Chi è Giulia Merlino?

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 Nasce a Messina, la zattera dello stretto, il 7/9/1981. Giulia odia le biografie, con questa cercherà di fare del suo meglio... Fa teatro da anni ma dedica la maggior parte del suo tempo alla sua passione più grande: la filosofia (la studia da tre anni all'Università di Messina).
Scrive principalmente poesie ma, qualche volta, si è dedicata a monologhi e piccoli pseudoracconti. Suona la batteria da quando aveva 16 anni e adora viaggiare, sempre e comunque...   





 

 

> Il rapporto con l'altro
 

Ci sono crepature in questo muro
che mostrano
scorci di una stanza al di là.
Mai vista.
Rompono l'intimità,
la protezione
di una non consapevolezza
chiusa.
Innocente.
- avvolta di bambagia - non chiedere.

Non puoi far finta di non aver
guardato,
l'intravisto come un mostro invadente,
volgare.
Pornografia di una coscienza improvvisa.
E tu, perversa, sbirci ancora,
e più fa male, più ti strappa,
più stai a spiare,
devota,
ricostruisci i cocci di un'immagine semi nascosta.


Non la possibilità di dimenticare,
memorie di piombo
ti rendono gravida.

Sei forte?

 

 
 - Giuda, perchè? -
Si prende le dita, si torce le mani. Zitto, con gli occhi bassi.
- Giuda, pari un picciriddu, rimproverato dopo una monelleria -
Giuda torna bambino, come quanto torna polvere.
Eppure prima sembrava così sicuro e potente.
- Onnipotente, Giuda. Chi tradisce e mente è onnipotente. Eretto su tutti. Solo tu sapevi. Da solo, decidevi per noi. Come in un teatro di pupi, ignari, eravamo -
Giuda cerca una corda.
- Ci sono i fili dei tuoi burattini, se vuoi -
Giuda trova la corda. O i fili.
- Volevi essere Dio, Giuda? -
Impiccato. Ecco come. Se mi impicco neanche un lembo della mia pelle striscerà a terra. Solo, pulito ed innalzato.
- Ma anche legato, Giuda. Anche legato -
Come un cane.
- Come chi ama -
Legato.
- Attaccato -
Come ad un ramo.
- Come alla colpa -
Qualcuno diceva che saremmo stati tutti redenti.
- Come la tua colpa attaccata mani e piedi alla croce -
Sarò redento anche io, non può essere diversamente.
- Eppure t'ammazzi. Non te l'hanno detto che è Dio a decidere sulla vita e sulla morte? -
Giuda si aggrappa ad un ramo.
- Continui a voler essere Dio, Giuda? -
Però almeno un bacio gliel'ho dato.
- Ancora più triste, Giuda -
Giuda con le gambe penzolanti. E gli occhi ancora bassi, per sempre bassi.
- Si vergognerà ancora a lungo, Giuda -



- Non gliel'ho detto -
- Cosa? -
- Scusa -
- Dovevi chiedergli scusa per qualcosa? -
- Si. Ma non si saluta sempre prima di andar via, mamma? Non è così che si fa? Io pensavo che sarebbe venuto a salutare comunque, prima di andare. E glielo avrei detto. Papà, scusa. -
- Non sempre lo si sa prima -
- Se non esiste Dio, mamma, io la dovrò tenere per sempre con me, questa colpa? -
- Non preoccuparti, Dio c'è, e perdona sempre -
- Non per il perdono. Per un'altra possibilità. E per poterglielo così dire -

 

Era tutto un inganno, Otello, non l'avevi capito? Lei non ha fatto mai nulla, a parte amarti.
- Ed io, cosa ho fatto? -
No, non farlo. Non ti pentire. Si diventa così idioti. Coerenza, almeno un pò di coerenza.
- Ma lei era innocente -
Per questo, si ha sempre bisogno di un colpevole. Qualcuno deve pur prendersela con sé, la colpa.
- Ma quale colpa? -


- Padre, non riesco a perdonare -
- Il Vangelo dice, se rimetterete i peccati, vi saranno rimessi anche a voi -
- Padre, non riesco a guardarlo umiliato da se stesso. Non riesco a vedergli portare la sua colpa. E' troppo per lui,e per me -
- Allora perdonalo -
- Padre, e se fosse lui, prima ancora, a non riuscire a perdonarsi? -
- Meglio, vuol dire che è pentito -
- Lei sa quanto pesa un pentimento? Io non posso perdonarlo. Ma neanche guardarlo condannato. E se lo uccidessi? -

 

 

Si guardavano allo specchio. Sin da quando erano bambini. L'uno accanto all'altra. Da bambini si faceva per giocare. Ma era diventato un rito, poi. Uno di quei riti che non si smettono mai. Poi i dodici anni si impastano tra le prime scuole medie ed il corpo che scoppia, all'improvviso, in tratti che non si riconoscono, e si scopre nuovo e stupito. Lei si guardava. Il seno che cresceva improvviso era il limite, tra lei bambina ancora, con la pelle intatta ed i pensieri senza pelle, e lei donna che comincia, donna ancora soltanto per una vaga intuizione, donna tra tanti anni ancora, donna che scorgeva solo chi aveva gli occhi postumi. Lui li aveva. Lui non uomo, bambino, ma con la prima lontana ed irriconoscibile ombra di barba. Lui li aveva gli occhi postumi. Lui li aveva e la guardava. Guardava lei dentro lo specchio. E immaginava di essere lui stesso. Immaginava di guardarsi, mentre guardava lei. Il suo seno all'alba era l'eco delirata della forma di sé, che lui cercava, e non trovava. Cercarsi in un modo, guardarsi allo specchio, e vedersi altro. Essere uno, e altro, insieme. Ma come due lame che duellano. Ed una deve morire, in lui. Una deve morire. Spaccato e frantumato, come la terra che trema e si apre. Chi regge alla vista di questo? Così lui guardava lei, e i suoi seni bambini.
Mentre lei si cercava tra i suoi fianchi taciuti, e seguiva una linea spezzata che la portava attraverso la sua pelle, fino a quella di lui. Guardava il suo petto ancora bianco e liscio, seguiva i pochi tratti di maschio nella sua figura appena adolescente, efebica e magra. Nei suoi movimenti scomposti e femminei. Ed anche ora che la sua barba era un pò più che una semplice ombra. Ora che le spalle erano magre ma già urlate, e accoglienti. Ora lei guardava le mani. Le mani che erano pallide, come sempre, ma lunghe e sicure. Mani grandi. Lei lo cercava in quelle sue mani, tra le sue dita, che immaginava a scoprirla. Mentre lui la guardava, da anni continuava a guardarla, per capirne le movenze, per respirarne l'origine, se i movimenti di una donna, neanche adesso ancora davvero donna, nascessero tra i suoi seni, o nei fianchi e nel bacino, o nel collo che ne reggeva il bilico perfetto, nell'incontro tra corpo e mente, mentre si fronteggiano e si confondono.
Ma arriva poi, incomprensibile, la notte in cui ci si ama. E non c'è senso in quell'amarsi, perché è un monologo. Continuamente si cancellano, i corpi che si prendono, dentro il gioco solitario di chi si guarda negli occhi dell'altro, e nel suo respiro carico si ascolta. Un monologo che, ancora prima, dimentica chi lo sussurra, tra i gemiti. Lui, che lascia il suo corpo dismesso in un angolo, straccio sporcato e lontano, lui che vorrebbe rubarle il suo. Lei che diviene maschera nel volto di lui.
- E' amore, o vanità, amore mio? -

- Dove sei, amore mio, perchè non ti tieni stretto? -
Dura il tempo di una domanda, questa notte. Poi passa, e lei lo deve ascoltare, confessarsi, che non ce n'è bisogno, amore mio, lo so già, per anni ti ho seguito nel riflesso di uno specchio. E lo deve guardare, mentre le volge le spalle, per trovarsi nei tocchi stridenti di due corpi ruvidi ed uguali.
Mentre si ricorda che è stata solo riflesso allo specchio. Mentre si sentirà spogliata, trafugata, rapita.
Lui che non la sa indossare. Lui, che ad indossarla, è ridicolo e triste.
 


 I limoni occhieggiano tra le foglie scure e luminose, come gocce di sole raggrumato, pendono come oro povero di una terra che si sfa nella luce. Ma i limoni, dalle crepe nella buccia spessa, spruzzano sul viso lo stupore dell'aspro, un colare nascosto che perfora chi li assaggia, brucia di gelo e resta. Raccogliendo le gocce aspre celebri del passato, vogliamo seguirne i solchi tracciati, stillando anche noi un succo quasi sempre scomodo e inatteso

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