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LA CHIESA E I TESTI ORIGINALI









BIBBIE CATTOLICHE E BIBBIE PROTESTANTI


TRADUZIONI IN LINGUA ITALIANA ED INGLESE


 

BIBBIE CATTOLICHE E BIBBIE PROTESTANTI
 
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BIBBIE CATTOLICHE E BIBBIE PROTESTANTI

 

 

Quasi tutte le Bibbie tradotte dai testi originali utilizzano oggi lo stesso testo ebraico (Biblia Hebraica Stuttgartensia) ed il medesimo testo greco (The Greek New Testament UBS). Le differenze sono pertanto minime e, quasi sempre, derivano dal fatto che (per l'Antico Testamento) i protestanti preferiscono fare riferimento quasi esclusivo al testo masoretico, mentre i cattolici, soprattutto dove il testo ebraico sembra oscuro o corrotto, ricorrono senza troppi pregiudizi anche ad altre autorevoli fonti testuali (Bibbia dei Settanta, Vulgata, Manoscritti del Mar Morto, Pentateuco Samaritano, Vetus Sira, Teodozione, ...). La Settanta è comunque ancora molto stimata dalle chiese ortodosse, che spesso la utilizzano per uso liturgico e per traduzioni ufficiali, sottolineandone l'antichità e l'uso preferenziale fattone dalla chiesa primitiva. Per il Nuovo Testamento le differenze sono invece praticamente inesistenti, essendo stato raggiunto un consenso unanime sul testo critico comune da utilizzare (grazie ai contributi di Wescott ed Hort, Nestle ed Aland, Martini e Metzger), testo che oggi ha praticamente soppiantato la "Vulgata Clementina" ed il "Textus Receptus" di Erasmo da Rotterdam.

 

Nelle Bibbie protestanti mancano poi quasi sempre utili note esplicative ed i libri deuterocanonici sono regolarmente omessi o inseriti in appendice. Fino all'inizio degli anni ’60 le Bibbie cattoliche furono ricavate dalla Volgata latina e vennero corredate da edificanti note esplicative, tratte dalle riflessioni di autorevoli Padri della Chiesa o di altri dotti studiosi cattolici. Per almeno tre secoli il timore del protestantesimo portò le autorità religiose a bollare con parole veementi tutte le società bibliche, a vietare il possesso di bibbie protestanti e a mettere all'indice anche le bibbie cattoliche ristampate, senza note e libri deuterocanonici, da editori non cattolici. Dopo il Concilio Vaticano II la situazione cambiò radicalmente: la Volgata non fu più il testo ufficiale e liturgico della chiesa cattolica e largo spazio venne dato ad accurate traduzioni dai testi originali in lingua volgare. Sotto l’influsso della ricerca archeologica e della critica testuale molte Bibbie furono arricchite da note storiche e linguistiche di indubbio valore culturale e di notevole spessore esegetico: in alcuni casi non mancarono però venature scettiche e scarsamente pastorali con effetti poco edificanti sugli spiriti più deboli e meno eruditi.

 

 

 

 

 

 

Bibbie cristiane: testi di riferimento

 

 

 

 

 

 

Cattolici fino XIX secolo

Cattolici dopo

XIX secolo

Ortodossi

Protestanti fino XIX secolo

Protestanti dopo

XIX secolo

 

Nuovo Testamento

 

Vulgata

Testo critico di Nestle - Aland

Textus Receptus

(o Testo Bizantino)

Textus Receptus

Testo critico di Nestle - Aland

 

Antico Testamento

 

Vulgata

Testo Masoretico

 

(Settanta e Vulgata nei casi dubbi)

Settanta

Testo Masoretico

Testo Masoretico

 

 

 

 

ALCUNE TRADUZIONI IN LINGUA ITALIANA

 

 

La prima Bibbia in lingua italiana fu realizzata a Venezia nel 1471 ad opera del monaco camaldolese Nicolò Malermi: si trattò di una traduzione dalla Vulgata latina, diffusa dal tipografo Vandelino, più volte ristampata negli anni successivi ed accolta con grande entusiasmo dal mondo cattolico.  La prima traduzione in lingua italiana dai testi originali fu effettuata da Antonio Brucioli nel 1535 ed ebbe buona diffusione tra i cattolici, anche se nel 1540 le fu aggiunto un commento protestante che contribuì a screditarla presso le autorità ecclesiastiche. Nel 1599 il papa Paolo IV legò l’uso ed il possesso di una Bibbia in lingua volgare al permesso del Santo Uffizio ed all’autorizzazione del Vescovo locale. In ambito protestante fu pubblicata a Ginevra tra il 1607 al 1641 la versione del lucchese Giovanni Diodati, più volte ristampata fino ai giorni nostri. L’opera era molto valida per la traduzione dell’Antico Testamento: il Diodati era infatti tornato al testo ebraico, superando talora per precisione ed esattezza addirittura la Vulgata. La traduzione del Nuovo Testamento era invece segnata da pregiudizi calvinisti e soprattutto dall’utilizzo del testo greco ricostruito da Erasmo da Rotterdam (il cosiddetto Textus Receptus), in molti punti decisamente meno attendibile del testo latino della Vulgata Clementina.

 

Tutto il protestantesimo continuò però ad accusare, per almeno tre secoli, la Chiesa cattolica di attaccamento superstizioso e bigotto alla Vulgata e di immotivato rifiuto delle traduzioni dai testi originali. Dalla seconda metà del 1500 le chiese riformate, in chiara polemica con la chiesa cattolica, fecero infatti costante riferimento al cosiddetto Textus Receptus, ricostruito da Erasmo e da Robert Estienne. Le famose versioni italiana del Diodati, tedesca di Lutero ed inglese di King James sono state ottenute proprio partendo da tale testo. Il Textus Receptus era però tutt'altro che perfetto e, secondo la critica testuale moderna, risultava pesantemente condizionato da aggiunte, arricchimenti ed abbellimenti del testo originale. Di qui nascevano i timori e le chiusure della chiesa cattolica: il testo greco che rappresentava, almeno in parte, la tradizione testuale della chiesa bizantina era stato ricostruito da Erasmo da Rotterdam utilizzando alcuni manoscritti poco affidabili (due provenienti da una biblioteca monastica di Basilea ed uno risalente al XII secolo) e, in non pochi punti (soprattutto per il libro dell'Apocalisse), lo stesso Erasmo si era addirittura affidato alla Vulgata, ritraducendo in greco il testo latino [1].

 

Nel 1781 Antonio Martini, arcivescovo di Firenze, offrì ai cattolici un’autorevole versione in lingua italiana traducendo la Vulgata latina ed arricchendo il  testo della Bibbia con edificanti  note teologiche, storiche e pastorali. Erano inoltre presenti ampi riferimenti alle principali opere dei Padri della Chiesa, importanti riscontri sul testo originale ebraico e greco e possibili correzioni al testo latino della Vulgata Sisto-Clementina. La Bibbia del Martini ebbe grande diffusione fino al XX secolo e venne ristampata, oltre che dai cattolici, da non poche case editrici protestanti. L'ultima riedizione in tre volumi della Bibbia del Martini risale al 1967-72, dove furono molto alleggerite le introduzioni e le note ai vari libri, nonché le note ai vari versetti. Fino alla versione CEI del 1971, i brani liturgici furono tratti dalla Bibbia del Martini.

 

Solo dopo la scoperta e la pubblicazione del Codice Sinaitico da parte di Tishendorf (1862) molti studiosi cattolici e protestanti hanno tentato di  ricostruire il testo greco originale, abbandonando pregiudizi, sospetti e superstizioni. Il Codice Sinaitico (oggi conservato al British Museum di Londra) ed il Codice Vaticano (ospitato dalla grande biblioteca vaticana a Roma) risultano infatti molto antichi (IV secolo), abbastanza affidabili e sostanzialmente concordi. Con i due codici sopraddetti concordano anche papiri molto antichi come P45 o Chester Beatty I (inizi del III secolo), P46 o Chester Beatty II (II secolo) e P75 o Bodmer XIV-XV (II secolo). Per il Nuovo Testamento la ricostruzione critica  del testo greco originale è stata quindi portata avanti da Westcott e Hort verso la fine del XIX secolo, mentre nel XX secolo si sono distinte le varie versioni  curate da Nestle e Aland e recentemente rivedute da Martini e Metzger.

 

La prima versione riveduta sui testi originali fu quella del valdese Giovanni Luzzi (1924) che coordinò un profondo lavoro di correzione, emendamento ed aggiornamento linguistico, partendo del testo della Diodati ed utilizzando, oltre ai testi originali, i contributi di Wescott e Hort, della English Revised Version e dell’American Standard Version.

 

La Chiesa Cattolica incoraggiò il lavoro di revisione e ricerca, soprattutto con Pio X che, nel 1907, commissionò ai monaci benedettini l'incarico di fare ricerche e preparativi per un’edizione riveduta della Volgata e con Pio XII che, nel 1943, con l’enciclica Divino Affilante Spiritu caldeggiò vivamente lo studio delle lingue antiche e la preparazione di nuove traduzioni dai testi originali. Furono così pubblicate moltissime traduzioni sui testi originali come le Bibbie di Vaccari (1958), di Nardoni (1960), di Garofalo (1960) e di Galbiati (1963).

 

Nel 1973 la Conferenza Episcopale Italiana diffuse la traduzione ufficiale tuttora in uso nella Chiesa Cattolica: questa versione è utilizzata sia per uso liturgico sia per quasi tutte le altre versioni cattoliche (Bibbia di Gerusalemme, Bibbia Tob, Bibbia della Civiltà Cattolica). Tra il 1967 ed il 1980 le Edizioni Paoline hanno pubblicato, prima in 48 splendidi volumi ed in seguito in un unico volume, una Nuovissima Versione della Bibbia dai testi originali, realizzata da una trentina di famosi biblisti e caratterizzata da estrema semplicità e da intenti squisitamente pastorali. Nel 1979 la Chiesa cattolica ha quindi presentato, in lingua latina, la Nova Vulgata, splendida revisione della Vulgata di San Gerolamo, condotta sui testi originali e destinata soprattutto a fini liturgici.

 

Degna di nota è quindi la recente Nuova Versione CEI (2008). Frutto di un lungo e profondo lavoro, presenta non pochi punti di pregio, correggendo errori e imprecisioni ormai consolidati da decenni. La revisione è stata condotta sui testi originali, secondo le migliori edizioni critiche oggi disponibili e secondo i principi classici della critica testuale e dell’esegesi. Un occhio di riguardo è stato comunque riservato alla Nova Vulgata, soprattutto nel caso di discordanze tra i vari codici ebraici, aramaici e greci. Pregevole è stato pure il tentativo di rendere il testo in buona lingua italiana, con modalità espressive facilmente comprensibili, tenendo conto del contesto culturale odierno, evitando forme lessicali e sintattiche logore e arcaiche e curando il ritmo della frase, per rendere il testo rispondente alle esigenze della liturgia e del canto. Nella preghiera del Padre Nostro, è stata scelta la formula “e non ci abbandonare alla tentazione al posto dell’ambigua espressione e non ci indurre in tentazione”, evitando così di lasciar intendere che la tentazione possa essere opera di Dio (Giacomo 1,13). Qualche perplessità rimane comunque per alcuni versetti resi in modo non sempre ortodosso. Attingendo a codici differenti, Giovanni 1,18 è diventato “il Figlio Unigenito che è Dio[2], mentre in Giovanni 14,16-26 e in 1 Giovanni 2,1 le tradizionali traduzioni “Consolatore” e “Avvocato” lasciano il posto al generico termine greco “Paraclito”. Qualche perplessità suscita anche Romani 16,10, dove Cristo muore “per il peccato”, invece che “al peccato”, mentre in Atti 20,28 il “sangue proprio [di Dio]” diventa “il sangue del proprio Figlio”. Di poco cambia poi la traduzione di Proverbi 8,22 dove la Sapienza di Dio invece di essere “prodotta” o “generata” da Dio come “Verbo eterno” viene “creata” dal Padre “come inizio delle sue attività” invece che “all’inizio della sua attività”.

 

Negli ultimi anni i protestanti italiani hanno poi prodotto in lingua moderna la Nuova Diodati (1991), facilmente leggibile ma ancora basata sul Textus Receptus di Erasmo da Rotterdam. Una recente revisione della Luzzi è la Nuova Riveduta (1994) veramente pregevole per semplicità, chiarezza ed efficacia. La Bibbia Concordata (1968) e la Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente (1985) rappresentarono poi i primi tentativi di collaborazione ecumenica. 

 

Molto letterale, non sempre facile da leggere e, in alcuni punti, segnata da pregiudizi teologici è la Traduzione del Nuovo Mondo (1987): la Bibbia dei testimoni di Geova, pur presentando nella versione inglese (NWT=New World Translation) non pochi pregevoli sforzi di catturare il senso originale del testo greco ed ebraico, ha risentito sia del poco agevole lavoro di ritraduzione in lingua italiana, sia di discutibili emendamenti congetturali (come l’inserimento del tetragramma nel Nuovo Testamento) sia del sistematico tentativo di indebolire alcuni versetti che avrebbero potuto essere utilizzati per mettere in dubbio il credo religioso della congregazione [3].

 

 

 

DIODATI 1607

LUZZI/RIVEDUTA 1924

BIBBIA CEI 1973

TRADUZIONE DEL NUOVO MONDO 1987

NUOVA DIODATI 1991

NUOVA RIVEDUTA 1994

 

 

 

ALCUNE TRADUZIONI IN LINGUA INGLESE

 

 

Dopo alcuni tentativi protestanti (Wyclif Bible, Tyndale Bible, Coverdale Bible, Mattew's Bible, Geneva Bible, Bishop's Bible), la Bibbia venne integralmente tradotta in lingua inglese dai cattolici che, nel 1610, produssero la celebre versione di Douay-Rheims e dagli anglicani che, nel 1611, realizzarono la famosa Authorized Version , meglio nota come King James Bible. Evidentemente la Douay-Reims era tratta dalla Vulgata latina di Gerolamo, mentre la King James utilizzava il Textus Receptus di Erasmo da Rotterdam

 

Verso la fine del XIX secolo, la Young's Literal Translation (1887)  fu una versione estremamente letterale, si mostrò molto attenta ai tempi dei verbi greci ed ebraici, corresse numerosi errori della King James ma continuò a fare riferimento al Textus Receptus, mentre la Darby's English Version (1890), oltre ad essere molto precisa, tenne finalmente (e moderatamente) conto dei progressi della critica testuale. Invero il Darby realizzò (nel 1867) una versione del Nuovo Testamento corredata da moltissime interessanti note testuali e filologiche. Tali note, oltre ad essere capitalizzate nella English Revised Version (1881) e nell’American Standard Version (1901), permisero di ottenere tre versioni bibliche estremamente accurate e letterali: una in lingua inglese, una in francese ed una in tedesco. 

 

La perdita di autorità del Textus Receptus e la progressiva affermazione del testo critico di Wescott ed Hort spinse inglesi ed americani ad operare una profonda revisione del testo dell’Authorized Version di King James (1611). Nacquero così moltissime versioni rivedute sui testi originali come la English Revised Version (1881) e l’American Standard Version (1901). Entrambe le versioni erano caratterizzate da estrema precisione, letteralità ed aderenza al testo critico di Wescott e Hort.  La English Revised Version fu però accolta con scarso entusiasmo dalla comunità anglicana e dalle varie chiese britanniche, mentre l'American Standard Version incontrò subito il favore del protestantesimo nord americano. 

 

Realizzata nel lontano 1901 e caratterizzata da un linguaggio un po' arcaico, l’American Standard Version ebbe il coraggio di ristabilire in tutto l’Antico Testamento il nome di Dio (Jehovah) e di rimpiazzare il tradizionale Holy Ghost (usato dalla King James e dalla Douay Reims) con il più moderno e riverente Holy Spirit. Si trattò di una bibbia stimata, studiata, ristampata e consultata da quasi tutte le chiese evangeliche statunitensi (soprattutto battiste e metodiste) che da decenni continuano, peraltro, a definirla "Rock of Biblical Honesty".  Fu utilizzata dal 1944 al 1970 perfino dai testimoni di Geova che ne apprezzarono soprattutto la fedeltà ai testi originali e l’estrema letteralità. L’American Standard Version impiegò infatti la cosiddetta “harmony of expression”, tentando di tradurre ogni parola greca ed ebraica sempre con lo stesso termine inglese. Tale tecnica, sicuramente interessante per chi vuole condurre studi biblici, ricerche comparate ed analisi testuali, produsse però una traduzione piuttosto rigida e spesso priva di sufficienti sfumature linguistiche e lessicali.  Inoltre l’ American Standard Version  tentò di rendere i testi originali usando la cosiddetta “equivalenza formale” o “word to word equivalence”. Seguendo questa metodologia i traduttori produssero una versione estremamente letterale e conservarono -per quanto possibile- perfino l’ordine originale delle parole, la struttura primitiva delle frasi e le caratteristiche morfologiche e lessicali del testo originale. Si ottenne così una versione priva di parafrasi, di equivalenze dinamiche e di interpretazioni soggettive. Alcune espressioni furono però talora incomprensibili (se non addirittura prive di senso) soprattutto per il lettore medio, spesso privo di un’approfondita conoscenza degli idiomi, delle iperboli e dei modi di dire impiegati dalle lingue più antiche. Di fatto, bibbie come l’American Standard Version (e la più recente New American Standard Bible) acquisterebbero enorme valore religioso e culturale se fossero sistematicamente integrate e corredate da accurate note testuali ed esplicative: il lettore moderno riuscirebbe a comprendere (e soprattutto a gustare) semitismi, idiotismi, simboli e metafore, immedesimandosi sempre più nella cultura, nel pensiero e nel modo di esprimersi degli autori ispirati [4].

 

 

In Gran Bretagna degne di nota furono poi alcune bibbie protestanti tradotte dai testi originali. Tra queste è forse il caso di ricordare la New English Bible (1960), brillante ed efficace ma piuttosto libera e spregiudicata. Di fatto, i traduttori della New English Bible usarono grande libertà nel tradurre le Sacre Scritture in un inglese vivace e colloquiale, introducendo frequenti emendamenti congetturali, interpretazioni e trasposizioni. Molto criticata fu, ad esempio, la traduzione di Isaia 9,6 dove “Dio potente” diventò “simile a Dio in battaglia”. La New English Bible rese anche il Salmo 45,6 con “Your throne is like God’s throne, eternal” salvo poi tradurre Ebrei 1,8 con il tradizionale “Thy throne, O God, is for ever and ever”. Sebbene sponsorizzata da un gran numero di Chiese britanniche la NEB non incontrò il favore del popolo e venne rigettata soprattutto a livello liturgico. Nel 1989 venne presentata la Revised English Bible, vera e propria revisione della NEB, facilmente leggibile e decisamente più fedele ai testi originali. Le continue parafrasi e le frequenti equivalenze dinamiche incontrarono però ancora dure critiche da parte dei credenti più tradizionalisti. Vennero così realizzate due traduzioni estremamente letterali: la New King James Version e la English Standard Version. 

 

La New King James Version (1982), fu tradotta in ottimo inglese ma risultò ancora pesantemente condizionata dal testo bizantino di Erasmo da Rotterdam. Non si trattò comunque solo di una revisione linguistica condotta sull’Authorized Version (1611) ma di un vero e proprio tentativo di ricostruire il testo originale. Z.C. Hodges e A.L. Farstad, prima di dare alle stampe la New King James si occuparono infatti di rivedere il Textus Receptus, considerato solo una delle tante varianti del testo greco del Nuovo Testamento. Nel 1982, con la NKJV, essi pubblicarono The Greek New Testament According to the Majority Text, monumentale opera di ricostruzione del testo bizantino o koiné. Tale testo differisce dal Textus receptus in 1838 punti e dal The Greek New Testament UBS (testo critico di Wescott ed Hort, Nestle ed Aland, Martini e Metzger) in ben 6577 punti. La NKJV è una versione letterale, scrupolosa, precisa e fedele ai testi originali, tende ad evitare interpretazioni, parafrasi ed equivalenze dinamiche ed utilizza la tecnica della cosiddetta “completa equivalenza” al testo originale. Mantiene molti termini teologici e dottrinali tratti dalla Vulgata, dalla Autorized Version e dalla Douay Reims (come justification, santification, propitiation), è molto apprezzata a livello liturgico e devozionale e conserva un apprezzabile stile poetico. Alcune espressioni arcaiche ed obsolete sono state abbandonate, molti errori della King James sono stati corretti, la terminologia e la grammatica inglese sono state aggiornate, le ormai incomprensibili finali verbali –eth, –ath, -est, -ast sono state eliminate e le forme arcaiche "Thy", "Thee" e "Thou" (in precedenza usate solo per la Divinità) sono state rese con "Your" e "You".

 

La English Standard Version (2001) utilizzò infine il testo critico di Nestle-Aland e fu una versione oltremodo letterale, accurata, scrupolosa, precisa e fedele ai testi originali. Interpretazioni, parafrasi ed equivalenze dinamiche vennero volutamente evitate, nella convinzione che anche le caratteristiche morfologiche e lessicali della lingue più antiche fossero utili per discernere il senso più profondo delle Sacre Scritture. Si trattò sicuramente della più autorevole revisione condotta sulla English Revised Version (1881)

 

 

Negli Usa la famosa Revised Standard Version (1952) non fu una nuova traduzione in lingua moderna né una parafrasi dei testi originali. Si trattò invece di una revisione dell’American Standard Version facilmente leggibile ed abbastanza letterale. Il protestantesimo liberale accolse con entusiasmo la RSV, mentre i fondamentalisti americani criticarono duramente la RSV sia per il suo approccio eclettico (i traduttori della RSV fecero uso sia del Textus Receptus sia del testo critico di Wescott ed Hort sia del Testo Masoretico, sia della Settanta sia dei Manoscritti del Mar Morto) sia per il tentativo di svincolare la traduzione del testo ebraico dai condizionamenti del pensiero cristiano. Emblematico fu il caso di Isaia 7,14 dove la RSV rese l’ebraico “almah” con il termine generico “giovane”, abbandonando la traduzione “vergine”, ormai consolidata dal greco “parthenos” della Settanta e dal latino “virgo” della Vulgata. La Revised Standard Version fu poi oggetto di pesanti critiche avendo reso il testo ebraico del Salmo 45,6 con “Your divine throne endures for ever and ever. Your royal scepter is a scepter of equity” ed il testo greco di Ebrei 1,8 con “Thy throne, O God, is for ever and ever, the righteous scepter is the scepter of thy kingdom.” Nella prima versione (1952) alcuni brani come l’adultera (Giovanni 7,53-8,11) e la finale del vangelo di Marco (Marco 16,9-20) furono poi sradicati dal testo e relegati nelle note in quanto documentati solo da un numero limitato di antichi manoscritti, generando non poche perplessità presso i fedeli più tradizionalisti.  Un pastore protestante sudista, profondamente scandalizzato da alcune innovazioni apportate della RSV, arrivò a bruciarne pubblicamente una copia, inviandone poi le ceneri ad alcuni componenti del comitato dei traduttori, fortemente sospettati, soprattutto durante i drammatici anni del “maccartismo”, di immoralità, di gravi pregiudizi anticristiani e, in alcuni casi, di criptocomunismo. Oggi la RSV è quasi ovunque apprezzata in quanto piuttosto letterale e fedele, anche se rimane innegabile una certa influenza esercitata sui traduttori da un ricorso eccessivo alla critica testuale e da alcuni discutibili pregiudizi di teologia liberale. Gli evangelici più conservatori la hanno sostituita con la New American Standard Bible (1971, 1977, 1995), mentre un’evoluzione della RSV accolta con molto favore dal protestantesimo liberale è la New Revised Standard Version (1990). La Revised Standard Version fu comunque sufficientemente onesta ed accurata da ricevere (1966) l’imprimatur dei vescovi cattolici, purché stampata con note e libri deuterocanonici. La RSV cattolica apportò peraltro solo minime variazioni al testo ufficiale in uso presso le chiese protestanti. Alcuni miglioramenti furono però significativi. In Luca 1,28 “favored one” venne sostituito con “full of grace” e in Romani 9,5 la dossologia “God over all blessed for ever” fu applicata al Figlio invece che a Dio Padre. In moltissimi punti “brothers” fu rimpiazzato da “brethren”, termine inglese un po’ arcaico ma sicuramente più adatto ad esprimere la fratellanza nella fede. Il pronome relativo neutro “which” largamente applicato allo Spirito Santo da larga parte delle Bibbie protestanti venne poi (vedansi, ad esempio, Romani 5,5; Romani 8,11; Efesini 1,14) sostituito dal corrispondente pronome maschile “who”.

 

Di qualche interesse è la cosiddetta “Confraternity Bible, una parziale revisione della Douay Reims che risale al 1941 e fu adottata dai cattolici statunitensi fino al 1970 (anno della presentazione della New American Bible). Nella Confraternity Bible tutto il Nuovo Testamento, i Libri Sapienziali ed i primi otto libri della Bibbia furono rivisti e presentati in un inglese moderno e scorrevole. I restanti libri furono invece riprodotti dalla Douay Reims. Solo nel 1970 i cattolici statunitensi realizzarono una nuova Bibbia tradotta integralmente dai testi originali e destinata a sostituire la ormai datata Douay Reims (1610): la New American Bible. Si trattò di una versione facilmente leggibile, chiara ed abbastanza letterale, anche se in un limitato numero di punti risultò un po' segnata da parafrasi e da equivalenze dinamiche. Le note e le introduzioni ai vari libri furono però pesantemente influenzate dalla critica razionalista e dal pensiero liberale. L'attendibilità storica di molti episodi narrati dalle Sacre Scritture fu messa in dubbio (o considerata mitologica), l'autorità e la paternità di molti libri (Pentateuco, Daniele, Lettere di Paolo) fu pesantemente criticata ed il valore profetico di molti brani dell'Antico Testamento fu ridimensionato, negato o sminuito. I cattolici tradizionalisti rigettarono così la Nab per tornare alla Douay Reims, mentre molti cattolici ortodossi preferirono mantenere l'uso della vecchia RSV catholic edition. Come quasi tutte le versioni in lingua inglese, la New American Bible tradusse il “kekaritomene” di Luca 1,28 con “favoured one” invece che con “full of grace” o “favoured by the grace” o anche "endowed with grace", sotto l’evidente influsso del pensiero protestante. Decisamente ispirata dalla tradizione cattolica fu invece la realizzazione di alcuni libri dell’Antico Testamento. Per i Salmi, ad esempio, la NAB non fece ricorso al classico Testo Masoretico usato dalle Bibbie ebraiche e protestanti ma impiegò un testo emendato dalla chiesa cattolica, decisamente più vicino alla Bibbia dei Settanta ed alla Vulgata che al  Salterio  iuxta hebraicum translatus. Nel complesso si trattò comunque di un’ottima Bibbia, apprezzata (fuorché nelle note e nelle introduzioni ai vari libri) anche da molte chiese protestanti. Al momento è il testo ufficiale dei cattolici statunitensi, solennemente approvato anche per usi liturgici. Dalla Bible de Jérusalem francese (1961) vennero poi ricavate sia la Jerusalem Bible (1966) sia la New Jerusalem Bible (1985), molto stimate dal protestantesimo moderato e preziose soprattutto per le note storiche, critiche ed esegetiche. Il loro utilizzo è fortemente diffuso nei paesi di lingua inglese diversi dagli Stati Uniti.

 

Nel 1971 fu completata la Living Bible, vera e propria parafrasi delle sacre Scritture, apprezzata da moltissimi evangelici per l’onestà, la fedeltà ai principi del protestantesimo conservatore e lo sforzo di rendere chiare molte espressioni ebraiche e greche difficilmente traducibili in lingua inglese. Fu però criticata dagli stimatori delle versioni più letterali e venne spesso considerata una versione molto popolare, utile solo per una prima evangelizzazione delle masse. Sulla scia della Living Bible venne prodotta, nel 1976, la Today’s English Version (meglio nota come Good News). Si trattò di una traduzione piuttosto libera, caratterizzata dal lodevole tentativo di cogliere lo spirito (piuttosto che la lettera) dei vari libri della Parola di Dio. Caratterizzata da un inglese moderno e facilmente comprensibile, utilizzò moltissime parafrasi ed equivalenze dinamiche, semplificando (e talvolta banalizzando) espressioni difficili e concetti complicati. Fu criticata per lo scarso rigore, per la soppressione della parola “sangue” dai passi più cruenti dal Nuovo Testamento (ad esempio Efesini 1,7; Ebrei 10,19 1 Pietro 1,19; Apocalisse 1,5) e per il cosiddetto gender inclusive language. Incontrò comunque un enorme successo presso evangelici e cattolici (una versione completa di libri deuterocanonici ha ricevuto l’imprimatur ufficiale dei vescovi inglesi, statunitensi e canadesi) ed è tuttora distribuita da alberghi, hotel, motel e catene di negozi (come Avon e Wall-Mart).

 

La New International Version (1978) fu una versione facilmente leggibile ma piuttosto libera e caratterizzata da frequenti equivalenze dinamiche: Si trattò comunque di una vera e propria nuova traduzione dall’ebraico, dal greco e dall’aramaico, equidistante sia dalle continue parafrasi della Living Bible (1971) sia dal letteralismo estremo della American Standard Bible (1901).  Ebbe grande successo perché fu concepita con finalità ecumeniche e, allo stesso tempo, risultò scarsamente influenzata da tendenze liberali e razionaliste. Combinò poi l’uso di un inglese moderno e comprensibile con il profondo rispetto di alcuni punti fermi del protestantesimo fondamentalista (inenarranza delle Sacre Scritture, nascita verginale, redenzione sacrificale, divinità di Cristo, resurrezione fisica di Gesù e suo ritorno glorioso) [5].

 

La New American Standard Bible (1971, 1977, 1995) fu ed è una versione oltremodo letterale, scrupolosa, precisa e fedele ai testi originali. Si trattò di una revisione condotta sull’American Standard Version (1901) da autorevoli studiosi protestanti, decisamente conservatori in materia di fede e piuttosto critici verso alcuni elementi di teologia liberale. Nacque soprattutto come reazione alla "Revised Standard Version" del 1952 e fu fortemente voluta dalle Chiese di Cristo, dai battisti, dai metodisti e da tutti i gruppi evangelici americani disponibili a valorizzare i progressi dell'archeologia biblica ma decisamente contrari alla critica testuale, al relativismo morale ed ai tentativi di tradurre liberamente il testo sacro. La NASB tese così ad evitare interpretazioni, parafrasi ed equivalenze dinamiche, utilizzando le tecniche della cosiddetta “harmony of expression” e della “word to word equivalence”. Con l’American Standard Version e la King James, a cui moltissimi fondamentalisti americani sono ancora fortemente legati, è sicuramente una delle bibbie più amate dai protestanti statunitensi. La cosiddetta "updated version" del 1995 si presenta un po' meno letterale delle versioni precedenti: alcune espressioni arcaiche ed obsolete sono state definitivamente abbandonate, la terminologia e la grammatica inglese sono state aggiornate ed anche le forme "Thy", "Thee" e "Thou" (in precedenza usate solo per la Divinità) sono state rese con "Your" e "You".

 

La New Revised Standard Version (1990) è stata curata personalmente da Bruce Metzger (autore, con il cardinale cattolico Carlo Martini, di un’autorevole revisione del testo critico di Nestle-Aland del Nuovo Testamento). Si tratta di una versione facilmente leggibile, abbastanza letterale, sicuramente attendibile ma segnata, in alcuni punti, da discutibili forzature linguistiche (come il gender-neutral language [6]). Ne esistono una versione protestante (senza note e libri deuterocanonici), una ortodossa (con libri apocrifi e libri deuterocanonici) ed una cattolica (con imprimatur, note e libri deuterocanonici). L'uso liturgico di quest'ultima non è però consentito.

 

 

 

KING JAMES VERSION 1611

YOUNG’S LITERAL TRANSLATION 1887

DARBY’S VERSION 1890

DOUAY-RHEIMS BIBLE revisione 1899 (cattolica)

AMERICAN STANDARD VERSION 1901

REVISED STANDARD VERSION 1952

NEW AMERICAN STANDARD BIBLE 1971/95

NEW AMERICAN BIBLE 1970 (cattolica)

THE LIVING BIBLE 1971

NEW INTERNATIONAL VERSION 1973

NEW KING JAMES VERSION 1982

NEW WORLD TRANSLATION 1984

NEW REVISED STANDARD VERSION 1989

ENGLISH STANDARD VERSION 2001

 

 

 

ALCUNI APPROFONDIMENTI

 

http://www.zianet.com/maxey/versions.htm

http://www.bible.org/docs/soapbox/versions.htm

http://www.bible-researcher.com/versions.html

 

 


 

 



[1] Si noti che le differenze tra il testo bizantino ed il testo neutrale sono comunque minime: su circa 300.000 varianti esistono infatti solo 6.500 differenze e la percentuale di punti concordi è pari al 98% (cioè a 293.500 punti). Tra le differenze più famose è forse il caso di ricordare il comma giovanneo (1 Giovanni 5,7-8), la professione di fede dell'eunuco etiope (Atti 8,37), la divinità di Cristo nella carne (1 Timoteo 3,16), la dossologia alla fine del Padre Nostro (Matteo 6,13), la non paternità di Giuseppe (Luca 2,33), la finale lunga di Marco (Marco 16,9-20) e la remissione dei peccati attraverso il sangue di Cristo (Colossesi 1,14).

 

[2] L'apparato critico oggi disponibile permette di scegliere tra due alternative. A favore della lezione O Monoghenes Uìos (l'Unigenito Figlio) sono: il Codice Alessandrino, la Vulgata ed il Textus Receptus, mentre la seconda lezione O Monoghenes Theos (l’Unigenito Dio) è attestata da P45 , P66, dal Codice Vaticano e dal Codice Sinaitico  La nuova traduzione CEI (2008) segue qui la New American Bible statunitense, che giustifica la mescolanza tra le due lezioni, notando come a favore della seconda lezione sarebbe l’evidenza dei manoscritti più autorevoli ma osservando anche come il Logos, pur essendo “Unigenito Figlio” e “Dio”, non va confuso con “Dio Padre”. Da un punto di vista teologico il ragionamento non fa una piega, ma dal punto di vista testuale il compromesso risulta alquanto discutibile.

 

[3] Qualche pregiudizio teologico o ideologico è invero presente in quasi tutte le Bibbie. Sotto l’influsso del pensiero socialista moltissime versioni fanno pagare al fariseo la decima sul patrimonio e non sul reddito (Luca 18,12), tradendo così il senso della norma ebraica (Deuteronomio 14,22) ed introducendo un principio di tassazione giacobina mai insegnato dalle Sacre Scritture. Il dogma protestante della salvezza per sola fede incide poi sulla traduzione di Romani 10,10 (dove la NIV usa il presente del verbo essere, dando per sicura la salvezza) e di Romani 11,20 (dove la RSV e la NRSV aggiungono un “only” mancante nei testi originali). Pregiudizi ariani sono quindi evidenti in Giovanni 1,1 (dove la NWT aggiunge un articolo indeterminato non presente nel testo greco) e in Colossesi 1,16 -17 (dove la NWT inserisce più volte il termine “altre” non contenuto nei testi originali).  Influssi liberali e razionalisti incidono infine sulla traduzione di Romani 9,5 e di Tito 2,13 (che la NAB e la NWT traducono separando nettamente Cristo da Dio). Con la KJV e la NKJV, anche l'ottima versione CEI, forse spaventata dalla irreparabile gravità del peccato di apostasia, introduce -in Ebrei 6,6- un "se" mancante nel testo originale.

 

[4] “Quale poi sia il senso letterale di uno scritto, spesso non è così ovvio nelle parole degli antichi Orientali com'è per esempio negli scrittori dei nostri tempi. Ciò che quegli antichi hanno voluto significare con le loro parole non va determinato soltanto con le leggi della grammatica o della filologia, o arguito dal contesto; l'interprete deve quasi tornare con la mente a quei remoti secoli dell'Oriente e con l'appoggio della storia, dell'archeologia, dell'etnologia e di altre scienze, nettamente discernere quali generi letterari abbiano voluto adoperare gli scrittori di quella remota età. Infatti gli antichi Orientali per esprimere i loro concetti non sempre usarono quelle forme o generi del dire, che usiamo noi oggi; ma piuttosto quelle ch'erano in uso tra le persone dei loro tempi e dei loro paesi. Quali esse siano, l'esegeta non lo può stabilire a priori, ma solo dietro un'accurata ricognizione delle antiche letterature d'Oriente. Su questo punto negli ultimi decenni l'indagine, condotta con maggior cura e diligenza, ha messo in più chiara luce quali fossero in quelle antiche età le forme del dire adoperate sia nelle composizioni poetiche, sia nel dettare le leggi o le norme di vita, sia infine nel raccontare i fatti della storia. L'indagine stessa ha pure luminosamente assodato che il popolo d'Israele fra tutte le antiche nazioni d'Oriente tenne un posto eminente, straordinario, nello scrivere la storia, sia per l'antichità, sia per la fedele narrazione degli avvenimenti, pregi che per verità si possono dedurre dal carisma della divina ispirazione e dal particolare scopo religioso della storia biblica. Tuttavia a nessuno che abbia un giusto concetto dell'ispirazione biblica farà meraviglia che anche negli Scrittori Sacri, come in tutti gli antichi, si trovino certe maniere di esporre e di narrare, certi idiotismi, propri specialmente delle lingue semitiche, certi modi iperbolici od approssimativi, talora anzi paradossali, che servono a meglio stampar nella mente ciò che si vuol dire. Delle maniere di parlare, di cui presso gli antichi, specialmente Orientali, servivasi l'umano linguaggio per esprimere il pensiero della mente, nessuna va esclusa dai Libri Sacri, a condizione però che il genere di parlare adottato non ripugni affatto alla santità di Dio né alla verità delle cose.” (PIO XII, Divino Affilante Spiritu, 1943)

 

[5] La lettura fondamentalista parte dal principio che la Bibbia, essendo Parola di Dio ispirata ed esente da errore, dev’essere letta e interpretata letteralmente in tutti i suoi dettagli. Ma per “interpretazione letterale” essa intende un’interpretazione primaria, letteralista, che esclude cioè ogni sforzo di comprensione della Bibbia che tenga conto della sua crescita nel corso della storia e de suo sviluppo. Si oppone perciò all’utilizzazione del metodo storico-critico per l’interpretazione della Scrittura, così come ad ogni altro metodo scientifico. La lettura fondamentalista ha avuto la sua origine, all’epoca della Riforma, da una preoccupazione di fedeltà al senso letterale della Scrittura. Dopo il secolo dei lumi, essa si è presentata, nel protestantesimo, come una salvaguardia contro l’esegesi liberale. Il termine “fondamentalista” si ricollega direttamente al Congresso Biblico Americano tenutosi a Niagara, nello stato di New York nel 1895. Gli esegeti protestanti conservatori definirono allora «cinque punti del fondamentalismo»: l’inerranza verbale della Scrittura, la divinità di Cristo, la sua nascita verginale, la dottrina dell’espiazione vicaria e la risurrezione corporale in occasione della seconda venuta di Cristo. Quando la lettura fondamentalista si propagò in altre parti del mondo, diede vita ad altri tipi di lettura ugualmente “letteralisti”, in Europa, Asia, Africa e America Latina. Questo genere di lettura trova sempre più numerosi aderenti nel corso dell’ultima parte del XX secolo, in alcuni gruppi religiosi e sette e anche tra i cattolici. Benché il fondamentalismo abbia ragione di insistere sull’ispirazione divina della Bibbia, sull’inerranza della Parola di Dio e sulle altre verità bibliche incluse nei cinque punti fondamentali, il suo modo di presentare queste verità si radica in una ideologia che non è biblica, checché ne dicano i suoi rappresentanti. Infatti essa esige una adesione ferma e sicura ad atteggiamenti dottrinali rigidi e impone, come fonte unica d’insegnamento riguardo alla vita cristiana e alla salvezza, una lettura della Bibbia che rifiuti ogni tipo di atteggiamento o ricerca critici. Il problema di base di questa lettura fondamentalista è che rifiutando di tener conto del carattere storico della rivelazione biblica, si rende incapace di accettare pienamente la verità della stessa Incarnazione. Il fondamentalismo evita la stretta relazione del divino e dell’umano nei rapporti con Dio. Rifiuta di ammettere che la Parola di Dio ispirata è stata espressa in linguaggio umano ed è stata redatta, sotto l’ispirazione divina, da autori umani le cui capacità e risorse erano limitate. Per questa ragione, tende a trattare il testo biblico come se fosse stato dettato parola per parola dallo Spirito e non arriva a riconoscere che la Parola di Dio è stata formulata in un linguaggio e una fraseologia condizionati da una data epoca. Non accorda nessuna attenzione alle forme letterarie e ai modi umani di pensare presenti nei testi biblici, molti dei quali sono frutto di una elaborazione che si è estesa su lunghi periodi di tempo e porta il segno di situazioni storiche molto diverse. Il fondamentalismo insiste anche in modo indebito sull’inerranza dei dettagli nei testi biblici, specialmente in materia di fatti storici o di pretese verità scientifiche. Spesso storicizza ciò che non aveva alcuna pretesa di storicità, poiché considera come storico tutto ciò che è riferito o raccontato con verbi al passato, senza la necessaria attenzione alla possibilità di un significato simbolico o figurativo. Il fondamentalismo tende spesso a ignorare o a negare i problemi che il testo biblico comporta nella sua formulazione ebraica aramaica o greca. È spesso strettamente legato a una determinata traduzione, antica o moderna. Omette ugualmente di considerare le “riletture” di alcuni passi all’interno stesso della Bibbia. Per ciò che concerne i vangeli, il fondamentalismo non tiene conto della crescita della tradizione evangelica, ma confonde ingenuamente lo stadio finale di questa tradizione (ciò che gli evangelisti hanno scritto) con lo stadio iniziale (le azioni e le parole del Gesù della storia). Viene trascurato nello stesso tempo un dato importante: il modo in cui le stesse prime comunità cristiane compresero l’impatto prodotto da Gesù di Nazaret e dal suo messaggio. Invece abbiamo lì una testimonianza dell’origine apostolica della fede cristiana e la sua diretta espressione. Il fondamentalismo snatura così l’appello lanciato dal vangelo stesso. Il fondamenta­lismo porta inoltre a una grande ristrettezza di vedute: ritiene infatti come conforme alla realtà, perché la si trova espressa nella Bibbia, una cosmologia antica superata, il che impedisce il dialogo con una concezione più aperta dei rapporti tra cultura e fede. Si basa su una lettura non critica di alcuni testi della Bibbia per confermare idee politiche e atteggiamenti sociali segnati da pregiudizi, per esempio razzisti, del tutto contrari al vangelo cristiano. Infine, nel suo attaccamento al principio del “sola Scrittura”, il fondamentalismo separa l’interpretazione della Bibbia dalla Tradizione guidata dallo Spirito, che si sviluppa in modo autentico in unione con la Scrittura in seno alla comunità di fede. Gli manca la consapevolezza che il Nuovo Testamento si è formato all’interno della Chiesa cristiana e che è Sacra Scrittura di questa Chiesa, la cui esistenza ha preceduto la composizione dei suoi testi. Per questa ragione, il fondamentalismo è spesso antiecclesiale, ritenendo come trascurabili i credo, i dogmi e le pratiche liturgiche che sono diventate parte della tradizione ecclesiastica, così come la funzione di insegnamento della Chiesa stessa. Si presenta come una forma di interpretazione privata, la quale non riconosce che la Chiesa è fondata sulla Bibbia e attinge la sua vita e la sua ispirazione nelle Scritture. L’approccio fondamentalista è pericoloso, perché attira le persone che cercano risposte bibliche ai loro problemi di vita. Tale approccio può includerle offrendo interpretazioni pie ma illusorie, invece di dire loro che la Bibbia non contiene necessariamente una risposta immediata a ciascuno di questi problemi. Il fondamentalismo invita, senza dirlo, a una forma di suicidio del pensiero. Mette nella vita una falsa certezza, poiché confonde inconsciamente i limiti umani del messaggio biblico con la sostanza divina dello stesso messaggio. (PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, 1993)

 

[6] Il gender-neutral language tende a tradurre i termini greci “andropoi” e “adelfoi” con “uomini e donne”, “gente”, “popolo”, “fratelli e sorelle” al fine di arginare discutibili critiche di matrice femminista al tono un po’ maschilista e patriarcale di alcune pagine del testo biblico. Qualunque cosa si possa pensare di tale procedimento (talvolta giustificato dal contesto ma talvolta dubbio e criticabile) è evidente che ogni traduzione che faccia uso del gender-neutral language introduce discutibili emendamenti congetturali sul cui valore testuale  il lettore di media cultura spesso non è in grado di esprimere una valutazione critica.