Tertulliano e gli eretici

 


TERTULLIANO

 CONTRO GLI ERETICI

(DE PRAESCRIPTIONE HAERETICORUM)

Traduzione a cura di Gino Mazzoni (1929)


I.  Non si può negare che le eresie esistano e che abbiano una forza.

Lo stato attuale dei nostri tempi fa sì, che noi dobbiamo ben fermare questo punto: ed è quello di consigliarvi, di esortarvi a che voi non vi facciate meraviglia alcuna di queste eresie; esse, di fatto, esistono ed era, infatti, già stato preannunziato che esse sarebbero sorte (1); e poi, perché meravigliarsi perché scalzano e infirmano la saldezza di credenza in taluni spiriti? Esse sono sorte appunto per questo scopo: perché la fede, col dover sopportare violenza di attacchi, ne acquistasse poi fulgore di conferma e sicurezza maggiore (2). Non c’è dunque ragione ed è perfettamente inutile e sciocco che la maggior parte dei fedeli si scandalizzino perché le eresie abbiano preso tanto piede. Quanta azione, potrebbero esse esercitare, se non esistessero? [nessuna]; ma dal momento che vi sono...; quando una data cosa dalla natura ha avuto in sorte un modo qualsiasi di vita, come trova una ragione in essa che giustifichi la sua origine, così acquista quel vigore che la rende attiva e vivace, e non è più possibile allora, per lei, la non esistenza.

II.  In che cosa possa consistere la forza delle eresie, e su chi esse possano eventualmente avere la loro influenza

Fra tutti gli altri modi per i quali la vita dell’uomo è tormentata e magari trova la sua fine, non manca, dopo tutto, la febbre: ebbene noi non proviamo doloroso stupore per nessuno di questi due fatti; né che essa esista, dal momento che esiste realmente, e neppure che essa conduca l’uomo al disfacimento del suo organismo: è proprio per questo che essa ha un’esistenza. Così è riguardo alle eresie, le quali sono sorte per affievolire e per spengere, magari, calore e fulgore di fede; noi, anzi che meravigliarci e provare un certo senso di sgomento ché esse abbiano un tale potere, dovremmo riportare questa nostra impressione di timore, al principio della loro esistenza: finché esse siano, è in loro anche tale potenza; è proprio in quanto che esse hanno siffatta potenza, che possono esistere. 

Ma avviene che dinanzi al fatto della febbre, come ognuno sa, non è in noi tanto un senso di stupore e di meraviglia, quanto un’impressione di ostilità, di ripugnanza, per le cause che la possono produrre e per gli effetti che quella può avere sul nostro corpo, e non possedendo in noi la facoltà di poterla allontanare, almeno ce ne guardiamo e cerchiamo di evitarla, per quanto è possibile. Per le eresie, invece, si nota che, sebbene esse portino la morte nell’anima e un ardore di un fuoco più vorace [della febbre], pur tuttavia vi sono alcuni che preferiscono d’indugiarsi in un certo senso di ammirazione per la potenza che esse sono capaci di sviluppare, piuttosto che cercare di sfuggirle, per tentare di paralizzare la loro capacità penetrativa; e tutto ciò lo fanno, avendo pure la facoltà di sottrarsi alla loro influenza. 

Se smetteranno costoro di meravigliarsi tanto per la potenza delle eresie, finirà che esse verranno a perderla del tutto. Una delle due: o è il fatto della meraviglia che essi provano, che fa scendere appunto certe persone allo scandalo, o è il fatto di provare scandalo che quasi provoca in loro un senso di stupore e di accecamento tale, da far loro credere che, dal momento che le eresie abbiano in se tanta potenza e ardire, significhi che esse non possano provenire che da un qualche principio di verità. Cosa da meravigliare davvero, che quel che è male possieda in se stesso una sua forza. Se non che le eresie, un forte ascendente hanno su coloro che posseggono scarso ardore dì fede (3). È precisamente quel che succede, la maggior parte delle volte, nei combattimenti dei gladiatori, nelle gare di lotta: taluno vince, non perché dotato assolutamente di forza superiore che lo renda veramente invincibile, ma perché il suo competitore è stato privo di qualunque energia e capacità di resistenza: così che anche quello che è riuscito una volta vincitore, se dopo è messo in gara con chi ha robustezza e gagliardia di membra, anche lui sarà costretto a ritirarsi in condizioni di inferiorità: non succede mica diversamente nel campo della eresia: dalla debolezza e dal tepore religioso di alcuni, prendono esse forza e consistenza, ma perdono poi qualunque vigore e ogni fiamma di vita si spenge in loro, se s’imbattono in chi ha nell’animo ben saldo il principio della fede più pura.

III.  Le eresie non fanno che provare costanza e saldezza, di fede, la quale non può, né deve essere abbandonata per alcuni che si allontanano dalla credenza vera cristiana

Bastano alcuni individui, che siano rimasti presi dall’eresia, perché, con gran facilità, si abbandonino alla rovina di una credenza falsa questi ingenui creduloni. Perché quella donna, quell'uomo dalla fede così salda, persone dotate di tanta saggezza e che alla Chiesa avevano dato opera di tanto amore e di tanto zelo, passarono dalla parte degli eretici? Chi è che, ponendosi tale questione, non risponderà a se stesso che quelli che le eresie hanno potuto far deviare dalla retta via, vuoi dire, che non erano da considerarsi veramente ne saggi, né stretti da saldezza di fede, né dediti con tutto l’animo loro alla Chiesa? Ma è proprio una cosa da far molta meraviglia, penso, che da uno, che per il passato sia stato riconosciuto uomo al dì sopra di ogni dubbio e di fede saldissima, dopo ne venga ad uscir fuori uno diverso? Saul, sopra tutti gli altri eccellente, finisce poi coll'essere turbato e sconvolto dal sentimento della gelosia; David, la bontà del quale era secondo quanto il cuore del Signore desiderava (4), sì rese colpevole dì omicidio e di adulterio (5); Salomone ebbe pure da Dio ogni più grande dono di grazia e dì sapienza: ebbene: da donne venne spinto all’idolatria (6). Soltanto al Figlio di Dio fu riservato dì rimanere sempre senza colpa (7). E poi... anche se un vescovo, se un diacono, se una vedova, se una fanciulla, se un dottore, se perfino un martire si allontanano, ammettiamo, dalla regola di fede, basterà forse questo fatto perché l’eresie debbano acquistare carattere di verità? Dobbiamo noi dunque riconoscere il valore della fede dalle persone o le persone dalla fede che esse professano? Non v’ è nessuno che sia sapiente veramente, nessuno che possa dir di possedere purità di fede; nessuno si chiamerà grande, se non il Cristiano; ma nessuno potrà chiamarsi così, se non chi abbia perseverato in questo lume di fede fino agli ultimi giorni della sua vita (8). Tu, data la tua natura di uomo, conosci ciascuno, ma soltanto dalla esteriorità: credi ciò che vedi, ma vedi solo dove il tuo occhio giunge; lungi invece penetra lo sguardo del Signore: dicono i Sacri Libri (9): l’uomo guarda nella faccia del suo simile; è Iddio che penetra e intende l’intimo del cuore umano (10). Ed è così che il Signore conosce quelli che sono Suoi (11), e sradica la pianta che non ha piantato (12), e ci fa vedere come gli ultimi divengono i primi, e tiene in mano un ventilabro, perché vuole che il terreno intorno a Lui sia lindo e puro (13). Prendano pure il volo e se ne vadano lontano, quanto lor piaccia, le pagliuzze di una fede inferma e leggera, appena che esse avranno sentito l’afflato caldo delle tentazioni; tanto più pulita e sana la massa del frumento s’accumulerà allora nel granaio del Signore (14). Non è pur vero che alcuni dei Discepoli dallo stesso Signore si allontanarono quasi di Lui stesso turbati? (15). Ma non per questo gli altri pure crederono di doversi staccare dall’orme Sue: quelli che riconobbero che Costui era il Verbo della vita e che da Dio Egli traeva l’origine Sua, Lo seguirono fedelmente, fino al termine della Sua vita, sebbene il Signore avesse loro offerto il modo di allontanarsi im-punemente da Lui, qualora essi l’avessero voluto (16). Non ha valore alcuno, se un Figello, un Ermogene (17), un Fileto, un Imeneo abbandonarono il loro Apostolo (18): appartenne proprio alla schiera degli Apostoli colui che si rese colpevole di tradimento verso il Signore. Ci meravigliamo noi, se da taluni vengono disertate le Sue Chiese, ma dobbiamo sapere che quello che ci fa veramente, chiaramente Cristiani, è appunto la capacità di perseverare e di soffrire secondo l’esempio che Cristo ci ha lasciato (19). Egli dice: Essi si sono allontanati da noi, ma non furono dei nostri; se alle nostre file fossero veramente appartenuto, costoro sarebbero rimasti fedelmente con noi (20).

IV.  Le eresie sono state preannunziate e siamo stati esortati a sapercene guardare

Siamo piuttosto ricordevoli delle parole del Signore e delle Lettere Apostoliche, le quali ci hanno pur messo in avviso che l’eresie sarebbero nate, e ci dissero pure che sarebbero dovuto esser sfuggite da noi. E come per noi non costituisce ragione di timore alcuno la loro esistenza, così non dobbiamo affatto stupirci della forza che esse posseggono, a causa della quale siamo stati avvertiti di dovercene guardare. Molti lupi rapaci verranno sotto le spoglie di pecore miti e innocenti, ha detto il Signore (21). E che s’intende mai per l’espressione “sotto le spoglie di pecore„ se non la esterna e superficiale professione di fede del nome cristiano? E chi sono “i lupi rapaci„ se non i sostenitori di certe interpretazioni subdole e capziose, che intimamente si nascondono e tentano di disgregare la compattezza della comunità cristiana? Chi sono gli pseudo profeti, se non i predicatori di una dottrina non rispondente a verità (22)? Chi sono gli pseudo apostoli se non coloro che adulterano l’Evangelo? Chi sono gli Anticristi (23) se non gli spiriti ribelli, che così nell’età nostra, come in qualsiasi altro tempo, si schierano contro Gesù? E le eresie faranno proprio questo: con la falsità delle loro dottrine dilanieranno la Chiesa non meno di quanto l’Anticristo la sconvolgerà e la strazierà colla fierezza delle persecuzioni crudeli (24): ma pure una differenza esiste: la persecuzione almeno sa far sbocciare dal suo seno, dei Martiri; l’eresia crea soltanto degli apostati. Proprio per questo anche l’eresie erano necessarie dunque, purché i giusti, i saldi, i costanti venissero in luce, tanto coloro che nel terrore delle persecuzioni hanno saputo tenere fermo e sicuro il loro spirito, quanto quelli che hanno offerto resistenza alle dottrine dell’eresia. E l’Apostolo non vuole che si consideri come gente ormai di fede provata e schietta chi s’è allontanato dalla retta fede, per seguire l’eresia, come invece i nostri avversarî vorrebbero, interpretando a modo loro, falsamente, un’espressione di lui: Portate il vostro esame su ogni cosa e ritenete ciò che è buono (25) „. Ma io osservo: e non è forse possibile ad ognuno, che proceda erroneamente in questo esame, abbandonarsi, per sbaglio, proprio alla scelta di quello che è appunto male?

V.  Le eresie vengono a minare la compattezza e l’unità della Chiesa

L’Apostolo, poi, ha parole di rimprovero per le discussioni e gli scismi (26), i quali, senza dubbio, son mali; ma nello stesso ambito fa rientrare anche le eresie. Il fatto che le unisce a principi cattivi, dimostra all’evidenza che le considera un male e senza dubbio di maggiore entità. Dicendo S. Paolo che egli ha sempre creduto alla possibile esistenza di scismi e di dissensi, perché sapeva pur che dopo sarebbero necessariamente sorte le eresie, dimostra che di fronte ad un male maggiore aveva facilmente creduto alla realtà di un male minore; e non tutto ciò significava, certamente, che egli, rilevando certi mali, avesse voluto affermare che contenessero alcunché di buono nei loro principi; ma, colla prospettiva di tentazioni e di attacchi ancor più gravi, voleva ammonirci come non bisognasse meravigliarci di quelle scissioni, che tendevano a far riconoscere le anime ormai salde e costanti in un principio di fede, cioè coloro che nessuno era riuscito a far deviare dalla retta strada. Se tutto il capitolo mira nel suo spirito a mantenere l’unità della credenza cristiana e a rafforzarla, reprimendo e distruggendo le differenze e i contrasti, dal momento che l’eresie tendono, non in minor misura certamente, a spezzare quella che sia l’unità della fede, come perfettamente gli scismi e gli altri dissensi nel seno di lei, non vi è dubbio che l’Apostolo abbraccia in un medesimo concetto di condanna tanto gli scismi e le discordie, come f eresie. E come egli non approvi affatto coloro che si siano piegati verso principi eretici, lo prova ogni sua parola di esortazione più vivace a che noi li fuggiamo, e l’insegnamento più reciso a che noi, tutti concordemente, affermiamo e sentiamo unità di fede: il che appunto è ciò che l’eresia impedisce.

VI.  Le eresie sono da fuggire in ogni modo

Non è il caso d’insistere più lungamente su tale argomento; sappiamo infatti che è lo stesso Paolo che, scrivendo ai Galati, enumera le eresie tra i peccati carnali (27), e suggerisce poi a Tito (28) di allontanare, di considerare come un reietto, chi sia eretico, e ciò dopo averlo una prima volta avvertito e ammonito, perché un uomo che segue l’eresia è così fuori dalla retta strada, ed è così profondamente guasto, che egli stesso pronunzia da se la sua condanna irrevocabile. Ma in quasi tutto il restante della lettera, parlando dell’opera da compiersi con ogni diligenza, per sfuggire le dottrine false e bugiarde, viene implicitamente a colpire le eresie: la falsità delle dottrine non scaturisce infatti direttamente dall’opera loro? Eresie (29), sono chiamate con parola greca che vuoi dire scelta; scelta che taluno fa allorché o si volge a dar lor vita, oppure a seguirle. Ed è appunto per questo che Paolo disse che l’eretico trova la condanna in se stesso, perché egli stesso s’è scelto quel principio che poi è causa della sua condanna. A noi Cristiani non è concesso, invece, di intromettere, di nostra testa, nessun altro principio ai fondamenti della nostra fede, e neppure seguire o indulgere quello che eventualmente taluno potesse, di proprio arbitrio, avere escogitato nella mente sua. Noi invece abbiamo gli Apostoli, che hanno ripetuto le parole del Signore e non si sono permessi affatto d’aggiungere qualcosa di loro arbitrio: essi hanno accolto da Cristo Signore la dottrina Sua e l’hanno bandita fedelmente alle genti (30). Pertanto, se anche un Angelo, che dai Cieli scendesse, divenisse il banditore di un Vangelo diverso, noi chiameremmo tale predicazione anathèma (31). Già lo Spirito Santo aveva previsto che presso una vergine Filumene (32) sarebbe disceso un angelo di seduzione, ma che si sarebbe trasformato e apparso come un angelo di luce: A pelle, attratto ed ammaliato dai miracoli e dagli atti meravigliosi di lei, introdusse nel seno della Chiesa una dottrina eretica.

VII.  È la filosofia che favorisce le credenze eretiche

Sono queste le dottrine di uomini e di demoni sorte da quel che sia lo spirito della pretesa sapienza mondana, per le orecchie che non sanno trovar pace e tranquillità (33). Il Signore, l’ha chiamata follia tale saggezza, e la stoltezza del mondo ha scelto appunto, per confonder quella che sia l’umana filosofia (34). È la filosofia stessa, invero, che dà materia a quella che si chiama mondana saggezza, dal momento che, con molta libertà e pretesa arroganza, interpreta la natura divina, i suoi disegni e i suoi procedimenti. Diciamolo francamente: le eresie stesse sono quelle che attingono forza e consistenza da tali principi filosofici. È dalla filosofia infatti, che Valentino (35) prende la concezione degli Eoni e di una quantità di forme, di cui non saprei dire neppure il numero: infinite esse sono; e il concetto di una Trinità umana: o non era costui stato discepolo di Platone? E non è da quella stessa fonte, che scaturisce il dio di Marcione (36), preferibile agli altri? almeno ha un carattere di tranquillità; e anche la sua dottrina deriva dagli Stoici. Sono stati gli Epicurei (37) quelli che hanno sostenuto il principio che l’anima è soggetta alla morte, e se tu vuoi negare il principio della resurrezione della carne, tu potrai attingere per questo punto dai dettami di tutti quanti gli antichi filosofi: dove trovi che la materia è uguagliata colla natura di Dio, quivi potrai riconoscere la dottrina di Zenone; ed ecco invece che ti vien fuori Eraclito (38), quando si parli di una divinità che abbia in se natura ignea; è la stessa materia, in fondo, che viene trattata, agitata, e da eretici e da filosofi: donde il male e perché? donde l’uomo e come egli è sorto? Ed ecco il problema che ultimamente Valentino s’è posto: donde Iddio? Deriva dall’Entimesi o dall’Ectroma (39)? O Aristotele, mal facesti, tu, che hai loro insegnato la dialettica, arte abile ugualmente e a costruire e a distruggere, diversa e sfuggevole nelle sue asserzioni, immoderata, sforzata nelle sue congetture; aspra, difficile nelle sue argomentazioni, che crea con facilità contrasti; laboriosa e molesta talvolta a se stessa, che tutto pone in discussione sottile, perché appunto nulla sfugga all’attento e minuzioso esame di lei! Di qui proprio derivano quei racconti favolosi (40), quelle genealogie interminabili, quelle questioni lunghe ed oziose, quelle discussioni sottili, che s’insinuano negli animi come qualcosa di malefico che ti consuma e ti uccide.

L’Apostolo, quando vuole preservarci da quello che è male, ci avverte appunto di star bene in guardia contro l’opera della filosofia: egli la ricorda chiaramente, espressamente: scrive ai Colossesi: Guardatevi, perché non vi sia qualcuno che v’inganni colla filosofia, che, con vane apparenze di verità, non vi tragga fuori dalla retta strada, secondo l’umana tradizione e contrariamente alla provvidenza dello Spirito Santo (41). Paolo era stato in Atene (42), e questa specie di umana sapienza l’aveva ben conosciuta colle relazioni che aveva avuto coi filosofi: pretende essa alla verità, ma non fa che impedire il raggiungimento di questa, e, divisa com’è in una quantità di sette contrastanti intimamente fra loro, da luogo a credenze varie e contraddittorie. Può esservi forse qualcosa di comune fra Atene e Gerusalemme? quale relazione potrà stabilirsi fra la Chiesa e l’accademia (43)? fra gli eretici e i Cristiani? È dal portico di Salomone che la nostra dottrina trae l’origine sua (44); fu lui stesso che ci ha insegnato che Iddio si deve cercare nella semplicità e nella bontà del nostro cuore. Se la vedano un po’ coloro che hanno messo fuori un Cristianesimo stoico, platonico, dialettico. Che bisogno abbiamo noi di ricerche, dopo Gesù Cristo? che cosa dobbiamo richiedere noi, dopo che abbiamo avuto il Vangelo? Noi fermamente crediamo, e non sentiamo più desiderio di credere oltre: perché questo soprattutto è il canone fondamentale della dottrina nostra: il non esservi altra cosa da credere, al di là di ciò che già noi sinceramente crediamo.

VIII.  Cercate e troverete, è stato detto, ma è pur necessario intendere sì valore dell’espressione

Vengo ora dunque a quel punto, su cui si basano i nostri, per giustificare il loro principio di continua ricerca e che gli eretici cercano d’infiltrare, per indurre negli animi dubbi che possono spingerli alle loro credenze: dicono dunque costoro: è stato pur scritto “cercate e voi troverete(Matteo VII. 7); parole del Vangelo queste. Ricordiamo, dunque, quando il Signore pronunziò tale frase: io credo, appunto, che ciò avvenisse agli albori della diffusione della Sua dottrina, quando ancora in tutti era forte il dubbio, se fosse stato Egli veramente il Cristo. Pietro ancora non l’aveva dichiarato “Figlio di Dio (45)„ e Giovanni stesso non aveva ancora avuto l’assoluta sicurezza su di Lui. E fu giustamente che allora si disse: “Cercate e troverete„. Bisognava infatti cercare quello che era ancora sconosciuto: e ciò s’indirizzava ai Giudei (46): era proprio a loro che si rivolgeva questa parola di rimprovero, a loro, dico, che sapevano bene dove cercare Cristo. Hanno costoro, Egli disse, Mosè ed Elia (47); cioè a dire la legge e i profeti, annunziatori del Cristo. Dopo di che, Egli disse altrove apertamente: Esaminate le Sacre Scritture, dalle quali voi attendete la salvezza; sono quelle che parlano di Me: (48) ecco quello che vorrà dire: cercate e troverete. Ed è chiaro anche che quel che segue, riguarda i Giudei: Bussate e vi sarà aperto: prima i Giudei erano stati ligi a Dio, poi, per le loro colpe, allontanati, cominciarono ad esser fuori dalla grazia divina. Ma i gentili mai furono nella casa di Dio, o almeno lo erano come una goccia che cade in un secchio o un granello di polvere in un’aia (49); ma in ogni modo ne erano sempre fuori. Ma colui che è stato sempre al di fuori, come farà a bussare là dove non è mai stato? qual conoscenza potrà avere di una porta che non ha mai oltrepassato, né per entrare, né per uscire? O forse non avverrà piuttosto che busserà colui che saprà d’essere stato oltre quella porta e d’esserne stato poi allontanato, ma che pure conosce bene dove deve bussare?

Così anche il precetto “domandate e riceverete„ conviene bene a coloro che sapevano a chi bisognasse domandare; e avrebbero ricevuto da chi aveva promesso, cioè dal Dio di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, che i gentili non conoscevano, più di quello che non conoscessero le promesse di Lui. Ed era per questo che il Signore parlava al popolo d’Israele: io non sono stato inviato che per le pecorelle smarrite della casa di Israele (50). Egli non gettava ancora ai cani il pane dei Suoi figli (51): Egli ancora non aveva ordinato di camminare, per rintracciare le nazioni tutte; e se pure alla fine comandò ai Discepoli d’andare a insegnare e a portare il Sacramento del Battesimo ai gentili, dopo che costoro avessero ricevuti in sé i doni dello Spirito Santo, del Paraclito, che avrebbe dovuto condurli al lume di ogni più fulgida verità (52), questo tende in fondo allo stesso suo scopo, sempre: che se gli Apostoli stessi, destinati come maestri alle genti, dovevano essi stessi ricevere come loro guida lo Spirito Santo, il Paraclito, tanto più varrà l’espressione “cercate e troverete„ nel nostro riguardo, in quanto la dottrina doveva arrivare a noi direttamente dagli Apostoli, che a loro volta l’attingevano dallo Spirito Santo. Tutte le parole del Signore sono indirizzate a tutti gli uomini, certamente, e attraverso i Giudei sono arrivate a noi; ma nella loro massima parte, esse, dal momento che sono rivolte ai Giudei personalmente, non rappresentano per noi, a dirla con tutta verità, un ammonimento, quanto invece hanno la forza dell’esempio.

IX.  Nulla è da ricercare, dopo che siamo giunti all’intelligenza della dottrina di Cristo

Ma ormai, io, proprio di mia spontanea volontà, mi allontano e abbandono la posizione su cui mi ero posto dianzi. Ecco: il precetto “cercate e troverete (53) „ è rivolto, così, in generale, a tutti; ammettiamo ciò: ma anche pensando così, la forza della mia ragione reclama che io proceda a delle considerazioni, e studi in me stesso la cosa. Non può esistere parola la quale discenda dalla divinità, che manchi di tale carattere di armonia e di coerenza, da doverne cercar solo una difesa formale, senza che non dobbiamo intenderla nel significato più riposto ed intimo dell’espressione. In primo luogo dunque io pongo come base questo principio: Cristo è stato Colui che ha stabilito un fondamento sicuro, unico, organico, cui le genti debbono in ogni modo prestar fede; ed è perciò doveroso farne ricerca, purché ognuno possa, quando questo principio sia stato trovato, prestare ad esso la debita fede. Di questo principio unico, infallibile dunque la ricerca non può avvenire, senza che questa non abbia poi un termine. Bisogna insomma che la ricerca avvenga, finché tu non trovi questa luce di verità; ma quando tu l’abbia scoperta, devi ad essa credere fermamente: e non si domanda poi che tu faccia di più, se non di saper custodire, con ogni diligenza, gelosamente, quello che una volta tu sia arrivato a credere. E fissa stabilmente anche questo punto nell’animo tuo: come non si debba affatto prestare ad altro fede, e perciò, come non sia necessario ricercare altro, dopo che tu abbia potuto trovare e fermare la tua fede nei principi che Cristo ha stabilito: è proprio Lui che non vuole da te altra opera che questa: che tu, appunto, non avanzi nelle tue ricerche al di là di quanto Egli fermò col Suo insegnamento. Ci sarà forse qualcuno che possa sollevare dei dubbi sulla dottrina che Cristo ha tramandato? Ebbene, presso di noi sta, oh! Io sappia costui, quasi in sua propria sede, quella somma di dottrine e d’insegnamenti che il Signore ci ha tramandato. Si; presso di noi! Ed è per questo che io, sicuro della rettitudine del pensier mio, mi faccio avanti pronunziando parole di esortazione per certi Cristiani, purché essi non pensino che sia dovere di far ricerca, anche al di là di quanto essi già prima pensarono che fosse loro obbligo di fare oggetto di ricerca stessa, e non diano quindi all’espressione “cercate e troverete” un’estensione fuori dell’ambito di un criterio logico e giusto. 

X.  La ricerca continua è la prova di non aver mai trovato quello che può soddisfare l’animo nostro

Il procedimento da seguire nella intelligenza di questa espressione, credo che si debba fermare su tre punti: quale sia il soggetto, l’essenza cioè della ricerca, come primo; e poi il tempo, e il modo. Dico, dunque, per quel che riguarda il soggetto, che tu esamini e rifletta bene che cosa sia questo qualcosa da ricercare; per il tempo, quale sia il momento più opportuno per condurre tale ricerca; per il modo, in che cosa, fra quali confini, si debba chiudere questa nostra disamina. Ecco dunque quel che devi ricercare: la dottrina che promulgò Cristo, tu, s’intende, che la debba ricercare finché non l’abbia trovata, e colla mira assoluta di giungere alla conoscenza di quella. E puoi dire d’averla trovata, quando la luce della tua fede si riversa tutta su di lei: se tu non l’avessi trovata, non avresti potuto sentire per lei tanto ardore da prestarle credenza e, d’altra parte, non l’avresti ricercata, se non avessi avuto il desiderio vivissimo di trovarla. Così, se dunque cerchi, spinto dal desiderio grande di trovare, e se a questo s’aggiunge che tu, trovando, sei portato a credere, col principio della fede hai troncato la via ad ogni prolungamento di ricerca, convienilo, e a ogni possibile ulteriore investigazione. Qual sia dunque il risultato stesso della ricerca è ben chiaro e stabilito: questo è il limite, il confine che a te Iddio stesso segnò: Egli non lascia che si abbia credenza in altro, diverso da quanto Egli fissò fermamente; e perciò non permette neppure che si faccia ricerca d’altro, se non della verace dottrina Sua.

Del resto, sono stati tanti quelli che hanno insegnato delle dottrine; e, così stando le cose, dunque, se dobbiamo cercare tanto, per quanto possiamo trovare, noi faremo una ricerca continua, e non arriveremo mai alla vera fede. Quale sarà il punto d’arresto della nostra ricerca? dove potremo fermarci nella nostra indagine e cominciare da questo punto a credere? il frutto di questo nostro continuo investigare presso chi lo troveremo? Ci fermeremo su Marcione forse? Ma anche Valentino ci farà ricordare del precetto “cercate e troverete„; sarà Valentino allora che ci fermerà colla sua dottrina? ma anche Apelle, con una uguale affermazione, eccolo a bussare alla mia mente, e così Ebione, Simone (54), e tutti, uno dopo l’altro, in bell’ordine, non usano davvero di un mezzo diverso, col quale potere infiltrarsi nel mio spirito e cercare di avvicinarmi a loro.

Non potrò trovar più pace in luogo alcuno, dal momento che, dovunque io volga i miei passi, mi sentirò ripetere, “cercate e troverete„; quasi che, così, in nessun luogo e mai più io potessi raggiungere quello che Cristo fermò in questo Suo precetto: che si deve pur ricercare quello cui bisogna tributare poi ardore di fede.

XI.  Si discute sempre sci principio “cercate e troverete”

Ed ecco che impunemente si vaga di errore in errore, come ciechi che vadano brancolando, quando non si cada veramente in qualche cosa di colpevole; per quanto anche questo andar vagando, dì per sé stesso, abbia già qualche cosa di colpevole. Ma andare errando qua e là si può anche fare, nella più completa impunità, da chi poi non lascia decisamente niente di sostanziale. Ma se io ho prestato credenza a quello che pur dovevo credere, e poi di nuovo penso di dovermi dare ad altra ricerca, significa che io ho speranza di poter trovare qualche altra cosa, e ciò non vi sarebbe ragione di sperarlo mai, se non nel caso che io, che pur pensavo di credere, viceversa, non avessi affatto fermezza e fervore di fede; oppure, che io abbia abbandonato quello che precedentemente credevo. Abbandonando dunque i principi cui prima avevo prestato la mia fede, è chiaro che io mi rendo colpevole di apostasia. Lo dirò una volta per tutte: nessuno vi è che possa far ricerca, se non colui che, o non ebbe mai lume di vera fede, o che, avutala, la perdette. Quella vecchietta ricordata nel Vangelo, delle dieci dramme che aveva, ne perse una, e perciò la ricercava; ma appena l’ebbe ritrovata, non la cercò più, naturalmente (55). Un tale non aveva pane, e perciò bussò alla porta di colui al quale egli era vicino; ma quando la porta gli fu aperta ed egli ebbe il pane, smise di picchiare (56). E una povera donna vedova, che non era stata ammessa all’udienza, pregò ripetutamente il giudice, che la volesse ascoltare; ma non pregò più, allorché ella ottenne di esser sentita (57). E cosi è chiaro che c’è pure un limite anche nel rivolgere le nostre richieste, e nel picchiare alla porta altrui, e nella ricerca alla quale noi ci abbandoniamo. A chi domanda sarà dato, così la Scrittura; a chi bussa sarà aperto, e chi cercherà, troverà. Chi insiste nel cercar sempre, intenda, dunque, perché non potrà mai trovare; perché cerca appunto là dove egli non troverà; e colui che picchia, veda perché la porta non si aprirà mai di faccia a lui; perché picchia proprio là dove non vi è alcuno che possa aprire; ed anche è lo stesso per colui che domanda sempre: perché non sarà costui dunque ascoltato? perché chiede a chi non può dare ascolto.

XII.  Non cerchiamo mai oltre quello che può dare la vera luce della Fede

Ammettiamo pure che noi dobbiamo fare ricerca ora e sempre...; ma dove dobbiamo volgere le nostre ricerche? ci dobbiamo voltare agli eretici? ma se presso di loro tutto è contrario, almeno lontanissimo, dalla vera nostra credenza! o se a noi è perfino proibito di avvicinarci a loro! Qual mai servo ci sarà, che speri di ricevere aiuto e sostentamento da persona estranea, per non dir nemica, al suo padrone? E ci sarà forse mai un soldato che da sovrani non amici, per non dir nemici, vada a chieder doni o il compenso in denaro che gli spetta? bisogna, per far questo, che costui sia un disertore, un fuggiasco, un ribelle.

Era pur nell’interno della sua casa che quella vecchierella cercava la dramma smarrita; l’altro, che aveva bisogno di pane, picchiava alla porta del suo vicino, e quella vedovella chiedeva ad un giudice, fosse stato pur severo, ma che non era nemico. Non c’è nessuno che possa essere istruito da ciò che porta in sé un germe di distruzione e dì negazione: nessuno vi è che possa ricever luce da chi vive avvolto nelle tenebre. Cerchiamo dunque, si, ma nel campo che possiamo dir nostro esclusivamente, dai nostri, e in questioni nostre, e guardiamo che si debba trattare solamente di ciò che, pur restando integra e intatta ogni regola di fede, possa esser posto in discussione.

XIII.  La Regola di fede

È proprio questa regola di fede, che noi professiamo come base della difesa nostra: è essa che ci da la linea nella nostra ferma credenza.

Che vi è un Dio solo, creatore del mondo, ne alcun altro al di fuori di Lui. Questi ha tratto il tutto, esistente nell’Universo, dal nulla per mezzo del Verbo Suo, generato al principio delle cose tutte: Figlio Suo fu chiamato questo Verbo, e nel nome di Dio apparve ai Patriarchi sotto varie figure; in ogni tempo fu ascoltato dai Profeti, e di poi discese per lo spirito e virtù di Dio padre, in Maria Vergine, e nel seno di Lei divenne carne e da Essa ebbe vita Gesù Cristo. E nuova legge Egli promulgò alle genti, e formulò una nuova promessa di un Regno dei Cieli; fece dei miracoli, fu posto in croce, ma nel terzo giorno della Sua morte risorse, e ascese in Cielo, dove siede alla destra del Padre Suo; e mandò in terra la potenza dello Spirito Santo, in vece Sua, che fosse la guida di tutti i credenti. Egli poi ritornerà in pieno fulgore di gloria e di luce per prendersi i Santi e condurseli ai frutti della vita eterna e delle celesti promesse, e per giudicare i profani, pronunciando contro di loro la condanna del fuoco eterno, dopo aver compiuta la restituzione dei corpi agli uni e agli altri.

XIV.  La regola dì fede è ciò che pienamente soddisfa l’anima nostra, senza andar più oltre cercando.

Questa è stata la regola che Cristo ha stabilito; ed io ve lo proverò; ed essa non può dar luogo fra noi a controversie o a questioni di sorta, al di fuori di quelle che vengono sollevate dalle eresie, che creano gli eretici. Del resto, se la base della regola di fede resterà inalterata, potrai anche discutere, esaminare, considerare quanto sarà di tuo piacimento, se qualche cosa in essa potrà per te rivestire carattere di ambiguità o sembrarti avvolta in un velo di oscuro. È vero certamente che vi è qualche dotto, nostro fratello, che ha avuto il dono di conoscere i segreti della più profonda saggezza; vi è pur qualcuno, dico, che ha familiarità con chi possiede esperienza di simili questioni; e che è preso, con voi, forse, dal desiderio di ricercare troppo avidamente. Ma, in fondo in fondo, è meglio ignorare qualche cosa, piuttosto che venire poi a conoscere quello che non sì deve, dal momento che tu sai già quello che a te è doveroso sapere. Il Signore ha detto: è la tua fede quella che ti ha salvato (58), non l’esame delle Scritture, che nella tua abilità hai condotto con sottigliezza di spirito critico. In che cosa consiste la fede? nella regola della fede stessa. Essa ha la sua legge, e la salvezza ti viene appunto dall’osservanza scrupolosa di questa: ma l’abilità nell’interpretazione della Scrittura, risiede solo in un principio di curiosità, e il suo prestigio l’attinge solo dal potere acquistare il nome di uomo saggio ed erudito: ma, di fronte alla fede, la ricerca abile e sottile ceda le armi, e la gloria lasci il passo alla salvezza: almeno esse non facciano chiasso e non frappongano ostacoli; se ne stiano in tutta pace. È raggiungere il grado più alto di sapienza, il non saper nulla che possa opporsi o contrastare alla regola dì fede. 

Ebbene; supponiamo ora che gli eretici non siano i nemici dichiarati della verità e che a noi non sia fatto obbligo alcuno di fuggirli; ma che cosa è, insomma, questa nostra relazione con gente che confessa apertamente di dover ricercare ancora (59)? Se essi sono sinceri nell’affermare che ancora hanno ardore di ricerca, ciò significa manifestamente che fino ad ora non hanno trovato niente di sicuro, e perciò anche quelle parti di dottrina che sembrano intanto considerare come inalterabili, non possono, viceversa, convincerci che nell’animo loro non serpeggi il dubbio, perché essi appunto sono sotto l’affanno tormentoso di ricerche nuove. E tu, dunque, che vai cercando, o cristiano, e rivolgi lo sguardo a coloro che pur vanno vagando nella ricerca stessa, tu, con loro, siete avvolti nelle tenebre del dubbio, e, incerti, vi rivolgete a chi sta in maggiore incertezza della vostra, ed è quindi inevitabile che come ciechi, guidati da ciechi, voi precipitiate nell’abisso (60). Ma essi vogliono trarci in inganno e usano di questo mezzo: noi ricerchiamo ancora, dicono; e questo, per far penetrare fra noi i loro scritti, sperando appunto nel nostro intimo turbamento, che potrebbe derivare da questa ansia tormentosa della ricerca; ma dopo, quando hanno fatto tanto di giungere all’animo nostro, ecco che essi tosto si ergono a difensori, a sostenitori di ciò che prima dicevano formare ancora l’oggetto della loro ricerca. A noi dunque sta di confutarli con tanta energia ed efficacia, così che essi sappiano che noi intendiamo sconfessare, non Cristo, ma costoro. Cercano essi ancora? evidente indizio che nulla essi possiedono di sicuro, e se nulla hanno di ben saldo nel loro spirito, essi non hanno mai creduto, e se non hanno avuto sicurezza e fermezza di fede, a loro non s’addice il nome di Cristiani, Hanno forse essi nel loro spirito una base di fede e tuttavia affermano di dover cercare ancora per sostenerla e difenderla? ebbene, ciò significa che costoro, prima di procedere alla difesa della credenza loro, la vengono implicitamente a negare, perché, finché sono dediti a ricercare ancora, riconoscono, confessano di non aver mai fermamente creduto. E chi non può dunque dirsi Cristiano neppure per sé stesso, quanto potrà dirsi, a maggior ragione, nei riguardi nostri? Di quale verità possono parlare coloro che s’avvicinano a lei con l’inganno? possono farsi difensori, sostenitori di una verità, essi che intendono trarre questa stessa dalla menzogna? Ma, si dirà: eppure, anche essi si appoggiano alle Sacre Scritture e da queste pretendono di ricavare ogni argomento di persuasione...; ed è logico infatti: come evidentemente potrebbero parlare di argomenti di fede, se non si appoggiassero alle Scritture Sacre?

XV.  Bisogna energicamente difendersi contro gli eretici

La questione è proprio nel suo momento culminante: qua noi tendevamo, del resto; e con questa trattazione preliminare volevamo appunto dare soltanto inizio a ciò che costituisce il corpo dell’argomento nostro, per giungere poi alla lotta decisa su quei punti nei quali i nostri avversarî sono soliti provocarci. Ecco che essi tirano fuori le Sacre Scritture, e, con questa loro audace sicurezza, lì per lì, possono anche riuscire ad impressionare taluni: nell’accanimento della lotta poi, anche su chi ha forza di resistenza, producono un senso di stanchezza; riescono a fiaccare i deboli e a portarli con loro; quelli poi che non posseggono uno spirito veramente deciso e sicuro, li lasciano in un’intima perplessità e in un dubbio triste e angoscioso. Noi dobbiamo precluder loro questa strada, senza indugio, sopratutto; dobbiamo impedire agli eretici che essi possano scendere a qualunque discussione che riguardi le Sacre Scritture. Se i Libri Sacri costituiscono il fulcro della loro potenza, perché essi se ne possano servire, è necessario prima esaminare e considerare perfettamente a chi spetti il possesso delle Sacre Scritture; e questo, per evitare che di esse possano usufruire coloro ai quali minimamente spettano.

XVI.  Le Sacre Scrittore hanno avuto dagli eretici falsa interpretazione

Potrebbe sembrare eventualmente che, per una certa debolezza, intrinseca alla causa da me sostenuta o per un certo tal qual desiderio di portare la discussione su un campo un po’ diverso, io abbia posto questa questione preliminare: ma dal lato mio militano ragioni fermissime e incrollabili e, sopratutte, questa: che la fede nostra presenta il più assoluto ossequio all’Apostolo Paolo, il quale proibisce decisamente che si facciano discussioni (61), che si presti orecchio a qualunque voce di novità potesse giungerci, e che si abbia in certo modo relazione con chi è macchiato d’eresia, dopo, che noi abbiamo una sola volta cercato di correggerlo (62), e di trarlo dall’errore; non però dopo aver sostenuto con lui discussioni intorno alla diversità di dottrina. Mi pare che in tal modo ogni principio di disputa sia senz’altro dall’Apostolo condannato, dal momento che ci ha proprio indicato egli stesso, come unica ragione di potere avvicinar gli eretici, quella dì tentare una volta dì correggerli: una sola volta dico, ed è chiaro, perché, chi è eretico, non si può considerare Cristiano. Quindi non è con lui da adoperarsi il sistema che si può, invece, usare con chi è Cristiano, di una correzione ripetuta cioè per due o tre volte e alla presenza di due o tre testimoni (63): con lui non c’è ragione di discussione: è solo il dovere di correzione che noi, una volta, possiamo tentare con chi è macchiato di eresia. Ma del resto, e volendo concludere, questa disputa sulle Scritture non credo porti ad utilità alcuna, se non quella di confondere e di turbare il cuore e la mente.

XVII.  Ancora sulla falsa interpretazione che gli eretici fanno dei Libri Sacri

L’eresia non riconosce certe parti delle Sacre Scritture, e quelle che ammette, le travisa secondo quello a cui essa mira, con aggiunte o con sottrazioni: anche se le riconosce dunque in massima, siamo ben lontani dal carattere della assoluta integrità, e quando anche le riconosca talvolta nella loro piena organicità e compattezza, pur tuttavia viene poi a mutarle, dando alle singole espressioni, interpretazioni che fanno deviare dalla verità. È un’offesa alla verità che si compie, sia che il senso venga alterato, sia che l’eretico scriva cosa che non corrisponda al vero: è pur logico del resto e necessario che gli eretici, nel loro stolto e vano congetturare, non vogliano riconoscere m alcun modo giusti, quei punti delle Scritture, dai quali essi verrebbero ad esser convinti di falsa dottrina. Chi segue eresia si basa, certamente, su quei punti, i quali hanno prima tratto, a bella posta, con falsa interpretazione, alle loro dottrine, oppure su quei luoghi che si prestano a questo gioco per il doppio significato che presentano.

A che cosa crederai di arrivare, quale vantaggio pensi di ottenere tu che hai una conoscenza e un’esperienza grande dei Libri Sacri, a discutere cogli eretici, dal momento che costoro non vi sarà parola che non neghino, fra quelle che tu affermi e sostieni? quando la loro difesa si fermerà proprio su quei punti che tu non approverai? Perderai il fiato e null’altro nella disputa che ingaggerai; non raggiungerai scopo alcuno, se non quello d’inquietarti, nel sentire uscire dalle loro labbra tante bestemmie.  

XVIII.  A nulla gioverebbero le discussioni con gli eretici

Pensiamo ora a colui, per il quale, eventualmente, voi affrontate la disputa sulla questione delle Sacre Scritture: perché volete rinsaldare la fede di lui, che oscilla in qualche dubbio? io mi domando: egli si orienterà verso la luce della verità o non piuttosto nuovamente alle credenze eretiche? Egli rimarrà certamente incoraggiato dal fatto che potrà accorgersi benissimo che tu non hai avuto vantaggio alcuno sul tuo avversario: e infatti, essendovi stata tra le parti contendenti forse una stessa efficacia di negazioni e di affermazioni, ma certo un risultato alla pari, costui, dal contrasto cui ha assistito, se ne partirà con nell’anima un’incertezza ancora maggiore, e senza davvero conoscere da qual parte egli debba intendere l’eresia. E poi agli argomenti che noi portiamo contro gli eretici, questi possono, naturalmente, opporcene altri per parte loro, perché ne viene per necessità che essi sostengano che siamo proprio noi a presentare le Scritture alterate o a dare ad esse false interpretazioni: è la verità, infatti, che essi pretenderebbero di difendere, precisamente come la difendiamo realmente noi.

XIX.  Senza scendere a discussioni cogli eretici, i Libri Sacri non sono proprietà assoluta di noi Cristiani?

Non andiamo dunque a ricercare le Sacre Scritture; non dobbiamo noi sostenere discussioni in un campo in cui la vittoria non è possibile riportarla in tutto il suo splendore, ed essa in ogni modo risentirebbe certamente di un carattere di dubbio e d’incertezza. Del resto però, anche se questo studio attento, questo esame condotto sui Libri Sacri, non andasse a finire nella conclusione che ciascuna delle due parti avversarie rimanesse salva sulla sua posizione, prima di tutto, il procedimento normale della questione richiede che si stabilisca definitivamente questo punto: è proprio ciò che rappresenta il fulcro di ogni disputa: chi è il detentore di un principio vero e infallibile di fede? Le Scritture a chi appartengono veramente? Questa norma di vita, questa disciplina, per la quale e dalla quale sorgono i fedeli in Cristo, da chi c’è stata data? Quali uomini ne sono stati i diffusori? Quando e a chi è stata essa affidata? Là dunque, dove si dimostreranno essere i possessori e i seguaci, della disciplina e della più pura e sincera fede cristiana, ivi si potrà dire che si riscontri la luce di verità delle Sacre Scritture, la comprensione esatta di esse, la retta intelligenza, insomma, di ogni cristiana tradizione.

XX. Cristo e gli Apostoli: loro missione

Chiunque sia Gesù Cristo - mi sia permessa, per ora, l’espressione che io uso -, il Signore nostro, Figlio di Dio, qualunque Esso sia, Dio e uomo, qualunque sia la materia di cui Esso, come uomo, si sia rivestito, Maestro di una fede, qualunque essa voglia essere, e che ci assicurò una ricompensa, qualunque essa sia per essere, durante il Suo soggiorno sulla terra, Egli manifestò che cosa fosse, che cosa fosse stato, quale la volontà del Padre Suo, che Egli seguiva, quali i doveri a cui l’uomo doveva piegarsi e che doveva compiere: e tutto ciò Costui lo rendeva chiaro ed aperto, parlando o in mezzo al popolo o ai Suoi discepoli, in disparte. Egli ne aveva prescelti dodici e li teneva sempre presso di se: non si staccarono mai dal fianco del Maestro: li aveva scelti, perché fossero maestri alle genti e diffusori della dottrina divina. Uno di essi fu allontanato, ma agli altri undici, nel ritornare al Padre Suo dopo la Resurrezione, comandò di andare nelle varie regioni del mondo e battezzarle nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (64). E gli Apostoli subito, [questo nome di Apostoli significa appunto inviati, mèssi] in luogo di Giuda, che era stato cacciato, sortirono Mattia come loro dodicesimo compagno (65), secondo quanto anche era stato profetizzato, come si legge nel salmo di David (66). Avendo ricevuto la promessa virtù dello Spirito Santo per compiere i dovuti miracoli e diffondere la fede in ogni linguaggio (67), fu dapprima in Giudea che, fermata la grande parola di fede in Gesù Cristo, stabilirono quivi le prime radunanze di fedeli, e dì poi si sparsero in tutto il mondo e bandirono alle genti il Verbo della nuova credenza, della nuova regola di vita. E Chiese sorsero in ogni città; e da queste trassero e accesero la favella vivace e inestinguibile della dottrina e della fede in Cristo tutte le altre radunanze di fedeli, ed ogni giorno vi attingono forza nuova per poter divenire vere Chiese. Ed ecco che, per questo, esse saranno denominate Apostoliche, come figlie dirette delle Chiese che dagli Apostoli ebbero prima loro origine. Tutto deve portare l’impronta della origine sua, è necessario. Che cosa rappresentano tante Chiese e così importanti, sia pure, se non sempre, quella prima dagli Apostoli fondata e dalla quale hanno poi tratto loro vita e sviluppo le altre tutte? Tutte sono primitive dunque, Apostoliche tutte e tutte insieme non fanno che confermare il principio della maggiore e possente unità: e in esse è la parola perenne di pace e d’amore; fra gli uomini, da esse si parte il principio della più assoluta fratellanza umana, dunque; esse parlano il linguaggio della maggiore e pie affettuosa ospitalità. E questi, che poi sono divenuti veri diritti, non altra regola possono invocare, all’infuori di quella che può derivare da una tradizione unica di uno stesso sacro principio.

XXI.  Fondamento della prescrizione contro gli eretici

È da qui, da ogni considerazione esposta, che noi facciamo movere la nostra prescrizione contro gli eretici. È pure vero che Gesù Cristo inviasse gli Apostoli a predicare la sua dottrina (68). Ebbene: noi non dobbiamo accettare altri, all’infuori di loro, come divulgatori di essa. Chi può conoscere il Padre se non il Figlio Suo e quelli a cui il Figlio lo rivelò (69)? E sembra che a nessun altro, se non agli Apostoli, il Figlio abbia rivelato i! Padre Suo. Ad essi poi dètte l’incarico della predicazione e di divulgare, s’intende, ciò che era stato loro manifestato. Ciò che essi, dunque, bandiscono alle genti, è quello che Cristo rivelò all’intelligenza loro; ed è da questo punto anche che noi possiamo alzare il nostro grido di prescrizione, giacché non deve esser possibile conoscere la verità della dottrina di Cristo, se non ricorrendo alle Chiese che gli Apostoli fondarono e dove essi ammaestrarono i fedeli, sia colla voce viva ed ardente, sia rivolgendosi poi con lettere alle genti. Se dunque le cose stanno esattamente così ne risulta che ogni dottrina, la quale si accordi ai principi di quelle Chiese Apostoliche Madri, sorgenti di ogni fede più pura, si deve riconoscere come veritiera: essa contiene in se, senza dubbio alcuno, ciò che le Chiese attinsero dal labbro degli Apostoli, ciò che a loro volta gli Apostoli colsero dalle labbra di Gesù, ciò che infine Gesù attinse da Dio. E si può affermare, senz’altro, falsa ogni dottrina che si schieri contro la verità della Chiesa e quindi contro la parola degli Apostoli, di Cristo, di Dio. Quello che ci resta da dimostrare è questo appunto: che la dottrina nostra, di cui prima abbiamo dato la regola di fede, trae l’origine sua dalla pura tradizione apostolica e che quindi, posto questo riconoscimento, tutte le altre dottrine sono infirmate come false, poiché traggono loro sorgente da principi non veri. Noi siamo nel rapporto più intimo colle Chiese Aposto-liche, perché la nostra dottrina non è in alcun punto diversa dalla loro: questa è la prova sicura dell’assoluta verità.

XXII.  La dottrina degli Apostoli in tutta la sua importanza

La prova di quanto asseriamo è così chiara che, appena sia apertamente esposta, non c’è affatto bisogno di contrastare in qualche modo. Ma, come se ormai la prova nostra non risplendesse già nel suo fulgore di verità, alla parte avversaria noi vogliamo concedere di mettere fuori gli argomenti loro, dal momento che essi pensano di potere infirmare la nostra prescrizione contro l’eresie. Gli Apostoli non hanno avuto una conoscenza completa di tutta la dottrina del Signore, essi dicono; ecco uno dei loro punti essenziali: ma poi, come scossi intimamente da un accesso di pazzia, cambiano il loro pensiero e, contrariamente a quanto prima avevano sostenuto, affermano che gli Apostoli hanno avuto bensì la conoscenza completa della dottrina del Signore, ma non hanno comunicato, partecipato agli altri la loro dottrina nella sua integrità. Ma, in ambedue i casi, essi gettano biasimo sulla figura di Cristo, il quale avrebbe inviati gli Apostoli o non forniti di una conoscenza assoluta, o avrebbe dato incarico della diffusione della dottrina a spiriti che l’alterarono, forse attraverso la sottigliezza del loro pensiero. Ma chi potrà mai credere, che sia fornito di un retto discernimento, che non siano stati in possesso dell’integrità e della completezza della dottrina, quelli che il Signore scelse a maestri, e che li tenne compagni, con Lui sempre, e Lo seguirono e vissero in compagnia Sua fedelmente? E con loro si confidava di ogni segreto, senza fame parte ad altri, dicendo appunto che a loro solamente sarebbe stato concesso di penetrare i misteri, che li popolo invece non avrebbe dovuto e potuto conoscere (70). Qualcosa sarà dunque rimasta nascosta a Pietro? A Pietro, pietra di quella Chiesa che avrebbe avuto da lui sua consistenza e sua base? Che poteva, ripeto, essere occulto a lui, che aveva avuto le Chiavi del Regno dei Cieli e la facoltà di legare e dì sciogliere sulla terra e nei Cieli (71)? E qualcosa avrà forse potuto rimanere nascosta a Giovanni? Egli era il più caro al Signore suo, fra i Discepoli; egli poté posar la sua testa sul cuore del Signore (72); a lui il Signore, di preferenza, indicò Giuda come quegli che l’avrebbe tradito; Giovanni fu quegli che il Signore indicò a Maria, come chi avrebbe dovuto tenere presso di Lei (73) in luogo del Figliuol Suo. Che cosa poté rimanere occulto a quelli ai quali Egli manifestò il fulgore della Sua gloria, e Mosè ed Elia e la voce stessa del Signore, Padre Suo (74), la quale scendeva dal Cielo? Non che Gesù avesse gli altri Apostoli in minore considerazione, ma perché ogni parola deve stare salda sulla testimonianza di tre (75). Allora ignorarono qualche cosa anche quelli ai quali il Signor nostro, dopo che fu resuscitato, volle, nella Sua immensa bontà, cammin facendo, spiegare tutte le Scritture Sacre (76). 

Aveva sì, detto il Signore una volta: ho molte cose ancora da dirvi, ma voi ora non siete in grado di comprenderle (77): ma aveva anche aggiunto: quando discenderà quello Spirito di luce e di verità, questo stesso vi aprirà la conoscenza ad ogni vero. E così dimostrò chiaramente che non potevano ignorare nulla, coloro ai quali aveva pure assicurato che sarebbero giunti alla conoscenza della verità integralmente, per mezzo dello Spirito Santo, sorgente appunto del vero. E la promessa fu mantenuta e gli Atti degli Apostoli sono lì a provare la discesa dello Spirito Santo (78). Chi non riconosce questa parte delle Sacre Scritture, non può essere dello Spirito Santo, come chi appunto ignora come Esso sia disceso sulla terra, agli Apostoli. E poi, come costoro possono difendere e sostenere in qualche modo la Chiesa di Cristo, dal momento che essi non sanno e quando e da quali principi abbia tratto l’origine sua e la sua forza questo organismo? Ma per gli eretici è preferibile non possedere le prove di quello che essi sostengono, piuttosto che esser costretti, di fronte all’evidenza delle prove, a rinunziare alle falsità che essi inventano.

XXIII.  Accuse degli eretici contro la pretesa ignoranza degli Apostoli

Vogliono essi, ad esempio, addurre come argomento di lor difesa la non perfetta conoscenza che gli Apostoli ebbero della dottrina cristiana e per questo, ricordano come Pietro e i seguaci suoi fossero stati rimproverati da Paolo (79). Appunto, essi dicono, perché qualche differenza d’indirizzo si riscontrava fra loro, onde ne traggono che la conoscenza loro poteva avere una completezza maggiore: come era appunto il caso di Paolo, allorché ebbe parole di rimprovero per chi l'aveva preceduto nell’apostolato. Ma in primo luogo io potrei ben rispondere a questa gente, che non riconosce gli Atti degli Apostoli: voi dovete dimostrare qual sia codesto Paolo e che cosa sia stato prima di essere Apostolo e in qual modo lo sia divenuto, dal momento che è chiaro che costoro si servono dell’autorità sua, moltissimo, anche in altre questioni. È lui stesso che ci dice che da persecutore divenne Apostolo (80), ma questo può anche non essere sufficiente, a chiunque voglia prestar fede a qualcosa, dopo aver bene considerato ed esaminato ogni lato della questione stessa: e poi sappiamo che neppure il Signore fece testimonianza su se stesso (81). Ma supponiamo pure che essi, appunto per credere contrariamente ai dettami delle Scritture, non fondino affatto le loro credenze sulle Scritture stesse; ma ci dimostrino almeno come in seguito al fatto della riprensione rivolta da Paolo a Pietro, sia stata introdotta da Paolo un’altra forma di Vangelo, diversa da quella che Pietro e gli altri Discepoli avevano già insegnato. Ma ben diversamente andò la cosa: la verità fu che Paolo, che da persecutore era divenuto sostenitore e diffusore della dottrina di Cristo, è presentato da fratelli ad altri fratelli: è considerato uno dei loro (82); egli viene dunque accolto da quelli che avevano dagli Apostoli ricevuto il Verbo della fede, viene ammesso nella società loro, e in seguito Paolo, come egli stesso ci racconta (83), per conoscere Pietro, sale a Gerusalemme: era un dovere e un diritto nel tempo medesimo, come quegli che partecipava della stessa fede e della stessa predicazione. E costoro non avrebbero certamente provato un senso di soddisfazione e non avrebbero avuto lieta meraviglia che Paolo, da persecutore, militasse ora nelle file dei predicatori (84) e dei diffonditori della fede, se dalle sue labbra avessero sentito uscire qualcosa di contrario ai principi fondamentali della loro dottrina; e non avrebbero innalzato inni di lode e di gloria al Signore (85), perché Paolo, da nemico accanito, si era poi convertito alla giusta e retta credenza. Ma tutti invece dettero a lui la destra in segno di concordia e di unione, e fra loro (86) regolarono la divisione degli uffici, ma non parlarono affatto di scissione di Vangelo. Non era il caso di pensare che uno dovesse andar predicando un Vangelo, mentre poi un altro dovesse essere il diffusore di una diversa dottrina. No; era la medesima dottrina che doveva andare divulgata fra gruppi di genti diverse; Pietro ai Giudei avrebbe dovuto predicare, Paolo ai gentili. Del resto, se pur fu biasimato Pietro (87), perché egli, pur avendo convissuto con i gentili, dopo si allontanava da loro e stabiliva così differenza di persone, si deve riconoscere che questo non fu difetto di sostanza di dottrina, ma di semplice esteriore convivenza. Ed infatti egli non annunciava davvero un Dio diverso dal Dio Creatore dei Cristiani, ne un altro Cristo, se non Quello che nacque da Maria; non fece brillare altra speranza alla mente dei fedeli, se non quella della Resurrezione.

XXIV.  La perfetta armonia della dottrina di Paolo, che non è, se non la fede di Cristo

Io non ho affatto desiderio, anzi, dirò meglio, io non ho mai avuto un’idea così insana dì voler porre gli Apostoli fra loro in contrasto. Ma dal momento che questa gente degli eretici, nella sua perversità grande, si serve di questa specie dì rimprovero mosso da Paolo a Pietro, quasi per provare e far riconoscere come sospetta la dottrina anteriormente predicata, io prenderò, per così dire, le difese di Pietro e ricorderò che Paolo stesso ha affermato questo: che egli si era fatto tutto con tutti: giudeo con i Giudei, gentile con i gentili, per poterli tutti attrarre a sè. Così, per riguardo a questioni di tempo, di persone, di procedimenti, di modalità diverse, trovavano da ridire e da criticare, mentre poi essi stessi agivano perfettamente nello stesso modo, riguardo ai punti di sopra ricordati. Sarebbe esattamente la medesima cosa come se anche Pietro avesse dovuto usare riprensione con Paolo perché, pur proibendo la circoncisione, egli stesso poi aveva circonciso Timoteo. Per tal risposta se la vedano fra loro quelli che azzardano giudizi e critiche sugli Apostoli. Quel che poi è magnifico, è che Pietro e Paolo rifulgono ugualmente nella luce gloriosa del martirio. 

E sebbene Paolo, rapito fino al Terzo Cielo e trasportato in Paradiso, abbia colà avuto straordinarie rivelazioni, pure queste non rivestirono carattere tale da suggerirgli l’idea di una dottrina diversa, perché quelle conoscenze erano di natura siffatta, da non esser possibile che fossero comunicate e conosciute dagli uomini. Le quali arcane verità o qualche cosa che a ciò s’avvicini, se fossero giunte alla conoscenza di taluno o ci fosse una dottrina eretica che sostenesse appunto di seguire essa questi tali misteriosi e arcani principi; ciò significherebbe che Paolo si rese colpevole di tradire il segreto o altri, rapito in Paradiso dopo di lui, ebbe facoltà di manifestare quegli arcani, che a Paolo non fu concesso neppure di accennare segretamente.

XXV.  Gli Apostoli hanno tutto saputo e tutto insegnato quello che Gesù volle che gli uomini imparassero

Ma, come abbiamo già detto, sarebbe una eguale stoltezza se costoro, dopo aver magari riconosciuto che agli Apostoli nulla è rimasto occulto e che niente di contrario fra dì loro hanno essi predicato, d’altra parte essi stessi sostenessero che gli Apostoli non hanno a tutti ugualmente detto tutto ciò che era a conoscenza loro: così che si verrebbe a riconoscere che alcune partì di dottrina essi l’avrebbero rivelate apertamente a tutti, altre, invece, sarebbero state insegnate a pochi e segretamente; e questa credenza potrebbe scaturire da quello che Paolo disse a Timoteo: ecco l’espressione che egli usò: “O Timoteo, sappi custodire quello che ti è stato confidato (88)„. E, similmente, in altro punto: “Mantieni il prezioso deposito (89)” E di che deposito mai si tratta? è forse qualcosa di così misterioso e peregrino da farci pensare agli arcani di più profonda dottrina? Oppure non fa che parte di quell’esortazione nella quale così si esprime: “O Timoteo, figlio mio, io ti do questo mandato (90) , ; e medesimamente si può pensare che non faccia che parte di quel precetto, dove egli dice: “Dinanzi a Dio, che è spirito vitale di tutte le cose, e dinanzi a Gesù Cristo, che sotto Ponzio Pilato sostenne ferma e nobilissima confessione (91), io mi raccomando a te: sappi custodire quanto ti è stato dato come precetto„ . Si parla di precetto: ma che precetto è mai questo? e quale il consiglio, l’esortazione che a lui rivolge? Da quanto egli dice prima e dall’intelligenza complessiva del testo è chiaro che con tali parole non s’intende minimamente di alludere a dottrine diverse ed oscure, ma piuttosto egli intendeva fermare questo principio, che non fosse da riconoscersi e da accettare altra dottrina se non quella che Timoteo avesse ascoltata dalla sua stessa bocca; ed ho ragione di credere, perché [egli lo disse] alla presenza di molti altri (92). Molti testimoni, dunque. Ma se con quest’espressione non vogliono che s’intenda la Chiesa, non m’importa affatto; ma non si potrà parlare in ogni modo che tale insegnamento fosse stato tenuto in segreto, quando è che molti furono realmente testimoni di questo. E perché l’Apostolo volle che Timoteo tramandasse i principi di tale dottrina ad uomini fedeli e capaci poi d’insegnare ad altri, da questo fatto si può forse dedurre l’esistenza di una dottrina evangelica che non si sia sviluppata alla piena luce del sole? Quando egli disse: queste cose, intese evidentemente d’alludere a ciò che scriveva attualmente; qualora avesse voluto far intendere elementi di dottrina occulta e misteriosa, quasi ristretti alla conoscenza sua e diversi quindi e lontani dal corpo della comune dottrina, avrebbe detto “quelle cose„ non “queste cose”. 

XXVI.  Il Signore aveva voluto che la Sua dottrina fosse a tutti palese: niente di segreto vi era in lei; nella sua infinita bontà e nell’immenso amore, essa si rivolgeva a tutti gli uomini.

Era poi del resto anche logico che a colui al quale il Signore affidava la cura della predicazione evangelica, perché fosse compiuta con costanza fermissima e con retto discernimento, aggiungesse in un secondo momento un’altra raccomandazione; e furono parole di Cristo queste, infatti: “Non gettate perle ai porci, né cose sante ai cani (93)„ . Il Signore poi aveva pubblicamente parlato e non aveva mai fatto allusione o cenno alcuno ad una dottrina nascosta (94). Egli stesso aveva ordinato agli Apostoli che, se anche qualche cosa avessero ascoltato ed appreso in oscurità o in segreto, essi lo portassero alla piena luce del sole e nell’alto (95). Fu Lui che insegnò loro, servendosi di una famosa parabola, di non lasciare nascosta una sola mina, cioè una sola parola Sua, senza che perciò questa potesse dare i suoi frutti (96); come pure altro solenne insegnamento offriva, dicendo che la fiaccola non si accende per poi metterla sotto il moggio, ma per fissarla sul candelabro, perché dall’alto possa spargere la sua luce su tutti quelli che si trovano nella casa (97). E se gli Apostoli non avessero seguito tali insegnamenti, tenendo nascosto qualche scintilla di luce, cioè della parola di Dio e della dottrina di Cristo, ciò significava o che non li avrebbero tenuti nel conto che dovevano, oppure, che non li avevano affatto compresi.

Ma, per quanto io so, essi non avevano paura di alcuno, non temevano violenza o da parte di Giudei o di pagani; e quelli dunque che facevano sentire alta ed ardita la loro parola nelle pubbliche radunanze e nelle sinagoghe, dovevano pure, a maggior ragione, con più ampia libertà, parlare nelle Chiese. E poi, essi non avrebbero potuto convertire né Giudei né pagani, se non avessero, con metodo e con ordine, esposto ciò che volevano che formasse l’oggetto delle loro credenze. Ed è anche più chiaro come costoro non avrebbero mai potuto indursi a sottrarre una parte della dottrina da quell’insegnamento che prodigavano alle compagnie dei fedeli nei templi, per farne oggetto di particolare ammaestramento, separatamente, a pochi. Ammettiamo pure, per così dire, che non mancassero delle conversazioni, che si sarebbero svolte fra pochi intimi; ma non per ciò si dovrebbe pensare che essi sostenessero in queste una regola di fede diversa e contrastante a quella che era oggetto del loro insegnamento pubblico, secondo quanto vuole il principio cattolico. Non si deve eppur credere che predicassero un Dio in Chiesa e un altro Dio nelle loro particolari radunanze, e che dinanzi alla massa assegnassero a Cristo una natura e che fra loro, poi, in segreto, la cosa fosse diversa e la natura di Cristo mutasse; e che alla folla facessero rifulgere una certa speranza di resurrezione, ma che fra pochi parlassero di ciò in altra maniera. Non erano forse loro, gli Apostoli, che nelle loro lettere rivolgevano vive, calde ed appassionate preghiere, perché i fedeli parlassero un linguaggio solo, uguale sempre e non tollerassero nel seno della Chiesa, divisioni, scismi e contrasti (98)? E Paolo, o chiunque altro di loro, non affermavano concordemente la stessa cosa? e ricordavano le seguenti espressioni: Il nostro linguaggio sia questo: si, si: no, no: quello che eccede, da questa assoluta laconicità d’espressione deriva dal demonio (99); e tutto questo appunto, perché nella trattazione del Vangelo, non esistessero differenze di sorta.

XXVII.  Nonostante qualunque contrasto, la dottrina apostolica è integra, purissima

Che gli Apostoli dunque non abbiano conosciuto in tutta la sua completezza la dottrina del Cristo o che in ordine perfetto non ne abbiano tramandato a tutti la parola di quella fede che essa bandiva, non è cosa cui possiamo minimamente pensare. Vediamo dunque se, mentre gli Apostoli nella sua maggiore integrità e con parola semplice e piana bandivano agli uomini [la dottrina]; se, dico, sia stata la Chiesa, che, per proprio difetto, abbia ad essa attinto in modo un po’ diverso da quanto gli Apostoli insegnavano. Tu potresti notare che questi del resto sono i punti che gli eretici portano, per tentar di muovere nel nostro spirito scrupoli ed incertezze. E stanno bene attaccati perciò alle parole di rimprovero, ad esempio, che Paolo usa nei riguardi di alcune Chiese: “O Galati, egli dice, nella vostra stoltezza, chi è riuscito a trarvi fuori della retta vìa (100)? chi vi ha fatto accecare?„ e in altro punto: “Voi così speditamente procedevate per la vostra strada, chi vi ha trattenuto? chi ha impedito il vostro cammino?„ E se voi leggete il principio della lettera, egli così si esprime: “Grande è il mio stupore come presto voi vi siate allontanati da colui che vi richiamò nella grazia del Signore, per rivolgervi ad altra dottrina (101) „. Ed ai Corinzi(102) Paolo si rivolge nello stesso tono e domanda loro perché fossero ancora così soggetti alla carne, da sentire il bisogno di essere alimentati con latte, e non adatti quindi a ricevere altro cibo: e questi erano coloro che credevano di saper tutto e non s’accorgevano di non sapere ancora il modo in cui era pur necessario sapere. Ma dal momento che i sostenitori dell’eresia ci mettono dinanzi agli occhi il ricordo di queste Chiese alle quali sono stati rivolti rimproveri e biasimi, potrebbero poi anche pensare che posteriormente esse si siano emendate... ; ma, poi, potrebbero anche ricordare invece quelle Chiese di cui l’Apostolo esalta, rivolgendo per questo le più vive grazie al Signore (103), l’integrità della fede, la saldezza della dottrina, la purezza della condotta. E si noti poi che le Chiese di oggi sono in perfetto accordo, per quel che riguarda il principio dell’unità di dottrina, con quelle alle quali un giorno furono rivolti quei biasimi.

XXVIII.  Carattere principale della dottrina della Chiesa è l’unità

Ma, si deve ammettere che l’errore sia stato in tutti? ebbene si: l’Apostolo, nel rendere testimonianza, or dunque ha errato; ammettiamo pure che lo Spirito Santo non abbia vegliato su alcuna delle Chiese per condurla alla luce della verità (104); nonostante che Egli sia stato inviato da Cristo e richiesto al Padre proprio a questo scopo, perché appunto fosse assertore e maestro di verità, abbia trascurato il dover suo il vicario di Cristo, permettendo che le Chiese intendessero diversamente e prestassero fede a credenze diverse da quelle che egli stesso predicava per la bocca degli Apostoli: ma si può pensare come cosa verosimile che tante Chiese e così importanti abbiano divagato per vie diverse per poi confluire in una credenza unica e in un’unica fede? Il risultato non poteva esser unico fra tante varietà d’indirizzi e sarebbe stato pur necessario che un errore di dottrina delle Chiese, avesse poi caratteri diversi. Del resto, ciò che si riscontra che presso molti riveste un carattere unico, inscindibile, immutabile, è chiaro che ha suo fondamento in una tradizione ben salda, e non può derivare da una tal qual dubbiosa incertezza e oscillazione di credenza.

Coraggio... allora e qualcuno provi a sostenere che coloro che crearono tale tradizione siano stati nell’errore.

XXIX.  La dottrina del Cristo è l’unica e la più fulgente fonte di verità

Ma in qualunque modo si voglia ammettere che l’errore si sia generato, questo dunque sarebbe regnato sovrano per tanto tempo, per quanto non si facesse parola d’eresie. La verità, per essere restituita nel suo fulgore, attendeva dunque proprio dei Marcioni e dei Valentini, e intanto si divulgava nella predicazione il Vangelo... ed era falso; si fissava una fede e non era rispondente a verità; tante migliaia di battesimi furono dunque falsi, tante opere di fede furono compiute invano; e che valevano dunque i miracoli senza numero? e le grazie operate, e l’esercito dei sacerdoti, e tante missioni? e a che dunque tanti Martiri, che pur ebbero la palma del loro dolore e delle loro torture? Eppure, se lutto questo aveva in se qualcosa di manchevole, e, d’altra parte, cadeva nel vuoto, quale spiegazione si può portare del fatto che le cose di Dio precorressero la notizia, a qual Dio esse appartenessero (105)? Possiamo forse ammettere che i Cristiani esistessero prima del Cristo? che l’eresie siano esistite prima di quella che è la vera dottrina? Ma, in tutto, la verità precede sempre l’apparenza: una certa verosimiglianza, vien dopo la verità. E sarebbe certamente assai sciocco dare all’eresia una priorità sulla dottrina vera ed infallibile... Ma se fu, poi, questa dottrina stessa che ci mise in guardia contro le eresie, perché appunto noi sapessimo guardarcene! È stato scritto alla Chiesa, che di questa dottrina è la custode fedele; o, per dire più esattamente, questa nostra dottrina stessa così bandisce alla sua Chiesa: “Anche se un angelo venisse dal Cielo a bandirvi un Vangelo diverso da quello che è nostro, ebbene, questo, sia per voi considerato anatèma (106)”.

XXX.  Ogni eresia è posteriore alla verità

Dove era allora Marcione, nocchiero del Ponto e seguace così ardente della filosofia Stoica? dove era Valentino, difensore della dottrina Platonica? Poiché è noto che essi non risalgono molto addietro nel tempo : circa nell’età di Antonino (138-161) essi vissero, e sappiamo che prima tributarono fede alla dottrina cattolica presso la Chiesa di Roma, sotto l’episcopato del Beato Eleuterio (107), fino a che, per quel loro inquieto ardore di ricerca, col quale guastavano anche la purità e l’integrità della credenza dei fratelli loro, furono, prima una volta, ed ancora poi una seconda, cacciati, allontanati dal seno della Chiesa, e Marcione con quei ducento mila sesterzi che aveva portato alla Chiesa.  Furono costoro infine relegati come in un perpetuo esilio: la Chiesa li volle lontani da sè, ed essi, ecco che sparsero il veleno delle loro dottrine. Ma dopo, Marcione, avendo riconosciuto il proprio errore, accettò la condizione che gli veniva fatta di poter riacquistare la pace dello spirito rientrando nella Chiesa; e tale condizione consisteva nel riportare alla vera fede cattolica coloro che egli aveva allontanato colla falsità delle sue dottrine; ma la morte lo colse prima che potesse far ciò. Le eresie erano pur necessarie (108), ma se bisognava che esistessero, non si può da ciò trarre la conseguenza che esse siano un bene: anche il male è necessario che esista; bisognava anche che il Signore fosse tradito..., ma guai a chi lo tradiva (109)! E questo sia detto, perché non vi sia alcuno che, partendo da questo punto, non cominci a difendere e a sostenere dottrine ereticali.

Ma sarà pur opportuno ritornare un po’ sull’origine della dottrina di Apelle. Egli non risale tanto nel tempo come Marcione, che si può dire fosse quegli che lo informò, lo istruì nelle sue dottrine. Apelle ebbe dunque a perdersi a causa di una donna; abbandonando perciò quello spirito di castità e di continenza che Marcione gli aveva insegnato, egli si ritirò ad Alessandria, restando così lontano dagli occhi del maestro suo, integerrimo. Di là, ritornò dopo alcuni anni e non migliorato, se non in quanto non era più seguace dì Marcione. Ebbene, costui s’imbatté in un’altra donna, la vergine Filomene, famosa, che abbiamo ricordato anche di sopra, e che divenne dopo donna di pessimi costumi; e, tutto preso dall’azione, dall’influenza terribile di costei, scrisse le Rivelazioni e manifestò quanto da lei avesse imparato. Nel mondo esistono ancora alcuni che li ricordano; scolari loro veri e propri, successori potremmo dire, onde non possono affermare dì non aver avuto una continuazione: sebbene, come afferma il Signore, saranno l’opere stesse loro che li condanneranno (110). Se infatti Marcione ha separato dal Vecchio il Nuovo Testamento, egli appartiene naturalmente ad un’età posteriore a ciò su cui esercitò il suo criterio di divisione, perché non poteva evidentemente compiere tale suo atto, se non su quello che prima era organico nella sua unità; e quindi, se in quella materia, prima che si procedesse alla separazione, esisteva una organicità, basta pensare che sia stata poi divisa, perché dobbiamo considerare posteriore ad essa colui che a tale divisione operò.

Ed è lo stesso certamente di Valentino, il quale, dando un’interpretazione diversa delle Sacre Scritture e, procedendo colla massima franchezza, risolutamente, alle correzioni, ed emendando proprio con la scusa che quanto scritto prima era errato, viene implicitamente a dimostrare che le Sacre Scritture sono da far risalire ad altri. Noi ricordiamo Marcione e Valentino come fra i nomi più famosi e più comuni di coloro che hanno falsato la verità (111); ma io so che esiste anche un certo Nigidio ed un Ermogene e molti altri ancora che vanno alterando, corrompendola, la parola del Signore e deviando dalla via che il Signore stesso ha tracciato. Costoro dovrebbero avere il coraggio di dirmi da chi hanno attinto l’autorità di potersi mettere in luce: predicano essi forse un Dio diverso dal nostro? Ebbene, in tal caso, com’è che costoro abusano degli attributi delle Scritture, dei nomi di quel Dio, contro il quale precisamente appuntano le loro armi? E se è il medesimo [Iddio] invece, come si spiega che essi possano predicare diversamente da noi? A loro non resterebbe dunque da dimostrare altro, se non che gli apostoli nuovi son essi; ma l’abbiano il coraggio d’affermare che Cristo è una seconda volta disceso sulla terra, che una seconda volta ha insegnato una dottrina, che è stato crocefisso da capo e che è morto e resuscitato di nuovo. Ma cogli Apostoli [veri] il Signore opera così: concede cioè ad essi il potere di suscitare quegli atti straordinari e miracolosi che Lui compie (112): io voglio allora che vengano alla luce queste facoltà [se le hanno gli apostoli nuovi]! Ma io, in costoro, sono pronto a riconoscere una sola facoltà notevolissima, ed è quella di sapere imitare gli Apostoli, avendo però dì mira il male, non il bene degli uomini: questi sono capaci di restituire in vita chi è morto, mentre quelli stringono nei lacci della morte chi ancora potrebbe godere della vita (113).

XXXI.  La parabola evangelica del buon seme

M’accorgo però d’essere uscito dal mio assunto. Ritorniamo dunque a discutere sulla questione fondamentale, come la verità sia quella che abbia diritto d’essere riconosciuta per prima e come a questa poi si sia mescolata la menzogna. Noi, per la nostra dimostrazione, possiamo servirci dell’aiuto di quella famosa parabola (114) la quale narra che il Signore, in principio, sparse il buon seme di frumento, ma che il diavolo poi, nella sua mala potenza, ci mescolò la zizzania, erba sterile e dannosa. Propriamente questa narrazione sta a rappresentare la differenza delle dottrine, dal momento che anche in altri luoghi la sementa buona è l’immagine usata ad esprimere e a significare la parola del Signore (115). Così diviene ormai cosa chiara ed aperta che, riguardo all’ordine del tempo, ciò che ci è stato anteriormente tramandato, è derivato dal Signore, e contiene il principio della verità; ma che invece riveste i caratteri della falsità e dell’errore ciò che s’è mescolato e confuso dopo alla purità della prima tradizione. Questo principio rimarrà come fondamento dal quale noi potremo avanzare contro tutte le eresie posteriori anche, nelle quali non è possibile riscontrare alcun elemento di sicurezza e di fermezza, che dal loro seno si innalzi a difendere, per esse, un principio e una luce di verità.

XXXII.  Le Chiese Apostoliche ed il loro insegnamento

Ma poi, se vi siano eresie, le quali abbiano l’ardire di sostenere che esse sono strettamente congiunte alla purezza e all’integrità dell’Epoca Apostolica, così da voler quasi dimostrare che derivano in certo modo dagli Apostoli direttamente, perché all’età loro fiorirono, noi possiamo risponder così: ci dimostrino chiaramente le origini, dunque, delle Chiese loro; ce lo dichiarino in quale ordine si siano susseguiti i vescovi loro, cominciando dall’inizio e venendo giù ordinatamente nel tempo, in modo che quel primo vescovo possa a sua volta riconoscere come predecessore e sostenitore qualcuno degli Apostoli o di quei primi uomini apostolici che cogli Apostoli ebbero assoluta comunione di vita e di fede. 

È proprio seguendo questo sistema che le Chiese Apostoliche spiegano e dichiarano la loro vita, la loro gloria. Ecco che la Chiesa di Smirne afferma che fu Giovanni a porre a suo capo Policarpo, e la Chiesa di Roma riconosce che Clemente fu ordinato da Pietro. E così continuando, tutte le altre Chiese fanno ricordo dei loro vescovi, che posti in tal grado direttamente dagli Apostoli, rappresentano la semente prima, apostolica, di quella che fu poi la fioritura. Anche gli eretici possono forse portare qualcosa che stia a confronto colle nostre affermazioni? Ci si provino! Che c’è di non lecito per loro, dal momento che han potuto e saputo pronunziare parole piene di menzogna? Ma per quanto essi possano inventare, non riporteranno da ciò vantaggio alcuno: quando le dottrine loro verranno paragonate coll'integrità della dottrina apostolica, da quei loro caratteri di diversità e di contrarietà, risulterà chiaro che esse non possono derivare né direttamente dagli Apostoli né da un uomo apostolico. Come gli Apostoli non è ammissibile affatto che abbiano insegnato cose che fra loro non avessero la più assoluta armonia, così non è possibile che uomini apostolici abbiano divulgato dottrine contrarie a quelle degli Apostoli, almeno che non si siano allontanati da costoro.

È proprio a un esame di questo genere che saranno chiamati anche da quelle Chiese le quali, pur non traendo il vanto della fondazione direttamente dagli Apostoli o da uomini apostolici, essendo esse di origine molto posteriore, si trovano d’accordo nella professione di una stessa fede; e così pure da quelle che ogni giorno stanno istituendosi, ma che per questa piena e completa unione di dottrina, sono ugualmente considerate apostoliche. 

Così le eresie, chiamate in massa ad una prova dalle Chiese nostre, perché esse rendano chiaro e evidente il loro carattere di autenticità, adducano, su, via, le ragioni per le quali aspirano ad avere il nome di apostoliche! Ma se non lo sono! Come dunque, allora, potranno sostenere e provare d’essere quello che non sono? Ed è questa appunto la ragione per la quale le Chiese, che in qualche modo possono avere il nome di apostoliche, non vogliono accoglierle nel loro seno per alcuna relazione, o comunione con esse. E s’intende: appunto perché, data la diversità della dottrina da loro sostenuta, esse non possono pretendere d’aspirare al nome di apostoliche.

XXXIII.  Diversità di dottrine: purità della dottrina apostolica

Mi piace di aggiungere una specie di sguardo generale; di abbracciare cioè in complesso queste false dottrine, che fin dal tempo degli Apostoli esistettero, e che dagli Apostoli stessi furono considerate, esaminate, prese di mira e poi condannate. In tal modo la facilità sarà maggiore, di batterle in breccia, quando si potrà dimostrare a loro riguardo che esistettero come tali fin da quei tempi o che hanno tratto i primi elementi di vita da altre dottrine eretiche, anche allora esistenti. Nella prima lettera, che indirizza ai Corinti (116), Paolo ha parole dì biasimo per coloro che negavano, o almeno esprimevano dubbi sulla Resurrezione; ed era così proprio che la pensavano i Sadducei (117): ebbene, Marcione, Apelle e Vaientino si riattaccano appunto a questa dottrina, ed anche gli altri, che combattono il principio della Resurrezione dei corpi. 

Sentiamolo, quando si rivolge ai Galati (118). Egli si scaglia contro coloro che affermavano e mettevano in pratica la circoncisione e la legge - tale era il principio eretico di Ebione -; e, rivolgendo consigli ed ammaestramenti a Timoteo (119), è sempre Paolo che rimprovera chi non ammette il matrimonio - e in ciò dobbiamo pur riconoscere i principi di Marcione e di Apelle, che fu suo seguace -. E attacca pure, egualmente, coloro che sostenevano che la Resurrezione fosse già avvenuta (120) - e si noti che affermano questo, per quanto li riguarda, anche i seguaci di Valentino -. E come non ricorrere sempre a Valentino, quando Paolo parla di genealogie infinitamente lunghe (121)? È proprio presso Valentino che si trova un Eone - io non saprei più dir precisamente quale, e poi non ha neppure una denominazione chiara -, che genera dalla sua Grazia il Senso e la Verità, e questi a loro volta, ne generano altri due: il Verbo e la Vita, che dan luogo, dopo, ad altre due produzioni: l’uomo e la Chiesa; e da questo primo gruppo di otto Eoni ne scaturiscono fuori altri dieci, e poi dodici, e tutti hanno stranissimi nomi, finché si arriva alla meravigliosa storiella dei trenta Eoni. E Paolo stesso, quando ha parole di riprovazione per coloro che si dimostrano soggetti agli elementi (122), intende chiaramente di riferirsi a quella credenza di Ermogene, che, concependo una massa di materia, che non ha avuto principio di creazione alcuna, paragona questa a Dio.  Dio è increato, e, intendendo [Ermogene] questa materia come una dea madre degli elementi singoli, può naturalmente riconoscere ad essa anche un principio di soggezione, in quanto è da lui paragonata ed uguagliata a Dio.

E nell’Apocalisse (123), Giovanni comanda che vengano castigati coloro che si cibano di quelle carni che vengono consacrate agli idoli, e che commettono fornicazione: vi sono anche ora dei Nicolaiti (124): vi è chi segue l’eresia Gaiana, dunque. 

In una sua lettera, Paolo, chiama Anticristi (125) coloro i quali non riconoscono che Gesù abbia rivestito carne umana e che non credono che sia il Figliuolo di Dio. Marcione ha sostenuto proprio il primo punto di questa falsa dottrina, ed Ebione è stato il difensore del secondo. Era poi considerata sempre nel campo delle eresie la dottrina magica di Simone, la quale faceva gli angeli oggetto di culto, e nella persona dello stesso Simone, tale credenza ebbe condanna da Pietro (126).

XXXIV.  Si discute sempre sulle false dottrine esistenti ai tempi apostolici

Ecco quelle che, come io credo, furono al tempo degli Apostoli le dottrine false e bugiarde; e sono essi stessi infatti che ci illuminano su questo punto. Ma pure, noi, non troviamo, in mezzo a tanta falsità e perversità di credenze, nessuna scuola che abbia sollevato discussione alcuna o mosso alcun dubbio sulla questione di Dio, Creatore dell’Universo. Non ci fu mai alcuno che pensasse d’immaginare un altro Dio: se qualche dubbio s’ affacciava, era più facile che involgesse la figura del Figlio, piuttosto che quella del Padre, finché Marcione portò fuori un’altra divinità, oltre Iddio Creatore, che possedeva solo l’attributo della bontà. Apelle, ai contrario, fece Creatore, e Dio della Legge e d’Israele, un angelo, io non saprei dir quale, rivestito della gloria di una superiore divinità, e sostenne che costui avesse un’essenza ignea; e Valentino, poi, disseminò i suoi Eoni, e il difetto d’un solo Eone, lo riconobbe come origine del Dio Creatore.

A costoro solamente adunque e per primi sarebbe stata chiara ed aperta la conoscenza intorno alla divinità; ma evidentemente essi conseguirono un privilegio e una grazia più piena e completa dal diavolo, il quale volle gareggiare con Dio, così da compiere ciò che questi aveva recisamente negato (127) e, precisamente, colle dottrine sue false e velenose, rendere i discepoli al di sopra del maestro. Vadano dunque ricercando e si scelgano queste singole credenze eretiche il momento in cui possono essere apparse: non avrà per altro, tuttavia, alcuna importanza la determinazione di questo momento; non è infatti da parlare affatto dì elemento alcuno di verità in rapporto a esse: e non sarebbe possibile come quelle che neppure esistevano al tempo degli Apostoli. Se fossero esistite avrebbero avuto ricordo anch’esse come quelle contro le quali si dovevano prender misure coercitive: quelle false dottrine, che pure al tempo degli Apostoli pullulavano, ebbero singolarmente la loro esplicita condanna. Dunque noi dobbiamo per forza ammettere: o queste eresie ora esistenti sono le medesime di quelle dottrine che, appunto in forma più semplice e rudimentale esistevano già nei tempi degli Apostoli, mentre ora si sono, in certo modo, raffinate, e in tal caso hanno avuto fin d’allora in se stesse il principio della loro condanna; oppure dobbiamo riconoscere che queste d’ora siano diverse da quelle di una volta e nate quindi in un periodo posteriore: ma in quanto da quelle prime false dottrine abbiano tratto qualche elemento di lor credenza, dal momento che sono legate in certi loro principi, ne sorge come logica necessità che debbano anche aver comune con quelle la riprovazione e la condanna di ciò che affermano. 

Dal momento dunque che da quanto s’è detto appare chiaro che l’eresie abbiano un carattere di posteriorità, posto anche che sfuggano così, in certo modo, alla condanna pronunziata contro quelle dottrine prima di esse esistite; per l’età in cui si svilupparono è giustificato il principio di prescrizione in quanto maggiormente appaiono nella loro luce di falsità e di perversità come quelle che più lontane dagli Apostoli, non sono poi da questi neppur ricordate.

¶ Da tutto ciò risulta con maggior sicurezza che erano proprio queste eresie, quelle che veniva predetto che un giorno si sarebbero pur sviluppate (128).

XXXV.  Le eresie non possono contenere germe alcuno di verità

¶ Queste eresie tutte si trovano strette da noi e quasi chiamate apertamente in causa da queste nostre considerazioni e vengono confutate, siano esse posteriori all’età degli Apostoli, sia invece che abbiano sortito origine nel tempo loro. Esse insomma sono diverse e si allontanano dalla loro dottrina: possano dagli Apostoli avere avuto parole dì biasimo e di condanna su certi punti particolari o possano essere state condannate in complesso, non importa: basta il fatto d’aver ricevuto già riprovazione e condanna. Provino dunque, su, via, a risponderei e a lanciare contro la dottrina da noi sostenuta delle prescrizioni di simile genere. Se diranno che la nostra dottrina non possiede in sé il principio della verità, dovranno pur provare che essa è eresia e confutarla con un procedimento uguale a quello col quale noi operiamo contro le dottrine ereticali e, nello stesso tempo, dovranno mostrare chiaramente dove sia da cercarsi la verità, dal momento che ormai risulta chiaro che essa, presso di loro, non esiste affatto.

La dottrina che noi seguiamo, non solo non può dire di avere un carattere di posteriorità, ma anzi, su tutte quante, può vantare la priorità assoluta. Questa è appunto la prova della verità in essa contenuta: per la precedenza che essa possiede sulle altre discipline tutte. È lei che non trova da parte degli Apostoli condanna alcuna, anzi la più strenua e valida difesa, incontra: e non è forse questa la prova migliore che essi la considerano e la sentono come propria? Sono appunto gli Apostoli che condannano qualunque dottrina che capiscono lontana ed aliena da loro. Ebbene: essi, non avendo per la dottrina nostra parola alcuna di riprovazione, dimostrano che la riconoscono quasi proprietà loro, ed è perciò che la difendono.

XXXVI.  Le Chiese Apostoliche: esse detengono il tesoro della verace dottrina

Ma insomma! vorrai tu con maggior frutto magari andar facendo ricerca ed esaminando, con l’occhio fisso sempre però a quel che costituisca la tua salvezza? Allora, guarda un po’ ... , passa in rivista, dico, le Chiese Apostoliche: è presso queste che ancora si possono vedere le cattedre, lì, al loro posto, dove gli Apostoli insegnarono; è là che si vanno rileggendo le lettere autentiche degli Apostoli; è là dove tu puoi ascoltare quasi la loro viva voce; è là dove tu puoi quasi rivedere davanti a te l’aspetto di ciascuno di loro. Sei vicino all’Acaia: ecco che hai prossimo Corinto; se non ti troverai lontano dalla Macedonia, avrai Filippi; se puoi giungere fino in Asia, eccoti Efeso; se poi stai in Italia, hai Roma, donde anche a noi, che viviamo in Africa, giunge la parola della sua autorità. O davvero privilegiata e felice questa Chiesa Romana, sulla quale gli Apostoli versarono, col loro sangue, il torrente della loro dottrina; dove Pietro soffre supplizi, che si potrebbero paragonare a quelli del Signore; dove Paolo, colla sua morte, uguale a quella di Giovanni Battista, acquista la palma del martirio; da dove Giovanni ebbe a sopportare la relegazione in un’isola, dopo che miracolosamente nulla ebbe a soffrire, sebbene fosse stato immerso in un bagno di olio bollente ! Osserviamo e consideriamo che cosa abbia prima imparato la Chiesa di Roma e quale dottrina poi abbia tramandato nel suo insegnamento: quale testimonianza essa arrechi, e con lei, le Chiese Africane.

Essa riconosce un Dio solo, che ha creato l’Universo; riconosce Gesù Cristo, nato dalla Vergine Maria e Figlio di Dio Creatore; crede alla Resurrezione dei corpi; essa unisce la Legge e i Profeti coi Libri Evangelici ed Apostolici ed è di lì che attinge la forza e la fermezza della sua fede. Il primo segno di questa fede essa l’imprime coll'acqua, lo ferma collo Spirito Santo; l’Eucarestia dà poi a questa fede nutrimento vitale. Essa [la Chiesa Romana] chiama, invita al martirio e si guarda bene dall’accogliere nel suo seno chi potesse esser contrario alla dottrina sua e ai principi da lei sostenuti.

Questa è proprio quella dottrina, non dico già che solo preannunziasse le eresie che sarebbero sorte dopo, ma quella dalla quale queste stesse trassero loro origine. Ma non si deve dire... via, che abbiano avuto origine le dottrine eretiche dal seno della Chiesa..., dal momento che esse sono divenute poi sue nemiche; e dal nocciolo dell’oliva, forse, che è frutto così dolce, così ricco e così necessario, non nasce anche il selvatico oleastro? e dai semi del fico, che è frutto così gradito e di tanta dolcezza, non nasce forse il caprifico, inutile e selvatico? E lo stesso procedimento si ha nelle dottrine eretiche: è vero proprio che dal tronco nostro esse escono, ma non appartengono poi alla famiglia nostra. Sta bene che esse siano pur sorte dal buon seme della verità, ma poi sono tosto divenute rozze e selvatiche, perché hanno seguito la falsità e la menzogna.

XXXVII.  Le Scrittore Sacre non possono appartenere affatto agli eretici.

Le cose stanno dunque così: che noi possediamo la verità; che essa deve a noi proprio venire aggiudicata; a noi, che avanziamo, ognuno, sicuri in questa nostra regola, che le Chiese riceverono dagli Apostoli, gli Apostoli a lor volta attinsero dalla voce di Cristo, Cristo, da Dio. È chiaro ed evidente dunque che noi abbiamo pieno il diritto di non riconoscere agli eretici la facoltà di discussione e d’esame delle Scritture Sacre; sono proprio loro che noi possiamo benissimo convincere, senza appoggiarsi affatto all’aiuto dei Libri Sacri, che su di questi non possono vantare diritto alcuno. Non si possono dir Cristiani costoro, dal momento che, non traendo da Cristo la loro dottrina, ne seguono una a loro scelta, onde s’acquistano appunto il nome di eretici. Se dunque non sono Cristiani, è chiaro che sui Libri Sacri non possono vantare diritto alcuno, e noi potremmo rivolgerci a loro con queste parole e giustamente: Chi siete voi? quando e donde siete venuti? a che v’occupate e v’intromettete nelle cose nostre, voi, che non appartenete affatto a noi, che non siete dei nostri? Marcione, si può sapere di dove attingi la facoltà di tagliar legna dalla mia selva? chi ti ha dato il permesso, o Valentino, di deviare le acque dalle mie fonti? e in nome di qual diritto, tu, Apelle, sposti i confini delle mie terre? È casa mia questa; questi sono possessi miei; come può avvenire che voi altri tutti, secondo il piacimento vostro, seminiate e raccogliate pascolo in queste mie terre? È mia questa terra: ve l’assicuro; da tanto tempo è mia; ed è chiaro il diritto di priorità che io ne ho su di voi, e delle prove non me ne mancano e son prove sicure, autentiche e le traggo proprio dai loro primi ed autentici padroni. Sono io l’erede degli Apostoli, e, precisamente, come essi hanno disposto per testamento, come confermarono e trasmisero per fedecommesso e come poi essi infine fissarono sotto la santità del giuramento, io sento di possedere la loro dottrina. Per quello poi che riguarda voi eretici, gli Apostoli, senza dubbio, vi hanno sempre rinnegato, vi hanno considerati lontani da loro, come estranei, come nemici. Ma gli eretici, in seguito a che cosa possono apparire agli Apostoli come estranei, come nemici, se non per una intima e profonda diversità di dottrina, la quale ciascuno di loro, secondo il proprio capriccio, o inventò o accolse, contrariamente a quanto era stato affermato dagli Apostoli?

XXXVIII.  Le Sacre Scritture: loro integrità; gli eretici le hanno male interpretate o alterate

È proprio là, dunque, dove si riscontra diversità di dottrine, che noi dobbiamo pensare che quivi appunto vi sia una falsificazione di Scritture ed errore d’interpretazione. Coloro i quali si proposero di alterare la parte sostanziale dell’insegnamento, si trovarono, per forza, nella necessità di disporre altrimenti i mezzi che dovevano servire per giungere a tale dottrina; perché la sostanza dell’insegnamento loro non avrebbe potuto essere minimamente alterata, se non fossero state diverse le strade per le quali dovevano giungere ad impartire tale dottrina. Come agli eretici, dunque, sarebbe stato impossibile giungere alla falsificazione della dottrina stessa, senza mutare o alterare, in certo modo, gli elementi suoi, così anche a noi, nello stesso modo, non sarebbe stato possibile mantenere la integrità della dottrina, se integri non fossero rimasti i principi e i mezzi, per i quali essa dottrina procedeva, e quegli elementi sui quali trovava sua base l’insegnamento di essa.

E nei nostri libri che cosa si potrebbe trovare che non sia perfettamente in accordo con quello che crediamo noi? ci abbiamo forse messo qualcosa di nostro? o che cosa si può trovare che noi cerchiamo in qualche modo di correggere o togliendo o aggiungendo o mutando? Quello che noi siamo, lo sono pure le Scritture Sacre fin dalla loro origine prima: è da esse che traiamo la sorgente nostra di vita, prima che subissero qualsiasi alterazione, prima che da voi fossero in qualche modo guastate. Dal momento che ogni inter-polazione è logico che si debba credere posteriore all’originale, poiché essa è necessariamente scaturita fuori da un certo spirito di rivalità e di dissenso, che non può, naturalmente, vantare carattere di priorità e neppure può essere che in certo modo si debba considerare della stessa famiglia di quel principio a cui cerca di contrastare; per questa ragione, è naturale che nessuna persona fornita di buon senso, possa credere minimamente che siamo stati noi a portare nelle Sacre Scritture una mano emendatrice e falsificatrice, noi che siamo stati i primi e abbiamo attinto da esse direttamente la dottrina nostra. Piuttosto è da pensare che tali emendamenti l’abbiano introdotti coloro che vennero dopo e che ci furono contrarî e nemici. Ecco qua uno, che falsifica il testo; eccone un altro, che, dando una interpretazione diversa, viene ad alterare profondamente, intimamente il senso della Scrittura. E non si deve pensare che, se Valentino sembra pure servirsi delle Scritture, mantenendole nella loro integrità organica, egli non sia di un’astuzia più fina e più sottile di Marcione, il quale colpisce in pieno, apertamente, colle sue armi, la verità. Fu di una spada che Marcione si servì per colpire in piena luce e decisamente le sacre pagine; non gli bastò la penna, e così, dopo averle straziate colle sue armi, le ridusse alle sue credenze. Valentino le risparmiò e non prese di mira le Scritture per armonizzarle al suo sistema, ma sforzò il suo sistema ad entrare, ad accomodarsi nell’ambito delle Scritture. Ma in quanto a tagliare, ad aggiungere.... anche più degli altri, costui, perché non ha risparmiato parola, alla quale non abbia sottratto il suo significato proprio e reale e sovrapposto certe combinazioni strane d’immagini più o meno fantastiche.

 

XXXIX.  Gli eretici tengono in loro uno spirito dì menzogna

Erano proprio questi esseri, queste intelligenze che venivano dagli spiriti del male e del falso (129), e noi dobbiamo, o fratelli, combattere appunto contro questi, e bisogna guardarli bene in faccia, noi; come esseri, di cui la fede ha necessità assoluta. E non è per loro forse che verranno alla luce gli eletti e si scopriranno pure, invece, i reprobi (130)? Ed è appunto per questo che essi posseggono tale un’abilità e tale una forza, da costruire, da intelaiare con tanta facilità una rete di errori. Ma questa facilità d’intesser e errori non ci deve far meraviglia alcuna: non è mica essa qualcosa di strano e di inesplicabile! Di questa abilità abbiamo esempi anche a portata di mano nella letteratura non religiosa, ma profana. Ecco che ai giorni nostri si vede comparire una tragedia tratta da Virgilio, ma cambiata completamente poi nel suo complesso: la materia è adattata bene alla forma poetica, e la forma poetica armonizza quindi colla materia trattata. E poi Osidio (131) Geta trasse completamente da Virgilio la sua tragedia  intitolata Medea, e fu proprio uno che è a me legato da una certa parentela, che, con espressioni del poeta stesso su rammentato, riuscì a ricamare così, nelle ore di svago letterario e di divertimento, uno scritto che si disse la Tavola di Cebete (132).

E sogliono ricevere il nome di centoni Omerici, o Omero-centoni più propriamente, gli scritti di coloro che dai Poemi Omerici, con un lavoro loro personale, riuniscono, per formarne una specie di centone, in un sol corpo, quelle singole parti che essi credono potere armonizzare. La sacra letteratura per così dire, ha invero una ricchezza e una larghezza tali, quali sono sufficienti a qualunque esigenza, ed io non ho timore alcuno ad affermare che i Libri Sacri siano stati disposti e armonizzati per volontà di Dio, in tal modo, che essi potessero offrire materia agli eretici, per fissare le loro dottrine, dal momento che io leggo che è necessario che le eresie esistano (133); le quali non potevano esistere senza le Sacre Scritture.

XL.  Falsi e ingannevoli procedimenti degli eretici

Ma si domanda: da quale potenza può venire interpretato il senso di quei luoghi, in modo che essi favoriscano poi lo svolgersi di una credenza eretica? È manifesto che ciò non può avvenire se non da parte del diavolo; è proprio il suo mestiere, del resto, quello di sconvolgere e di turbare ogni principio di verità. E lui pure imita nei misteri degli idoli, i riti della divina fede; egli pure battezza chi professa fede in lui e si dice suo seguace; e promette pure lui che le loro colpe otterranno perdono da questo lavacro. Se ancor bene mi ricordo, anche Mitra (134) segna i suoi seguaci, e imprime loro il suggello sulla fronte, dì quella che sia la sua religione; anche l’offerta del pane è fra le cerimonie che si ricollegano a lui; ecco che nei suoi riti appare anche un’immagine della resurrezione, e ai caduti di spada offre la corona. E poi, non ha fissato pur lui per il suo sommo sacerdote la facoltà di stringere una sola volta vincolo di nozze? Anche lui ha le sue vergini ed ha pure discepoli, che osservano i  principi della continenza. Del resto se ci rifacciamo a considerare le credenze superstiziose di Numa Pompilio, se esaminiamo le funzioni dei sacerdoti gli onori di cui sono insigniti, i loro privilegi, le funzioni sacrificali a cui essi presiedono, gli strumenti e i vasi diversi che vengono usati nei molteplici riti, e le stranezze, le particolarità curiose e minuziose dei voti e delle cerimonie espiatorie, non ci appare forse manifestamente che il demonio ha imitato la Legge Mosaica in tutta la sua minuziosa esattezza? 

Egli dunque, che i medesimi procedimenti rituali con cui vengono trattati e celebrati i Sacramenti del Signore, si è studiato con tanta scrupolosità di riprodurre nelle cerimonie idolatre; egli dico, tese con ogni desiderio a raggiungere questo scopo e poté infatti applicare ad una credenza profana, in contrasto aperto colla vera, quei procedimenti propri delle cose divine e dei Sacramenti Cristiani. I pensieri suoi si ritrovavano nei nostri, le sue parole erano quelle nostre, le sue parabole non erano che le parabole nostre. Ed è per questo, dunque, che non ci deve essere alcuno, il quale possa nutrire dubbi che quei principi di male e di menzogna, da cui traggono origine e alimento le eresie, derivino proprio dal diavolo e che le eresie non sono affatto molto lontane dalla idolatria, in quanto riconoscono come loro principio e usano come loro mezzi, quelli stessi che riconosce e di cui si serve l’idolatria. Infatti o immaginano un Dio diverso dal Dio, sommo Creatore, oppure, se riconoscono un Dio unico Creatore, seguono intorno a Lui una credenza che non è la vera. E dunque, qualunque parola di menzogna che si possa pronunziare contro Iddio, diviene, in certo modo, elemento d’idolatria.

XLI.  La dottrina eretica ha sempre elementi di confusione e di oscurità, che non si riscontrano nella vera dottrina, che è luce e fulgore.

Non sarebbe però il caso di tralasciare la descrizione di tutto il procedimento seguito dagli eretici nelle loro relazioni? Voi, vedete quanto sia futile, quanto materiale, quanto profana, quanto la loro condotta sia senza serietà alcuna, senza dignità, senza spirito di disciplina, ma come tutto questo, in fondo, |combini esattamente col carattere della loro credenza? Dirò per primo: fra loro chi è che conosca chi sia catecumeno e chi fedele? senza differenza alcuna essi presenziano alle cerimonie, ugualmente ascoltano, ugualmente pregano: potrebbero magari presentarsi a loro anche dei pagani: ebbene: eccoli lì pronti a gettare dinanzi ai cani le cose sacre, e le perle dinanzi ai porci; perle, dico; ma false s’intende (135). Parlano di semplicità; ma io direi che la loro semplicità è lo sconvolgimento e il sovvertimento della dottrina tutta; chiamano, invece, l’attenzione, la diligenza nostra scrupolosa, nei riguardi delle sacre credenze, ricerca corruttrice. Essi concedono la pace a tutti, così, in massa, senza seguire discernimento alcuno; per loro poi, non esiste, e non importa la diversità dei mezzi e dei procedimenti, purché tutti abbiano come scopo quello di combattere, di alterare, di guastare l’assoluto principio del vero. Orgoglio ne hanno tutti a dismisura, tutti promettono luce di sapienza. I catecumeni, prima di giungere al richiesto grado di dottrina e di conoscenza, sono iniziati ai loro misteri. E la sfacciataggine, l’impudenza a cui giungono le donne eretiche, è poi straordinaria: esse hanno bene l’ardire d’insegnare, di discutere, di compiere esorcismi, di promettere guarigioni, e ci manca poco che non giungano anche a battezzare I Le ordinazioni loro rivestono il carattere della più assoluta leggerezza, senza un fondamento, senza serietà alcuna e non possono, quindi, avere stabilità; sono capaci d’innalzare, ora, dei giovanissimi senza esperienza e dottrina, ora, uomini che hanno troppo ben salde relazioni col mondo, talvolta anche degli apostati nostri, e tentano, dal momento che in nome della verità non lo potrebbero fare, di tenerseli vincolati, favorendo in loro l’ambizione. In nessun campo si verificano progressi tali come si avvertono nel campo degli eretici; basta esser di loro e il continuo progredire viene da sè: oggi uno è vescovo, domani sarà vescovo un altro; oggi uno è diacono, domani eccolo lettore; oggi sacerdote? domani costui lo troveremo laico; poiché anche i laici, presso di loro, adempiono a funzioni sacerdotali.

XLII.  Predicazione presso gli eretici.

E che cosa dovrò dire dell’ufficio che essi attribuiscono alla parola? Questa facoltà presso di loro non serve a fare opera di conversione sui pagani, ma per condurre i nostri fuori della via della verità. Sapete quale sia il genere di gloria a cui essi aspirano maggiormente? se riescono di abbattere coloro che stanno in piedi, saldi, ben fermi; non quella che potrebbe loro derivare da sollevare i caduti! E si capisce: quello che essi fanno non deriva da qualche cosa di organico, di armonico che posseggono e che possono dire loro proprio; ma è qualche cosa di frammentario, di inorganico che risulta appunto dallo sgretolare la verità. Vogliono costruire la loro casa? ebbene: essi si servono dei materiali che sono riusciti ad abbattere dalla nostra. Togliete a costoro il principio della Legge Mosaica, i Profeti, Iddio Creatore: essi, ecco, che non sapranno formulare contro di noi, più accusa alcuna. Ed accade così, che essi riescono a mandare in rovina più facilmente gli edifici, che pur hanno solide basi, piuttosto che ne possano costruire uno nuovo coi materiali giacenti. E a questo lavoro essi attendono con umiltà ipocrita, con ogni maggiore mitezza e sottomissione. Del resto, poi, costoro non conoscono riguardo alcuno neppure per i loro capi; e questa è la ragione per la quale fra eretici non si sente parlare di scismi, perché, anche quando vi siano, non vengono alla luce: sta proprio nello scisma la loro forza unitaria. Chiamatemi liberamente bugiardo, quando non sia vero che ognuno s’allontana, si stacca dalle proprie norme senza riguardo alcuno; e le regole ricevute le altera, le dispone, le modifica a suo modo, come del resto colui che tali norme anteriormente aveva tramandato, le aveva prima, a sua volta, mutate secondo l’arbitrio suo. Dunque l’eresia nel suo progredire, nel suo svolgersi, non fa che conservare la natura sua originaria e il carattere che essa ebbe fin da principio. Quello che Valentino crede lecito per sè, cioè portare innovazioni secondo il suo capriccio in materia dì fede, se lo credono lecito anche i suoi seguaci, i Valentiniani, e Io stesso accade per Marcione e i Marcioniti. Così infine, qualora noi volessimo esaminare propri  intimamente le credenze eretiche, noi troveremmo, senza dubbio, che tali dottrine si trovano certamente in contrasto in molti punti col fondatore della dottrina stessa. Un numero grande di loro non riconoscono chiese, e se ne vanno privi di quella che dovrebbe essere come la madre loro, senza alcuna sede stabile, privi di luce ed errabondi cosi, come divisi e banditi dalla società.

XLIII.  Stranezze degli eretici

Non sono sfuggite neppure le relazioni che gli eretici hanno con una gran quantità di maghi, di ciarlatani, di astrologhi, di filosofi; con tutta quella gente, cioè, che non fa altro che spendere il suo tempo in ricerche vane ed inutili. Non fanno essi che ricordare il versetto “cercate e troverete„ (136). Quale specie di fede essi abbiano, si può giudicare benissimo dalla condotta, dal tenore di vita che essi tengono, dalle compagnie che frequentano; è proprio tutto questo che può darci un indice della dottrina da essi seguita. Dicono costoro che non bisogna temere Iddio: è naturale quindi che in tutte le cose per essi ci debba essere la più assoluta delle libertà; ma dove è che si può parlare di non temere Iddio, se non là dove la divinità non sia? e dove non è Iddio, ivi non sta neppure la verità e dove non esiste verità, ivi non si può non riscontrare, naturalmente, che un sistema di vita quale è quello che gli eretici seguono. Ma dove Dio esiste, ivi non si può non riscontrare il timore di Lui, nel quale appunto risiede il principio di ogni Sapienza (137); là, dove esiste il timor di Dio, esistono pure una condotta seria e dignitosa, una cura scrupolosissima, una diligenza grande, un criterio di scelta assennato e giusto, la facoltà di giudicare e di esprimersi dopo aver ben riflettuto, il nostro miglioramento per le opere degnamente prestate, la sottomissione ai sacri principi religiosi, la pietà delle opere, la modestia di ogni nostra azione.: la Chiesa nella sua armonica unione è lì: tutte queste cose sono di Dio.

XLIV. Gli eretici: il giudizio che il Signore darà su loro

A maggior dimostrazione della verità, s’aggiungono poi queste prove, che consistono appunto nella severità massima della disciplina da noi sostenuta. Come è possibile che vi sia qualcuno il quale voglia allontanarsi da lei! non ne potrà ricevere vantaggio alcuno davvero: basterà che ognuno pensi al futuro giudizio finale, per il quale sarà pur necessario che noi tutti ci presentiamo al supremo tribunale di Gesù, per render conto delle azioni nostre (138) e sopratutto di come noi abbiamo saputo conservare il principio della fede più pura. E che dovranno dire dunque coloro, che la Vergine consegnataci da Gesù (139) hanno vergognosamente macchiato colla adultera colpa dell’eresia? Oh, io penso che essi addurranno come scusa, come giustificazione del loro operato, il fatto che loro non fu detto nulla mai intorno a dottrine malvagie e perverse che avrebbero dovuto sorgere, ne da Cristo né dagli Apostoli, e che quindi avrebbero dovuto guardarsene e coprirle del loro disprezzo (140). E quindi saranno pronti a gettare la colpa, che è di loro, invece su chi non li ha prima messi sull’avviso, onde potessero difendersi. 

Ma saranno poi anche pronti ad aggiungere molte osservazioni e prove sull’autorità posseduta da ciascuno che sia stato fondatore e sostenitore di un’eresia e diranno che quelli hanno saputo confermare e dare prove convincenti e sicure della loro dottrina: hanno infatti resuscitato dei morti, hanno restituito la sanità a dei malati, hanno predetto il futuro, così che, a buon dritto, essi potessero esser creduti apostoli (141). Quasi che non fosse stato scritto pure che sarebbero venuti molti i quali avrebbero operato fra gli uomini delle cose straordinarie, miracolose addirittura, e tutto ciò l’avrebbero fatto per rafforzare, per consolidare la loro predicazione, che non era altro invece che menzogna ed inganno.

E sarà così forse che spereranno di ottenere perdono. E allora potrebbe anche verificarsi il caso che coloro, i quali avranno tenuto fede alle Sacre Scritture Apostolìche e alle regole in esse contenute e avranno conservato quindi la loro dottrina nella sua più assoluta integrità e purezza, forse potranno anche correre pericolo di condanna.

Il Signore potrà loro risponder così: avevo preannunziato che sarebbero certamente venuti alcuni che, in mio nome, in quello dei Profeti e degli Apostoli, sarebbero stati maestri di menzogna, ed io avevo dato incarico ai discepoli miei di avvertirvi di ciò. Avevo anche dato ai miei Apostoli un Vangelo e tutta una dottrina ispirata a quei principi di fede, ma non avendo voi dimostrato di credere facilmente, piacque a me poi di apportare qualche cambiamento. Anche la Resurrezione della carne avevo promesso, ma ci ho ripensato su e mi accorgo di non poter più mantenere la promessa fatta. Mi ero manifestato come chi aveva avuto suo nascimento da una Vergine, ma poi questa cosa mi è sembrata coperta da un’ombra di vergogna. Colui che fa sorgere il sole e manda dal cielo le piogge l’avevo chiamato Padre mio: un altro padre migliore del primo mi ha ora adottato. Vi avevo anche proibito di dare ascolto agli eretici, ma riconosco ora che ho sbagliato. Cose enormi queste! ma avvengono a coloro che escono dalla retta strada e non sanno evitare i pericoli, i quali minacciano ed insidiano la fede vera ed integra. 

Ma mi par che basti ora: noi abbiamo portato la nostra parola contro tutte le eresie in generale e dobbiamo contro di esse usare prescrizioni ben fisse, ispirate alla massima giustizia e che rispondano a un criterio di assoluta necessità; e abbiamo il dovere di tenerle ben lontane da ogni eventuale confronto colle Sacre Scritture. Ci accompagni la grazia del Signore e potremo anche su qualcuna portare la nostra risposta particolarmente. Per chi legge queste nostre pagine nella fede della verità, noi formuliamo l’augurio di avere dal nostro Signore, pace e favore in eterno.


NOTE


(1) Matteo VII. 15 “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste da pecore, ma di dentro son lupi rapaci„. Matteo XXIV. 5. “Molti infatti verranno nel nome mio, dicendo: Io sono il Cristo: e sedurranno molti„ . Matteo XXIV. 24. “Perché sorgeranno falsi Cristi e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da ingannare, se è possibile, gli stessi eletti„.

(2) I. Ai Corinti. I. 19. “Imperocché sta scritto: Sperderò la saggezza dei savi e rigetterò la prudenza dei prudenti„.

(3) II. A Timoteo. III. 8. “Così anche costoro contrastano alla verità: uomini corrotti della mente, reprobi riguardo alla fede„.

(4) Atti. XIII. 22. “Rimossolo, suscitò loro per re, David, cui, rendendo testimonianza, disse: Ho trovato David di lesse, uomo secondo il cuor mio, che farà tutti i miei voleri”

(5) Salmo. L.

(6) III. dei Re  IV. 29. “E Iddio diede sapienza a Salomone e grandissimo senno e un animo capace di tante cose, quanta è la rena che è sul lido del mare „.

(7) Agli Ebrei. IV. 15. “Imperocché non abbiamo noi un pontefice il quale non possa aver compassione delle nostre infermità: ma similmente tentato in tutto, tolto il peccato„. I. Lettera di S. Pietro. II. 22. “Il quale non commise peccato, né frode si trovò nella sua bocca „.

(8) Matteo X. 22. “E sarete odiati da tutti per causa del nome mio, ma chi avrà perseverato fino alla fine, si salverà „.

(9) Esdra. VIII. 20. “Lo sguardo del Signore è profondo „.

(10) I. Dei Re. XVI. 7. “Ma il Signore disse a Samuele: Non riguardare al suo aspetto, né all'altezza della sua statura, perché io l’ho lasciato indietro? con ciò sia che il Signore non riguarda a ciò che l'uomo riguarda, perché l'uomo riguarda a ciò che è davanti agli occhi, ma il Signore riguarda al cuore”.

(11) II. A Tìmoteo II. 19. “Ma saldo sta il fondamento di Dìo, che ha questo segno: conosce il Signore quelli che sono Suoi, e si ritira dall’iniquità chiunque invoca il nome del Signore„.

(12) Matteo XV. 13. “Qualunque pianta non piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata „.

(13) Marco. X. 31. “Molti dì primi saranno ultimi e d’ultimi primi “

(14) Matteo III. 12. “Egli ha il ventilabro in mano e purgherà bene la Sua aia e raccoglierà il Suo frumento nel granaio; ma brucerà la paglia con fuoco inestinguibile„.

(15) Matteo XIII. 22. “Quello poi che riceve la semenza in un buon terreno, è chi ascolta la parola, e ci pone mente; e porta frutto, e rende questo il cento e quello il sessanta, quell’altro il trenta„. Giovanni VI. 66. “Per questo v’ho detto che nessuno può venire da me, se non gli sia concesso dai Padre mio„.

(16) Giovanni VI. 67-63. “D’allora molti dei suoi discepoli si ritrassero indietro, e non andavano pie con lui: per ciò Gesù disse ai dodici: vorreste andarvene anche voi? „.

(17) Ermogene: è interessante di lui il ritratto che ce ne ha lasciato lo stesso Tertulliano (Ad. Hermog. I.): dalla irrequietezza del suo carattere era naturalmente portato verso l’eresia: crede d’esser facondo, perché parla molto e alla sfacciataggine suoi dare il nome di fermezza. Ufficio di coscienza virtuosa per lui è il dir male di tutti. Dipinge per giunta quel che non è lecito e passa continuamente da un matrimonio ad un altro: invoca da un lato la legge di Dio a sfogo della sua passione, e la disprezza dall’altro in vantaggio della sua arte: due volte falsario per il pennello e per lo stile, adultero fino alla radice dei capelli e nella dottrina e nella carne. In lui senti il fetido contagio di coloro che amano celebrar nuove nozze... L’eresia di Ermogene era fondata sui dissidio fra Dio e materia, ed egli, subendo in gran parte l’influenza della dottrina stoica, credeva nell’esistenza di una materia prima dalla quale Dio avrebbe prodotto il mondo e da questa materia sarebbe derivato non solo il corpo ma l’anima dell’uomo: l’eretico poi ammetteva l’identificazione del Padre e del Figlio. 

(18) II. A Timoteo. I. 15. “Tu sai come si sono da me alienati tutti quelli che sono nell’Asia, tra i quali è Figello ed Ermogene„. I. A Timoteo. I. 20. “Del numero dei quali è Hymeneo e Alessandro t i quali io ho consegnati a Satana, perché imparino a non bestemmiare„.

(19) I. Lettera di S. Pietro. IV. 13. “Ma godetevi di partecipare ai patimenti di Cristo, affinché ancor vi rallegriate ed esultiate, quando si manifesterà la gloria di lui„.

(20) Matteo VII. 15. “Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste da pecore, ma di dentro son lupi rapaci„.

(21) I. Lettera di S. Giovanni. IV. I. “Carissimi, non vogliate credere ad ogni spirito, ma provate gli spiriti se sono da Dio, perché molti falsi profeti sono usciti per il mondo„.

(22) II. Ai Corinti XI. 13. “Imperocché questi tali falsi apostoli sono operai finti, che si trasfigurano in apostoli di Cristo„.

(23) I. Lettera dì S. Giovanni. II. 18. “Figliuolini, è l’ultima ora: e siccome udiste che l’Anticristo viene, anche adesso molti son diventati anticristi, donde intendiamo che è l’ultima ora” 1. Lettera di S. Giovanni. II. 19. “Sono «usciti di tra noi, ma non erano dei nostri, perché se fossero stati dei nostri sarebbero certamente rimasti con noi; ma si deve far manifesto che non tutti sono dei nostri„.

(24) Marco. XIII. 7. “Quando poi sentirete rumori di guerre, non temete: è necessario che ciò accada, ma non è ancora la fine... „.

(25) I. Ai Tessalonicesi. V. 21. “Disanimate tutto: Attenetevi ai buono„. I. Ai Corinti. XI. 19. “Imperocché sta scritto i sperderò la saggezza dei savi e rigetterò la prudenza dei prudenti„.

(26) I. Ai Corinti. I. 10. ‘“Or vi scongiuro, o fratelli, per il Nome del Signor Nostro Gesù Cristo, che diciate tutti il medesimo; e non siano scismi tra voi, ma siate perfetti nello stesso spìrito e nello stesso sentimento„.

(27) Ai Galati. V. 19-20. “Or manifeste sono le opere della carne, le quali sono l’adulterio, la fornicazione, l’impurità, la lussuria, l’idolatria, i venefici, le inimicizie, le contese, le emulazioni, le ire, le risse, le discordie, le sette„.

(28) A Tito. III. 10-11. “L’uomo eretico, dopo la prima e la seconda correzione, sfuggilo, sapendo che questo tale è pervertito e pecca, come quegli che per suo proprio giudizio è condannato„.

(29) Eresia, dal verbo greco ai9re/w: ai3resij : significa propriamente scelta, in quanto uno, allontanandosi dalla vera credenza, segue a suo piacimento un’altra dottrina.

(30) Ai Galati. I. 11-12. “Or vi fo sapere, o fratelli, come il Vangelo, che è stato evangelizzato da me, non è cosa, umana, perché non lo ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo„. 

(31) Ai Galati. I. 8. “Ma quand’anche noi o un Angelo del Cielo evangelizzi a voi oltre quello che abbiamo a voi evangelizzato, sia anathèma„.

(32) Filumenei sembra che costei fosse una donna di Alessandria, la quale, invasata da spirito diabolico, andasse profetando. Apelle sembra che abbia avuto relazioni con costei e ne divenisse seguace e scrivesse le Profezie e le Rivelazioni di Filumene.

(33) II. A. Timoteo. IV. 3. “Imperocché verrà tempo che non potran patire la sana dottrina, ma, secondo le proprie passioni, per prurito di udire, moltiplicheranno a sè stessi i maestri„.

(34) I. Ai Corinti. I. 27. “Ma le cose stolte del mondo elesse Dio per confondere i sapienti, e le cose deboli del mondo elesse Dio per confondere le forti„. I. Ai Corinti. III. 18. “Niuno inganni sè stesso: se qualcuno tra di voi si tiene per sapiente secondo questo secolo, diventi stolto, affin d’esser sapiente„.

(35) Eoni: fu di Valentino questa teoria. Egli nacque in Egitto, e seguì l’eresia gnostica; fu autore del sistema eclettico più ampio, in cui si uniscono elementi varî, tratti dalla teosofia orientale, dalla dottrina dei Pitagorici, degli stoici e dei sacerdoti egizi; insegnò a Roma verso l’anno 140; ebbe molti discepoli fra i quali, i principali, Eracleone, Tolomeo, Marcos, Bardesane. Eoni (ai0w~nej): le eternità. Gli gnostici chiamavano cosi, a causa della loro eternità, le emanazioni o proiezioni che, secondo la loro dottrina, colmavano l’intervallo fra la materia e lo spirito, mettendo in contatto questi due principi da essi concepiti come opposti e irriducibili. Gli Eoni si cambiavano in Sigizie o coniugazioni a coppie e in pleromi. Pleroma era detta dagli gnostici la pienezza dell’essere, il complesso degli Eoni in numero di trenta. L’eresia di Valentino si diffuse fra l’epoca di Adriano e di Antonino Pio: senza credere che la ragione del suo distacco dalla Chiesa fosse la sua mancata elezione, alla carica episcopale, pure, secondo quanto afferma Tertulliano stesso (Adversus Valent. 4), ne può essere stata la ragione occasionale: “Speraverat episcopatum Valentinus, quia et ingenio poterat et eloquio. Sed alium ex martyrii praerogativa loci potitum indignatus, de Ecclesia authenticae regulae abrupit. Ut solent animi pro prioratu exciti praesumptione ultionis accendi, ad expugnandam conversus veritatem et cuiusdam veteris opinionis semitam nactus, aestu colubroso viam deliniavit„. La sua dottrina eonologica si dice che l’avesse ricevuta da un certo Theodas, compagno dell’Apostolo Paolo.  Al sommo delle cose eterne, incomprensibili, si trova l’abisso, cioè il Padre non generato, e la sua compagna Segè: il Silenzio. Da questi primi due Eoni balza fuori, come estrinsecazione dell’assoluto, un seme dal quale, a sua volta, nascono altri due Eoni: l’Intelletto e la Verità, da cui, con successivo processo, il Verbo e la Vita, l’Uomo ideale e la comunità di vita; dalla prima delle quali coppie scaturiscono altri dieci Eoni, dalla seconda altri dodici, formando così un numero complessivo di trenta, quindici di natura maschile e altrettanti femminile; divisi in un aggruppamento di otto (Ogdoade), di dieci (Decade), di dodici (Dodecade): tutti uniti formano il Pleroma. “Società perfetta degli esseri ineffabili„. Desiderio degli Eoni è di conoscere il primo principio che è l’abisso, ma ciò non può essere ottenuto che dal primo figlio, l’Intelletto, e fra gli Eoni ve n’è uno che aspira più di ciascun altro al principio originario ed è l’ultimo di essi: la Sapienza la quale, in questa tendenza alle regioni superne della luce, corre rischio di dissolversi se il termine d’ogni realtà non intervenisse: esso è detto Horos. Intanto dalla coppia di Eoni, Intelletto e Verità, emanano, come sedicesima coppia, il Cristo e lo Spirito Santo e da essi gli altri Eoni comprendono come debba regolarsi la relazione col principio primo, che non è concesso comprendere, e allora, in uno slancio di gratitudine verso il Padre, dal seno degli Eoni, tutti uniti in questa adorazione al principio, emana Gesù Salvatore, che sarebbe così il trentatreesimo Eone. Ma la Saggezza, nello sforzo da lei compiuto per il raggiungimento del Principio Primo, ha generato imperfettamente una creatura dal nome Achamoth , figlio dunque del travaglio solitario di conoscere l’Essere Supremo. Achamoth sprofonda nel Caos dal quale Cristo e Gesù Salvatore lo sollevano, dando a lui la facoltà dì conoscere e di liberarsi dalle passioni: allora si viene alla formazione della materia inanimata in quanto Achamoth mantiene la sua impurità originaria; la materia animata e spirituale per un processo di sempre maggior purità ed elevazione. Da Achamoth ha origine il Demiurgo che crea ormai non più le tre sostanze, materiale, psichica, e pneumatica come Achamoth, ma il mondo e l’Uomo che può essere di sostanza materiale carnale di natura e di natura spirituale. In Gesù di Nazareth appare il Redentore che consta di quattro elementi, uno apparentemente corporeo, lo psichico, il pneumatico, il divino proprio del Pleroma, e su lui discende in forma di Colomba l’Eone Gesù Salvatore, che risale alla perfezione del Pleroma quando il Redentore muore, portando seco l’elemento pneumatico o spirituale del Redentore, lasciando ai tormenti gli altri elementi di cui Egli risulta.

(36) Marcione, seguace di Cerdone, gnostico, della Siria: nel 144 venne a rottura colla Chiesa: fondò una dottrina basata sul dualismo, che si concreta appunto in un dualismo fra due principi eterni e increati di un Dio buono e di uno giusto, ma anche cattivo, il quale ultimo è il creatore del mondo. La dottrina stoica fu fondata da lenone, dì Cizico in Cipro s gli Stoici credevano che il principio attivo o dinamico sia una forza sempre in azione, informatrice della materia e la muove e la organizza: l’esistenza stessa del corpo non è possibile che così: occorre alla materia un principio di unità che ne mantenga le parti, che le tenga insieme, come occorre alla forza un substrato in cui essa risieda e nel quale agisca: l’uno non può stare senza dell’altro: gli Stoici chiamano questa forza ragione, o anche Dio, forza divina.

(37) La scuola Epicurea fu fondata da Epicuro in Atene (341-270) nel 3° secolo A. C. e durò fino al 4° Sec. D. C.: furono seguaci di questa dottrina Metrodoro, Ermarco, Polistrato, Apollodoro, Diogene di Tarso, Fedro; in Roma Amafinio, Pomponio Attico, Lucrezio Caro, che l’espose nel suo poema De rerum natura„. Questo sistema esclude ogni intervento divino e ogni finalità nella natura, nella quale non scorgeva che cause meccaniche; pone il criterio del vero nella certezza data dalla sensazione e il fine supremo della condotta fa consistere non già nel piacere grossolano e immediato dei sensi, ma nella felicità che è data, per quel che riguarda il corpo, dall’assenza del dolore (a0poni/a) e, per ciò che concerne l’animo, dalla tranquillità (a0taraci/a). L’anima è mortale: la materialità dell’anima e la sua mortalità sono i due dogmi fondamentali della psicologia epicurea.

(38) Eraclito (540-480) poneva il fuoco come principio, come fondamento e simbolo della sostanza del mondo. Zenone sostiene un panteismo materiale, confondendo la natura con Dio: Dio, o la ragione cosmica, è dappertutto; è il mondo stesso nel suo carattere razionale e nella sua perfezione, è un Dio immanente che s’identifica col mondo e il mondo tutto è come un immenso vivente immortale, di cui tutte le parti cospirano insieme e si corrispondono. Di qui quella parentela di tutte le cose che fanno un tutto unico simpatizzante con sè stesso: quella consentiens, conspirans, continuata cognatio rerum di cui parla Cicerone e che non sarebbe possibile, se tutte le cose non fossero contenute da un solo divino e continuato spirito (Melli).

(39) Entimesi: animazione della Sapienza Superiore come Eone a sè separato dal Pleroma o mondo ideale superiore: Ectroma: significherebbe: l’ultimo degli Eoni: Cristo.

(40) I. A Timoteo. I. 4. Né andasser dietro alle parole e alle genealogie che non hanno fine, le quali partoriscon piuttosto delle dispute, che quell’edificazione di Dio che si ha per la fede„. II. A Timoteo. II. 17. E il loro discorso va crescendo come cancrena: tra i quali è Imeneo e Fileto„. A Tito. III. 9. “Ma le pazze questioni e le genealogie e le dispute e le battaglie legali sfuggile, perché sono inutili e vane„.

(41) Ai Colossesi. II. 8. “Badate che alcuno non vi seduca per mezzo di filosofia inutile e ingannatrice. secondo la tradizione degli uomini, secondo i principî del mondo e non secondo Cristo ...

(42) Atti. XVII. 15. “Quelli poi che accompagnavano Paolo, lo condussero fino ad Atene, e, ricevuta commissione da lui per Sila e Timoteo di raggiungerlo il più presto, partirono...

(43) Platone insegnò negli orti di Academo, i quali rimasero poi la sede della sua scuola detta perciò Accademia: essa durò fino al VI sec. D. C. e si divide in tre periodi: la vecchia Accademia ingolfatasi con Spensippo, Xenocrate e Crantore nella metafisica pitagoreggiante, e in astruso dogmatismo; la media, caduta nello scetticismo con Cameade e Arcesilao; la nuova, tornata al primitivo dogmatismo con Filone di Larissa e Antioco di Ascalona.

(44) Atti. V. 12. “E si facevano per le mani degli Apostoli molti segni e prodigi nel popolo. E tutti, di comune accordo, se ne stavano nel portico di Salomone„.

(45) Matteo XVI. 13-16. “Chi dice la gente che sia il Figlio dell’Uomo? Ed essi risposero: Altri dicono che è Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti. E Gesù disse loro: Or voi chi dite che io mi sia? In risposta, Simon Pietro, disse: Tu sei il Cristo, il Figliolo del Dio vivente„.

(46) Matteo XI. I. E, quando ebbe finito di dare questi insegnamenti ai suoi Dodici Apostoli, Gesù partì di là per insegnare e predicare nelle loro città” 

(47) Luca XVI. 29. “E Abramo gli rispose: Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli„.

(48) Giovanni V. 39. “Voi investigate le Scritture, perché credete d’avere in esse vita eterna: ora queste son quelle che fanno testimonianza di me„.

(49) Isaia. X. 4-i 5. Ecco che le Nazioni sono come una goccia della secchia e son valutate come uno scrupolo che da il tratto alla bilancia: ecco che le isole sono come un granellino di polvere„.

(50) Matteo XV. 24. “Ed egli in risposta, disse: Non sono stato mandato che alle pecore perdute della Casa di Israele„. 

(51) Matteo XV. 26. “Ed egli le rispose: Non è ben fatto prendere il pane dei figlioli e gettarlo ai cani„.

(52) Matteo X. 5. “Questi dodici inviò Gesù, ordinando loro così: Non andate tra i gentili, e non entrate nelle città dei Samaritani„. Matteo XXVIII. 19-20. “Andate dunque ad istruire tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservar tutto quanto v’ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo„. Giovanni XVI. 13. “Quando però verrà lo spirito di Verità, vi giudicherà per ogni vero: che non vi parlerà da sè, ma dirà tutto quello che udrà e v’annunzierà l’avvenire„.

(53) Matteo VII. 7-8. “Chiedete e vi sarà dato: cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto: che chiunque chiede, riceve, chi cerca trova, e a chi picchia, sarà aperto„.

(54) Ebioniti: cristiani giudaizzanti: dicevano che la nascita di Cristo era avvenuta non diversamente da quella degli altri esseri umani. Simone: altro eretico.

(55) Luca XV. 8-9. “O qual donna, avendo dieci dramme, perdutane una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la trovi? E, trovatala, chiama d’intorno le amiche e le vicine dicendo: Rallegratevi insieme con me, che ho ritrovata la dramma smarrita„. Luca XVIII. 3. “E ci era in quella città una vedova la quale andava da lui a dirgli: Rendimi giustizia del mio avversario. E per molto tempo colui non volle, ma poi disse fra sè: Benché io non tema Iddio, né abbia riguardo agli uomini, pure, per la noia che mi da questa vedova, le farò giustizia, ché alla fine non venga più a darmi molestia„.

(56) Luca XI. 5-9. “Se uno di voi avrà un amico e andrà da lui a messa notte dicendogli: Amico, prestami tre pani, perché un amico mio è arrivato di viaggio in casa mia e non ho niente da apparecchiargli; e quello, rispondendo di dentro, dica: Non mi dar noia; l’uscio è già chiuso, ed i miei figli sono coricati con me, non posso levarmi a darti niente. Se l’altro continuerà a picchiare, vi dico, quando anche colui non si levasse a darglieli, perché è suo amico, tuttavia si leverà a dargliene, per l’insistenza, quanti gliene bisognano. E io vi dico: Chiedete e vi  sarà dato, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto„.

(57) Luca XVIII. 2-3. “C’età, in una città un giudice che non temeva Iddio, né aveva rispetto alcuno. E c’era in quella città una vedova la quale andava da lui a dirgli: Rendimi giustizia del mio avversario„.

(58) Luca XVIII. 42. “E Gesù gli replicò: Vedici; la tua fede ti ha salvato„.

(59) I. A Timoteo VI. 4-5. “Egli è un superbo, che non sa nulla, ma si ammala per dispute e questioni di parole, dalle quali nascono invidie, contese, maldicenze, cattivi sospetti, conflitti di uomini corrotti nell’animo, i quali sono stati privati della verità, e pensano che la pietà sia un’arte per guadagnare.

(60) Matteo XV. 14. “Non badate loro: ciechi son guide di ciechi; e se un cieco guida un cieco, cadono entrambi nella fossa„.

(61) I. A Timoteo VI. 4. “Egli è un superbo che non sa nulla, ma si ammala per dispute e questioni di parole; dalle quali nascono invidie, contese, maldicenze, cattivi sospetti . . . „.

(62) A Tito III. 10. “L’uomo eretico, dopo la prima e la seconda correzione, sfuggilo„.

(63) Matteo XVIII. 15-16. “Se poi tuo fratello abbia peccato contro di te, vai e correggilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, hai guadagnato tuo fratello; se non ti ascolta, prendi con te una o due persone, affinché per bocca di due o tre testimoni si stabilisca ogni cosa,„

(64) Matteo XXVIII. 19-20. “Andate dunque ad istruire tutte le genti, battezzandole nel Nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato„,

(65) Atti. I. 26, “E li tirarono a sorte, e la sorte cadde su Mattia, ed egli fu aggregato agli Undici Apostoli„.

(66) Salmo CIX. 8. “Siano i suoi giorni pochi, un altro prenda il suo ufficio„.

(67) Atti. I. 8. “Ma riceverete forza di Spirito Santo, quando verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e la Samaria, sino agli estremi del mondo„.

(68) Atti. II. 4, “E furono tutti ripieni di Spirito Santo, e cominciarono a parlare varî linguaggi, secondo che lo Spirito Santo concedeva ad essi di esprimersi„. Matteo X. 27. “Dite nella luce quel che vi dico allo scuro, e predicate sui tetti, quello che vi è stato detto all’orecchio„. Matteo XXVIII, 19-20. “Andate dunque ad istruire tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo„.

(69) Matteo XI, 27, “Tutto è stato dato a me dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio fuori del Padre, e nessuno conosce il Padre fuori del Figlio e fuori di colui, cui il Figlio Io avrà voluto rivelare„.

(70) Luca VIII. 10. “A voi è concesso di intendere il mistero del Regno di Dio; ma a tutti gli altri per via dì parabole, affinché guardando non vedano, e ascoltando non intendano„.

(71) Matteo XVI. 18-19. “E io dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, né prevaranno contro di lei le porte dell’inferno. E darò a te le Chiavi del Regno dei Geli, e qualunque cosa avrai legato sulla terra sarà legata, anche nei Cieli, e qualunque cosa avrai sciolto sulla terra, sarà sciolta anche nei Cieli„.

(72) Giovanni XVI. 23.

(73) Giovanni XIX. 26-27. “Gesù allora vedendo la madre, e lì presente il discepolo amato da lui, dice a sua madre: O donna, ecco il tuo figlio; poi dice al discepolo: Ecco la madre tua„.

(74) Marco IX. 3-6. “E apparvero loro Elia con Mosè, i quali stavano a discorrete con Gesù. E Pietro prese a dire: Maestro, è bene per noi lo star qui; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia. Non sapeva infatti quel che si dicesse, perché erano pieni di sgomento. E si levò una nuvola ad involgerli, e dalla nuvola uscì una voce che disse: Questo è il figlio mio diletto, ascoltatelo„.

(75) Matteo XVIII. 16. “Se non ti ascolta, prendi con te una o due persone, affinché, per bocca di due o tre testimoni, si stabilisca ogni cosa„. II. Ai Corinti. XIII. I. “Ecco che vengo a voi questa terza volta; sui detto di due o tre testimoni sarà decisa ogni questione„.

(76) Luca XXIV. 13-15. “Ed ecco due di loro andavano quello stesso giorno ad un castello chiamato Emmaus, distante sessanta stadi da Gerusalemme. E ragionavano insieme di quanto era accaduto. Or, mentre ragionavano e discutevano fra loro, Gesù stesso, appressatesi, camminava con essi„.

(77) Giovanni XVI. 12. “Molte cose ho ancora da dirvi, ma non le potete comprendere adesso„.

(78) Atti. II. 1-4. Giunto il giorno della Pentecoste, stavano tutti insieme nel medesimo luogo; e, all’improvviso, venne dal Cielo un suono come se si fosse levato un vento gagliardo, e riempì tutta la casa dove abitavano. E apparvero ad essi delle lingue distinte, come di fuoco, che si posarono sopra a ciascuno di loro, e furono tutti ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare vari linguaggi, secondo che lo Spirito Santo concedeva ad essi di esprimersi„.

(79) Ai Galati. II. 11. “Essendo poi venuto Pietro ad Antiochia, gli resistei in faccia, perché meritava riprensione„.

(80) Ai Galati. I. 23. “E solamente avevano sentito dire: colui che una volta ci perseguitava, evangelizza ora la fede, cui già devastava„. I. A Timoteo. I. 13. “Me, che prima fui bestemmiatore e persecutore e oppressore, ma conseguii misericordia da Dio, perché per ignoranza Io feci, essendo incredulo„.

(81) Giovanni V. 31. “Se io rendo testimonianza a me stesso, la testimonianza mia non è verace„.

(82) Atti IX. 27. “Ma Barnaba, presolo con sè, lo menò dagli Apostoli, ed espose loro come egli avesse veduto per istrada il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco avesse predicato francamente nel Nome di Gesù„.

(83) Ai Galati. I. 18. “Indi, tre anni dopo, andai a Gerusalemme per visitare Pietro; e stetti presso di lui quindici giorni„.

(84) Ai Galati. I. 23. “E solamente avevan sentito dire: colui che una volta ci perseguitava, evangelizza ora la fede, cui già devastava„. Atti. IX. 21. E tutti quei che l’udivano, restavano stupefatti e dicevano: non è costui quello che in Gerusalemme disperdeva quanti invocavano codesto Nome, ed è qui venuto a questo fine di condurli legati ai gran sacerdoti?„

(85) Ai Galati. I. 24. “E per causa mia glorificavano il Signore„.

(86) Ai Galati. II. 9. “E, avendo riconosciuto la grazia concessa a me, Giacomo e Cefa e Giovanni, che erano reputati le colonne, porsero le destre di confederazione a me e a Barnaba„.

(87) Ai Galati. III. 10. “Imperocché tutti quelli che sono per le opere della legge, sono sotto la maledizione, imperocché sta scritto: maledetto chiunque non si terrà fermo a tutte quelle cose che sono scritte nel libro della legge per adempierle„.

(88) I. A Timoteo. VI. 20. “O Timoteo, guarda il deposito, schivando le profane vanità di parole e le contraddizìoni della falsamente nominata scienza„.

(89) II. A Timoteo. I. 14. Guarda il buono deposito, per lo Spirito Santo che abita in noi”

(90) I. A Timoteo. I. 18. “Io ti raccomando questo comandamento, o figliuolo Timoteo; che secondo le profezie, che innanzi sono state di te, tu guerreggi in virtù di esse la buona guerra„.

(91) I. A Timoteo. VI. 13. “Ti ordino dinanzi a Dio, che dà vita a tutte le cose e a Gesù Cristo, il quale sotto Ponzio Pilato rese testimonianza alla buona professione„.

(92) II. A Timoteo. II. 2. “E le cose che hai udite da me con molti testimoni confidale ad uomini fedeli, i quali saranno idonei ad insegnarle anche ad altri„.

(93) Matteo VII. 6. “Non date ai cani ciò che è santo, e non buttate le vostre perle davanti ai porci, che non le pestino coi loro piedi e si rivoltino contro voi a sbranarvi„.

(94) Giovanni XVIII. 20. “Io ho parlato apertamente al mondo; io sempre ho insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove s’adunano tutti i Giudei, e niente ho detto in segreto„.

(95) Matteo X. 27. “Dite nella luce quel che vi ho detto all’oscuro, e predicate sui tetti quel che v’è stato detto all’orecchio„.

(96) Luca XIX. 20. “E venne un altro a dirgli: Signore, eccoti la tua mina, che l’ho tenuta rivolta in una pezzuola„.

(97) Matteo V. 14-15. “Voi siete la luce del mondo. Non può rimanere nascosta una città situata su di un monte, né accendono la lucerna e la mettono sotto il moggio, ma sul candeliere: così fa lume a tutti di casa„.

(98) Matteo V. 37. “Ma sia il vostro parlare: si, si; no, no; che il di più di questo viene dal maligno”

(99) Ai Galati. III. 1. “O Galati, insensati; chi vi ha ammaliati per non ubbidire alla verità?„. 

(100) Ai Galati. V. 7. “Voi correvate bene; chi vi ha dato disturbo per non prestar fede alla verità?„ 

(101) Ai Galati. I. 6. “Io mi meraviglio che si tosto da Cristo, che vi ha chiamati in grazia, voi siate trasportati ad un altro evangelo„. 

(102) I. Ai Corinti. III. 1-2.

(103) Ai Colossessi. I. 3. “Noi rendiamo grazie a Dio e Padre del Signore Nostro Gesù Cristo, facendo del continuo orazione per voi„. I. Ai Tessalonicesi. I. 2. “Noi rendiamo del continuo grazie a Dio per tutti voi, facendo di voi menzione nelle nostre orazioni„. II. Ai Tessalonicesi. I. 3. “Noi siamo obbligati di render grazie di Voi a Dio, fratelli, come egli è ben convenevole, perciocché la vostra fede cresce sommamente e la carità di ciascuno di tutti voi abbonda fra voi scambievolmente„.

(104) Giovanni XIV. 26. “Poi il consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome mio, egli v’insegnerà ogni cosa e vi commenterà tutto quanto già vi dissi„. XV. 26. “Ma quando sarà venuto il consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità, che procede dal Padre, egli attesterà per me„.

(105) II. Ai Tessalonicesi I. 7. “E a voi, che siete afflitti, requie con noi, quando il Signore Cesù  Cristo apparirà dal Cielo con gli Angeli della sua potenza„.

(106) Ai Galati. I. 8. “Ma avvenga che noi, o un Angelo del Cielo, vi evangelizzassimo oltre a ciò che vi abbiamo evangelizzato, sia anathèma„.

(107) Eleuterio: fu papa dal 174-189.

(108) II. Ai Corinti. XI. 19. “Con ciò sia che voi, essendo savi; volentieri comportiate i pazzi„.

(109) Marco XIV. 20-21. “Uno dei Dodici, quello che intinse con me la mano nel piatto. Il Figliuolo dell’Uomo se ne va, come è scritto di Lui, ma guai a quell’uomo, per cui il Figliuolo dell’Uomo è tradito. Era meglio per un tal uomo non esser mai nato„.

(110) Matteo VII. 16-17. “Li conoscerete dai loro frutti. Si coglie forse uva dalle spine e fichi dai triboli? Così ogni buon albero porta buoni frutti; e ogni albero bacato porta frutti cattivi„.

(111) II. Lettera di S. Pietro. I. 1. “Or vi furono ancora dei falsi profeti fra il popolo come altresì vi saranno fra voi dei falsi dottori i quali introdurranno eresie di perdizione e rinnegheranno il Signore che li ha comperati, traendosi addosso subita perdizione„. II. I. 15. “I quali, lasciata la diritta strada si sono sviati seguitando la via di Balaam figliolo di Bosor, il quale amò il salario d’iniquità„.

(112) Marco XVI. 17-18. “Or questi segni accompagneranno coloro che avranno creduto. Nel nome mio scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, maneggeranno serpenti e se avranno bevuto qualche veleno non farà loro male; imporranno le mali agli infermi e li guariranno„.

(113) Atti III. 1 e segg. “Pietro e Giovanni salivano al tempio all’ora della preghiera, a nona. E veniva portato un certo uomo storpio dalla nascita, che posavano ogni giorno alla porta del tempio detta la Bella, per chiedere limosina a quelli che entravano nel tempio. Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrar nel tempio, si raccomandava per aver limosina. E Pietro con Giovanni, fissandolo, dissero: Guardaci. E quello li guardava attentamente, sperando di ricevere da essi qualche cosa. Ma Pietro disse: Non ho né argento né oro, ma quel che ho, te lo do: in Nome di Gesù Cristo il Nazareno, alzati e cammina. E, presolo per la man dritta, lo alzò, e in un attimo gli si consolidarono le piante e gli stinchi. E d’un salto si levò su, e camminava; ed entrò con essi nel tempio, camminando, saltando e lodando Dio. E tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio„.

(114) Matteo XIII. 24-30. “Propose loro un’altra parabola, dicendo: il Regno dei Cieli è simile ad un uomo il quale seminò buon seme nel suo campo; ma nel tempo che gli uomini dormivano il nemico suo andò, seminò loglio in mezzo al grano, e se ne partì. Come poi il seminato germogliò e granì, allora apparve anche il loglio. I servi del padrone di casa andarono a dirgli: Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo? Come mai c’è il loglio? Ed egli rispose loro: Qualche nemico ha fatto tal cosa. E i servi gli dissero: Vuoi che andiamo a coglierlo? E egli rispose: No: che, cogliendo il loglio, non strappiate con esso anche il grano. Lasciate che l’uno e l’altro crescano fino alla mietitura e al tempo della raccolta dirò ai miei mietitori: estirpate prima il loglio e legatelo in fasci per bruciarlo; il grano poi riponetelo nel mio granaio„.

(115) Marco IV. 3-4. “Udite: ecco, il seminatore andò a seminare. E, mentre gettava il seme, parte cadde lungo la strada, e vennero gli uccelli dell’aria e lo mangiarono„. Luca VI. 1. “Or avvenne nel sabato secondo primo, mentre egli passava pei seminati, che i suoi Discepoli coglievano delle spighe e, sgranandole con le mani, mangiavano„.

(116) Ai Corinti. XV. 12.

(117) Matteo XXII. 23. “In quel giorno andarono a lui i Sadducei, i quali negano la Resurrezione, e lo interrogarono così...„. Atti XXIII. 8. “I Sadducei infatti negano esserci Resurrezione e l’esistenza degli Angeli e degli Spiriti: i Farisei invece sostengono le due cose„.

(118) Ai Galati. III. 10-11. “Con ciò sia che tutti coloro che sono delle opere della legge siano sotto maledizione... ora, che per la legge niuno sia giustificato presso Dio è manifesto, per ciò che il giusto vivrà di fede„. V. 2. Ecco: io, Paolo, non dico che, se siete circoncisi, Cristo non vi gioverà nulla„.

(119) I. A Timoteo IV. 3. “Di uomini che vieteranno il maritarsi e comanderanno d’astenersi dai cibi che Iddio ha creati„.

(120) II. A Timoteo. II. 18. “I quali si sono sviati dalla verità dicendo che la Resurrezione è già avvenuta e sovvertono la fede di alcuni„.

(121) I. A Timoteo. I. 4. “E che non attendano a favole, a genealogie senza fine, le quali producono piuttosto questioni che edificazione„.

(122) Ai Galati. IV. 3. “Così ancora noi, mentre eravamo fanciulli, eravamo tenuti in servite sotto gli elementi del mondo„.

(123) Apocalisse. II. 20. “Ma ho contro a te alcune poche cose, che tu lasci che la donna Iezabele, la quale si dice esser profetessa, insegni e seduca i miei servitori, per fornicare e mangiare i sacrifici degli idoli„.

(124) Nicolaiti: setta gnostica fondata da Nicolao. Circa l’altra eresia Gaiana, sappiamo da S. Girolamo, op. 43. “Et consurgit mihi gaiana haeresis atque olim mortua vipera caput levat„. Probabilmente questa eresia, che era venuta perdendo credito, ai tempi di S. Girolamo riprese alquanta vita.

(125) I. Lettera di S. Giovanni IV. 2-3. “E ogni spirito che non confessa che Gesù Cristo, venuto in carne, non è da Dio, quello è lo spirito d’anticristo, il quale voi avete udito venire ed ora egli è già nel mondo„. II. 22. “Chi è il mendace se non colui che nega che Gesù è il Cristo? Esso è l’anticristo, il quale nega il Padre e il Figliolo„.

(126) Atti. XIII. 20. “Ma Pietro gli disse: Alla malora tu e il tuo denaro, che hai creduto di comprare col danaro il dono di Dio„.

(127) Matteo X. 24-25. “Il discepolo non è da più del maestro, né il servo da più del suo padrone: basti al discepolo d’essere come il maestro e al servo d’essere come il padrone„.

(128) I. A Timoteo. IV. I. “Or lo Spirito dice espressamente che negli ultimi tempi alcuni a-postateranno dalla fede, attendendo a spiriti seduttori e a dottrine diaboliche„.

(129) Agli Efesini. VI. 12. “Con ciò sia che noi non abbiamo il combattimento contro a sangue e carne, ma contro ai principati, alle potestà; contro ai rettori del mondo e alle tenebre di questo secolo; contro agli spiriti maligni dell’aria„.

(130) Ai Corinti. I. 11-19.

(131) Osidio Geta: ricordiamo di lui una Medea in 461 versi.

(132) Cebete di Cinico, vissuto ai tempi di Marco Aurelio [161-180], compose la Tavola o Quadro della vita umana.

(133) Ai Corinti. I. 11-19.

(134) Mithra: era naturale che l’agape mitriaca, a base di pane e di vino, apparisse ai Cristiani come una contraffazione diabolica del Sacramento Eucaristico; si aggiunga il segno impresso sulla fronte corrispondente al crisma cristiano. Probabilmente la prima ondata dell’espansione occidentale del Mitraismo è rappresentata dalle incursioni mediterranee di quei pirati di Cilicia, che, dopo aver saccheggiato parecchie città greche, furono domati da Pompeo [a. 67 a. C.]. Essi, insieme con altri culti barbarici, praticavano anche quello di Mitra, ma, a parte questo preludio sporadico, la vera grande espansione occidentale del Mitraismo si ebbe nel I. Sec. D. C. Prima dell’anno 100 si avverte già la presenza del culto di Mitra a Roma. [Pettazzoni].

(135) Matteo VII. 6. “Non date ai cani ciò che è santo e non buttate le vostre perle davanti ai porci che non le pestino coi loro piedi e si rivoltino a sbranarvi„.

(136) Matteo VII. 7. “Chiedete e vi sarà dato: cercate e troverete: picchiate e vi sarà aperto„.

(137) Proverbi I. 7. “Il timor del Signore è il capo della scienza, ma gli stolti sprezzano la sapienza e l’ammaestramento„. IX. 10. “Il principio della sapienza è il timor del Signore, e la scienza dei Santi è la prudenza„.

(138) I. Lettera di S. Pietro. IV. 5. “I quali renderanno ragione a colui che è presto a giudicare i vivi ed i morti„.

(139) Ai Corinti. II. 11-13.

(140) II. A. Timoteo. III. 1. “Or sappi questo: che negli ultimi giorni sopraggiungeranno tempi difficili„.

(141) Matteo VII. 15-16. “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma di dentro son lupi rapaci: li conoscerete dai loro frutti„. XXIV. 4-5. “Badate che nessuno vi seduca: molti infatti verranno nel nome mio, dicendo: Io sono il Cristo, e sedurranno molti„. 24. “Perché sorgeranno falsi Cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e prodigi da ingannare, se è possibile, gli stessi eletti„. II. Ai Corinti, XI. 13. “Per ciò che tali falsi apostoli sono operai fraudolenti, trasformandosi in apostoli di Cristo„. I. A Timoteo IV. 1. “Or lo spirito dice espressamente che negli ultimi tempi alcuni apostateranno dalla fede, attendendo a spiriti seduttori e a dottrine diaboliche„. II. IV. 3-4. “Per ciò che verrà il tempo che non comporteranno la sana dottrina... e rivolteranno le orecchie dalla verità, e si volgeranno alle favole„. II. Lettera di S. Pietro. III. 3. “Sapendo questo, ricordati che negli ultimi giorni verranno degli schernitori, che cammineranno secondo le loro concupiscenze„.