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"Io non voglio stare tra i matti", esclamò Alice. "Oh, non puoi farci niente", disse il gatto: "Qui siamo tutti matti. Io sono matto, tu sei matta." "Come fai a sapere che sono matta?", disse Alice. "Devi esserlo", disse il gatto. "Altrimenti non saresti qui "  -  (Lewis Carroll - "Alice nel paese delle meraviglie")

Con questa interessante citazione si apre il volume di cui mi accingo a parlare, rientrante di diritto nella categoria delle "Graphic Novel": genere decisamente in decadenza, sostituito da edizioni seriali più economiche, al limite successivamente ristampate in volume. Ma il termine graphic novel non si riferisce solo alla lunghezza e/o alla lussuosità della storia: spesso indica il particolare approccio grafico, inusuale per i normali comic book, tale da meritare un rilievo maggiore ed un supporto cartaceo di maggiore qualità. Gli autori accreditati di quest'opera sono Grant Morrison (irriverente scrittore scozzese tanto noto per la sua eccentricità quanto per l'originalità dei suoi scritti) e lo straordinario Dave McKean, che con il suo talento pittorico ha reso indimenticabili le copertine di diversi lavori Vertigo, Sandman su tutti. Ma cominciamo, come sempre, dall'inizio.
Cos'è Arkham Asylum? E'il manicomio criminale di Gotham City, in cui Batman fa regolarmente internare i suoi folli avversari (per una strana legge non scritta infatti, gli avversari di Batman risultano sempre essere folli, quasi si volesse negare una possibile sanità mentale al concetto stesso di supercriminale), fondato dal dottor Arkham e gestito dai suoi successori. La storia che l'autore decide di narrare in queste pagine prende spunto dall'istituto in questione, dalla sua eccentricità gotica, 
e ci conduce nei meandri della mente umana attraverso la personale follia dei personaggi che vengono via via inquadrati dall'occhio distaccato del lettore.
La citazione iniziale permette un azzardato parallelo tra le vicende della giovane Alice, condotta suo malgrado in un mondo di simboli e metafore che sfuggivano alla sua comprensione, tanto da apparirle insensato, e l'avventura del cavaliere oscuro, costretto dal suo folle nemico Joker ad immergersi nell'inferno di Arkham per salvare il personale dell'istituto dai pazienti in rivolta.
Affianco alla tematica principale, con uno stile di narrazione dualistico attentamente calibrato, Morrison ci conduce alla scoperta dei retroscena della fondazione dell'istituto, attraverso la lettura dei diari segreti del suo fondatore.
Le due trame si intrecciano, dando piena comprensione di sè solo nel finale, ma il parallelo dell'immersione in una follia esterna, via via interiorizzata, permette di accomunare le figure del pipistrello e del dottore fin dalle prime pagine.
Il racconto è tanto pieno di spunti e provocazioni da destare il sospetto che Morrison conosca il personaggio in questione ben più di quanto il suo personale dossier bibliografico lasci sospettare: al suo primo lavoro su Batman è già in grado di dominarne la figura e di stravolgerla nel profondo, rilevandone inquietanti e singolari particolari che normalmente vengono trascurati in favore della figura eroica del soggetto.
Stragatto di tutta la vicenda è ovviamente il Joker, figura complessa e controversa che evidentemente stuzzica la fantasia dell'autore. In un passaggio interessante, si suggerisce la possibile supersanità del criminale: ovvero una condizione superiore all'uomo moderno, figlia dello stress metropolitano e del senso di alienazione, che si manifesta nella capacità di riscrivere dal nulla la propria personalità a seconda della situazione, annullando di fatto una qualunque reale identità di fondo.
In tal senso si giustificherebbero le infinite apparizioni del Joker, proposto a seconda dei casi come simpatico pagliaccio o come spietato e mortale assassino.
Ed è attraverso la logorroica disquisizione del killer sorridente che Morrison fa sentire la propria voce, mentre analizza e spoglia la figura di Batman osando ben oltre il tradizionale limite che il genere aveva sempre segnato.
Si suggerisce l'omosessualità di Batman, insinuando in modo piuttosto eloquente la presunta natura del suo legame con Robin. Ma non solo: in un eccesso filosofico il Joker rivela agli altri pazienti la drammatica verità dell'uomo sotto il mantello, ovvero l'inesistenza di un qualsiasi volto sotto la maschera.
L'ossessione per il crimine, il fermo desiderio di reincarnazione (come antidoto ad un dolore insopportabile) fanno del cappuccio di Batman il vero volto di Bruce Wayne: non è il mantello la mascherata, la copertura, bensì la mondana vita del miliardario.
Batman non è un uomo ossessionato: è un'ossessione che cammina. Tutta la sua esistenza è racchiusa nella sua morbosa lotta al crimine, nel suo insano attaccamento all'oscurità incarnata dal pipistrello.
Il fine stratega esaltato nella sua lucida razionalità, non è il Batman che conosciamo in queste pagine: lascia il posto ad un violento e maniacale giustiziere, seppur dotato di una traballante coscienza che lo spinge a dubitare della propria sanità.
Gli avversari, da Due Facce a Zeus, non sono più antagonisti: sono solo riflessi distorti dell'eroe, creature modellate a sua immagine, simbioticamente legate a lui da un'ossessione speculare alla sua, drammaticamente reali e tangibili nella loro follia disincantata.
Affrontandoli, Batman vive il confronto con ciò che è diventato, e ciò che vede sembra non rassicurarlo. Inizia realmente a percepire Arkham come sua naturale dimora, a interrogarsi sulla sensatezza di una sanità qualunque, sulla reale possibilità di un'esistenza lontana dalla follia.
Come la "cura" di Due Facce rivela, la follia personale può essere l'unica sanità possibile: annullare la follia, prescindere da essa, porta all'unico sconfortante risultato di distruggere la personalità stessa dell'uomo, drammaticamente lobotomizzato dall'annullamento della parte che, nel bene e nel male, riconosce come più autentica di sè.
La conclusione, per ovvie esigenze narrative, riporta allo status quo precedente: ma l'insinuosa riflessione finale su dove risieda realmente la follia, se all'interno od all'esterno dell'istituto, sembra gettare un'inquietante ombra interpretativa sull'uomo pipistrello e la città che è votato a proteggere.
Altrettanto interessanti del racconto vero e proprio, sono le schede finali che rappresentano una sorta di indagine psicologica sui singoli personaggi, e che rivelano un attento studio delle singole psicologie da parte dell'autore, capace di sintetizzare in poche righe la caratterizzazione dei soggetti coinvolti.
Ad esaltare il lavoro dello scrittore intervengono i pennelli di Dave McKean, capaci di trasmettere inquietudini e tensioni fino a farle divenire palpabili. La sua tecnica complessa, molto più vicina all'espressionismo più libero che alla gabbia della narrazione, rispecchia nei diversi momenti la trattazione psicologica dei personaggi, sposandone la causa ed esaltandone le caratteristiche.
La deformazione visiva di Batman, la sua rivisitazione gotica, meriterebbero già di per sè un'attenta ed approfondita osservazione. In più punti il limite tra semplice narrazione e creazione artistica vacilla, lasciandoci ad ammirare le tavole e rischiando di rapirci dalla storia in quanto tale, trascinati in quel mondo fantastico sulle tracce della nostra Alice dalle orecchie a punta.
La narrazione testuale e quella grafica sembrano così vicine in taluni punti, tanto in sintonia, da spingere il lettore a dubitare della natura duale dell'opera. 
Cos'è quindi, Arkham Asylum?
Un capitolo fondamentale della storia di Batman ed un'analisi approfondita dell'uomo sotto il mantello e dei suoi contorti avversari.
Ma soprattutto è pura creazione, ispirazione trasfigurata su carta. Più che una storia di Batman è una storia su Batman, un fondamentale tributo a quella figura così complessamente affascinante che ci accompagna da più di mezzo secolo nelle nostre fantasie supereroistiche.
Una forte prova d'autore, una presa di posizione netta e non mediata, un affascinante affresco psicologico che al di là della semplice condivisione, non può lasciare indifferente proprio in virtù della sua forza narrativa.
Un ultimo appunto: la sceneggiatura originale dell'opera era molto più provocatoria e irrispettosa di quella che poi venne pubblicata dall'editore. Ciononostante, il risultato è quantomeno apprezzabile: la censura preventiva ha infatti sostanzialmente limato il linguaggio utilizzato e reso più sottili le allusioni, senza per questo minare l'incisività dello scritto.
Nat
Nota: questa recensione, a differenza delle altre, non contiene immagini su esplicita richiesta di Nat: il recensore, in un eccesso di autostima, si è convinto che le sue sole parole potessero bastare a comunicare il livello grafico dell'opera
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Ottobre 02