dèi dei Germani

Disponibile tra breve



Torna all'indice


L'esercito macedone di Alessandro il Grande
durante la campagna persiana

L'esercito di Alessandro il Grande era composto da diversi tipi di unità (fanteria pesante e leggera, cavalleria pesante e leggera) che venivano impiegate sul campo di battaglia secondo le caratteristiche e l'armamento. Con questo strumento poderoso e duttile Alessandro riuscì in dieci anni (336 a.C. - 326 a.C.) a conquistare l'Anatolia, la Siria e la Palestina, l'Egitto, la Mesopotamia, l'Altopiano iranico, l'Afganistan, il Turkmenistan, l'Uzbekistan e la Valle dell'Indo, cioè l'intero Impero persiano e oltre, e a formare uno tra gli imperi più vasti della storia.

Fanteria pesante Fanteria degli Eteri
Hypaspisti
Opliti
Fanteria leggera Lanciatori di giavelloto agriani
Arcieri
Cavalleria pesante Eteri
Tessali
Cavalleria leggera Lancieri
Lanciatori di giavellotti peoni e traci


Fanteria degli Eteri o, meno correttamente, Falange (Fanteria pesante): il termine falange infatti si riferisce a una formazione specifica, adottata in battaglia. Il termine, in ogni modo, è liberamente usato per descrivere le sei "taxeis", o reggimenti per usare un termine moderno, di 1500 uomini ciascuna, che formavano la punta di lancia dell'esercito di Alessandro. Queste unità erano composte da nativi macedoni (Eteri significa Compagni, in questo caso del Re), "pezhetairoi" (Compagni a piedi) e "asthelairoi" (Compagni cittadini). Impugnavano la sarissa (cioè una picca), lunga da 4,5 a 6 metri, e indossavano corazze di metallo (probabilmente fatte a semicorazza); portavano anche spade corte, che diventavano necessarie nei corpo a corpo. La sarissa richiedeva, per essere usata, due mani e così lo scudo (detto Pelta, di circa 60 cm. di diametro)era allacciato all'avambraccio di ogni soldato. La falange tipicamente aveva la profondità di almeno otto file di uomini, anche se a Gaugamela furono aumentate fino a sedici. Gli uomini delle file seguenti la prima avevano le sarisse sempre più lunghe, così che al nemico si presentava un muro di ferro; metaforicamente, un effetto a "porcospino". Occasionalmente, queste taxeis adottavano altre formazioni, come il cuneo o la colonna, per adattarsi alla situazione. Erano lenti nei movimenti, ma formavano un solido centro attorno al quale potevano manovrare le altre unità.

Torna alla tabella


Hypaspisti (Fanteria pesante): gli Hypaspisti (Portatori di scudo) devono il loro nome al nobile che portava in battaglia lo scudo del Re. Le tre unità, chiamate "chiliarchiai", erano composte di 1000 uomini ognuna (questo è, senza sorpresa, il significato del nome). L'unità d'élite del corpo faceva parte dell'agema (la Guardia reale). Gli uomini di queste unità erano veterani provati, fidati e spesso di mezza età; erano stimati per la loro resistenza. Erano equipaggiati con stile simile alla falange, ma con picche più corte e senza corazza (che era indossata solo dagli ufficiali). Questo permetteva loro di aumentare la manovrabilità. In battaglia, spesso erano impiegati per fornire un collegamento tra il centro più lento e le più veloci ali di cavalleria; erano usati anche come "forze speciali", ad esempio in azioni notturne. Al culmine dell'assedio di Tiro, gli Hypaspisti guidarono l'attacco.

Torna alla tabella


Opliti (Fanteria pesante): questa era la tradizionale fanteria greca, che combatteva, principalmente, nella formazione a falange, profonda 8 uomini, di nuovo suddivisi in taxeis di 1500 ognuna. Alessandro, come "egemone" (comandante) della Lega greca, disponeva di queste truppe delle varie città-stato greche che aveva, sebbene riluttanti, "alleato" con sé. Erano corazzate più pesantemente dei loro omologhi macedoni, con elmi e schinieri in aggiunta ad un armatura a piastre completa. Le loro picche/lance erano più corte, armi da una mano sola, con una lunghezza di circa 2,5-3 metri; questo permetteva loro di usare un largo scudo di bronzo, legato al braccio con due cinghie, al gomito e al polso. Il loro metodo di combattimento era differente da quello dei reggimenti indigeni macedoni e perciò Alessandro non li usò come truppe di prima linea. A Gaugamela, gli opliti formavano la seconda linea della fanteria ed erano responsabili del tergo della "scatola".

Torna alla tabella


Lanciatori di giavelloto agriani (Fanteria leggera/Truppe da scaramuccia): queste unità, che misuravano 500 uomini ciascuna, erano formate da selvaggi uomini delle tribù di una zona remota della Macedonia. A quanto pare, costituivano una delle unità preferite di Alessandro. La loro corazza, se la impiegavano, era piccola. Di solito usavano giavellotti e spade insieme ad uno scudo piccolo e leggero. Non combattevano in una formazione specifica, ma piuttosto impegnavano continuamente le forze nemiche intatte o inseguivano quelle che fuggivano. Benché armati alla leggera, spesso erano efficaci in modo sorprendente in situazioni d'urto; svolsero idealmente il loro compito principale a Gaugamela contrattaccando i carri persiani.

Torna alla tabella


Arcieri (Truppe da scaramuccia e, molto saltuariamente, Fanteria leggera): in unità di 500, gli arcieri dell'esercito di Alessandro erano composti di indigeni macedoni e mercenari cretesi. Ovviamente non indossavano corazza, portavano spade ma non erano addestrati ad affrontare combattimenti corpo a corpo.

Torna alla tabella


Eteri (Cavalleria pesante): la Cavalleria degli Eteri era formata, principalmente, di nobili macedoni e seguaci del Re (perciò compagni).Gli otto "ilai" (squadroni) erano composti di circa 200-300 uomini ciascuno (dopo il 330 a.C. ogni "ile" verrà diviso in due compagnie). Durante la battaglia di Gaugamela, alcuni Greci sostituirono i Macedoni caduti nel corso della lunga campagna di Alessandro. L'unità d'élite del corpo, l'altra parte dell'agema (come i già menzionati Hypaspisti), cavalcava con lo stesso Alessandro. Indossavano elmi e corazze di metallo, a volte con piastre fissate al braccio superiore. Usavano la pelta e un'arma conosciuta come "xyston", una lancia fatta di legno di corniolo con una lama ad ogni estremità, lunga 3,5 metri e maneggiabile con una sola mano. Dopo la carica iniziale, la lancia, se era rotta, veniva abbandonata, altrimenti era scagliata, in modo da non disarcionare il cavaliere, che quindi usava la spada (Kopis). Questa cavalleria di solito impiegava la formazione "a cuneo" con la punta diretta verso il nemico. Benché incapace di un assalto diretto alla fanteria pesante nemica, poteva facilmente sfruttare le brecce, portando attacchi mortali ai fianchi o alle terga. Il loro ruolo a Gaugamela fu quello tipico, da quando Alessandro provò sempre ad assicurare che fossero in testa all' azione, insieme a lui. Forse l'esempio più lampante di questo fu alla battaglia di Granico, dove Alessandro guidò una carica incredibilmente avventata attraverso il fiume, contro il centro nemico.

Torna alla tabella


Tessali (Cavalleria pesante): i Tessali, un popolo conquistato che era stato "assimilato" nel regno macedone, era abbastanza ricco per permettersi i cavalli e la corazza necessarie a formare unità di cavalleria pesante. Nella composizione erano simili agli Eteri e secondi solo per reputazione. La loro unità d'elite era composta da alcuni tra i nobili più ricchi della Tessaglia. Indossavano pettorale ed elmo, come gli Eteri, maneggiavano due lance lunghe 2,5 metri (una era scagliata) e spade che usavano dopo la carica. Combattevano in formazione chiusa, preferendo la forma romboidale al cuneo degli Eteri. A Gaugamela, come in molte altre battaglie, furono posti all'ala sinistra dell'esercito di Alessandro.

Torna alla tabella


Lancieri (Cavalleria leggera): questi "prodromoi" (esploratori), composti in origine interamente da nativi macedoni, sebbene iniziassero ad accettare Greci tra il loro numero al tempo di Gaugamela, erano organizzati in unità di circa 300 uomini ciascuna. Maneggiavano una lunga sarissa, forse più lunga di quella della Fanteria degli Eteri, così che furono conosciuti come "sarissophoroi". Indossavano una piccola corazza e non avevano possibilità di lancio. Furono protagonisti di una delle azioni chiave a Gaugamela, rompendo il collegamento tra il centrosinistra e l'ala sinistra persiana.

Torna alla tabella


Lanciatori di giavelloto peoni e traci (Cavalleria leggera): queste unità, divise in "ilai" di 200-300 uomini, erano composte dalle tribù all'interno del regno di Macedonia. ( La cavalleria greca alleata fornita ad Alessandro dalle città-stato era simile per composizione a queste unità). Non indossavano alcuna corazza ed erano equipaggiate solo di giavellotti e lungi coltelli; combattevano in ordine aperto. Con un ruolo simile alla Fanteria agriana, il loro scopo tormentare il nemico non rotto e inseguire i nemici in ritirata; non avevano effetto negli urti. (E' noto che i Peoni, almeno, avevano scudi)


Torna alla tabella


Torna all'indice












 

Armature medievali

Breve storia dall'XI al XVI secolo

Cavaliere normanno - c. 1066

La nostra storia inizia nella seconda metà dell'anno mille: il cavaliere di quest'epoca indossa un equipaggiamento che poco é mutato nei secoli precedenti e si compone di usbergo di maglia metallica che protegge il corpo, le braccia, la testa e scende a guisa di camice fino alle ginocchia; una protezione supplementare per il capo é fornita dall'elmo conico dotato di nasale. Il grande scudo a forma di mandorla completa l'equipaggiamento. L'usbergo di maglia, seppur pesante, é flessibile e non intralcia i movimenti, costituisce un'ottima protezione contro le ferite da taglio mentre, proprio a causa della sua flessibilità, é di scarso aiuto nel ridurre i traumi da impatto; la sua efficacia, quale difesa passiva per il corpo, é testimoniata dai numerosi scheletri ritrovati nei siti degli antichi campi di battaglia, la maggioranza dei quali presentava fratture o amputazioni delle gambe, unica parte del corpo non protetta. Nel combattimento a piedi lo scudo viene tenuto davanti al corpo come barriera tra sé e l'avversario e viene utilizzato per bloccare i colpi vibrati alla testa e al corpo, viene anche usato per urtare e spingere il nemico; la spada utilizzata di taglio nelle fasi offensive per vibrare fendenti (colpi dall'alto verso il basso) e tagli (laterali alti, medi o bassi) viene utilizzata difensivamente per proteggere le gambe. Nelle fasi offensive lo scudo si rivela più un intralcio che un valido ausilio: a causa delle sue dimensioni rende estremamente difficoltoso vibrare colpi rovesci, portati cioè facendo compiere alla spada un arco sul proprio lato sinistro, a meno di spostare lo scudo e scoprirsi offrendo così uno splendido bersaglio all'avversario.

Cavaliere normanno - c. 1180

Cavaliere - c. 1225-1250

Negli anni successivi assistiamo a perfezionamenti e piccoli aggiustamenti: all'inizio del XIII secolo il cavaliere é dotato di brache in maglia metallica nonché calze e guanti a muffola dello stesso materiale; la migliorata protezione degli arti inferiori porta ad una riduzione in altezza dello scudo; l'elmo detto pentolare, dapprima a tronco di cono e poi a cuspide, sostituisce l'elmo con semplice nasale, le ginocchiere rigide, sovrapposte alla cotta di maglia, fanno la loro comparsa.

Cavaliere teutonico - c. 1270

Sir Robert Setvans - c. 1306

La vera rivoluzione dell'armatura inizia nel 1300. Dapprima appaiono le alette che, appoggiate alle spalle, si alzano lateralmente a protezione del collo, poco dopo fanno la loro comparsa le prime protezioni rigide per la parte superiore delle braccia, per gli stinchi e per gli avambracci; lo scudo ancora elemento standard nella dotazione del cavaliere ha ormai acquistato la classica forma triangolare di ridotte dimensioni.

Sir John De Creke - c. 1325

Sir Thomas Cawne - c. 1360

Per la fine del XIV secolo il cavaliere é così equipaggiato: scarpe di ferro a protezione dei piedi, schiniere anteriore e posteriore a protezione dello stinco e del polpaccio, ginocchiera con alette laterali, cosciale; queste protezioni metalliche unite tra loro con snodi alle giunture possono eventualmente essere allacciate sopra le brache in cotta di maglia. L'usbergo in maglia metallica protegge ancora il corpo, al di sopra compaiono, soprattutto verso la fine del secolo, corazza pettorale e dorsale o in alternativa e più comune verso metà secolo la cosiddetta cotta di piastre, armatura semi rigida formata da lamine metalliche affiancate e rivettate ad una veste di spesso tessuto che avvolgono la figura. Un faldale di cuoio e successivamente in lamine metalliche protegge inguine, fianchi e posteriore. Anche le braccia, completamente avvolte in maglia metallica, sono rivestite di piastre rigide (cannone superiore, cubitiera e cannone inferiore), le manopole "a clessidra" proteggono mani e polsi. L'elmo a cuspide detto "bacinetto", incorporante la ventaglia che si può abbassare a protezione del volto, ed il camaglio a protezione del collo completano l'equipaggiamento difensivo. A questo punto della sua evoluzione l'armatura ha raggiunto un tale stadio di robustezza ed affidabilità da rendere obsoleto lo scudo, che viene abbandonato, e da costringere il cavaliere a rivoluzionare le armi e le tecniche offensive. I violenti colpi di taglio ora rimbalzano sulle piastre metalliche dell'armatura senza produrre danni rilevanti, se non a lungo termine; per fare fronte a questo problema nascono due soluzioni: la prima consistente nell'evoluzione della spada, la seconda nell'evoluzione delle tecniche di combattimento. La spada si evolve in due direzioni differenti: nel primo caso nasce lo "stocco", spada più corta con lama triangolare spessa vicina alla guardia e molto appuntita, nato con l'intento specifico di colpire di punta nelle zone meno protette delle articolazioni ma adatto anche all'uso di taglio; dai futuri sviluppi di questa lama che andrà vieppiù assottigliandosi nasceranno le lame da scherma dei secoli successivi. La seconda linea di evoluzione della spada porta alla nascita della spada "a mano e mezza", lunga fino a 120 cm. atta ad impugnarsi con una mano e con l'altra mano in ausilio, nata con lo specifico scopo di vibrare colpi più violenti all'avversario. Ulteriori sviluppi in questa direzione porteranno allo spadone a due mani. Le nuove tecniche di combattimento sono ora condizionate pesantemente dalla crescente inefficacia del combattimento in "punta di spada". Abbattere l'avversario con un solo colpo mortale non é più possibile: bisogna agire sulla distanza scardinando le piastre dell'armatura sino ad aprirsi un varco in cui colpire oppure porre l'avversario in condizioni di non nuocere. Queste tecniche, nate sotto la spinta della necessità, si avvalgono grandemente della mano sinistra, ora libera dallo scudo, che viene utilizzata in azioni di "gioco stretto", cioè di combattimento-lotta, comprendenti tecniche di disarmo o spinta, sgambetto, proiezioni atte a buttare a terra l'avversario e renderlo inoffensivo.

Cavaliere italiano - c. 1400

Cavaliere italiano - c. 1425

Nel primo quarto del XV secolo nascono gli spallacci, protezioni composite per le spalle; il faldale continua ad essere utilizzato nell'uso a cavallo mentre per il combattimento a piedi esso viene sostituito da batticoscie e batticulo. L'armatura comincia a specializzarsi e diventa asimmetrica. A cavallo il cavaliere utilizza il braccio sinistro unicamente per tenere le redini, l'arto é protetto da un grosso spallaccio e da una massiccia cubitiera che ne limitano pesantemente la mobilità; il braccio destro, protetto da spallaccio e cubitiera di minori dimensioni, viene utilizzato per impugnare la spada. A piedi il cavaliere utilizza prevalentemente la spada "a mano e mezza" venendo in ciò fortemente ostacolato proprio dalle dimensioni di quegli spallacci e cubitiere preposti alla sua protezione; con questo tipo di armatura diventa difficile persino grattarsi il naso, altro che mulinare una pesante spada nella mischia! Ancora una volta la tecnica di combattimento deve adattarsi alle restrizioni dell'equipaggiamento; i contendenti si affrontano ad una distanza inferiore al metro e mezzo; la spada, nella maggior parte dei colpi, viene utilizzata con la mano destra sull'impugnatura e la sinistra a mezza lama. Nel corpo a corpo il cavaliere tende a utilizzare sempre di più il gioco stretto; la spada colpisce di punta al collo o alle ascelle; oppure con il medio della lama, il pomolo o la guardia attacca al viso o al collo. Il cavaliere spesso incassa volontariamente un colpo senza pararlo, affidando la propria protezione alla robustezza dell'armatura, se ritiene di poter acquisire una posizione vantaggiosa per l'attacco successivo, in uno stile di combattimento simile più ad uno scontro frontale tra tori alla scherma Quanto sopra detto non deve indurre a pensare che tale tipo di combattimento si risolvesse in una pura esibizione di forza bruta; i cavalieri avanzavano, colpivano, indietreggiavano o roteavano in una danza di mortale eleganza, nella quale la tecnica e l'abilità giocava un ruolo fondamentale considerando che la vicinanza dei combattenti costringeva a tempi di reazione estremamente ridotti.

Nei secoli successivi l'armatura subirà unicamente minori migliorie ed adattamenti sino alla fine del 1500 per poi nuovamente alleggerirsi ed infine scomparire.

Johann Friedrich - 1530



Torna all'indice



HOME PAGE