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Non vorrei che, continuando questo viaggio nella modernità,
ogni giorno sempre più complessa, la telefonia mobile a nostra
disposizione, facesse assomigliare il nostro abituale percorso di
vita in qualcosa che possa avere a che fare con il mezzo che si usa
per il trasferimento dei detenuti, omonimo del telefonino, e che
si chiama appunto cellulare».
Il primo saggio sugli effetti psicologici del telefonino dimostra
che siamo tutti un po' prigionieri del seduttivo feticcio, e dipendenti
da quella sensazione gratificante, ma illusoria, di controllo e onnipotenza.
Se
c'è una condanna a cui il potente tramite tecnologico
ci ha piegato, è quella dell'eterna reperibilità. Il
materiale di analisi di Di Gregorio è lo stesso che abbiamo
quotidianamente davanti: persone che parlano in pubblico dei fatti
loro, che scrivono e leggono Sms, che cercano/controllano i loro
cari (e viceversa) in ogni momento e in ogni luogo, nella libera
manifestazione di esibizionismi e voyeurismi che ha trasformato ogni
luogo pubblico in una sorta di ininterrotta soap opera.
La
percezione dello spazio/tempo è cambiata in funzione delle
nostre esigenze. L'assenza di qualcuno si trasforma in presenza,
la distanza se solo lo vogliamo si annulla. Basta premere un tasto,
basta scrivere una breve frase, e l'ansia di separazione si attenua,
e il sentimento di solitudine si placa. Una magia, si direbbe, che
torna tanto più opportuna in tempi di disorientamento e nomadismo
identitario.
L'oggetto
magico, come da bambini lo è il giocattolo preferito,
ci permette di 'aggiustare' la realtà secondo bisogni soggettivi,
addomestica l'ostilità del mondo. Non più oggetto-tramite, è diventato
un oggetto consolatorio, ed è per questa sua nuova funzione
che le persone ne diventano dipendenti.
Proprio
in quel potere di 'aggiustamento' del reale si annida il rischio della
psicopatologia. Perché le persone tendono sempre
di più a «ricorrere all'azione per tamponare una forma
di disagio o placare l'ansia». Alla fine, l'interesse per l'altro
cade in secondo piano, si crea una «barriera di introversione»;
il piacere è spostato sull'oggetto feticcio, che diventa «sostituto
di realtà».
Nella
continua ricerca di un feedback dagli altri, si ha un impoverimento della
propria
capacità di elaborare la distanza in modo simbolico.
Come se le nostre immagini interiori degli altri avessero costante
bisogno di 'prove' per durare nel tempo, e scaturissero sempre di
meno dalla nostra capacità di 'fare memoria', di ricordare:
in solitudine.