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mattutino
Gianfranco Ravasi.
Nato nel 1942, sacerdote della Diocesi di Milano dal 1966, gia Prefetto della Biblioteca Ambrosiana, Docente di Esegesi Biblica alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale e Membro della Pontificia Commissione Biblica, dal 22 giugno 1995 Pronotario Apostolico, è stato nominato,in data 04 settemvre 2007,da Papa Benedetto XVI, Presidente del Pontificio Consiglio per la cultura; lo stesso avrà anche la delega della presidenza delle commissioni per i Beni culturali della Chiesa e per l’Archeologia sacra. "Ministro della cultura" del Vaticano.
È assai noto e amato dal pubblico per le intelligenti e sensibili interpretazioni della Sacra Scrittura e per la capacità di trasmettere i valori cristiani all’uomo d’oggi.
20 OTTOBRE 2010:
BENEDETTO XVI NOMINA GIANFRANCO RAVASI CARDINALE
04 Settembre 2007
la navigazione
Il Signore ci conceda di navigare con vento favorevole su una nave veloce, di sostare in porti sicuri, di non conoscere prove più gravi di quanto possiamo sostenere, di non incorrere nei naufragi della fede, di possedere una calma profonda e, nel caso che qualche evento sommuova contro di noi i flutti di questo mondo, di avere vigilante al timone il Signore Gesù il quale plachi la tempesta e stenda sul mare la bonaccia. Questa è per me una giornata particolare, come potrete apprendere dalle pagine del giornale: il Papa Benedetto XVI ha impresso una svolta decisiva alla mia vita personale e sacerdotale. Ho voluto, allora, chiedere a tutti i lettori, che mi seguono da anni, di accompagnarmi in questo momento importante con una preghiera. Essa vale innanzitutto per me, ma incarna anche la speranza di tutti. Le parole sono di un santo che per molti anni ha scandito simbolicamente la mia esistenza quotidiana, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, il grande vescovo Ambrogio. L'invocazione è nella sua opera I sei giorni della creazione e ha al centro l'immagine della navigazione, una parabola frequente per rappresentare la vicenda umana di una persona. I rischi sono sempre in agguato ma si aprono anche orizzonti nuovi e luminosi; c'è il momento della tempesta in alto mare ma anche quello della quiete nel porto sicuro.
Prove e gioie, riso e lacrime, vita e morte, amicizie e incomprensioni sono nella trama vitale di tutti. Ma ciò che conta è intravedere al timone la figura di Cristo, come era accaduto in quel giorno di bufera sul lago di Tiberiade. È questo l'augurio che rivolgo ai miei lettori per la loro vita e anche a me per il mio nuovo futuro.
Gianfranco Ravasi
29 Agosto 2007
LE CATENE
Se nel secolo scorso si diceva che la maggioranza dell'umanità non aveva niente da perdere, tranne le sue catene, oggi bisogna dire che la maggioranza crede di possedere tutto grazie alle sue catene di cui non s'accorge. Parole severe ma che colpiscono nel segno, queste del filosofo tedesco ebreo Günther Anders (1902-1992), implacabile accusatore di molte derive della società contemporanea nell'opera dal titolo significativo L'uomo è antiquato. Alle spalle abbiamo, infatti, una storia di lotta contro le catene che opprimevano la persona, la quale si lanciava in avanti, sapendo di non aver nulla da perdere e tutto da guadagnare. Oggi, invece, ci siamo riempiti di cose e di benessere, siamo convinti di possedere tutto e non ci accorgiamo che tutto questo l'abbiamo ottenuto a scapito della nostra libertà, della coscienza, dell'autenticità. Le catene della tecnica, del conformismo, della pubblicità ci hanno imballato la vita, eppure non ce ne accorgiamo e siamo ben soddisfatti di assegnare ad altri le scelte, pur di starcene comodi. Riusciamo solo ad avere un sussulto quando irrompe l'imprevisto, anche banale: uno sciopero dei mezzi di trasporto, un ritardo nei rifornimenti dei beni, un'interruzione dell'elettricità e così via. Solo allora ci accorgiamo a quante realtà siamo condizionati, ma ben presto ritorniamo nel monotono svolgersi di un'esistenza, priva di consapevolezza, di conquista, di reazione. Certo, c'è anche un altro imprevisto che irrompe ed è il dolore o la morte: è forse per questo che si cerca di non parlare e di esorcizzare queste realtà che costringono a riflessioni decisive. C'è anche l'amore che può sommuovere la torpidità dell'anima. Sono questi gli ultimi, veri fremiti contro le catene dello spirito.
Gianfranco Ravasi
26 Agosto 2007
UNA CANDELA TRA PIOGGIA E VENTO
La fede non è una bandiera da portarsi in gloria… ma una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento in una notte d'inverno… I credenti non devono sentirsi come un esercito di soldati che cammina in trionfo e trae orgoglio e forza dal fatto di formare una schiera numerosa e unita… A Dio non piace di essere amato come gli eserciti amano la vittoria. Sono parole forti, queste, annotate da una scrittrice "laica" come Natalia Ginzburg nel volume Mai devi domandarmi (1970). Certo, importante è la testimonianza ferma davanti «a governatori e re, tribunali e assemblee», come annunciava Gesù, ma con la consapevolezza di essere «pecore in mezzo a lupi» (Matteo 10, 16-18), di costituire non una legione trionfale in marcia («Legione», anzi, è un nome demoniaco secondo Marco 5, 9), bensì «un piccolo gregge», un pugno di sale, un pizzico di lievito, un granello di senape. L'idea del pride, dell'«orgoglio» da ostentare come se si fosse una potenza con cui fare i conti è lontana dalla testimonianza cristiana che non per nulla coincide col «martirio». La croce di Cristo è, certo, un vessillo ma è ben diversa da un labaro imperiale, anche se talora è stata innestata in modo blasfemo sui pennoni degli stendardi da battaglia. La fede è una luce di candela da reggere in mezzo alla pioggia e al buio; è preziosa per non piombare nella tenebra, ma non è uno strumento di assalto per incendiare e incenerire la città. È una voce che chiama a una libera conversione, non è un diktat gelido pronunziato da un generale o da un potente. Come diceva san Pietro, dobbiamo sempre rendere ragione della speranza che è in noi, ma «questo sia fatto con rispetto e dolcezza» (I, 3, 15).Gianfranco Ravasi