dal romanzo, Francesco Rosi ha diretto un film nel 1970 dal titolo "Uomini Contro" che analizziamo in altra sede

 

   Un anno sull'Altipiano di  Emilio Lussu    Vedi anche  Carlo E.Gadda Giornale di Guerra

Ambientato durante la prima guerra mondiale, fu scritto tra il 1936 ed il 1937 probabilmente su insistenza del grande meridionalista e antifascista Gaetano Salvemini e pubblicato nel 1938 a Parigi mentre l'autore era in esilio per attività politica contro il regime di Mussolini. Il libro di Lussu è un intreccio tra cronaca storica e memoria personale e per la continuità dello stile (dalla prima all'ultima riga)semplice ma estremamente efficace e per il ritmo narrativo estremamente moderno (ottenuto dalla scelta di mettere a fuoco una serie di episodi salienti, senza cercare di costruire una trama ), appare oggi tra le pagine più belle e interessanti  della nostra letteratura.

L'anno del titolo è quello che la Brigata Sassari (l'autore era Sardo)trascorre sull'Altipiano di Asiago durante la Prima guerra mondiale. Fortemente critico sul filo della memoria e della ricostruzione dei fatti, l'atteggiamento di Lussu, che ricordiamo era stato  un interventista democratico (non nazionalista) e si era tuffato con grande coraggio nella mischia. Egli vede una guerra condotta in modo grossolano  da ufficiali arretrati (il maresciallo Luigi Cadorna ) e presuntuosi, incapaci di rendersi conto dei propri errori, e decisi  a sacrificare migliaia di vite umane pur di conquistare pochi palmi di terreno (nella prima guerra mondiale, l'Italia perse centinaia di migliaia di soldati). Completamente ignari delle novità che il conflitto comportava su tutti i versanti compreso quello militare,avevano in testa non solo loro, ma gran parte della retorica nazionalista ,D'Annunzio compreso, una tipologia di guerra che nel xx secolo non esisteva più (la trincea è il simbolo della staticità, del non senso, dell'assurdo, il contrario dell'eroe propagandato in quegli anni)

L'atmosfera surreale di insensatezza e di assurdità che Lussu comunica magistralmente nelle sue pagine rispecchia fedelmente una guerra che l'esercito italiano combatté ottusamente sempre all'offensiva, fino al 1917, logorandosi mesi dopo mesi e crollando miseramente al primo serio contrattacco degli austro-tedeschi (Caporetto). Il romanzo si ferma prima della XI battaglia della Bainsizza (annunciata nell'ultima pagina del libro) e della successiva catastrofe di Caporetto. Nel romanzo, Lussu presenta  personaggi e ambienti che si fissano nella memoria e che  fanno la grandezza di un romanziere:il fiero Ottolenghi,il soldato Marrasi , il grottesco generale Leone. Soprattutto spicca la dignità, la capacità di sopportazione e l'umanità dei soldati semplici, prevalentemente contadini che per la prima volta scoprono la Patria ,la Politica , poveri diavoli che pagano le scelte di militari (e politici e intellettuali ....)irresponsabili. Tutti i soldati semplici hanno in comune la paura della guerra e la speranza che essa finisca presto.

I fatti narrati abbracciano un periodo che va dalla fine del maggio 1916 (quando la sua Brigata lascia i monti del Carso, in Friuli Venezia Giulia, poco a Nord di Trieste, per raggiungere l'altipiano di Asiago, ad est di Trento) al luglio 1917 (quando arriva l'ordine di partire per la Bainsizza, ad est di Udine): nello spazio di quest'anno, Lussu si trova a combattere gli Austriaci nell'altopiano di Asiago.

Alla narrazione di una prima fase di guerra di posizione e di trincea, che viene combattuta dai due eserciti attestati l'uno di fronte all'altro, su linee fortificate, dopo la grande offensiva russa in Galizia che costringe gli Imperi Centrali a rallentare le operazioni sul fronte italiano, segue quella di un periodo di guerra di movimento (quella che si combatte allo scoperto) nella quale pare che gli italiani abbiano qualche possibilità di vittoria.

Tuttavia dopo un breve inseguimento degli austriaci da parte degli italiani, si  ritorna alla logorante e interminabile guerra di posizione sui due fronti.
Durante la guerra di trincea
  gli avversari tentano di colpirsi vicendevolmente, ciò provoca un continuo logorio di forze ed una continua perdita di vite umane. Innumerevoli morti vengono inoltre provocate dai tiri di artiglieria, anche questi ultimi tendenti a logorare progressivamente la linea di trincea avversaria, frequenti gli errori per cui ci si sparava anche addosso!. Vere e proprie stragi che provocano enormi perdite di vite umane sono costituite dagli assalti, durante i quali i soldati vengono fatti uscire dalle trincee in massa, con l'ordine di conquistare quelle nemiche: in tal modo sono esposti in pieno al fuoco degli austriaci. E' rarissimo che un attacco abbia esito positivo. L'ufficiale di complemento Lussu vede morire gran parte dei suoi compagni , l'uno dopo l'altro, sull'Altipiano che da il titolo al libro. Per affrontare tali combattimenti, i soldati, consapevoli di affrontare una probabile morte, devono perdere coscienza, azzerare le proprie menti: per questo la vita dei fanti nelle trincee è imbevuta di cognac e alcolici vari e la maggior parte di essi sono alcolizzati. (praticamente ubriachi !)


Così Lussu descrive un assalto nemico : "Noi vedevamo reparti interi cadere falciati... Il vento soffiava contro di noi. Dalla parte austriaca ci veniva un odore di cognac, carico, condensato, come se si sprigionasse da cantine umide, rimaste chiuse per anni....sembrava che le cantine spalancassero le porte e ci inondassero di cognac".


La stupidità e la follia dei generali sembrano al centro del racconto di Lussu: gli alti comandi e gli ufficiali superiori sono quasi sempre impreparati , commettono errori strategici e tattici, danno ordini senza senso, assurdi, che rispondono molto più ad una logica di ambizione personale, di competizione interna fra i comandanti, che non allo obiettivo di conseguire i migliori risultati militari con il minore sacrificio possibile di uomini e mezzi. Sembra addirittura che chi impartisce ordini lo faccia in modo assolutamente irresponsabile; non mancava infatti probabilmente un certo razzismo nei confronti di poveri soldati prevalentemente contadini considerati carne da macello più che cittadini.

Il generale Cadorna,(Leone) comandante in capo dell'esercito italiano(poi dopo Caporetto sostituito da A.Diaz), viene definito da Lussu come "più utile al nemico da vivo che da morto". Il generale “Leone” viene descritto come un uomo fanatico ed ottuso che impone ai suoi uomini missioni spesso assurde ed inconcepibili: particolarmente significativi sono l'episodio delle corazze "Farina" e l'episodio di Santini.
La rassegnazione, nell'interpretazione di Lussu,è lo stato tipico del soldato semplice: questa prima Grande guerra basata sulla coscrizione obbligatoria del cittadino(spesso praticamente senza diritti di cittadinanza) mostrava quanto fosse
  netto e risolutivo il primato del comando cieco basato sulla forza della divisa graduata, mentre ogni forma di partecipazione  è secondaria anzi neanche presa in considerazione. La rassegnazione dei soldati per Lussu è penosa, per lui una sofferta rivelazione, fonte di inquietudini,di dolorosi ripensamenti: Lussu è portato quindi a misurare l'abisso tra le idealità interventiste e l'atteggiamento di gran parte dell'esercito (interpretazione dello storico  M.Isnenghi ne "I vinti di Caporetto") nascerà in lui un profondo ripensamento politico e personale sulla guerra(sul ruolo politico dei contadini).

 

L'episodio delle corazze "Farina" mostra chiaramente l'irresponsabilità ed il fondo di  stupidità  criminale che muove il generale Leone quando comanda i suoi uomini; infatti, sebbene venga sconsigliato da un colonnello, costringe i soldati del reparto dei "guastatori" a indossare la stupida protezione

" I romani vinsero per le corazze...il nemico può avere fucili, mitragliatrici, cannoni: ma con le corazze "Farina" si passa dappertutto".  

Ma i guastatori, appena mettono piede fuori dalla loro trincea vengono fatti fuori tutti; ciò nonostante, il generale non ...aveva perduto la fiducia nelle corazze Farina" e le fa indossare nuovamente al tenente Fiorelli, seguito da un'intera compagnia. Anche in questo caso i soldati non riescono nemmeno ad arrivare alle trincee nemiche e muoiono tutti.

Lo stile della narrazione è asciutto, sobrio, scarno; impregnato di  un sarcasmo e da un gusto per il paradosso che caratterizzano e connotano l’intelligenza dell'autore.  Il lettore s’accorge , passando da un capitolo all’altro,che gli argomenti trattati sembrano seguire un filo più di messa a fuoco parziale, su singoli fatti piuttosto che  seguire una narrazione autenticamente diaristica o memorialistica; la scansione cronologica degli eventi viene in parte rispettata, ma tenendo fede a questa logica “dell’episodio emblematico”, unico modo per raccontare vicende  trascorse nell’attesa che qualcosa avvenisse, siamo in un contesto ripetitivo e stressante che non poteva creare una fabula accattivante, uniche eccezioni ,”diversivi”  l’arrivo dell’agognata artiglieria o il congedo d’un generale invasato e macellaio; ricordiamo che il grande regista americano D.W.Griffith recatosi al fronte credendo di poter riprendere “azioni,movimenti insomma creare un movie” si accorse che tutto era statico,monotono poco cinematografico!

Aluni episodi:

un ufficiale(Avellini) con due soldati viene mandato verso le trincee nemiche, affinchè questi possano individuti i reticolati,  tagliarne i fili,  operazione assurda a tutte le ore del giorno. I tre vengono fatti uscire però all'alba,ma il chiarore, sebbene non forte, permette agli austriaci di sparare sui poveracci e la missione fallisce tragicamente. Nonostante questo, il tenente colonnello costringe un secondo ufficiale  Santini ed un soldato a ripetere l'operazione, questa volta in piena luce del giorno; stesso risultato.

Durante un'ispezione delle feritoie delle trincee compiuta dal generale Leone, Ottolenghi, l'anima più radicale della compagnia le cui azioni  simboleggiano forse la presa di coscienza di Lussu o una graduale teorizzazione della ribellione, attenta realmente alla vita del superiore. Infatti il tenente permette, anzi invita il generale, a guardare lungamente attraverso una feritoia dove era sempre appostato un  cecchino nemico che raramente mancava il bersaglio costituito da chi si affacciava anche per breve tempo da quella apertura. In questo caso nessuno sparò.

Significativa la descrizione del burrone... in cui i soldati sperano che un mulo faccia precipitare il generale Leone in un burrrone appunto; all'ultimo momento un soldato, preso da pietà, lo salva. Il "benefattore" verrà poi pestato  dai compagni.

La storia di Marrasi Giuseppe che cerca con diversi sotterfugi di sottrarsi alla vita di trincea esprime, con la sua conclusione tragica, la condizione disumana e senza vie d'uscita dei soldati semplici; egli tenta la diserzione dirigendosi verso le trincee nemiche sotto il fuoco dei compagni del battaglione che devono punire il disonore che li coinvolge. Marrasi verrà colpito a soli due metri di distanza dalle trincee austriache, dal fuoco degli italiani.

il meridionale “zio Francesco”, cinque figli e scarsa alfabetizzazione, che pare combattere più per spedire denaro alla famiglia che per quelle terre che evidentemente non sente gli appartengano)

Ricordiamo che furono migliaia coloro che cercarono di sfuggire alla guerra disertando o tagliandosi un dito. provacandosi una ferita ,centinaia i plotoni di esecuzione  

La prima guerra mondiale non unì gli italiani alla nazione ma fece nascere ancora di più quel senso di ostilità di avversità di estraneità delle masse popolari contadine e operaie verso le istituzioni (ricordiamo che non esisteva il suffragio universale,se non parzialmente).La figura del carabiniere che arresta il povero fante (per poi fucilarlo)colpevole di non fare il patriota segnerà profondamente il rapporto con le istituzioni (ma si pensi anche la Brigantaggio post-unitario) nel nostro Paese.I rappresentanti dello stato visti come lontani, non è un caso se ancora oggi non sono rari i tentativi (manifestazioni)di avvicinare l'esercito,le forze dell'ordine ai cittadini

ancora qualche passo

«Io avrei dovuto bere anche acqua e molto caffè. Ma ormai, non sono più a tempo. Il caffè eccita lo spirito, ma non l’accende. I liquori l’accendono. Io mi sono bruciato il cervello. Non ho, nella testa, che ceneri spente. Io agito ancora, agito le ceneri per trovarvi un briciolo da accendere. Non ce n’è più. Almeno avessimo ancora neve e ghiaccio. Se n’è andato anche il freddo. Con questo sole maledetto, non vedo che cannoni, fucili, morti e feriti che urlano. Cerco l’ombra come una salvezza. Ma non ne ho più per molto tempo. Addio, capitano.» (cap. XXX, p. 243). Ma il testo di Lussu ci racconta molto altro ancora:

Ci racconta che ci si spara, inavvertitamente, tra italiani; arrivando perfino a catturare prigionieri che si rivelano connazionali un po’ maldestri (ma, al solito, furbastri: prima mangiano cioccolata e bevono vino, poi si rivelano compatrioti); si racconta che si spara da un anno senza aver mai visto in faccia un solo nemico; si riflette che uccidersi senza conoscersi o vedersi, è orribile (p. 50); si descrive, sempre, l’alcool come “benzina”, come primo motore dei combattimenti; si racconta che a volte le trincee vengono scavate con le mani; che sono spesso improvvisate, senza parapetti o sacchetti di terra.
Si descrive la gioia della licenza, e il dramma d’un ammutinamento; si racconta d’un generale che confonde una postazione di mitragliatrici con una latrina.

 «Di tutti i momenti della guerra, quello precedente l’assalto era il più terribile.
“Pronti per l’assalto!” ripeté ancora il capitano.
L’assalto! Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra.
Le parole del capitano caddero come un colpo di scure. La 9° era in piedi, ma io non la vedevo tutta, talmente era addossata ai parapetti della trincea. La 10° stava di fronte, lungo la trincea, e ne distinguevo tutti i soldati. Due soldati si mossero e io li vidi, uno a fianco dell’altro, aggiustarsi il fucile sotto il mento. Uno si curvò, fece partire il colpo e s’accovacciò su se stesso. L’altro l’imitò e stramazzò accanto al primo. Era codardia, coraggio, pazzia? Il primo era un veterano del Carso» (p. 125; si veda, avanti, fino a p. 131).

E si potrebbe continuare comparando il testo con le riflessioni più avanzate della storiografia sulla grande guerra, ma ci limitiamo ai fatti narrati e alle normali considerazioni, percezioni fotografie di un vissuto tragico  che il bel romanzo di Lussu ci trasmettono.

Emilio Lussu, “Un anno sull’altipiano”, Mondadori, Milano 1970.