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Centro ufologico ferrarese |
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Ufo nel mondo |
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ANNO |
Argomento |
Articolo |
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2005 |
Civiltà aliene |
Crederci o non crederci? |
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2006 |
Velivoli terrestri |
Ufo,
aerostati e dirigibili |
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2006 |
Velivoli |
La conquista
dei cieli |
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Articoli |
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ANNO |
argomento |
NOTIZIA |
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2005 |
Civiltà aliene |
Crederci o non
crederci? |
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Scheda della notizia
Data
-
04 maggio 2005
Fonte
-
Centro
ufologico ferrarese - CUN
Ferrara
Luogo
- Ferrara
Immagini
-
L'immagine
proviene dall'archivio del CUN Ferrara e non
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Argomenti della notizia
Titolo 1
-
In quanti ci credono
Titolo 2
-
Testimoni veri
Titolo 3
-
La nascita dell'ufologia
Titolo 4
-
Dai piattini volanti agli Ufo
Titolo 5
-
Gli Ufo ci sono sempre stati
Titolo 6
-
L'ufologia ufficiale nasce in Italia
Titolo 7
-
Un Ufo vero dei nostri tempi
Titolo 8
-
Una curiosa teoria sugli Ufo
Titolo 9
-
Conclusioni
In quanti ci credono?
Volete
sapere quanti americani ritengono che il loro governo sappia
molto di più sugli Ufo di quanto non voglia far sapere?
Circa i due
terzi. Eppure, nonostante ciò, tutti parlano di
cover up (operazione di copertura).
Come mai? Un ragione attendibile risiede certamente nella "diffidenza
verso la potenza militare di turno", per cui si è portati a
ritenere che nei suoi laboratori segreti si
nasconda la risposta alla fenomenologia degli Ufo. Di
sicuro c'è solo che a distanza di circa mezzo secolo dall'inizio dell'ufologia
comunemente intesa, ancora non abbiamo una risposta definitiva.
Testimoni veri
Da
quest'ultimo contesto, naturalmente, sono esclusi
tutti coloro che sono certi di aver avuto un
contatto ufologico, come il sottoscritto, che ha
visto assai da vicino, e con tanto di testimoni, ben
due
astronavi gigantesche (a bordo di una delle quali vi erano una
cinquantina di strani esseri, dalla
forma umanoide ma con un corpo
decisamente filiforme) e non semplici luci notturne o sfere diurne o
dischi volanti del diametro di qualche metro (Leggi gli articoli "L'astronave
di Vigarano Mainarda" e "Ufo
sulla città").
La nascita dell'ufologia
 
Molti
datano ancora la nascita dell'ufologia al
24 giugno
1947. Era pomeriggio e il pilota civile americano
Kenneth Arnold era
impegnato a compiere un lavoro di ricerca di un aereo scomparso. Egli,
mentre si
trovava in volo nei pressi della Catena delle
Cascate (Cascade Mountains), ad una quota di circa 3 km, diretto
verso il monte Adams (Stato di Washington - USA), riferì di aver avvistato una
formazione di nove strani oggetti volanti, di forma discoidale e di color argento (nella
prima foto a sinistra egli mostra il disegno di uno dei nove oggetti che
ha visto; nella seconda foto si vede una formazione di nove aerei della Northrop, ovvero le famose "Ali volanti" o
"Flying Wings"
del 1943) che, dopo essere passati davanti a lui, ad una
distanza che egli valutò in
oltre 35 km, avevano preso la direzione del
Mount Rainer. Egli li
descrisse come dei "velivoli privi di coda",
dotati di una "apertura alare" di circa 30
metri, in volo ad una velocità fantastica per quei tempi, che egli
valutò in quasi duemila chilometri all'ora.
(N.d.R.) Noi
siamo ufologi convinti ma c'è chiaramente qualcosa che non torna in
quelle dichiarazioni perché trentacinque km sono una distanza pressoché
proibitiva per poter distinguere nettamente qualcosa in volo. Si pensi
che i più potenti jet militari arrivano a circa 30 km di quota ma,
quando li osserviamo da Terra, essi ci appaiono grandi come un puntino
piccolissimo che distinguiamo solo perché esso si trova davanti ad un
lunga scia di condensazione in movimento rettilineo. Con ogni
probabilità Kenneth Arnold è rimasto sconvolto da quella visione
improvvisa ed ha valutato con troppa abbondanza la distanza; infatti, le
ali di un aereo di linea che si trova in volo a 15 chilometri di quota
appaiono come piccolissime protuberanze che sono appena visibili, tanto
che l'aereo assomiglia ad un tubo leggermente rigonfio al centro.
Dai piattini volanti agli Ufo
In
seguito, tali oggetti vennero definiti "flying
saucers", ovvero "piattini
volanti" ma
quando tale terminologia giunse in Italia fu tradotta usando la
definizione di "dischi volanti". Tuttavia, come ben nota
Michael Salla sul
primo numero di "Area 51" (Ottobre 2005 - Edizioni Hera), il termine
"UFO"
venne presumibilmente
coniato
nel 1951 dal Capitano Edward Ruppelt,
per sostituire il meno
preciso flying saucer.
Tuttavia, il dottor
Steven Greer (CSETI)
ha scoperto che il termine UFO non era in uso negli ambienti di
intelligence, i quali preferivano definire quegli oggetti volanti con la
sigla ETV,
ovvero Extra Terrestrial
Vehicle. Esso fu coniato nel momento in cui capirono che
quei velivoli extraterrestri
non erano non-identificati.
In questa maniera il
termine UFO fornì un'utile copertura per definire i veicoli di
presumibile natura extraterrestre.
Gli Ufo ci sono sempre stati
Noi ufologi
pensiamo invece che l'uomo, scrutando il cielo, abbia sempre visto gli
Ufo ma, non avendo le conoscenze per comprendere
la natura extraterrestre, ne dava una interpretazione
divina. La nostra opinione riguardo alla nascita dell'ufologia
modernamente intesa è chiara e semplice: ci schieriamo
apertamente contro la posizione che assegna la primogenitura della nascita
ufficiale dell'ufologia moderna agli USA in quanto
Kenneth Arnold potrebbe aver visto una formazione di "Ali volanti" o "Flying Wings" segrete,
testate fin dal 1943.
L'ufologia ufficiale nasce in Italia
La storia dell'ufologia
mondiale, così come la si conosce
ora, è quasi sicuramente nata in Italia. Gli studi
di Alfredo Lissoni e Roberto Pinotti (Vedi il libro "Gli "X-files" del nazifascismo - IDEALIBRI) hanno
gettato una luce nuova sulla storia degli Ufo. La ricerca di Lissoni e
Pinotti sull'ufologia nel periodo dell'Italia fascista ha dimostrato che l'ufologia potrebbe aver mosso i primi passi proprio da noi, in Italia, ed
essere iniziata il 13 giugno 1933. Quel giorno un
"aeromobile non convenzionale"
sarebbe atterrato in una località agricola posta tra i comuni di
Novara
(TO) e Magenta (MI) e da lì sarebbe poi stato
trasportato a Sesto Calende (Varese), da cui
tutte le tre famose definizioni del caso: Ufo della Lombardia,
Ufo
di Milano e Ufo di Varese. E proprio in provincia di Varese, a Sesto
Calende, vicino alla Malpensa, a quel tempo c'erano i vecchi stabilimenti
aerei della Siai-Marchetti, in un hangar dei quali sembra che sia
stato
custodito per dieci anni (1933-1943) quel famoso aeromobile non del tutto
convenzionale. I
ricercatori interessati ad approfondire l'argomento dovranno far
riferimento anche al famoso «Dossier Ufo 1930 - Milano - Archivio
di stato - Fondo Gabinetto Prefettura - Foldoni n° 400-401».
Un Ufo vero dei nostri tempi

E che dire del filmato industriale del 1976, prodotto in Francia dalla
Aérospatiale
mentre si stava riprendendo il volo inaugurale
dell'aereo supersonico
Concorde; all'improvviso
giunse una sfera metallica volante,
color grigiastro e grande poco più di un oblò, che si avvicinò
lentamente all'aereo ed iniziò a sbirciare
con curiosità all'interno, osservando attraverso i vetri della cabina e degli oblò,
seguendo senza difficoltà la sua rotta. Poi, così all'improvviso come
era arrivata, partì ad una velocità stupefacente verso l'alto e scomparve
nell'azzurro cielo dopo aver tenuto la scena per circa un minuto. Il tutto
venne registrato da un operatore a bordo di un secondo aereo, in volo
parallelo al Concorde ma ad una quota di poco più alta.
Questa è soltanto una delle
molte prove dell'esistenza di una realtà
ben conosciuta da noi investigatori ma del tutto "ignorata" dal mondo
accademico ufficiale.
Una curiosa teoria sugli Ufo
Per
onor di cronaca, desideriamo anche segnalare
una teoria sugli Ufo
sviluppatasi
negli USA a partire dal 1978, grazie alle ricerche condotte dagli
scienziati americani Philip S. Callahan e R.W. Mankin, del Laboratorio di
ricerca biologica di Gainsville (Florida), alle dirette dipendenze del
Dipartimento dell'Agricoltura americano.
Analizzando i casi di apparizioni di Ufo
avvenuti tra il 1965 e il 1968 nello stato dello Utah (USA), questi
scienziati hanno
riscontrato che in quegli stessi momenti quei cieli erano occupati da
enormi sciami di parassiti
dell'abete rosso, che potevano
raggiungere lunghezze di oltre cento chilometri e larghezze di
venticinque. Essi hanno così condotto diversi esperimenti nel corso dei
quali alcuni sciami di tali insetti sono stati
fatti passare per un campo elettrico. Subito, la loro
presenza ha causato una scarica elettrica nelle immediate vicinanze e,
subito dopo la scarica si è notata una forte emissione di luce.
Dunque,
secondo tale teoria,
gli sciami di insetti possono provocare effetti
analoghi a quelli dei fuochi di sant'Elmo,
che appaiono in cima ai campanili, sulle vette degli alberi, alle sommità
dei pennoni delle navi o alle estremità appuntite degli aerei allorquando
si è in presenza di tempeste elettromagnetiche. Infatti, in tali
condizioni estreme, gli insetti si comporterebbero come conduttori
elettrici viventi, capaci di produrre una luce visibile di color blu.
Addirittura, in condizioni artificiali e all'interno di un laboratorio
scarsamente illuminato, un solo insetto che attraversasse un campo
elettrico produrrebbe una luce visibile fino a 6 metri e quindi, se in
formazione e alle condizioni suddette, il fascio di luce emanato sarebbe
visibile veramente da molto lontano.
Conclusioni
Concludiamo
questa breve introduzione al sito chiedendoci
quanta strada dovrebbero
percorrere
gli alieni se provenissero da altri pianeti:
Proxima
Centauri, la stella a noi più vicina, dista 4,3 anni luce e la
tecnologia terrestre attuale impiegherebbe circa
sessantamila anni per inviare un'astronave lassù. Per le conoscenze odierne,
le
leggi
fisiche che governano il nostro pianeta (Leggi di Natura e
Principio Cosmologico) valgono in tutto l'Universo e vietano
addirittura di pensare che civiltà aliene superino i limiti della velocità
della luce. Si
osserva, tuttavia, che già nel 1919 Ludwig Flamm
aveva teorizzato i viaggi nel tempo:
cunicoli o wormholes scavati
nello spazio-tempo per unire due punti distanti nell'Universo. Il nostro problema
attuale è che noi non sappiamo come fare a tenere aperte queste vie di passaggio
ma chi ci dice che altre civiltà non lo abbiano già scoperto? In
tempi a noi più vicini, il fisico Miguel Alcubierre ha invece
teorizzato la possibilità di creare il moto di un'astronave
all'interno del wormhole, facendola avanzare ad una
velocità superiore
a quella della luce: sarebbe sufficiente deformare lo spazio-tempo
comprimendolo davanti all'astronave e dilatandolo dietro.
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ANNO |
argomento |
NOTIZIA |
|
2006 |
Velivoli terrestri |
Ufo, aerostati e
dirigibili |
|
Scheda della notizia
Data
-
07 giugno 2006
Fonte
-
Centro
ufologico ferrarese - CUN
Ferrara
Luogo
- Ferrara
Immagini
- Le immagini provengono dal free web, tranne quelle
personali riferite alla famiglia
Commenti
-
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Errori o imprecisioni
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Argomenti della notizia
Titolo 1
-
La fenomenologia degli Ufo
Titolo 2
-
Gli aerostati
Titolo 3
-
I palloni sonda
Titolo 4
-
I primi dirigibili
Titolo 5
-
I moderni dirigibili
La fenomenologia degli Ufo
Per
meglio comprendere il "fenomeno Ufo"
non è certo sufficiente sapere che qualcuno, in un dato anno di un'epoca
remota e in un dato luogo della Terra, ha dichiarato di aver visto delle cose
strane, che
si libravano nell'aria imitando il volo degli uccelli o rimanevano
perfettamente sospese nel vuoto o procedevano a velocità folli o
si cimentavano in incredibili manovre al di
sopra delle acque di fiumi, di laghi e di mari, nell'intento di
entravi o di uscirvi.
Quegli strani velivoli spaziali osservati rassomigliavano
perlopiù a luci, sfere,
dischi e sigari ma
mostravano spesso anche altre forme geometriche, difficilmente
definibili tanta era la complessità delle geometrie scelte per
costruirle. Si presentavano sia in tonalità monocromatiche
che policromatiche, mostravano
variazioni di intensità
luminosa, si espandevano e si
contraevano sia nel silenzio più
assoluto che con rumori simili a sibili, seguivano
moti rettilinei
o vorticose manovre zigzaganti, lasciandosi dietro
fuoco, fiamme,
fumo,
scie di calore o cadute di sostanze filamentose.
L'apprendere
di un avvistamento di uno strano oggetto volante è assai importante per
poter ricostruire la storia di un avvenimento di presunta natura
"extraterrestre" ma è anche altrettanto
importante sapere quante e quali cose potevano volare in un dato periodo,
lassù fra le nuvole o entrare ed uscire dalle acque.
In
questo articolo affrontiamo il tema degli
aerostati
e dei dirigibili
poiché essi sono stati creati dall'uomo e ci volano sopra la testa da
oltre due secoli. Chissà quante volte si è gridato alla
meraviglia al
passaggio di oggetti volanti di cui non si conosceva né l'esistenza né
la natura. E chissà quante volte ancora, al giorno d'oggi, qualcuno
griderà all'Ufo mentre, in realtà, sta passando un modello di dirigibile
russo di cui pochissimi conoscono l'esistenza, come i russi "Ala
40" e "Ala 600": quest'ultimo, tra l'altro, costruito a fotocopia esatta di un enorme disco
volante di 200 metri di diametro!
Gli
aerostati
Detti
anche "palloni aerostatici",
volano dal 1783 e sono costituiti da
una grande sacca (seta o gomma o materiale non poroso) che si può
riempire di aria calda o di idrogeno,
un gas leggerissimo, pesante quasi 15 volte meno dell'aria ma
infiammabile, o di elio, un gas pesante il
doppio rispetto all'idrogeno e quindi con una spinta ascensionale
inferiore ma anche con una non indifferente qualità: l'assoluta
incombustibilità.
La
storia degli aerostati, almeno quella teorica, ha inizio in Lombardia,
nel 1670, allorquando il gesuita bresciano Francesco Lana de' Terzi
fa stampare il libro intitolato "Prodomo", contenente un capitolo
intitolato
"Saggio di alcune invenzioni nuove premesso all'arte maestra"
nel quale è riportata la descrizione di una nave volante, un
vascello più leggero dell'aria da lui immaginato nel 1663 sviluppando
un'idea suggerita dagli esperimenti di Otto von Guerike con gli emisferi
di Magdeburgo.
Il progetto del Terzi prevedeva di "fabricare
una nave, che camini sostenata sopra l'aria a remi, & a veli",
cioè un mezzo volante che avrebbe dovuto essere sollevato per
mezzo di quattro sfere di rame, dalle quali si sarebbe
preventivamente dovuto estrarre tutta l'aria. La chiglia avrebbe
dovuto essere appesa a quattro sfere di rame, del diametro di
circa sette metri e mezzo, mentre all'unico albero maestro
avrebbe dovuto essere attaccata una vela. Per il
gesuita-inventore se nelle sfere fosse stato fatto il vuoto esse
avrebbero dovuto diventare assai più leggere dell'aria e offrire
la spinta ascensionale necessaria al sollevamento del mezzo con
tutti i suoi passeggeri. Ovviamente, si trattò di un progetto
irrealizzabile per due motivi: innanzitutto perché la pressione
dell'aria avrebbe provocato l'implosione delle sfere e poi
perché per avere sfere abbastanza resistenti avrebbero dovuto
avere un peso superiore alla spinta fornita.
La
storia degli aerostati ha inizio nella Francia del 1783, ad Annonay e
porta la firma dei fratelli Montgolfier:
Joseph-Michel (1740-1810)
e Jacques-Etienne (1745-1799), facoltosi fabbricanti di carta. Essi, il
5
giugno 1783, utilizzando il Principio di Archimede ("Un
corpo immerso in un fluido subisce una spinta verso l'alto pari al peso
del fluido spostato dal corpo stesso" ovvero può salire verso
l'alto fino a quando il suo peso è uguale al peso dell'aria spostata)
fecero salire verso il cielo un pallone riempito di
aria calda.
Lo stesso anno si ebbero altri due esperimenti
felicemente riusciti: nel primo, utilizzando come forza ascensionale l'idrogeno,
Jacques A. C. Charles fece compiere ad un aerostato un volo di quasi 45
chilometri; nel secondo Jean F. P. de Rozier riuscì a far volare alcune
persone al di sopra di Parigi, a bordo di un pallone prima frenato al
suolo da una lunga corda e poi lasciato libero dopo averlo ben zavorrato.
Nel 1784 i successi degli aerostati si spostarono in Gran Bretagna.
Nel 1785 vi fu la prima
traversata della Manica (Blanchard-Jeffries)
mentre la prima ascensione ufficiale negli USA si ebbe solo il
9 gennaio 1793, a Filadelfia.
Dunque,
non era ancora giunto l'anno 1800 che da quasi vent'anni
qualcuno volava fra le nuvole e ben pochi erano a conoscenza della
notizia. Negli anni successivi gli aerostati vennero impiegati
principalmente per compiere osservazioni dagli eserciti in lotta fra di
loro ma anche per compiere vere e proprie gare di distanza e di durata in
volo e quindi si sviluppò in tutto il mondo la conoscenza del loro
operare... fra le nuvole.
Dal
punto di vista degli avvistamenti di presunta natura ufologica può risultare assai interessante il
sapere che nel 1931 lo svizzero Auguste Piccard effettuò un'ascensione fino alla stratosfera utilizzando
una "cabina di metallo sferica", appesa ad un pallone
riempito di idrogeno, che la trasportò fino all'incredibile altezza di
oltre 15.000 metri. Sapendo che ad una quota di 10.000 metri un aereo si
mostra grande come circa mezzo centimetro quadrato, quale sarà mai stato
l'effetto di coloro che hanno visto i bagliori di una sfera metallica che
volava così in alto?
Nel
1957 David Simons, un medico militare
dell'USAF, si spinse fino alla quota di 30 km, rimanendo
in volo per quasi
una giornata e mezza durante la quale compì un
tragitto di ben 650 km.
Anche in questo caso che cosa sarà mai avvenuto tra i probabili
spettatori completamente all'oscuro dell'esperimento? A quelle altitudini
ciò che si può vedere è solamente la capocchia di uno spillo... ben che
vada.
I palloni sonda
Questo
particolare tipo di aerostati trova impiego nelle rilevazioni
meteorologiche. Si utilizzano palloni in gomma, in neoprene, in plastica
oppure in materiali difficilmente estensibili per i quali è prevista una
pressurizzazione del gas interno, tale per cui essi possano lavorare
tranquillamente contando sul fatto che la pressione interna non può
variare in funzione della variabile "calore del Sole". Essi
hanno vari compiti ma i principali rimangono quelli riferiti ai
rilevamenti dei venti, delle temperature e delle diverse pressioni
atmosferiche. Si ha notizia del raggiungimento della quota
di 50 km, avvenuta
nel 1972 a Chico, in California.
I primi dirigibili
Agli
albori della loro storia, il dirigibile venivano comunemente definito col
termine di "aeronave". I primi dirigibili erano
costituiti da una struttura coperta da un involucro
che conteneva del gas necessario al sostentamento, era dotato di un
dispositivo di propulsione e di vari
dispositivi
per regolare la spinta aerostatica. Questo aeromobile ebbe un
grande sviluppo ma con fortune assai alterne. Sostanzialmente sono state
costruite tre tipologie di dirigibili: rigidi,
semirigidi
e flosci.
I dirigibili flosci furono quelli che aprirono la strada a questo tipo
di velivolo: ancora una volta la Francia arrivò prima e nel
1852
Henri Giffard costruì riuscì a far volare sopra Parigi un sigaro lungo
44 metri, sospinto da un motore a vapore che azionava un'elica che
spingeva il dirigibile alla velocità di circa 10 km/h; naturalmente,
essendo nella fase sperimentale, ancora non si erano affrontate le
questioni del vento e del controllo totale del mezzo. Per avere un
dirigibile in grado di decollare, partire e far ritorno al punto esatto da
cui era partito si è dovuto attendere ben 32 anni: nel 1884
il dirigibile "La France", di Charles Renard e
Arthur Krebs raggiunse lo scopo adottando un motore elettrico al posto di quello a
vapore. Questo
tipo di velivolo dalla struttura floscia, avendo la capacità di rimanere
in volo per parecchio tempo e, addirittura, fermo su di un dato obiettivo
per tempi assai lunghi, si rivelò particolarmente utile per scopi
militari in quanto consentiva di svolgere servizi di pattugliamento delle
coste sia per scortare i convogli sia per individuare i pericoli creati
dalle mine galleggianti e dai sommergibili nemici.
I dirigibili semirigidi furono, forse, i più sfortunati della serie e,
in modo particolare, lo furono per noi italiani. All'inizio del secolo
scorso, l'ing. Gaetano Arturo Crocco costruì il primo dirigibile italiano
semirigido e lo collaudò nel 1908. La
Francia era però la regina indiscussa e alla vigilia della I guerra
mondiale disponeva di una vera e propria flotta di dirigibili semirigidi.
In Italia, alcuni anni dopo venne progettato e costruito il dirigibile
semirigido "Norge" dall'ing. aeronautico Umberto Nobile: il
12
maggio 1926 questo aeromobile, dopo
essere stato trasportato nelle Isole Spitsbergen (Norvegia), sorvolò il
Polo Nord e andò ad atterrare a Teller, in Alaska, dove poi venne
demolito. Due anni dopo Nobile progettò e costruì il dirigibile
semirigido "Italia", a fotocopia del Norge, con l'intento di
esplorare il Polo Nord: vi giunse il 24 maggio ma il giorno seguente,
all'inizio del viaggio di ritorno scoppiò una terribile bufera che causo
la morte di ben 8 persone. Questo tipo di dirigibili non riuscì ad avere
sbocchi commerciali poiché i motori di allora non erano adeguati al tipo
di struttura.
Furono
dunque i dirigibili rigidi quelli che ebbero il maggior successo.
Il conte Ferdinand von Zeppelin (1838-1917),
ingegnere tedesco e inventore, il 2 luglio 1900,
nella località tedesca di Friedrichshafen (Lago di Costanza), riuscì a
compiere il passaggio definitivo dal semirigido al rigido e costruì il
primo esemplare che divenne un autentico modello da imitare negli anni a
venire. Nonostante fosse una rielaborazione di un progetto semirigido esso
divenne innovativo perché era praticamente un dirigibile nel dirigibile:
una struttura metallica conteneva al suo interno una serie di
compartimenti riempiti di idrogeno e, a sua volta, era contenuta in un
rivestimento di tessuto. Questo primo modello "Zeppelin",
costruito in realtà già nel 1895, aveva una larghezza massima di 12 m ed era lungo 128 metri;
era azionato
da due motori a doppia elica, con timoni direzionali a poppa e a prua,
poteva trasportare 5 persone e viaggiare ad una quota di 400 metri.
Dal punto di vista degli avvistamenti di natura ufologica,
avvenuti nel passato, la
"forma a
dirigibile",
rappresenta qualcosa di qualitativamente superiore alla "cabina di
metallo sferica" dell'aerostato. Anche se il dirigibile vola ad una
quota enormemente più bassa, chissà quante persone ignare avrà tratto
in inganno! Nel 1910
iniziò
un loro uso commerciale e nel 1918
si contarono ben 67 Zeppelin che, però, andarono quasi tutti distrutti
durante il conflitto. Dai cieli dell'Europa centrale i dirigibili rigidi
iniziarono ad essere visti anche in quelli dell'Europa del Nord
allorquando la Gran Bretagna ("R 34" e "East Fortune")
ne iniziò la produzione in serie nel 1919.
Tuttavia, già nel 1923
questi velivoli iniziarono ad essere costruiti anche negli Stati Uniti e
potevano contenere fino a 30 passeggeri mentre la lunghezza rimaneva
costantemente attorno ai 200 metri. Purtroppo,
nonostante fossero già allora riempiti di elio, un gas non infiammabile,
questi velivoli avevano un grandissimo nemico nel maltempo il quale
produsse danni e tragedie enormi. Infine si giunse al 6 maggio
1937
che segnò praticamente la fine dei
dirigibili rigidi in seguito alla
tragedia del più grande dirigibile mai costruito: l'Hindenburg
andò a fuoco a Lakehurst, nel New Jersey, a causa di una scarica
elettrostatica che incendiò la copertura. Nell'immane rogo che lo
distrusse perirono ben 36 persone delle oltre 90 che stava trasportando.
Furono però i progressi in campo aeronautico, collegati ai paralleli
progressi dell'avionica, a decretare il sorpasso definitivo dell'aereo
sull'aerostato e sul dirigibile.
I
moderni dirigibili
I
moderni dirigibili sfruttano tutte le nuove conoscenze, utilizzano
materiali compositi e fanno grande uso dell'avionica. Essi, però, stanno
abbandonando le forme classiche e per
noi ufologi sono un vero guaio.
Oltre la Cortina di Ferro fanno volare già da diversi anni il mitico
"Ala 40" (vedi foto) che è un vero e proprio disco volante. E da
qualche anno vola anche il prototipo del fratello maggiore del "40", ovvero
"Ala
600": un disco volante di 200 metri di diametro per 80 di altezza
che però non è ancora riuscito a superare il problema dei problemi dei
dirigibili: le
condizioni meteorologiche le quali
possono trasformare queste immense superfici in
autentiche vele alla deriva.
Inoltre,
il gas adoperato per tenerli in quota (elio) impedisce di dare spinta
ascensionale continuativa e l'altezza di 6.000 metri è praticamente la
massima raggiungibile. A tal proposito, e prettamente a fini di
segnalazioni di presunta natura ufologica, si tenga presente che gli aerei
di linea volano fra gli 8.000 ed i 13.500 metri di quota.
X
X
To be continued ...
|
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Data |
Argomento |
Articolo |
|
11.11.2006 |
Velivoli |
La conquista dei cieli |
|
Fonte
della notizia: Centro ufologico ferrarese
Provenienza delle immagini:
dall'archivio del CUF e dal free web
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Le tappe significative del volo umano
Se
vogliamo comprendere sempre meglio il fenomeno ufologico è necessario
conoscere almeno le tappe più significative compiute dall'uomo nel lungo
viaggio che lo ha condotto a sviluppare macchine in grado di farlo volare.
Sapere quando e come l'uomo è riuscito a dominare la tecnologia
in grado di portarlo fra i cieli, diviene di importanza sostanziale ai
fini della valutazione che se ne può dare di un presunto avvistamento
ufologico segnalato in una di tanti anni fa. Ed è pure sostanziale il
sapere quali erano le forme, la potenza, la velocità e la
quota
raggiungibili da un dato aereo in una certa data.
A tal proposito, attraverso il precedente
articolo, si conoscono già la data di inizio degli studi, delle
sperimentazioni e delle costruzioni di palloni aerostatici e dirigibili:
è il 1783. Quei mezzi erano concettualmente orientati verso una
struttura in grado di incamerare una grande quantità di aria calda o di
idrogeno o di elio, e dominarono incontrastati per oltre
100 anni i cieli di tutto il mondo ma incontrarono
una serie di limiti insuperabili per
le tecnologie del tempo, legate all'elevato rischio di infiammabilità, ai
problemi di
peso, di dimensioni e di manovrabilità e, non ultima, la limitata
possibilità di sfruttamento economico-commerciale. Tali problemi non sono
del tutto scomparsi al giorno d'oggi e comunque ce n'è uno che appare
insuperabile anche per l'avanzatissima tecnologia del nuovo millennio: l'impotenza totale di fronte agli eventi
atmosferici.
Per tutte queste ragioni vi fu e vi è ancora una fase di
stanca degli studi, della
ricerca e degli investimenti su queste enormi macchine volanti,
a
tutto vantaggio dell'aeroplano propriamente detto e dell'avionica,
ovvero quella parte di apparecchiature elettroniche che vengono installate
a bordo degli aeromobili di ogni tipo: display elettronico, sensori
all'infrarosso, tecnologia laser e a fibre ottiche, sensori inerziali e
schermi radar.
Già
verso gli ultimi anni del 18° secolo iniziarono importanti studi sulle
possibilità di veder concretamente realizzato il mito di Dedalo: il sogno
di riuscire a far volare un uomo imitando il volo degli uccelli.
I primi
successi si ebbero però solo quando si comprese che per raggiungere
l'obiettivo suddetto si sarebbe dovuto studiare in maniera approfondita
sia le "proprietà
delle superfici portanti" che il fenomeno legato alla "resistenza
creata dall'aria". Naturalmente, ci furono anche coloro che,
imperterriti, continuavano a credere che per alzarsi in volo potesse essere sufficiente la
sola forza muscolare: la tragedia di Vincent De Grof
del 1874 non fermò gli esperimenti di decine
di novelli Dedalo. I progressi più importanti si ebbero però solo quando
si comprese che un velivolo avrebbe dovuto avere una struttura di base
costituita da: fusoliera, ali,
impennaggi, strumenti
di controllo e propulsore in grado di
vincere la resistenza aerodinamica.
Le
prime macchine volanti erano sostanzialmente
costituite da fragilissime strutture di legno, legate o incernierate fra
loro e rivestite semplicemente di tela ed erano sospinte da propulsori di
vario tipo che andavano dalla forza umana al volo planato, dall'aria
compressa al motore a vapore o a combustione. Se non fu un problema da
poco l'individuare il modello più adatto di ali e di fusoliera, fu
certamente un problema enorme quello di adattare ad una fusoliera
leggerissima un motore in grado di offrire la spinta per vincere la
resistenza aerodinamica: a quei tempi pionieristici si producevano
propulsori in grado di offrire l'energia necessaria ma, purtroppo, avevano
un peso enorme.
Primi esperimenti
utilizzando modellini
Nel
1843 vennero compiuti studi assai interessanti da G. Cayley, che riuscì perfino a costruire un modello
di un velivolo simile, come principio, all'attuale elicottero ed un
altro impostato con vere e proprie ali.
Nel
1848, studiando come mezzo di propulsione l'aria
compressa, V. Tatin riuscì a far
volare a bassa quota e per alcune decine di metri, un modello di un velivolo spinto da due eliche.
Nel 1877 il nostro Enrico Forlanini costruì un piccolissimo modellino di
un velivolo assai simile, nel principio, all'elicottero ma molto diverso
nella forma: azionato da un propulsore a motore, quel modellino si alzò
in volo. Nel
1891 si continuava ancora a studiare l'applicazione dell'aria
compressa e L. Hargrave fece arrivare alla
quota di 95 m un modello avente ali rigide. Nel
1896 si pensò alla propulsione a vapore e
S. Langley produsse un modello dotato di
ali sovrapposte che riuscì a raggiungere una distanza
di oltre un chilometro rimanendo in volo per
circa un minuto e mezzo. Sempre
nel 1896 vi fu la tragedia di
O. Lilienthal, mentre sperimentava il volo
planato di un aliante. Un mezzo simile condusse alla morte, nel
1899,
anche P. Pilcher.
Primi
esperimenti utilizzando modelli reali
Il 9 ottobre 1890 C. Ader riuscì a
far volare ad Armainvilliers il famosissimo EOLE,
un velivolo dotato di propulsore a vapore che, di fatto, diede il via
ufficiale ai voli con mezzi più pesanti dell'aria riuscendo
a staccarsi da terra per brevissimi istanti. Fu
però il 1903 l'anno della svolta in quanto avvennero tre
esperimenti fondamentali che diedero ufficialmente inizio alla conquista
dei cieli. L'americano S. Langley sperimentò un
motore a
combustione interna sul famoso
AERODROME
ma, purtroppo, la sperimentazione finì in tragedia.
Sempre nell'anno 1903 il tedesco
K. Jatho
sperimentò la propulsione a motore su di un
aereo vero ma senza riuscirne a controllarne del tutto il volo: il vero
problema, una volta lassù, divenne infatti quello degli impennaggi e
degli strumenti in grado di controllare il volo.
Finalmente, il 17 dicembre 1903, nelle vicinanze di Kitty
Hawk, una
località del North Carolina, i fratelli Wilburn e
Orville Wright riuscirono a far volare il FLAYER,
un aereo spinto da un propulsore a motore: esso, al secondo tentativo,
rimase in
aria per quasi un minuto, raggiunse la
distanza di oltre 250
metri e compì anche diverse manovre di controllo direzionale.
Il 12 novembre 1906 venne compiuto un altro passo importante verso
la conquista dei cieli A. S. Dumont fece volare il
14-BIS (vedi foto),
un aereo biplano che rassomigliava ad un grande aquilone ed era sospinto da un
motore ad elica: riuscì a percorrere una distanza
di 220 metri in poco più di 22 secondi, compiendo così un
enorme progresso sul fronte della velocità rispetto al tentativo dei
Wright. Il 4 luglio 1908 vi fu un ulteriore progresso sulla distanza e sulla
tecnologia: G. H. Curtiss, già protagonista
di spericolati tentativi, percorse oltre 1,5 km
in 1 minuto e 42 secondi circa utilizzando...
un idrovolante che era perfettamente in grado
di decollare dall'acqua e di ammararvi.
Progressi sulle distanze
Un
ulteriore importantissimo progresso sulla distanza venne conseguito il
25
luglio 1909 allorquando L. Blériot
attraversò il Canale della Manica, volando
per circa 37 km in soli 35
minuti e mezzo. Il
23 settembre 1910 vi fu la tragedia di
G. Chavez
il quale riuscì ad attraversare le Alpi ma
non riuscì ad atterrare e si schiantò nelle vicinanze di Domodossola. Il
17 settembre 1911 il mondo assistette ad un nuovo incredibile
progresso aeronautico: l'americano C. Rodgers,
compiendo diverse tappe, volò da Brooklyn (New
York) a Long Bach (California), dove giunse ottantaquattro giorni
dopo, cioè il 10 dicembre: il suo tempo effettivo di volo fu di 3
giorni e 10 ore circa.
Verso
le Guerre Mondiali
I progressi più importanti, per quei tempi lontanissimi, furono però
compiuti nel periodo della Prima Guerra Mondiale in quanto le
esigenze non erano più soltanto quelle della distanza
e della velocità ma quelle della manovrabilità
e dell'operatività. Vennero costruiti
e sperimentati migliaia di aerei che utilizzavano diversi tipi di
propulsori e, in modo particolare, i motori rotativi
e i motori radiali, questi ultimi
anche raffreddati ad acqua.
Nel
1918, al termine del conflitto, quasi tutti gli
aerei
militari (nella foto, il
Caproni CA 161)
erano in grado di raggiungere la quota di 6.000
metri ed una velocità di circa 200 km orari.
A tal proposito mi piace ricordare che mio nonno paterno,
Artioli
Amedeo (27.02.1895 - 9.12.1970, vedi foto), ebbe l'altissimo onore di entrare nella
squadriglia di Francesca Baracca,
ingaggiando alcuni duelli aerei con gli allora nemici tedeschi senza però mai
riuscire ad abbatterne qualcuno e, purtroppo, venendo a sua volta abbattuto
per ben due volte, sempre con ferite importanti di mitragliatrice alle
gambe che non hanno però mai messo in serio pericolo la sua vita in
quanto, ogni volta, è riuscito ad atterrare senza danni ulteriori.
Al termine della guerra si assistette ad un certo rallentamento
della produzione aerea: molti ex piloti iniziarono
ad acquistare i velivoli militari impiegati
durante il conflitto e li riconvertirono in
attività commerciali di vario tipo: trasporto passeggeri, scuole
di volo, pubblicità ed esibizioni di volo acrobatico. A partire dal
1919
si assiste così alla nascita dei primi servizi di
trasporto passeggeri e agli sviluppi pubblicitari legati alle
traversate oceaniche, come quella compiuta dall'NC-4
(vedi foto) dagli USA all'Inghilterra o alle trasvolate di vario tipo che
consentirono di raggiungere distanze incredibili
senza scalo, come quella compiuta dagli italiani
A. Ferrarin e C. Del Prete agli inizi di
luglio
del 1928, di oltre 7.180 km. Il
7 dicembre 1930 viene ricordato invece per l'impresa compiuta dai
14 idrovolanti comandanti da Italo Balbo che
da Orbetello raggiunsero Rio de Janeiro in sette tappe, per complessivi 10.350
km. In questo periodo si andavano ricercando record sulle distanze
con gli idrovolanti ma ben presto gli obiettivi divennero la velocità e
l'altezza.
Gli italiani continuarono a rimanere sulla cresta dell'onda con
F. Agello che, nel 1934, alla guida di un Macchi
C 72 raggiunse la velocità incredibile di ben
709
chilometri all'ora mentre nel 1938 M.
Pezzi riuscì ad arrivare a quota 17.000
utilizzando un Caproni Ca 161-bis (vedi foto). In
questo periodo storico, pur essendoci tantissime nazioni che si
interessavano di aeronautica, lo sviluppo delle tecniche costruttive
risentiva ancora moltissimo dell'uso del legno e della tela che, se da un
lato non appesantivano più di tanto la struttura, dall'altra limitavano
tantissimo le prestazioni.
Con la II Guerra Mondiale alle porte si assistette a progressi
incredibili soprattutto in virtù di alcuni fattori: il rivestimento della
carlinga con metallo leggero, il carrello
rientrante e, soprattutto, la propulsione
a reazione, come quella dell'aereo tedesco HEINKEL
HE 178 del 1939.   
Negli
anni della grande guerra alcuni aerei, concettualmente simili all'Heinkel,
divennero famosissimi: l'Hurricane, il
Messerschmitt, il
Mustang
P-51 (in ordine nelle tre foto a lato) ed altri ancora, come il
Mosquito
britannico, lo Stuka tedesco e lo
Zero giapponese.
Per noi italiani ebbe particolare importanza un aereo assai simile a
quelli precedentemente descritti, che entrò in servizio verso la fine di
novembre del 1941: il
MACCHI MC 202
Folgore, un caccia modernissimo, potente, agile e assai
maneggevole. Esso, già nel 1943 ebbe nuovo compagni, il
VELTRO,
il CENTAURO e il
SAGITTARIO,
prodotti rispettivamente dalla Macchi, dalla Fiat e dalle Reggiane.

Gli
aerei di questo periodo, naturalmente, non furono tutti così
convenzionali come si può vedere dalle foto, gli
Stati Uniti avevano aveva
prodotto macchine dalle forme stranissime,
dette anche "ali volanti" o "ali
a delta", in quanto facilmente confondibili
con i futuri Ufo o Dischi volanti o Flying saucer. Di seguito,
nell'ordine, alcuni di questi modelli: l'MX-324, l'XB 35 o Ala volante,
un'altra Ala volante, l'A 12 Avenger o Vendicatore e il Rocket Wing o Ala
razzo.
  
La
Germania nazista non se n'era rimasta con le
mani in mano ed aveva prodotto macchine terribili: l'Heinkel del 1945, l'Hornet H9, l'Hornet VII del 1943, l'Hornet 9 Glider e l'Hornet H 18.
Negli anni immediatamente successivi la fine della II Guerra Mondiale, a
partire dal 1952, si svilupparono nuovi studi sulle ali degli aerei
militari e nel 1956 il più importante frutto fu certamente l'F-102
della Convair, con le famose ali a delta,
certamente adatte al volo supersonico ed alle alte velocità ma meno
adatte al volo a bassa quota e alle velocità inferiori: per questo
aspetto secondario fu necessario puntare alle ali a
geometri variabile, ovvero ali distese, in grado però di
trasformarsi a delta così da poter affrontare anche le alte velocità.
Gli studi su questo tipo di strutture sono ancora attualissimi.
 
Al tempo della Guerra di Corea si segnalarono
l'F-86 (vedi prima foto), il
Mig 15 e l'F-104 o bara
volante e l'F-100.

   Ai
nostri tempi vi è una moltitudine di aerei, tutti assai simili nelle
prestazioni e nelle forme; ne presentiamo solo alcuni, considerandoli tra
i più significativi: l'AMX, l'EF
2000, l'F-4 Phantom, l'F-15
Eagle, l'F-18 e l'SU
27.
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