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11.11.2007 |
Spazio |
Le orbite dei satelliti |
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22.07.2007 |
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Le invenzioni necessarie |
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22.07.2007 |
Esplorazioni spaziali |
Le missioni spaziali |
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22.07.2007 |
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04.05.2005 |
Luna |
Siamo stati sulla Luna |
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22.07.2007 |
Spazio |
Le orbite dei satelliti |
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Orbita di un satellite
artificiale
Un satellite artificiale è un oggetto posto in
orbita attorno ad un corpo celeste, per perseguire scopi scientifici o
tecnologici; quando lo si lancia nello spazio,
esso entra in un'orbita attorno alla Terra
e vi rimane per l'effetto combinato della propria
velocità e della forza di gravità terrestre.
Prima di effettuare una messa in orbita di un
satellite è indispensabile
effettuare uno studio approfondito della traiettoria che andrà a
seguire poiché il Sistema Solare si muove nello spazio e gli stessi
corpi celesti, a loro volta, si muovono di continuo, cosicché il
satellite dovrà necessariamente andare a prendere una posizione più
avanzata rispetto alla posizione del corpo celeste al momento del
lancio.
Tipo di orbita
L'orbita di
un satellite artificiale può essere di
due
tipi: circolare o
ellittica. Un satellite in
orbita circolare attorno
alla Terra viaggia con una velocità costante e quando si trova
alle altitudini maggiori, tipo quelle delle che servono per le
telecomunicazioni (da 35.800 a 36.200 km), viaggia praticamente alla
stessa velocità della Terra e quindi rimane fermo sulla perpendicolare
di un luogo fisso dell'equatore.
Un satellite in
orbita ellittica non
viaggia a velocità costante in ogni punto della traiettoria poiché deve
descrivere una traiettoria che prevede una distanza massima (apogeo) ed
una distanza minima (perigeo) dalla superficie terrestre. Le orbite
ellittiche possono trovarsi su un piano qualsiasi che passi per il
centro del nostro pianeta. Vi sono però due traiettorie ellittiche assai
particolari: la prima è chiamata traiettoria
polare e si ha quando l'orbita giace sul piano dell'asse
terrestre, la seconda è chiamata traiettoria
orbitale e si ha quando l'orbita giace sul piano dell'equatore.
Questa situazione delle orbite ellittica risulta assai utile nel caso si
debbano compiere osservazioni assai mirate.
Controllo dell'orbita
Per
controllarne la traiettoria e
seguirne la posizione,
esistono due metodi: se il satellite occupa
un'orbita bassa, si usa il
metodo
del
radiosegnale unidirezionale lanciato dal trasmettitore radio di
bordo verso le
varie stazioni terrestri; se il satellite occupa un'orbita
a migliaia di chilometri dalla Terra, si usa il
metodo
delle cellule fotoelettriche puntate
sul Sole o su di una stella e collegate ad uno schermo, che viene ad
interporsi fra le cellule e la sorgente luminosa qualora intervenga una
deviazione accidentale della rotta; la correzione che si rendesse
necessaria sarebbe materialmente eseguita da piccoli razzi montati sul
satellite stesso.
Produzione autonoma di
energia elettrica
I satelliti artificiali
devono provvedere da loro stessi
alla produzione dell'energia elettrica necessaria al
funzionamento di tutta la strumentazione di bordo e quindi sono dotati
di batterie che si ricaricano di continuo grazie ad un sistema di
pannelli a celle solari, perennemente rivolti verso il Sole.
Resistenza dell'aria sulle orbite: il fattore molecolare
L'aria è quel
miscuglio di gas che avvolge il
nostro pianeta e che noi definiamo col termine scientifico di "atmosfera
terrestre". Essa si presenta come una "sostanza
materiale trasparente ed aeriforme", di consistenza assai tenue
(fino ad ottocento volte meno densa dell'acqua), composta da particelle
elementari chiamate "molecole".
Nello spazio
di un centimetro cubo si possono trovare
fino a
trenta miliardi di molecole ed
una sola molecola può arrivare a
provocare anche
quattro miliardi di urti al
secondo poiché, trovandosi libera e ben distanziata dalle altre,
si agita in maniera incessante, seguendo moti del tutto imprevedibili.
Questa incessante attività di
"scontro molecolare" determina la cosiddetta "pressione
statica", ovvero una forza che viene ad
opporsi al moto dei corpi creando
una resistenza
proporzionale alla massa totale delle molecole suddette e al quadrato
della velocità del corpo. Nell'aria, tale resistenza comincia ovviamente ad
essere sensibile solo nel momento in cui un corpo assume una certa velocità,
per cui essa è anche
legata alla forma di quel corpo e al suo
orientamento rispetto alla
direzione del moto.
Resistenza dell'aria sulle orbite: il fattore altitudine
La zona più alta dell'atmosfera terrestre si
confonde gradualmente con lo spazio vuoto, per cui il confine non è
segnato in maniera netta e diminuisce gradualmente con l'altitudine:
un nuovo fattore che viene così ad incidere sul rallentamento della
velocità di un corpo in volo.
L'atmosfera terrestre
si può infatti considerare come
costituita
da tanti strati, il cui spessore non è costante in quanto è in
relazione diretta con la latitudine (massima
all'equatore e minima ai poli).
Tali strati poi, avendo una diversa densità,
danno origine ad un continuo scambio termico ed una
diminuzione progressiva della pressione. La pressione media che
l'aria esercita al suolo è di
1.030 g su cm2.
La
pressione a 40 km di quota, dove è ancora concentrato
oltre il 90% di quel miscuglio di gas suddetti, c'è una certa
diminuzione della pressione atmosferica ma essa rimane ancora su valori
importanti e quindi frenanti: 10 g su cm2.
A
60 km di quota si ha
una pressione che è già scesa a circa 1/3.600
rispetto a quella rilevata al livello del mare ed a
90 km di quota siamo su valori di 1/400.000
di quella di riferimento.
Oltre i 100 km di quota la
miscela di gas atmosferici tende a stratificarsi in relazione al peso molecolare
per cui nella zona inferiore vengono a trovarsi l'azoto e
l'ossigeno mentre nella zona superiore vi sono l'elio e l'idrogeno.
Tuttavia, nonostante vi sia una diminuzione esponenziale altissima,
ancora alla quota di 200 km l'aria è così
densa che è in grado di esercitare un
attrito aerodinamico sui satelliti artificiali.
Finalmente, oltre gli 800 km di quota avviene un nuovo
fenomeno: il campo gravitazionale terrestre tende ad
annullarsi per cui le molecole viaggiano liberamente ed
interagiscono con la materia spaziale. Per tutte le ragioni suddette, appare ovvio come i
satelliti a lunga permanenza debbano muoversi su orbite decisamente
alte, così da ridurre al minimo l'azione frenante dell'attrito
aerodinamico esercitato dall'aria.
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22.07.2007 |
Spazio |
Le invenzioni necessarie |
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L'invenzione del telescopio
Le
principali missioni spaziali mondiali sono state rivolte verso i seguenti
obiettivi: Luna,
Marte e
Sistema Solare.
La storia
dell'esplorazione dello spazio ha inizio con l'invenzione del
telescopio,
costruito da Galileo Galilei e presentato in pubblico nel 1610;
tuttavia, sembra che la paternità della primissima idea sia da
attribuire ad Hans Lippershey, un
costruttore olandese di occhiali, che nel 1608 costruì uno strumento
assimilabile al telescopio ma non lo presentò mai pubblicamente.
Dovette
però passare mezzo
secolo per arrivare ad un telescopio un po' più potente: nel 1661
James
Gregory costruì il telescopio riflesso, attraverso due specchi;
successivamente Isaac Newton lo perfezionò inserendo uno
specchio
piano al posto di quello concavo e fece una scoperta fisica talmente
importante che viene ancora oggi utilizzata per calcolare le traiettorie
di tutti i velivoli spaziali: l'attrito fra due
corpi è direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e
inversamente proporzionale al quadrato delle loro distanze.
L'invenzione del razzo
Ora
dunque, dopo aver iniziato ad esplorare il cosmo con gli occhi bisognava
pensare di penetrarlo fisicamente con qualche mezzo. Così
ebbe inizio lo
studio per mettere in orbita strumenti
idonei. La
storia dell'uomo ci dice che furono i cinesi,
già nel 1232, durante l'assedio della
città di Kaifeng, a quel tempo
capoluogo della provincia dello Henan, a sperimentare i primi proiettili
a propellente solido. Da
allora, l'invenzione si propagò per tutta l'Europa e nel
Quindicesimo secolo
ogni sovrano ne poteva disporre per obiettivi militari.
I
primi progressi applicati al campo dei motori si ebbero grazie
all'ufficiale artigliere britannico William Congreve, che riuscì a
costruire un razzo lungo 4 metri, rivestito in lamiera di ferro,
contenente 3 kg di materiale incendiario e dotato di una gittata utile
di 3 km circa. La sua invenzione fu testata nel 1805, durante le guerre
napoleoniche e, in modo particolare durante la battaglia di Waterloo.
Ben presto ogni nazione europea riuscì a dotarsi dell'invenzione di Congreve.
Attorno al 1880 furono costruiti anche razzi per caccia alle balene e
per le segnalazioni di ogni tipo. Nello stesso periodo il fisico russo
Konstantin Edvardovich Tsiolkovskij
pensò
sia all'impiego del tipo di
propellente da
usare (liquido) che alla
forma migliore che il
velivolo spaziale avrebbe
dovuto avere.
Nel 1918 il fisico americano
Robert Goddard
riuscì
a lanciare un razzo a propellente liquido.
Il fatto impressionò talmente l'opinione pubblica che, ancor oggi, sono
centinaia le associazioni americane amanti e praticanti questo
costosissimo sport. Verso il 1938, Clarence N. Nickman, già
assistente di Goddard, riuscì a
costruire il razzo anticarro, più noto col nome di "bazooka";
quest'arma a spalla aveva una gittata che andava dai 200 metri del primo
modello agli oltre 700 dei modelli più evoluti ed era in grado di
perforare la corazza di un carro armato.
Dallo studio dei primi razzi si passò al
primo
missile realizzato dal tedesco
Wernher
von Braun. Ma la storia più vicina a noi è tutta rivolta all'Unione
Sovietica di Krushev il quale, nel 1955, dà l'avvio al
"Progetto LENINSK",
cioè la costruzione della "Città
delle Stelle", da dove avrebbe avuto
veramente inizio la storia delle esplorazioni spaziali come le intendiamo
oggigiorno. Due anni dopo, nel 1957,
ha invece inizio l'era dell'esplorazione
spaziale come la intendiamo oggigiorno, con
il lancio dello SPUTNIK 1,
il primo satellite artificiale orbitante
costruito dall'Unione Sovietica.
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22.07.2007 |
Esplorazioni spaziali |
Le missioni spaziali |
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Centro ufologico ferrarese
Provenienza dell'immagine:
cortesia della NASA /JPL-Caltech/Cornell
University
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1969: missioni delle sonde
PIONEER
Il
programma Pioneer venne approvata dalla NASA nel 1969 e furono costruite le
sonde Pioneer 10 e Pioneer 11 con lo scopo di
preparare l'esplorazione di
Giove e di Saturno. La prima venne messa in orbita il
3 marzo 1972 mentre
la seconda fu messa in orbita il 5 aprile 1973.
Sono rimaste famose perché su entrambe è stata apposta la famosa
"Targa di identificazione del nostro Sistema Solare".
Le immagini rappresentano le silhouettes di un uomo e una donna nudi, la
sonda terrestre stessa, il nostro Sistema Solare e il luogo di
provenienza della nostra razza. Pioneer 10
sta viaggiando verso Proxima Centauri, che raggiungerà fra più di 26.000
anni.
1977: missioni delle sonde
VOYAGER
Si
tratta di due sonde che hanno
consentito e consentono tuttora di studiare il nostro Sistema Solare. Vennero messe
in orbita nel 1977, a quindici giorni di distanza l'una
dall'altra ed entrambe trasportano al loro interno un
disco d'oro, contenente immagini e suoni
della terra destinati ad eventuali civiltà extraterrestri.
La sonda Voyager 1 venne lanciata il
5
settembre 1977 mentre la Voyager 2 fu
lanciata il 20 agosto successivo. Entrambe continuano a viaggiare ad una
velocità di 61.500 km/h,
corrispondenti ad quasi un milione e mezzo di chilometri al giorno (1.476.000
km/giorno) e a mezzo miliardo di chilometri all'anno (538.740.000
km/anno).
Sembrano grandi distanze ma in
realtà sono una nullità all'interno degl'infiniti spazi cosmici
dove la sola unità di misura che abbia un significato di portata
terrestre è l'unità
astronomica (UA)
rappresentata dalla distanza media Terra-Sole:
149.600.000 di km (1UA = 149.600.000 km) arrotondati a
150 milioni di km.
Ovviamente, quando si parla di Cosmo, l'unità astronomica non ha più
alcun significato e per misurare distanze galattiche si considerano:
l'anno luce (al)
e il parsec (pc).
L'anno
luce corrisponde a
9.460,5 miliardi di km (il valore arrotondato a 9.500, per
comodità di calcoli), ovvero alla distanza
percorsa in un anno dalla luce, che nel vuoto si muove ad una
velocità pari a 299.792.458 km/sec (arrotondata a 300.000.000
km/secondo).
Il parsec
corrisponde a 30.086 miliardi di
km (il valore è arrotondato a 30.000, per comodità di calcoli),
ovvero alla distanza che deve avere un oggetto
affinché "il triangolo di base, uguale alla distanza media Terra-Sole,
abbia un angolo al vertice (angolo di parallasse)
di un secondo di arco". Praticamente, si
tratta della distanza di un astro con una
parallasse annua di un secondo di arco.
Un parsec equivale perciò
a 3,258 anni luce (1 pc = 3,258 AL).
Ricordiamo che la parallasse rappresenta lo
spostamento apparente di una stella quando questa viene osservata da due
angolazioni. Mentre questa operazione è tranquillamente misurabile se
fatta sulla terra, allorquando ci si sposta nel Cosmo il problema viene
aggirato osservando la stella da due punti opposti dell'orbita
terrestre, distanti fra loro 2 UA.
Ritornando alle nostre sonde Voyager, ricordiamo che
Voyager 1 ha raggiunto Giove nel 1979,
Saturno nel 1980 mentre Voyager 2 ha prima
raggiunto Giove nel 1979, Urano nel 1986 e Nettuno nel 1989. Ora, molti
astronomi concordano sul fatto che entrambe
abbiano già raggiunto il limite
del "Termination
shock" (zona dove la velocità del vento
solare scende sotto la barriera del suono) e stiano superando il
Confine 2, rappresentato dalla zona cosmica
del vento solare (costituito da atomi ad alta
velocità emessi dal Sole).
Oltre questo limite, equivalente quasi alle Colonne d'Ercole del nostro
Sistema Solare, si estende un'immensa zona cosmica vuota oltre la quale
dovrebbe aver inizio il confine ultimo dell'intero nostro Sistema
Solare, ovvero il Confine 3. Esso sarebbe
rappresentato dalla Nube di Oort, la quale
potrebbe estendersi anche per oltre 20.000 miliardi di km e trovarsi,
quindi, pressoché a metà strada fra noi ed Alpha Centauri, che è il
sistema stellare a noi più prossimo. Questo Confine 3 verrebbe perciò ad
essere il "confine
gravitazionale del nostro Sistema Solare" e tutto quanto si trova
al di là di esso non dovrebbe più essere influenzato dalla gravità
solare.
Ed è proprio da questo punto che ha inizio lo
spazio interstellare vero
e proprio, che diverrà così uno fra gli oggetti preminenti di studio dei
prossimi anni poiché esso non è costituito dal "vuoto"
come lo si potrebbe intendere ma un miscuglio di particelle
elettricamente cariche ma assai rarefatte chiamate "plasma".
In tale sostanza si sa che non è possibile la
propagazione dei suoni ma si pensa che siano possibili altre
forme di propagazione, legate alle oscillazioni e alle vibrazioni sonore
e, forse, dotate di proprietà magnetiche.
Missioni delle sonde
GALILEO
Si
tratta di una sonda americana messa in orbita nel lontano
1989, composta
da due moduli: un orbiter e un
velivolo strutturato per
meglio penetrate l'atmosfera. Essa ha raggiunto Giove nel 1995 e ne ha
studiato a lungo l'atmosfera, trasmettendo dati fin oltre il 2001.
Missioni
delle sonde
VENERA,
MARS,
MARINER
e
VIKING
Nell'esplorazione degli altri pianeti del Sistema Solare, i
russi misero in campo la
missione Venera, destinata all'esplorazione
del pianeta Venere e la missione Mars
destinata all'esplorazione del pianeta Marte. Gli
americani risposero con il
programma Mariner e
il programma Viking, destinati
all'esplorazione di Marte e di Venere.
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22.07.2007 |
Luna |
Le esplorazioni lunari |
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cortesia della NASA /JPL-Caltech/Cornell
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1958-1959: missioni
delle sonde
PIONEER:
L'11 ottobre 1958 venne lanciata la sonda
americana Pioneer 1, l'8 novembre il
Pioneer 2 e il
6 dicembre il
Pioneer
3: tutte e tre avevano il compito di
raccogliere dati sulle fasce di Van Allen. Il
3 marzo
1959 fu lanciato
Pioneer 4, che
transitò a soli 57.000 km dalla Luna.
1959- 1970: missioni
delle sonde LUNIK e
ZOND:
Il programma
spaziale russo, iniziato il 2 gennaio 1959 con le
24 sonde LUNIK e
le 8 sonde ZOND, raggiunse importanti traguardi: primo
impatto col suolo
lunare, prime immagini del lato nascosto della Luna, prima orbita lunare e
primo rientro sulla Terra.
1961-1965: missioni delle
sonde RANGERS:
Questo progetto ha segnato l'ingresso in campo degli Stati
Uniti d'America; le sonde spaziali dalla
Ranger 1 (1961) alla
Ranger 9
ebbero il compito dell'esplorazione
pianificata della superficie lunare, attraverso la mappatura
fotografica. Gli scopi principali di queste sonde furono quelli di fotografare il nostro satellite da distanze sempre più ravvicinate e
depositare sul suolo lunare una strumentazione in grado di trasmettere a
Terra dati scientifici della Luna.
Ma a fronte di obiettivi così aulici
corrispondeva ancora una tecnologia troppo arretrata che portò al
fallimento delle missioni programmate per i
primi cinque Ranger. Ad
esempio, la sonda
Ranger 5 iniziò
bene la missione, con un'ottima messa in orbita ma, a causa di un
improvviso guasto che colpì l'apparato elettrico, non si aprirono del
tutto i pannelli solari che avevano il compito di fornire l'energia
successiva per la missione e ci si vide costretti a piazzarla su di
un'orbita solare facendo fallire del tutto la missione fotografica della
Luna.
A
partire dalla sonda
Ranger 6 si corse
ai ripari, rincorrendo obiettivi veramente alla portata, e si pensò solo
di far scattare più foto possibili del suolo lunare. Ma anche questa
missione fu un completo fallimento poiché non funzionò la tecnologia per
inviare le immagini a Terra. La
sonda Ranger 7 venne messa in orbita il 28
luglio 1964 determinò l'inizio del successo delle missioni
fotografiche del suolo lunare: essa
inviò a Terra oltre 4.300
fotografie della regione chiamata "Mar delle Nubi" e fu così
possibile avere una risoluzione dei particolari centinaia di volte più
grandi di quanto non fosse possibile con i migliori telescopi. La
sonda Ranger 8 venne messa in orbita il 17
febbraio 1965 ed anch'essa
riuscì ad inviare a Terra oltre
7.000 fotografie di tutta la zona visibile da Terra del centro
della Luna.
Infine, la sonda
Ranger 9, messa in
orbita il 21 marzo 1965, diede inizio ad
un'era nuova: mostrare in diretta televisiva mondiale la tecnologia
raggiunta dall'America in campo spaziale
Missioni
delle sonde LUNAR ORBITER
Le
5 sonde
Lunar Orbiter sono state praticamente un prolungamento del progetto
precedente in quanto non hanno fatto altro che continuare la
mappatura
della Luna ma da una distanza assai
ravvicinata, con lo scopo preciso di
individuare
le migliori zone per futuri allunaggi. Le
Lunar Orbiter 1,
2 e 3 hanno seguito
un'orbita equatoriale mentre le ultime due un'orbita polare. Esse furono
un successo anche tecnologico perché
inaugurarono
l'era della fotografia digitale ad alta risoluzione, in grado di
trasmettere le foto direttamente a Terra .
1966: missioni
delle sonde SURVEYOR
Le
7 navicelle Surveyor americane furono progettate con
lo scopo
di effettuare allunaggi (1-3-5-6) e
prelevare
campioni del suolo lunare. Alcune di queste navicelle eseguirono
delle importanti attività. La
sonda Surveyor 1 venne messa in orbita il
30 maggio 1966 ed allunò a soli 15 km dal
punto programmato, vicino al Cratere di Flamsteed, nell'Oceano delle
Tempeste, dimostrando che il suolo lunare poteva sostenerne il peso; da
qui, la sonda inviò a Terra oltre 10.000 foto del paesaggio lunare. La
sonda
Surveyor 2 si
sfasciò sul suolo lunare poiché non entrarono in funzione i razzi
ausiliari al momento opportuno. La
sonda Surveyor 3 ebbe modo di allunare ed
esaminò campioni del
suolo. La
sonda Surveyor 4 ebbe praticamente una fine simile alla Surveyor
2 poiché allunò in maniera tragica tuttavia riuscì ad inviare a Terra
alcune foto del paesaggio lunare. La
sonda
Surveyor 5 eseguì
addirittura un'analisi chimica del suolo
direttamente in loco.
Missioni
del Programma APOLLO
Con le sperimentazioni
Mercury e
Gemini, la NASA, l'ente spaziale
statunitense fondato nel 1958, fu in
grado di mettere a punto il Programma APOLLO avente lo
scopo preciso di
portare l'uomo sulla Luna. Se l'allunaggio sia avvenuto è per
qualcuno ancora
materia oscura e vi sarà dedicato un capitolo a parte, ma che molti
astronauti siano saliti sulle navicelle ed abbiano avuto esperienze
ufologiche è un dato di fatto che esamineremo nel dettaglio.
Le navicelle spaziali APOLLO
In tutto vi
sono state 17 navicelle Apollo
: durante le
prime 10 missioni sono stati compiuti esperimenti di vario
tipo mentre i
voli con astronauti a bordo
sono stati
11 (da 7 a 17) e
senza astronauti sono
stati
3 (da 4 a 6).
La
navicella o capsula
o astronave spaziale era composta da "tre moduli",
tutti realizzati con i seguenti metalli: alluminio, titanio, rame e
materiali sintetici, per un peso complessivo, a vuoto, di 17 tonnellate
e di ben 52 tonnellate con il carico completo di propellente.
Vi era il modulo di comando, costituito da un cono del diametro di
3,9 m e dell'altezza di 3,2 m; esso aveva alla base uno
scudo antitermico
destinato per smaltire le ondate di calore che venivano a generarsi
dall'attrito con l'atmosfera al momento del rientro e che andavano a
scaricarsi su tutta la capsula. Il suo
sistema di propulsione
era costituito da due gruppi distinti di sei motori (un gruppo di
riserva) e dieci propulsori, equamente distribuiti su tutta la
superficie, così da assicurarne il miglior controllo posizionale.
Vi era il modulo di servizio, collegato direttamente al modulo di
comando e costituito da un cilindro di 7 m di lunghezza e, ovviamente,
di 3,9 m di diametro. Al suo interno trovavano posto le pile a
combustibile che avevano il compito di erogare corrente continua con una
potenza di 1.600 watt e quindi di fornire l'energia elettrica
necessaria. Questo modulo era dotato di
due sistemi propulsivi:
un motore a razzo da oltre 9.000 kg di
spinta, solitamente impiegato per correggere la rotta o per entrare ed
uscire dall'orbita lunare e quattro gruppi di
motori deputati al controllo dell'assetto dell'astronave; tutto
questo consentiva alle navicelle spaziali, una volta stabilizzate su
quote di minima resistenza atmosferica (già dopo i 40 km), di procedere
sospinte solo dalla forza inerziale trasmessa dai sistemi propulsivi, e
di raggiungere tranquillamente
velocità comprese fra i 27.000 ed i 39.000 km orari.
Vi era, infine, il modulo lunare destinato all'allunaggio, chiamato "LEM"
(Lunar
Excursion Module), alto 7 m e largo sempre i soliti 3,9 metri ma
che, in posizione di atterraggio, raggiungeva un diametro complessivo di
9,5 m. A sua volta, esso era suddiviso in un
modulo di discesa ed un modulo di decollo.
Il razzo vettore APOLLO
Il razzo vettore predisposto per queste storiche missioni verso la
conquista della Luna fu il
Saturno 5 che, composto da
tre stadi, era
alto 111
metri e pesava 2.700 tonnellate, comprensive di 1.835 tonnellate di
propellente. La sua potenza complessiva venne calcolata in 1.800.000
cavalli/vapore: un valore che prende significato solo se rapportato ai
70 di una normale autovettura. Ogni stadio conteneva un tipo di
propellente: nel primo vi erano cherosene e ossigeno liquidi; nel
secondo e nel terzo vi erano ossigeno ed idrogeno liquidi.
La missione
APOLLO 1

La capsula Apollo 1, con a bordo gli
astronauti Gus Grissom,
Edward White e
Roger Chaffee, che avrebbe dovuto essere
lanciata alla fine di febbraio del 1967,
ebbe un conclusione tragica il mese precedente: durante un addestramento
di routine, che prevedeva un semplice conto alla rovescia,
si
sviluppò improvvisamente un furioso incendio e nel rogo
morirono i tre
astronauti. Il terribile incidente determinò il ritardo di oltre un anno
sulla tabella di marcia perché si dovette procedere al miglioramento dei
sistemi interni di sicurezza e alla realizzazione di una tuta ignifuga
per gli astronauti.
Le missioni APOLLO 2, 3, 4, 5, 6
Delle
capsule Apollo 2,
3, 4, 5 e 6 si sa poco ma si pensa che
siano state oggetto di particolari verifiche
prime di procedere con il programma.
La missione
APOLLO 7
La
capsula
Apollo 7
venne messa in orbita il giorno 11 ottobre 1968,
alle ore 15.02 GMT o Greenwich Mean Time, con a bordo gli astronauti
Walter Shirra, Donn Eisele e
Walter Cunningham. Questa missione, che
durò 10 giorni e 20 ore, servì a
collaudare la capsula destinata a trasportare l'uomo sulla Luna.
Durante la missione, venne anche simulata una manovra di salvataggio di
due navette perse nel cosmo.
La missione
APOLLO 8
La capsula Apollo 8, lanciata il 21 dicembre
1968, alle ore 12.51 GMT, rappresentò il primo volo umano che raggiunse la velocità
di fuga. Gli astronauti Frank Borman,
James Lovell e
William Anders scattarono diverse fotografie del suolo lunare
e fecero
dieci orbite
attorno alla Luna prima di rientrare, dopo sei giorni e tre ore trascorsi nello
spazio, con uno stupendo ammaraggio nell'oceano Pacifico.
La missione
APOLLO 9
La capsula Apollo 9, venne messa in orbita il
3 marzo 1969, alle ore 16.00 GMT, con a
bordo gli astronauti James McDivitt,
David Scott e Russel Schweickart. Questa missione ebbe l'importante compito di
collaudare il LEM, facendo una prova di distacco dal modulo di comando,
di appuntamento nello spazio e di ricongiunzione. Gli astronauti
testarono anche una passeggiata nel vuoto di circa due ore. Subito dopo
il lancio, l'Apollo 9 iniziò una manovra per raggiungere il terzo
stadio del razzo Saturno 5, che lo aveva appena messo in orbita ad una
quota di 190 km e al quale era rimasto attaccato il modulo LEM, che ora
avrebbe dovuto essere agganciato. L'intera missione, che si concluse con
l'ammaraggio nell'oceano Atlantico, durò dieci giorni e un'ora.
La missione
APOLLO 10
La
capsula Apollo 10, lanciata il 18 maggio 1969,
alle ore 16.49 GMT,
con a bordo Thomas Stafford,
John Young e Eugene Cernan, ebbe l'importante compito di
preparare lo sbarco lunare vero e proprio in quanto venne
testato il
modulo LEM: il 22 maggio, Stafford e Cernan si trasferirono sul LEM e scesero a circa 15
km dalla superficie lunare, così da osservare direttamente i luoghi
più adatti all'allunaggio. Dopo 8 giorni esatti la capsula fece rientro
con un ammaraggio nell'oceano Pacifico.
La missione APOLLO 11
La
capsula Apollo 11 è stato il
primo volo ad
atterrare sulla Luna; fu messo in orbita il 16 luglio
1969, alle ore 16.49 GMT, dal Kennedy
Space Center (Florida) con a bordo gli astronauti Neil
Armstrong, Michael
Collins e
Edwin Aldrin. Dopo tre giorni il velivolo stava orbitando
attorno alla Luna e la domenica del 20 luglio 1969 Armstrong ed Aldrin
entrarono nel LEM, che si staccò dalla
navetta sulla quale era rimasto Collins, ed iniziò la discesa nel Mare della Tranquillità,
in una zona compresa fra i crateri Sabine e Maskelyne.
Il LEM diminuì gradualmente la sua velocità di discesa, passando da
dieci metri al secondo ad un solo metro al secondo.
Allorquando avvenne
il contatto col suolo lunare, si sollevò immediatamente una densa nuvola
di polvere: erano appena passate le ore 16 GMT. Dopo
essere allunati trascorsero dieci
minuti prima di uscire allo scoperto: il primo fu Armstrong, che
disse: "Sono in fondo alla scaletta. Le zampe del LEM hanno appena intaccato la superficie per una profondità di 3 o 5 cm
al massimo. La superficie, quando ci si avvicina, sembra fatta di
granelli piccolissimi. È quasi polvere. È finissima. Scendo dal LEM ora.
È un piccolo passo per l'uomo ma un
gigantesco balzo per l'umanità». Dopo un quarto d'ora circa lo
seguì Aldrin.
Rimasero per due ore ed
depositarono sul suolo lunare i seguenti oggetti:
1) un sismografo, per
rilevare eventuali movimenti sismici;
2)
uno specchio, formato da
100 cristalli di quarzo, per riflettere un raggio
laser proiettato da Terra in modo da
eseguire una misurazione perfetta della distanza Terra-Luna; il
raggio laser inviato da Terra ritorna indietro dopo solo 2 secondi e
mezzo, consentendo così solo errori di pochi centimetri su misurazioni
geografiche anche di migliaia di chilometri;
3) un foglio di alluminio,
a forma di schermo, per intrappolare quei gas che
raggiungono la Luna sotto forma di minuscole particelle, colà trasportate dal vento solare: elio, neon, argon, krypton e xenon;
4) infine, venne piantata la
bandiera degli Stati Uniti, con l'aggiunta di un barretta di
ferro nella parte inferiore della tela, così da dare l'impressione dello
sventolio, che non avrebbe potuto esserci poiché l'atmosfera lunare è
praticamente nulla.
Immediatamente dopo Aldrin lesse il famoso messaggio riportato su di una targhetta metallica poi lasciata sulla Luna,
riportante il disegno dei due emisferi terrestri e la firma degli
astronauti, che recitava queste parole: «Qui
uomini del pianeta Terra per primi hanno messo piede sulla Luna. Luglio
1969. A.D. (Anno Domini - N. d. R.) Siamo
venuti in pace per tutta l'umanità».
Fatto ciò, iniziarono la
raccolta di campioni di materiale da portare a Terra: roccia,
polvere e sottosuolo. Ogni loro azione fu ripreso da una telecamera che
poi venne dimenticata sulla Luna.
In pratica, riepilogando, sulla Luna sarebbero
rimaste le seguenti cose:
a) uno specchio formato da 100 cristalli di
quarzo;
b) una bandiera degli Stati Uniti;
c) una targa a ricordo della visita;
d) una telecamera con la registrazione
dell'impresa.
Dopo ventuno ore
e mezza circa dall'allunaggio i
due astronauti ripartirono e il LEM si ricongiunse all'astronave Columbia,
pronti per il rientro. Furono accesi i motori e il Columbia si immise
nella traiettoria trans-terrestre, attraversò la zona equigravitazionale
e fu via via sempre più attratto dalla Terra. In prossimità del nostro
pianeta, il modulo di servizio venne espulso e il modulo di comando si
girò con la parte conica rivolta verso il basso, per protezione contro
il calore dovuto all'attrito dell'atmosfera, che venne attraversata in
circa quattordici minuti. Ad una quota di 7.000 metri si aprirono tre
paracaduti, che si staccarono subito dopo e furono sostituiti da altri
tre più piccoli. Era il 24 luglio 1969 e quella stupenda avventura
terminò nelle acque dell'Oceano Pacifico, nei pressi del Hawaii. Prima
di lasciare la capsula, gli astronauti indossarono degli indumenti
isolanti, per evitare una eventuale contaminazione da parte di organismi
viventi lunari e dovettero poi trascorrere un intero periodo di
quarantena, sotto costante osservazione medica. La missione durò 8
giorni e 3 ore.
La missione APOLLO 12
La
capsula Apollo 12, con a bordo
gli astronauti Charles Conrad
Junior, Richard F. Gordon Junior e
Alan L. Bean, partì il
14 novembre 1969,
alle ore 16.22 GMT e si protrasse per dieci giorni e quattro ore. Dopo
essere entrati nell'orbita lunare, il 19 novembre Conrad e Bean si trasferirono nel LEM e sbarcarono a nord dei
monti Riphaeus.
Compirono due escursioni di quattro ore ciascuna, scattando
fotografie,
facendo esperimenti, prelevando
campioni di suolo lunare e
recuperando alcuni pezzi
della Sonda Surveyor 3, allunata solo il 17 aprile 1967 a circa 180
m dal luogo dove ora si trovavano loro.
Essi sistemarono la loro
strumentazione scientifica, composta dai seguenti strumenti:
1) una radio trasmittente, per comunicare
con la Terra;
2) un generatore elettrico, alimentato da
un nucleo di plutonio radioattivo, per far funzionare gli strumenti;
3) un sismografo;
4) un magnetometro, per rilevare eventuali
campi magnetici;
5) uno spettrometro, per rilevare la vera
intensità della luce solare, che sulla terra giunge filtrata
dall'atmosfera;
6) un grande telo, destinato alla raccolta
di ioni trasportati dal vento solare;
7) un rilevatore di atmosfera.
Terminato l'intervento scientifico, risalirono sul LEM e si
ricongiunsero col modulo di comando, che si trovava in orbita lunare
pilotato da Gordon.
La missione APOLLO 13
La
capsula
Apollo 13, con a bordo James Lovell,
Fred Haise e John Swigert, venne
lanciata il giorno 11 aprile 1970, alle ore
19.13 GMT. Tutto procedette regolarmente ma si
verificò una grave avaria a bordo, consistente nell'improvvisa
mancanza di funzionamento di due delle tre pile a
combustibile del modulo di comando: esse avevano cessato di
funzionare, forse a causa dell'urto di un meteorite e rimaneva solo un
quarto d'ora di ossigeno. Così si videro costretti a trasferirsi
velocemente nel LEM, dove vi era un'autonomia di 125 ore di ossigeno, 70
delle quali necessarie ai tempi del viaggio di ritorno.
Oltre a ciò, si
aggiungeva anche il problema della scarsità di acqua
che era necessaria sia a loro che al sistema di raffreddamento. Il 17
aprile, dopo aver abbandonato il LEM, rientrarono del modulo di comando
ed ammararono nell'Oceano Pacifico, a sud di Pago Pago. Curiosamente, il
nomignolo con cui era stata battezzata la navetta di quella missione fu
"Odyssey", che era, indubbiamente, tutto un programma, ben condito dal
numero di questa capsula (13) e dal giorno scelto per il rientro (17).
La missione durò cinque giorni e 22 ore.
La missione APOLLO 14
La
capsula Apollo 14, con a bordo
Alan Shepard, Edgar Mitchell e
Stuart Roosa, venne
lanciata il 31 gennaio 1971, alle ore 21.03 GMT ed allunò nei pressi del cratere Fra Mauro. Shepard e Mitchell, dopo
essere usciti dal LEM, piantarono la bandiera
americana e mentre una
telecamera li riprendeva in diretta televisiva e rimandava le
immagini in mondovisione, scaricarono le seguenti attrezzature:
1) uno scambiatore di ossigeno fra
astronauti, utile in caso di emergenza;
2) un bazooka verticale per sparare contro
la roccia ed il suolo;
3) tre geofoni per registrare le onde
generate dallo sparo del bazooka;
4) un sismografo, un riflettore laser e una
stazione con generatori atomici.
Quindi, esplorarono l'area
per circa nove ore e raccolsero oltre 43 kg di rocce lunari,
caricati su di un carrello
denominato MET (Modular Equipment Transporter). Infine, fecero
rientro il 9 febbraio 1971 nelle acque dell'oceano Pacifico dopo nove
giorni esatti.
La missione APOLLO 15
La
capsula Apollo 15, con a bordo
David Scott, James Irwin e Alfred
Worden, venne
lanciata il 26 luglio 1971, alle ore 13.34 GMT e durò dodici giorni e 7 ore. Essi rimasero sulla
Luna per due giorni e 18 ore, nei pressi del Mare Imbrium e, grazie
all'utilizzo di un veicolo
elettrico a quattro ruote motrici, denominato Lunar Roving Vehicle e
dotato di 75 km di autonomia, percorsero
circa 28 km attorno alla scarpata del Monte Hadley,
raccogliendo circa 91 kg di rocce. Nel contempo predisposero diversi strumenti
scientifici e provvidero a mettere in orbita un satellite per monitorare i campi gravitazionali
e magnetici lunari.
Un particolare importante della missione è
stato quello di predisporre una telecamera al suolo, in grado di
riprendere tutte le fasi della partenza dalla Luna. Infine, prima di
atterrare, Worden uscì dalla capsula per compiere una passeggiata
spaziale, di oltre un quarto d'ora, ad una quota di oltre 515.000 km dalla
Terra. Infine, l'ammaraggio avvenne a 500 km dalle isole Hawaii, il 7
agosto 1971.
La missione APOLLO 16
La
capsula Apollo 16, con a bordo
John Young, Charles Moss Duke e Thomas
Kenneth Mattingly, venne
lanciata il 16 aprile 1972, alle ore 17.54 ed allunò fra le
Colline di Cartesio e le Pianure di Cayley. Qui rimasero per oltre 20 ore,
compiendo esperimenti, percorrendo oltre 26 km col veicolo elettrico
Lunar Roving Vehicle e raccogliendo altri 97 kg di rocce.
La missione durò 11 giorni e un'ora.
La missione APOLLO 17
La
capsula Apollo 17, con a bordo
Eugene Cernan,
Harrison Shmitt e Ronald
E. Evans, partì il 6
dicembre 1972, alle ore 05.33 e rimase sulla Luna per 22 ore. Essi
esplorarono la Valle di Taurus-Littrow utilizzando il famoso
Rover
elettrico.
Le missioni
APOLLO 18, 19, 20, 21
Le successive missioni Apollo 18,
Apollo 19,
Apollo 20
e Apollo
21 fanno parte del famoso pacchetto delle "Canceled
Apollo Missions" o "Canceled
Lunar Missions", di cui parleremo con apposito articolo dedicato
alla fantomatica astronave aliena, lunga oltre quattro km, rinvenuta
sulla faccia nascosta della Luna e il cui video è scaricabile da
YouTube.
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|
Data |
Argomento |
NOTIZIA |
|
22.07.2007 |
Esplorazioni spaziali |
Missioni senza equipaggio |
|
Fonte della notizia:
Centro ufologico ferrarese
Provenienza dell'immagine:
cortesia della NASA /JPL-Caltech/Cornell
University
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Missioni
dei satelliti
SPUTNIK (1957-1960)
Questo progetto ebbe lo scopo di dimostrare la
possibilità di costruire
satelliti artificiali.
Lo
Sputnik 1 venne lanciato il
4 ottobre
1957 e fu il primo satellite della storia dello spazio: era una sfera di
alluminio pesante circa 83 Kg, del diametro di 58
cm, dotata di quattro lunghe antenne, che conteneva
strumenti per analizzare e trasmettere a terra informazioni riguardanti i
raggi cosmici e l'analisi dei gas che compongono
l'alta atmosfera.
La strumentazione funzionò
per ben 21 giorni consecutivi mentre il satellite artificiale rientrò
nell'atmosfera terrestre dopo 57 giorni. Tale rientro fu scientificamente
importantissimo in quanto dimostrò concretamente
che cosa avviene ad un
oggetto allorquando rientra in atmosfera: a causa dell'attrito,
si
sviluppa un calore enorme in grado di distruggere tutto e, infatti, lo
Sputnik finì disintegrato.
Lo
Sputnik 2, quello della famosa
cagnetta Laika, fu messo
in orbita il 3
novembre 1957 con lo scopo di
esplorare
gli effetti dell'altezza su di un essere vivente. Venne distrutto anch'esso al momento del rientro nell'atmosfera
terrestre, dopo ben 162 giorni.
Lo
Sputnik 3 venne
messo in orbita il 15 maggio 1958
ed ebbe lo scopo di misurare le
radiazioni solari, i
raggi
cosmici e il campo magnetico terrestre.
Lo
Sputnik
4 venne messo in orbita il 15 maggio 1960
ed ebbe il compito di
eseguire altre misurazioni.
Lo
Sputnik 5 venne
messo in orbita il 19 agosto
1960 con a bordo 2 cani,
40 topi, 2 ratti e diverse piante.
Missioni
delle sonde LUNIK
(1959-1970)
La sonda
Lunik 1
venne messa in orbita il 2 gennaio 1959 e,
dopo essersi andata perfettamente a collocare in un'orbita solare,
iniziò a trasmettere a Terra una
serie di dati importantissimi, riguardanti le
radiazioni solari,
l'intensità dei raggi cosmici e la
struttura dello spazio
interplanetario.
La
sonda
Lunik 2 venne messa in orbita il 12
settembre 1959 e fu il primo velivolo terrestre che
raggiunse pienamente il suolo
lunare ma, purtroppo, si schiantò al contatto col suolo. Prima
dell'impatto ebbe però modo di trasmettere importanti notizia a Terra:
innanzitutto che la Luna aveva
un campo magnetico enormemente inferiore a quello terrestre e la
sua atmosfera era priva di fasce
di radiazioni.
Spieghiamo meglio questi due concetti che, a quel tempo, non erano del
tutto chiari. Poiché la forza di gravità lunare è
debolissima si ha, come diretta conseguenza, che
non esiste una vera e propria atmosfera
assimilabile alla nostra: l'atmosfera lunare è un miliardesimo di quella
terrestre.
Inoltre, sulla Luna manca anche l'acqua,
ovvero il nostro satellite è del tutto privo dei due principali
agenti modificatori esterni mentre gli
agenti modificatori interni, ovvero le
attività dei vulcani e dei terremoti risultano del tutto sopite o
pressoché assenti.
La
sonda
Lunik 3 venne messa in orbita il 4
ottobre 1959 ed ebbe il compito di
riprendere la faccia nascosta
della Luna. Per svolgere tale compito, venne dotata di
sofisticate apparecchiature televisive e fotografiche.
La
sonda
Lunik 9 venne messa in orbita il 31
gennaio 1966 e fu la prima a compiere un atterraggio morbido sulla
Luna il 3 febbraio 1966, sull'Oceano delle Tempeste. Questa sonda
divenne operativa dal giorno seguente e, nei quattro giorni successivi
trasmise a Terra dati ed immagini.
La
sonda
Lunik 10, messa in orbita il 31
marzo 1966, eseguì una prima orbita terrestre quindi si diresse
verso l'obiettivo dell'orbita lunare.
Le sue strumentazioni rilevarono
la presenza di particelle di materia attorno alla debole atmosfera della
Luna, probabilmente dovute alle collisioni fra meteoriti e suolo lunare
e con conseguente dispersione di pulviscolo.
La
sonda
Lunik 11, messa in orbita il 28
agosto 1966, eseguì importanti rilievi della zona equatoriale
della Luna.
Le
sonde dalla 12 alla 15 furono il preludio al lavoro svolto dalla sonda
Lunik 16 che, messa in orbita il 12
settembre 1970, allunò il 20 settembre 1970 e vi rimase per 26
ore e 25 minuti. Durante questo tempo riuscì a
recuperare circa 25 kg di
suolo lunare e a trasportarli sulla Terra.
La
sonda
Lunik 17, messa in orbita il 10
novembre 1970,
trasportò sulla Luna il Rover lunare Lunakhod 1 (lunamobile), che trasmise a terra una quantità
impressionante di dati dalla zona chiamata "Mar delle Piogge", una zona
pianeggiante visibile anche ad occhio nudo sotto forma di macchiolina
grigia. Il Lunokhod era un veicolo dotato di otto ruote motrici
indipendenti, che si spostava con l'agilità di un fuoristrada, superando
agevolmente le asperità del suolo lunare grazie agli impulsi
elettromagnetici inviati da Terra. Attraverso di esso fu anche possibile
realizzare collegamenti televisivi con il centro di controllo di
Bajkonur.
Tutte
le successive sonde Lunik, dalla
18 alla 24, si comportarono in maniera simile e si distinsero
particolarmente la sonda Lunik 21, messa in
orbita l'8 gennaio 1973, perché
trasportò sulla Luna un secondo
Rover Lunakhod e la sonda Lunik 24, messa in
orbita il 18 agosto 1976, perché
raccolse nuovamente campioni
del suolo lunare e li trasportò a Terra.
Missioni
delle sonde VENERA (1961-1983)
I
russi costruirono le sonde Venera con
l'intenzione di far arrivare un modulo terrestre sul suolo venusiano ed
iniziare così la conoscenza del pianeta.
La
sonda
Venera 1 venne messa in orbita il 12
febbraio 1961 ma, dopo 300 giorni che si trovava in orbita, ad
una distanza di 18 milioni di chilometri dal bersaglio, venne ad interrompersi il
contatto con la base a terra.
La
sonda
Venera 3, dopo un viaggio durato 105 giorni, l'1 marzo
1966 riuscì a raggiungere il pianeta Marte ma vi
si schiantò senza
riuscire ad eseguire altre operazioni.
La
sonda
Venera 4, il 18 ottobre 1967 raggiunse il pianeta Venere.
La
sonda
Venera 5 scese su
Venere dopo 131 giorni dal lancio e trasmise molti dati
scientifici.
La
sonda
Venera 6 fece le stesse cose della precedente Venera 5.
La
sonda
Venera 7, messa in orbita il 7
agosto 1970, scese su
Venere il 15 dicembre 1970 e rilevò una
temperatura di 475°C, con una pressione di 90 atmosfere ma
resistette circa 23 minuti.
La
sonda
Venera 8, messa in orbita nel 1972, giunta su Venere
resistette solo 50 minuti al caldo insopportabile ma
fece in tempo ad eseguire dei
rilievi sui venti, sulla quantità di luce che entra
nell'atmosfera marziana, sulla radioattività e su importanti dettagli
del suolo venusiano.
La
sonda
Venera 9, messa in orbita nel 1975, nel mese di ottobre
dello stesso anno raggiunse Venere ma resistette solo 3 minuti in più
della precedente; tuttavia, riuscì a raggiungere un traguardo storico:
inviò sulla Terra la prima
fotografia del suolo marziano.
La
sonda
Venera 10, messa in orbita qualche giorno dopo, raggiunse
Venere sempre nel mese di ottobre del 1975, riuscendo a resistere per 65
minuti e ad un'inviare a Terra una
seconda foto del pianeta.
Le
sonde
Venera 11 e Venera 12
raggiunsero il pianeta a dicembre del 1975 e trasmisero
dati sulla bassa atmosfera
venusiana, rilevando una temperatura superficiale di 460°C ed una
pressione di 88 atmosfere: ovvero confermarono ampiamente i valori
registrati cinque anni prima da Venera 7.
La
sonda
Venera 13 arrivò su Venere il giorno 1 marzo 1982 mentre
la sonda
Venera 14 vi giunse il 5 marzo 1982; entrambe ebbero il
compito di analizzare la composizione chimica dell'atmosfera e del suolo
venusiani.
La
sonda
Venera 15 arrivò su Venere il 10 dicembre 1983 mentre la
sonda
Venera 16 vi giunse il 14 dicembre dello stesso anno ma
entrambe rimasero nell'orbita venusiana poiché dovettero
inviare a terra
immagini radar.
Missioni
delle sonde MARS (1962-1973)
I
russi costruirono le sonde Mars con
l'intenzione
di fa arrivare un modulo terrestre sul suolo marziano ed
iniziare così la conoscenza del pianeta.
La
sonda Mars
1, messa in orbita il giorno 1
novembre 1962, trasmise dati per oltre cinque mesi, fino a marzo
1963 ma poi, quando
si trovava già a 106 milioni di km dalla Terra, perse stabilità, non fu
più in gradi di orientare correttamente le sue antenne e
si interruppe ogni contatto radio.
La
sonda Mars
2, lanciata nel maggio 1971,
raggiunse l'orbita marziana ma
si schiantò al suolo.
La
sonda Mars
3, lanciata qualche giorno dopo,
fu la prima ad atterrare su
Marte e trasmise informazioni per circa 20 secondi.
La
sonda Mars
4 e la sonda Mars 5 nel
1973
trasmisero diverse fotografie
ed altre notizie.
La
sonda Mars
6 fallì l'atterraggio su Marte ma riuscì ad ad inviare a
Terra importanti notizie
riguardanti la quantità di Argo contenuta nell'atmosfera marziana.
La
sonda Mars
7 fu un totale fallimento poiché la base ne perse quasi
subito il contatto radio.
Missioni
delle sonde MARINER (1962-1975)
Gli
americani costruirono le sonde Mariner con l'intenzione di fa arrivare un modulo terrestre sia sul suolo venusiano
che su quello marziano ed iniziare così la conoscenza dei due pianeti e
dello spazio interplanetario.
La
sonda
Mariner 1, lanciata il 22 luglio
1962, fallì nei suoi tentativi.
La
sonda
Mariner 2 riuscì a transitare a circa 35.000 km da Venere
e trasmise importanti dati sulla sua atmosfera e sulla sua superficie.
La
sonda
Mariner 3 fu un fallimento totale.
La
sonda
Mariner 4, lanciata il 28 novembre
1964, riuscì a raggiungere l'atmosfera marziana e a mettersi su
di un'orbita di soli 10.000 Km; in questo modo
trasmise a Terra venti
meravigliose fotografie del suolo marziano.
Le
sonde
Mariner 5, lanciata nel 1967, e le successive
Mariner 6
e Mariner
7 fornirono ulteriori informazioni su Marte mentre la
sonda
Mariner 8 finì immediatamente in mare dopo il lancio.
La
sonda
Mariner 9, messa in orbita il 30
maggio 1971, raggiunse un successo enorme poiché riuscì a
piazzarsi in maniera stabile attorno a Marte e vi rimase
per circa un
anno. Grazie a due telecamere,
trasmise a Terra oltre 7.000 fotografie ad alta risoluzione, che
contribuirono a svelare il mistero di Phobos
e Deimos: i due satelliti marziani erano,
in realtà, dei grossi macigni appena butterati da qualche cratere.
Inoltre, un anno di fotografie consentì agli scienziati di ottenere una
mappatura completa di Marte.
La
sonda
Mariner 10, messa in orbita il 3
novembre 1973, riuscì a
sorvolare il pianeta ad appena 700 km di quota poi, e da qui,
sfruttandone l'attrazione gravitazionale e seguendo i consigli del
ricercatore italiano G. Colombo, nel febbraio del 1974
fece rotta su
Mercurio mettendosi su di un'orbita tale da incontrarlo per ben tre
volte (1974 e 1975) e non solo una come previsto dai primi calcoli della
NASA.
Missioni
delle sonde VIKING (1975-1976)
Gli
americani costruirono le sonde Viking con
l'intenzione di far giungere su Marte dei veicoli in grado di effettuare
misurazioni ed esperimenti scientifici.
La
sonda
Viking 1 venne messa in orbita il 20
agosto 1975 mentre la sonda Viking 2 venne
lanciata il 9 settembre 1975. Entrambe le
sonde erano composte di un modulo orbitante,
l'Orbiter e di un
modulo di atterraggio, il
Lander.
Dopo un viaggio di 11 mesi le due sonde si
collocarono in orbita attorno a Marte ed utilizzando le telecamere di
bordo individuarono il luogo più adatto per scendere sul pianeta: la
piana di Chryse Planitia. Qui, il 20 luglio 1976 scese il Lander 1 e il
4 settembre 1976 scese anche il Lander 2. I Lander erano dotati di pale
meccaniche e prelevarono campioni di terreno mentre il piccolo
laboratorio interno rivelò che l'escursione
termica della zona andava da -29°C a -85°C
e l'atmosfera marziana era
costituita per il 95% di
anidride carbonica, il 3% di azoto e solo lo 0,5% di ossigeno.
Missioni
delle sonde PIONEER (1972-
~)
Grazie
alle conoscenze acquisite fino a quel momento, fu possibile approntare
due missioni difficilissime: l'esplorazione di Giove e di Saturno ed
affidare loro il famoso "
messaggio " inciso su di una lastra
di alluminio di cm 15 per 23 e rivolto ad eventuali fratelli
superiori. Le immagini rappresentano le silhouettes di un uomo e una
donna nudi, la sonda terrestre, il nostro Sistema Solare e il luogo di
provenienza della nostra razza. Queste due sonde sono lanciate da tempo
oltre i confini dell'ignoto ma, purtroppo, hanno esaurito le proprie
batterie e non comunicano più con noi.
La sonda
Pioneer 10 venne messa in orbita il
3 marzo 1972, grazie ad un potentissimo razzo vettore
Atlas-Centaur che le impresse una velocità di 50.000 km/h.
Dopo un viaggio di 800 milioni di km, il 4 dicembre 1973 transitò a
130.400 km da Giove. Ora (2007) si trova ad
oltre 11 miliardi di km dalla Terra ma il
contatto radio è stato
ufficialmente dichiarato "decaduto"
e quindi formalmente interrotto il 31 marzo 1997, poco prima che la sua
sorgente di energia elettrica si esaurisse. Negli ultimi anni la sua
missione è stata quella di studiare il vento solare e il mezzo
interstellare.
La
sonda
Pioneer 11 venne lanciata il 5
aprile 1973 su di un'orbita diversa dalla gemella. Il 3 dicembre
1974 transitò a circa 46.700 km da Giove e nel settembre del 1979,
transitò nei pressi di Saturno inviando ottime immagini ed un'infinità
di dati di entrambi i pianeti.
Missioni
delle sonde
VOYAGER (1977-
~)
Grazie
alle conoscenze acquisite fino a quel momento dalle sonde Pioneer, fu
possibile approntare la missione Voyager per avere uno studio più
accurato di Saturno ed Urano. La
sonda
Voyager 1 è stata messa in orbita il
5 settembre 1977, ha raggiunto Giove a marzo 1979 e dopo aver
incontrato Saturno, nel novembre 1980 e nell'agosto 1981,
se ne sta
uscendo dal nostro Sistema Solare,
viaggiando ad una velocità di
61.500 km/h. Si sa che nell'agosto del 2002, quando si trovava a
12,8 miliardi di km da noi, ha iniziato la manovra di entrata nel "Termination
shock", ovvero la zona cosmica del nostro Sistema Solare che
anticipa il Confine 2 che, a sua volta, è quella zona di atmosfera dove
arriva il vento solare.
I segnali della sonda,
alimentata da un motore nucleare che va progressivamente diminuendo,
continuano ad essere trasmessi a Terra, e lo
faranno fino al 2020, ma sono via via troppo deboli per essere captati anche da
eventuali civiltà aliene in quanto hanno una potenza di 330 watt,
leggermente superiori alla quantità di luce emessa da cinque lampadine
da 60 watt.
Quando poi si pensa che che l'antenna
della sonda
è rivolta verso Terra e che per essere captati questi i segnali è
necessario disporre sulla Terra di un'antenna parabolica di decine di metri, è facile
comprendere come diminuiscono ulteriormente le probabilità di
intercettazione da parte di esseri di altre civiltà. Nel 1988, Voyager 1 ha superato Pioneer 10, che era
la sonda esplorativa terrestre più lontana, ed è diventata la prima
sonda giunta più lontano. Voyager 2, che ha
una direzione diversa, fra quasi 300.000 anni, se non incontrerà
ostacoli di sorta, potrebbe raggiungere la stella Sirio: ciò sarebbe di
grande soddisfazione per l'intelligenza umana ma di nessuna utilità
pratica poiché, come abbiamo visto, gli ultimi segnali provenienti da un
artefatto terrestre in viaggio nel Cosmo, termineranno definitivamente
nell'anno 2020.
La sonda Voyager 2 è stata
messa in orbita il 20 agosto 1977, ha
incontrato Giove nel luglio 1979 e dopo aver intercettato Urano, a
gennaio 1986, scoprendone quattro nuovi anelli e dieci satelliti, ha
sorvolato Nettuno nell'agosto 1989, scoprendone 6 nuove lune.
Le due
Voyager, secondo alcuni scienziati, hanno già superato ampiamente il "Termination
shock" e si apprestano a superare del tutto il "Confine
2", rappresentato dal vento solare, la cui velocità, in questa
zona del Sistema Solare, scende sotto la barriera del suono.
Ora
stanno viaggiando verso i confini dell'ignoto, portando al loro interno
un "messaggio speciale dalla
Terra": sopra di un disco d'oro vi sono state inserite
115 fotografie di paesaggi terrestri,
voci e rumori terrestri incisi su nastro
magnetico, saluti in 55 lingue e
l'esecuzione musicale della Quinta sinfonia di Beethoven.
Esse ci hanno consentito di acquisire una
serie impressionante di notizie,
trasmesse a terra grazie ad un'antenna parabolica, di quattro metri di
diametro, rivolta verso il nostro pianeta: ora sappiamo Giove ha 16
satelliti, ha un anello non visibile da Terra, la sua grande macchia
rossa è un immenso ciclone e le regioni cosmiche circostanti hanno
flussi di radiazioni mille volte più intensi di quanto non possa
sopportare l'uomo.
L'attività di queste due sonde dovrebbe durare fino al 2020: in quella
data Voyager 1 dovrebbe trovarsi a circa 21
miliardi di km dalla Terra ed i suoi segnali, che pure viaggiano alla
velocità della luce, impiegheranno quindi almeno 20 ore per giungere
sulla Terra: ovvero, essi arriveranno quasi il giorno dopo essere stati
trasmessi ma ci porteranno importanti notizie sui raggi cosmici, sulla
composizione dello spazio interstellare e sui campi magnetici spaventosi
che si formano in quelle profonde regioni cosmiche.
Missioni
dei missili
ATLAS (1957-1958)
Il
programma spaziale americano era in netto ritardo ed i primi tentativi si
rivelarono clamorosi fallimenti: dei 7 missili Atlas ne
precipitarono ben 5;
così si corse ai ripari: nel 1958 venne fondata l'agenzia spaziale americana
NASA
e se ne affidò il progetto allo scienziato Wernher von
Braun.
Missioni
dei satelliti VANGUARD
ed EXPLORER (1958-1964)
Il
satellite Vanguard 1 esplose al momento del lancio ma il
Vanguard
2 (17 marzo 1958) fu un successo pieno:
autoalimentandosi attraverso l'energia solare, riuscì a trasmettere per oltre sei
anni dati sulla conformazione del nostro pianeta.
Fu seguito dall'Explorer 1, una sonda a forma di cilindro del
diametro di doli 15 cm e della lunghezza di poco superiore ai 2 metri, che
scoprì la fasce di radiazioni di Van Allen, misurò
i raggi cosmici e molti micrometeoroidi. Con l'Explorer 3 (26
marzo 1958) si analizzarono in maniera approfondita le
radiazioni solari e i campi magnetici.
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Data |
Argomento |
NOTIZIA |
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22.07.2007 |
Esplorazioni spaziali |
Missioni con equipaggio |
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Centro ufologico ferrarese
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Programma
delle navicelle VOSTOK (1961-1963)
L'Unione
Sovietica inaugurò il volo umano nello spazio con la navicella
Vostok 1
o Oriente (12 aprile 1961), con
a bordo il cosmonauta russo Yurij Alekseevic Gagarin.
La partenza del missile a più stadi avvenne dal cosmodromo o
base spaziale
di Bajkonur, nel Kazakistan. La navicella percorse un'orbita intera di
89 minuti, seguendo una traiettoria a una distanza minima di 180 km e a
una distanza massima di 327 km da Terra ma l'intero volo duro un'ora e
48 minuti. Gagarin eseguì molti test scientifici e medici durante il volo
poi conclusosi con l'atterraggio in una zona prestabilita della Siberia.
La
Vostok
2 (6 agosto 1961) rimase in orbita per 25
ore e 18 minuti dopo essere stata lanciata dalla base di Bajkonur e l'astronauta Gherman Stepanovich Titov,
soffrendo di nausea, e decise di lanciarsi col paracadute da una quota di
6.400 metri mentre il recupero della navicella avvenne nei pressi della
città di Saratov. Questo volo avrebbe dovuto dimostrare la possibilità
di una vita quasi normale nello spazio: come si è visto, però,
nonostante che la temperatura della cabina si fosse mantenuta sui 20°,
l'esperimento ottenne solo una parziale riuscita.
La
Vostok 3 (11 agosto 1962),
governata da Andrian G. Nikolajev, ebbe tutta
una serie di compiti quali:
1) raccolta di dati sugli effetti del volo spaziale sull'uomo;
2) raccolta di dati sulla possibilità di effettuare piccoli lavori in
assenza di peso;
3) controllo dei meccanismi meccanici ed elettronici;
4) controllo dei mezzi di comunicazione;
5) collaudo della strumentazione per il volo e per l'atterraggio.
Inoltre, il giorno seguente, mentre si stava battendo il record di
permanenza nella spazio, la Vostok 3 venne raggiunta in quota dalla Vostok 4 (12
agosto 1962), messa in orbita il giorno successivo appunto e guidata dal
tenente colonnello Pavel
Romanovic Popovic. Venne perciò tentato un esperimento incredibile,
consistente nel far avvicinare le due navicelle: i due astronauti
riuscirono a vedersi dagli oblò e si scambiarono addirittura alcuni
messaggio attraverso il radiotelefono.
La
Vostok 5 (14 giugno
1963), con Valerij Fjodorovic Bykovskij ebbe il
compito di avvicinarsi alla Vostok 6 (16
giugno 1963), con alla guida la cosmonauta russa
Valentina
Vladimirovna Tereskova che eseguì ben 48 orbite attorno alla Terra.
Tra le due navicelle fu stabilito un altro collegamento radio ma mentre
la Tereskova atterrò dopo un volo di 71 ore Bykovskij rimase in orbita
per un totale di 119 ore, polverizzando così ogni altro record.
Programma
delle navicelle
VOSKHOD
(1964-1965)
L'Unione
Sovietica decise che era giunto il momento di sperimentare un modulo
spaziale contenente più astronauti e così la nave spaziale Voskhod 1 fu messa
in orbita il 12
ottobre 1964, dal cosmodromo di Bajkonur; al suo interno trovarono posto tre cosmonauti: l'ingegnere aeronautico Vladimir Michailovic
Komarov, il ricercatore e cosmonauta Konstantin Petrovic
Feoktistov e il medico Boris Borisovic
Yegorov, specializzato in medicina spaziale.
Questa navicella ebbe anche il compito di orbitare per 15 volte ad una distanza
minima dalla Terra di 178 km e ad una massima di 409 km. Essi dovettero
sostanzialmente a sperimentare la vita a tre in uno spazio
ristrettissimo mentre il medico di bordo eseguì diversi esami clinici
sugli altri due. Particolarità di questo primo equipaggio spaziale fu
che nessuno indossò la famosa tuta spaziale ma ognuno tenne indosso una
semplicissima calotta protettiva di cuoio,
del tutto simile a quella indossata dai piloti della Prima guerra
mondiale. Il viaggio spaziale si concluse in 24 ore e 17 minuti.
Ben più impegnativo fu invece il compito affidato ai cosmonauti della
Voskhod 2:
Pavel Belyayev e
Aleksey Leonov. La loro navicella venne lanciata il
18 marzo 1965 e Leonov fu il primo
astronauta terrestre ad uscire dal modulo e
compiere una passeggiata spaziale. Egli, dopo aver indossato una
speciale tuta, infilò una bombola di ossigeno sulle spalle, si collegò
alla navicella tramite un robusto cavo di nylon, prese alcune
apparecchiature ed iniziò a compiere rilevamenti nello spazio esterno e,
addirittura, alcune riprese fotografiche. La passeggiata spaziale si
concluse dopo 20 minuti, con un successo completo.
Programma
delle capsule MERCURY (1959-1963)
Sia il
Programma Mercury che il successivo
Gemini, facevano parte del più vasto
Programma Apollo, che aveva lo
scopo unico di
portare l'uomo sulla Luna. Con il programma Mercury gli USA iniziarono le missioni spaziali con un equipaggio
a bordo il quale aveva il compito di orbitare attorno alla
Terra. Il
modulo spaziale vero e proprio, detto
"capsula", poteva contenere
un solo astronauta. Vennero
costruiti 20 moduli, cinque dei quali
non volarono mai (10, 12, 15, 17 e
19), due andarono distrutti
durante il volo (3 e 4), il modulo 11 affondò
e venne recuperato solo dopo 38 anni nell'Oceano Atlantico. Dei restanti
moduli, diversi vennero modificati una o due volte (2 e 15).
Alan B. Shepard
Junior divenne il primo astronauta americano
nella storia dei lanci balistici spaziali. Dopo un primo rinvio, egli
compì un viaggio suborbitale, di complessivi 478 km, con la prima
capsula Mercury, la Freedom 7 (Libertà),
messa in orbita il 5
maggio 1961. A soli 40 km di quota, la capsula si separò dal
proprio razzo vettore mentre stava già viaggiando alla velocità di 4.300
km/h.
Egli fece diversi test sulle apparecchiature di bordo mentre una
telecamera fissa, da 16 mm, provvide a filmare l'avvenimento per tutta
la durata della missione. I tecnici della NASA (National Aeronautics and
Space Administration) furono però particolarmente interessati a due
esperimenti: il controllo dell'accensione dei retrorazzi frenanti e il
corretto funzionamento della tuta termica che, a fronte di una
temperatura esterna di oltre 800°C mantenne una temperatura interna
sempre al di sotto dei 25°C.
La discesa avvenne in tre momenti: a
9 km di quota furono accesi i retrorazzi con conseguente diminuzione della velocità
fino a 480 km/h, a 6 km venne aperto il
paracadute piccolo e a 3 km da Terra venne
aperto quello grande, che consentì di impattare delicatamente con la
superficie dell'oceano Pacifico. Tutte queste operazioni durarono appena
15 minuti e 22 secondi.
La
seconda capsula Mercury, la Friendship 7 (Amicizia), con a bordo tenente colonnello
John H. Glenn
Junior, venne lanciata con un razzo vettore Atlas, dalla base di
Cape Canaveral, il 20
febbraio 1962. Essa, dopo essere entrata in orbita, fece un
primo giro
di circumnavigazione della Terra ad una quota minima di 161 km ed una
massima di 259 km, al quale seguirono altre due orbite, una delle quali sugli USA. Il
cosmonauta americano ebbe a lamentare due inconvenienti: il primo era
dovuto ad una disfunzione del sistema di controllo, che dovette
correggere manualmente, il secondo riguardava, invece, il sistema di
controllo della temperatura all'interno della capsula che portò la
temperatura fino a 41°C.
Interessante poi, ufologicamente parlando,
ciò che egli riferì di aver visto guardando attraverso gli oblò:
stranissime particelle luminose
che furono spiegate dai tecnici della NASA come "cristalli
di ghiaccio formatisi in seguito al raffreddamento del vapore espulso
dai razzi di controllo".
La
terza capsula Mercury, l'Aurora 7, venne lanciata il 24 maggio 1962
da Cape Canaveral con a bordo l'astronauta Scott
Carpenter. Essa era stata predisposta per compiere diversi
esperimenti con i liquidi, per
liberare in atmosfera un pallone di
plastica alluminizzato e per valutare in generale le distanze spaziali
in funzione dei futuri impegni della NASA. Anche su questa capsula si
ebbero almeno tre importanti inconvenienti: non funzionò l'accensione
automatica dei retrorazzi, si ebbe un black out del sistema di
comunicazione radio con la base e l'ammaraggio avvenne a ben 300 km di
distanza dal punto programmato.
La
quarta capsula Mercury, la Sigma 7, venne
messa in orbita il 3 ottobre 1962, con a
bordo l'astronauta Walter M. Shirra. Egli
rimase in orbita per 9 ore e 13 minuti, con l'unico compito di
completare sei orbite circumterrestri. Questa volta l'ammaraggio fu
ottimamente programmato in un punto ben preciso dell'oceano Pacifico.
La
quinta ed ultima capsula Mercury, la navicella Faith 7 (Fede),
venne messa in orbita il 15 maggio 1963, con a bordo
il maggiore dell'aviazione Leroy
Gordon Cooper Junior che, a causa di un guasto, dovette atterrare manualmente.
Egli rimase in orbita per ben 34 ore e 20 minuti, eseguendo un totale di
22 orbite.
Programma
delle capsule GEMINI (1963-1966)
In
seguito all'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto a Dallas il
22 novembre 1963, la base di lanci di Cape Canaveral venne ribattezzata
Cape Kennedy che, da questo momento in poi, divenne la base ufficiale di
lancio della NASA. Le 12 capsule spaziali americane
vennero lanciate in orbita con lo scopo di
collaudare
i sistemi di agganciamento orbitale e i
sistemi
di appuntamento e lo scudo
termico. Inizialmente, il Programma gemini fu una propaggine del
Programma Mercury ma, mentre le capsule Mercury erano obbligate sulle
orbite programmate, le capsule Gemini potevano
cambiare orbita. Dal Gemini 4 al Gemini 12 furono tutte
missioni con astronauti a bordo. Si trattava di
astronavi o capsule o navicelle
biposto, a forma conica, composte da due elementi: il modulo di
servizio ed il modulo di rientro. Il veicolo era lungo era lungo 5,80 m,
aveva una base circolare di 3,5 m di diametro ed un peso di circa 4
tonnellate. Le capsule consentivano una lunga permanenza in orbita in
quanto, attraverso la loro sperimentazione, l'uomo avrebbe poi dovuto
arrivare all'allunaggio. Ciò avrebbe significato dover passare
attraverso una ben precisa serie di tappe: mantenimento dei collegamenti
radio, appuntamento spaziale, aggancio in orbita, uscita nello spazio,
allunaggio, decollo dalla Luna e rientro sulla Terra. Tutte le astronavi
furono messe in orbita con razzi vettori della serie Titan e fece
rientro sulla Terra, aiutate da un doppio paracadute, con spettacolari
ammaraggi.
La
capsula Gemini 1
venne messa in orbita da Cape Kennedy l'8 aprile
1964, con lo scopo di eseguire un test generale e quindi il suo
fu un semplice volo di prova.
La
capsula Gemini 2 fu
messa in orbita il 19 gennaio 1965 ed ebbe
il compito di testare lo scudo
termico con un volo suborbitale. Entrambe le
missioni furono condotte senza astronauti.
La
capsula
Gemini 3 fu messa in orbita dal razzo Titan 2 con gli
astronauti Virgil Grissom e
John Young che avevano il compito di
sperimentare un doppio cambiamento di rotta e di
eseguire tre orbite
terrestri. Dopo sole 4 ore e 53 minuti la navicella ammarò nell'oceano
Atlantico.
La
capsula
Gemini 4 fu lanciata in orbita il 3
giugno 1965, con a bordo gli astronauti Edward H. White
e James McDivitt. White compì attività
extraveicolare per ben 21 minuti, utilizzando un dispositivo a getto di
gas; egli rimase legato alla navicella attraverso una corda laminata
d'oro, in quanto questo metallo resiste meglio al calore. Questa impresa
passò alla storia poiché l'avvenimento venne interamente ripreso dalle
telecamere e trasmesso in tutto il mondo. Oltre a ciò, la missione ebbe
anche altri compiti, quali: il controllo medico sui muscoli e sul cuore
e la misurazione delle radiazioni cosmiche cosicché gli astronauti
rimasero in orbita per altri quattro giorni e poi ammararono nell'oceano
Atlantico.
La
capsula
Gemini 5 venne messa in orbita il 21
agosto 1965, con a bordo gli astronauti
Gordon Cooper e Charles Conrad.
Questa missione ebbe il compito di
testare lo sganciamento
dalla navicella di un piccolo
satellite, il REP ma, in seguito ad
un guasto di cui non si comprese la causa, la manovra non venne
realizzata. Quel guasto rese impossibili diverse altre manovre tanto che
la navicella visse ore drammatiche e concluse la sua missione dopo ben
190 ore e 56 minuti nelle solite acque.
La
capsula Gemini 7,
con a bordo gli astronauti Frank Borman
e James A. Lovell Junior, venne messa in
orbita con il solito razzo Titan il 14
dicembre 1965 mentre, il giorno seguente fu la volta della capsula
Gemini 6 (15 dicembre 1965),
con a bordo Walter Scirra e
Thomas Stafford, in quanto si trattò di una
missione congiunta. La Gemini 6 ebbe il compito di
raggiungere la Gemini
7 e di sperimentare un nuovo sistema di comunicazione intercpasula e con
la base a Terra, basato sul laser, a quei
tempi un innovativo raggio di luce che né disperdeva né diffondeva
la propria luce ma la emetteva in maniera rettilinea. La parola "LASER"
è l'acronimo dell'inglese "Light Amplification by
the Stimulated Emission of Radiation", ovvero un'amplificazione
della luce tramite l'emissione stimolata di radiazione.
Praticamente, tale dispositivo va ad amplificare la luce, producendo
così dei fasci luminosi monocromatici, assai potenti ed unidirezionali,
con frequenze che vanno dall'infrarosso all'ultravioletto e perfino
nella gamma dei raggi X. (Al momento attuale, la
ricerca è riuscita già a produrre diversi tipi di laser: laser a
stato solido, dove si utilizzano barre di
cristallo di rubino o di vetro semplice, in grado di generare sequenze
di impulsi luminosi ad alta intensità ma per istanti brevissimi;
laser a gas, dove si utilizzano gas puri o miscele
di vari gas o vapori metallici, in grado di produrre fasci luminosi ad
alta stabilità di frequenza; laser a semiconduttore,
dove si utilizzano strati di arseniuro di gallio, in grado di produrre,
in unione alla corrente elettrica, fasci luminosi adatti adatti ai
lettori di CD e alle stampanti laser; laser a liquido,
dove si utilizzano coloranti liquidi, in grado di produrre forti impulsi
diversamente illuminati; laser a elettroni liberi,
dove si utilizza un campo magnetico, in grado di produrre radiazioni al
alta potenza).
La
congiunzione delle due navicelle avvenne al di sopra dell'oceano
Pacifico, ad una quota di 300 km e gli astronauti poterono stabilire il
contatto visivo attraverso gli oblò e
quello audio attraverso le radio di bordo.
La
Gemini 6 ammarò nell'oceano Atlantico dopo aver compiuto 16 orbite
mentre la gemini 7 dovette percorrere ben 206 orbite prima di far
rientro a Terra.
La
capsula
Gemini 8, con a bordo gli astronauti
Neil Armstrong e David Scott,
fu lanciata in orbita il 16 marzo 1966 con
il compito di intercettare il
razzo Agena messo in orbita un'ora e 41 minuti prima della loro
partenza. L'intercettamento avvenne regolarmente, nei tempi e nelle
modalità previste ma la navicella dovette far rientro anticipatamente a
causa di un malfunzionamento di un razzo.
La
capsula
Gemini 9 fu messa in orbita il 3
giugno 1966 con il compito di
intercettare nuovamente il razzo
Agena il quale, però, non raggiunse la quota prevista e la
missione principale fallì. In sua vece, fu messo in orbita il "bersaglio
ATDA" ma anche questa manovra di intercettazione non ebbe pienamente a
compiersi.
La
capsula
Gemini 10, messa in orbita con a bordo gli astronauti
John Young e Michael
Collins, riuscì finalmente ad
intercettare il razzo Agena
e ad agganciarlo con successo.
La
capsula
Gemini 11, messa in orbita a
settembre del 1966 e con a bordo gli astronauti
Charles Conrad e
Richard Gordon,
riagganciò il razzo Agena dopo aver compiuto una sola orbita e
completò la missione con un completo successo. Essa, infatti,
stabilì il primato dell'altezza
mai raggiunta e viaggiò nel
Cosmo con un veicolo al traino di un cavo.
La
capsula
Gemini 12, messa in orbita l'11
novembre 1966, con a bordo gli astronauti
James Lowell e Edwin Aldrin Junior,
ebbe il compito di eseguire
alcuni esperimenti ad di fuori del modulo. Furono testate diverse
macchine fotografie, spettrometri e sestanti per misurare le distanze
angolari fra diverse stelle.
Programma
delle navicelle SOYUZ
(1967-1982)
Il programma spaziale russo verso la Luna
proseguì con le navicelle della serie Soyuz
appoggiate presso la stazione spaziale Salyut.
Il 23 aprile 1967 viene messo in orbita la
Soyuz 1, con a bordo l'astronauta
Vladimir Michailovic Komarov che perì il
giorno seguente, durante il rientro
nell'atmosfera, poiché i cordoni del paracadute si attorcigliarono.
Nel 1968 ci
ritentò l'astronauta Beregovoj con la
Soyuz 3, che effettua ben 60
orbite e in gennaio del 1969 fu la volta
delle Soyuz 4, pilotata da
Shatalov e la
Soyuz 5:
quest'ultima ebbe il compito di avvicinarsi alla Soyuz 4 e consentire così
agli astronauti Yeliseyev e
Khrunov di trasferirsi nella Soyuz 4. Nell'ottobre del 1969 le
Soyuz 6,
Soyuz 7 e
Soyuz 8 furono lanciate ad un giorno di distanza l'una
dall'altra ed ebbero il compito di incontrarsi in orbita. A giugno del
1970 fu la volta della
Soyuz 9 che con due cosmonauti a bordo rimase in
orbita per ben 18 giorni.
Programma
delle stazioni spaziali
SALYUT
(1973-1982)
Nel
1971
è la volta della Soyuz 10 e della
Soyuz 11 che, in momenti
diversi, si agganciarono
alla stazione spaziale SALYUT 1,
lanciata il 19 aprile 1971. La Soyuz 10 si
sganciò per ragioni rimaste ignote e fece rientro sulla Terra; la Soyuz
11 rimase invece agganciata per ben 24 giorni, durante i quali furono
compiuti tantissimi esperimenti. Purtroppo, durante il viaggio di rientro
a Terra, persero la vita i tre astronauti:
Dobrovolsky, Volkov e
Patsayev
a causa della perdita dell'aria a bordo.
La stazione spaziale SALYUT 2,
messa in orbita in aprile del 1973, finì
fuori controllo mentre la SALYUT 3 (06.1974 - 01.1975), la SALYUT 4 (12.1974
- 02.1977), la SALYUT 5 (06.1976 - 07.1977), la
SALYUT 6 (09.1977 - 07.1982), la
SALYUT 7 (04.1982) andarono tutte a buon fine. Queste
ultime due stazioni spaziali sono state visitate da numerosi astronauti
internazionali mentre la Salyut 7 è ancora in orbita ma non è più
operativa.
Programma
della stazione spaziale
MIR
(1986-1988)
Alle Saltyut
successe la stazione spaziale MIR, lanciata il 19 febbraio 1986,
poteva ospitare due persone e su di essa i cosmonauti
sovietici hanno stabilito autentici primati di vita nello spazio.
L'anno successivo l'astronauta Romanenko rimase al suo interno per ben 326
giorni mentre nel 1987-1988 i cosmonauti Titov e Manarov riuscirono a
portare il record di permanenza a ben 366 giorni.
Programma
della stazione spaziale
SKYLAB (1973-1979)
Gli
americani lanciano la loro stazione il 25 maggio
1973 attraverso il razzo vettore Saturno 5. Questa stazione era un autentico
laboratorio orbitante, creato per scopi diversi: studiare il corpo umano
nello spazio, studiare il Sole, studiate la Terra e la gravità. Purtroppo
il giorno 11 luglio 1979, a causa dei
problemi conseguenti ad una tempesta solare, precipita sulla
Terra, fra l'Australia e l'Oceano Indiano.
Programma
dell'astronave SHUTTLE (1981 ~...)
Gli americani realizzano questo programma con lo scopo di realizzare
velivoli spaziali riutilizzabili più volte. Lo Space Shuttle è
quindi un'astronave multiuso, in grado di trasportare sette persone e 30
tonnellate di materiale.
La sua prima missione è avvenuta il 12
aprile 1981, con un volo di prova. La seconda avviene il 16
novembre 1982: si trasportano in orbita satelliti commerciali per TLC; con la nona missione si è
trasportato il primo SPACELAB europeo; con
gli altri voli si sono recuperati satelliti. Il programma Shuttle registra
anche una tragedia enorme, avvenuta il 28 gennaio
1986, quando il
Challenger si disintegrò e morirono tutte le sette persone
dell'equipaggio (il comandante Scobee, il pilota Smith, i tecnici Resnik,
Onizuka, Mcnair, Jarvis e la passeggera Christa Mc Auliffe) subito dopo il lancio, in una spaventosa quanto
spettacolare esplosione. Dopo questa tragedia vi fu una pausa di
riflessione di oltre due anni e si arrivò al lancio successivo il 29
settembre 1988 con cinque astronauti. Nel 1990 la navicella spaziale ha messo in
orbita il telescopio spaziale Hubble. Il 26
luglio 2005 è partita per il suo 114° volo. Lo Space Suttle ha
utilizzato diversi tipi di navette: Columbia, Challenger,
Discovery,
Atlantis ed Endeavour.
|
|
Data |
Argomento |
NOTIZIA |
|
04.05.2005 |
Interrogativi |
Siamo stati sulla Luna? |
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Fonte della notizia:
Centro ufologico ferrarese
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I quattro libri
Almeno
quattro libri contro solo in America:
"We never went to the Moon", di B. Kaysing,
"Was it only a paper Moon", di R. René,
"Did Nasa Moon America" dello
stesso R. René, "Moongate"
di B. Brian. Ognuno di questi autori considera aspetti diversi
nell'affrontare il problema dell'allunaggio di terrestri e si pone una
serie di interrogativi ai quali, o la NASA stessa o insigni studiosi
cercano di fornire risposte credibili. A dir il vero quasi tutte sono
accettabili ma alcune lasciano non pochi dubbi.
Il libro di Kaysing
Partiamo
dal libro di
Kaysing, un anziano ingegnere californiano che pubblicò
il suo libro nel 1976. Egli ha lavorato per sette anni (1956-1963) come
responsabile per le pubblicazioni tecniche del Dipartimento di Ricerca di Rocketdyne (Santa Susana), lo stesso che ha fornito il motore per le
missini Apollo. Egli sostiene i seguenti punti:
1) all'inizio
degli anni '60 uno studio della NASA aveva sentenziato che la
probabilità
di portare un uomo sulla Luna era pressoché
nulla: egli sostenne che lo
studio commissionato sette anni prima del 1969 parlava di 0,0017
possibilità su cento di portare l'uomo sulla Luna. Ma a queste sue
affermazioni gli esperti hanno risposto che con l'apparecchio fotografico
che era in dotazione, a soli otto ingrandimenti,
era praticamente impossibile vedere le stelle; inoltre, a quel tempo, non
si avevano pellicole così sensibili da registrare
la debole luce delle stelle, tenuto anche conto della capacità
luminosa del suolo.
2) La
NASA inscenò le missioni solo per denaro e ciò è testimoniato da
una serie di anomalie contenute nelle pubblicazioni
ufficiali della NASA, nelle trasmissioni
televisive e nelle fotografie diffuse.
Secondo lui, nelle foto lunari si vedrebbe un
cielo senza
stelle, ma la cosa appare strana perché, in assenza di atmosfera,
esse si dovrebbero vedere meglio; inoltre, sempre nelle suddette foto, non si vedrebbero
né crateri né
grossi spostamenti di terreno lunare nella zona dove è posizionato il
modulo lunare di atterraggio dell'Apollo 11.
Gli esperti della NASA
gli hanno
risposto sottolineando che l'allunaggio del LEM è avvenuto planando nella
maniera più delicata possibile, come hanno ben mostrato le immagini
televisive trasmesse in diretta mondiale, in una zona dove la roccia
affiorava in superficie e quindi, al massimo, si sarebbe dovuto spazzare
leggermente via una sottilissimo strato di polvere lunare.
I libri di René
Secondo le sue teorie
gli astronauti
avrebbero dovuto indossare una protezione di due metri di spessore altrimenti
sarebbero stati bruciati dalle radiazioni durante il viaggio verso la
Luna.
Il libro di Bryan
Concludiamo
con il libro di Bryan, un ingegnere nucleare il quale
sosteneva che la Luna ha una propria atmosfera, con una gravità
simile a quella terrestre. Egli non negava l'ipotesti di Kaysing ma
affermava che difficilmente la NASA, con la tecnologia di cui era in
possesso, avrebbe potuto portare gli astronauti lassù. La sua idea era
quindi che la missione fosse avvenuta solo grazie
all'utilizzo di retrotecnologia aliena proveniente da navicelle
extraterrestri cadute sulla Terra ed entrate in possesso dei militari.
Altri dubbi
Naturalmente,
non ci sono state solo queste persone a mettere in dubbio l'avvenimento e
tante altre domande sono sopraggiunte col trascorrere del tempo, quali, ad
esempio:
1
Perché quelle strane ombre degli
astronauti?
2
Perché quell'impossibile sventolio della
bandiera in assenza di atmosfera?
3
Perché quell'orizzonte così vicino,
simile a quello creato nei set cinematografici?
Anche
qui vi sono le state le attese risposte dalla NASA.
Le
strane ombre
erano dovute ai diversi faretti appesi
al modulo di allunaggio e alle molte anomalie create dalle
irregolarità della superficie lunare.
L'apparente
sventolio della
bandiera era invece dovuto alla pessima
qualità della ripresa e, soprattutto, al susseguirsi lento dei
fotogrammi; infatti, in assenza di gravità, avrebbe dovuto
afflosciarsi mentre, nella realtà, tutti la vedevano ben distesa... il
trucco è consistito nel sostenerla con un'anima
metallica posteriore.
Infine, l'orizzonte così vicino era un fatto del tutto naturale in quanto
il diametro
lunare è un quarto di quello terrestre e le foto giunte sulla
terra sono prive di qualunque punto di riferimento (costruzioni, piante,
monti).
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Fonte
della notizia: Centro ufologico ferrarese
Provenienza dell'immagine:
dall'archivio del CUF e non
collegata alla notizia citata,
ricostruzione del fatto, eseguita dal CUF con grafica digitale. foto originale
del fatto citato,
dall'archivio del CUF, dal free web, cortesia della NASA /JPL-Caltech/Cornell
University
Traduzione:
free translation of the original,
from American-English into Italian, by CUF
Testimoni:
X
Commenti:
specifica il titolo e la data della notizia
Errori o imprecisioni:
specifica il titolo e la data della notizia
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