Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 
 
 
 La libertà imbavagliata
 
Carlo Lottieri

Sono molte le immagini in vario modo inquietanti che hanno segnato questi ultimi mesi di violenze, guerra, distruzioni.

Taluni straordinari fotogrammi ci hanno mostrato tutta la drammaticità della morte di tanti innocenti (a New York come in Asia), mentre altre ci hanno comunicato la disperazione, la paura o il turbamento di chi subisce la storia che altri uomini fanno e disfano. Ma meglio di molte fotografie è forse un disegno a descrivere in profondità il nostro tempo e si tratta di un’illustrazione che raffigura una statua della libertà imbavagliata, così come compare sulla copertina dell’ultimo libro di Gore Vidal: un testo rifiutato dagli editori americani e che è stato invece pubblicato in Italia da Fazi.

L’immenso monumento newyorkese che troneggia sulla baia del fiume Hudson può apparire, certo, anche terribilmente kitsch. È di dimensioni spropositate, senza eleganza, tutt’altro che esteticamente gradevole (il volto ha lineamenti duri e privi di ogni grazia). Eppure quella statua è un simbolo straordinario perché la civiltà americana è stata, ed è, qualcosa di prezioso per l’intera umanità. Imbavagliare quel volto tanto noto ed evocativo significa evidenziare che, sebbene nel corso degli ultimi due secoli gli Stati Uniti abbiano avuto un ruolo tanto importante a difesa degli ideali della libertà, oggi le cose stanno forse cambiando.

Quando il terrorismo ha colpito New York, si è subito visto che i terroristi avevano già vinto. Volevano svuotare di ogni senso la civiltà liberale e la centralità che essa assegna all’individuo? Hanno ottenuto piena soddisfazione. Bin Laden e Al Qaeda erano perfettamente consapevoli che l’attacco avrebbe prodotto una reazione cieca e violenta da parte di Washington: e quella reazione c’è stata. Esattamente come era stata chiesta e prevista.

Bin Laden ed i suoi uomini non sono interessati a dominare l’America e l’Europa. Il loro progetto fondamentalista concerne il mondo musulmano e, in primo luogo, l’Arabia Saudita. Ma è pur vero che il progetto di unificazione del mondo musulmano attorno ad un disegno politico “radicale” esige, dall’altro lato della barricata, un Occidente disposto a fungere da catalizzatore di ogni frustrazione e quindi determinato a giocare un ruolo imperiale: paladino di Israele sempre comunque, voglioso di imporre lo Stato moderno e la democrazia alle innumerevoli tribù dell’Afghanistan, deciso a fungere da puntello ad emiri intolleranti e rais senza scrupoli, asserragliato dentro le proprie basi militari in Oriente ed in ogni altra parte del mondo.

Tutto è andato secondo i piani del terrorismo islamico. Negli Stati Uniti (ma anche in Gran Bretagna, in Francia, e perfino in Italia) abbiamo così visto apparire ogni genere di burqa. Certo: a nessun occidentale è stato chiesto di indossare il vestito tradizionale afghano che i talebani hanno imposto alle loro donne (imprigionandone l’immagine e l’anima stessa), ma tutti abbiamo però visto sorgere uno schermo tra noi e la realtà. Una fitta cortina di ferro è calata per impedirci di parlare e pensare, mentre la vergognosa retorica del patriottismo italico e/o americano militarizzava l’intera società e riduceva ogni dissenziente al rango di un militante no global.

Ogni possibile dibattito in merito alle bombe gettate sui civili è stato soffocato nella culla e, sebbene pochi se ne siano accorti, quella benda rossa posta sulla bocca della statua della libertà ha finito per costringerci tutti al silenzio e alla complicità.

Sia chiaro. Non c’è in Italia, come nel resto dell’Occidente, alcuna censura in senso proprio. Non c’è un governo che possa, ad esempio, chiudere d’imperio una testata libera come “Enclave” ed impedirne la circolazione. Ma è pur vero che chi oggi scelga di difendere la tradizione autenticamente americana (quella dei Fouding Fathers, di Henry David Thoreau, di Lysander Spooner e – più vicino a noi – di Murray N. Rothbard) non troverà mai spazio per queste sue idee nei mezzi di informazione maggiori: tra l’altro, tutti variamente finanziati dallo Stato, direttamente o indirettamente. (Va ricordato che perfino il notissimo liberal Gore Vidal è stato sì pubblicato da “La Repubblica”, ma subendo ampi tagli.)

È, comunque, soprattutto un ritardo culturale quello che impedisce analisi più serene e razionali, e che induce a mettere a tacere ogni analisi controcorrente. A destra come a sinistra, in effetti, si fatica a capire che se Bin Laden è certamente un criminale, il suo successo tra le masse islamiche è stato reso più facile da una politica estera occidentale sconsiderata e interventista, che ha causato solo sofferenze all’Europa e all’America, senza minimamente aiutare i paesi del Terzo Mondo.

Vi sono considerazioni elementari, perfino banali, che non possono essere evitate (a dispetto di ogni censura e autocensura). E la prima di queste considerazioni è che esistono strette relazioni tra la politica estera “imperiale” dei paesi occidentali (e soprattutto degli Stati Uniti) e l’odio anti-americano che è facile percepire in larga parte del Terzo Mondo e soprattutto nei paesi musulmani. Gli Stati Uniti sono stati autenticamente liberali quando sono rimasti fedeli alle loro origini e, quindi, a quella politica estera isolazionista che per Thomas Jefferson e George Washington avrebbe dovuto caratterizzare in ogni momento la storia della nazione.

Dinanzi al fallimento di una strategia volta ad imporre il “Nuovo ordine mondiale” che stava a cuore a George W. Bush padre, è ora giunto il momento di concepire la politica estera quale mero apparato difensivo, il cui compito consista unicamente nel tutelare e salvaguardare i cittadini-contribuenti. E nulla di più.

La politica impicciona e non di rado corrotta che in tutti questi anni è stata condotta dai paesi occidentali – non solo dagli Stati Uniti, ma anche dalla Francia, dalla Gran Bretagna e perfino, negli anni scorsi, dalla stessa Italia (si pensi alla Somalia di Siad Barre) – ha prodotto quei frutti velenosi che ora tutti noi siamo costretti ad ingoiare. Gli “aiuti umanitari” sono stati venduti per comprare armi; il “supporto alla pace” si è facilmente convertito in sostegno a questo o quel gruppo dirigente criminale; la “modernizzazione” pianificata dall’alto per iniziativa di piccole élites tecnocratiche ha creato fenomeni di rigetto ed ogni collusione economica e finanziaria tra politici (occidentali e no) ed imprenditori amici; gli embargo ed i dazi con cui si è aggredito il diritto a commerciare liberamente hanno alzato steccati economici che si sono presto convertiti in barriere ideologiche.

Il militarismo e/o l’umanitarismo (spesso travestiti da “realismo” politico) di quanti hanno intervenire in Corea, in Vietnam, nel Golfo, nei Balcani e in Afghanistan – per limitarsi a citare gli episodi principali – hanno suscitato solo odio e disprezzo intorno all’America e all’Occidente. Ed oggi noi siamo vittime due volte: minacciati dalle organizzazioni terroristiche dopo esser stati costretti a finanziare avventure imperiali che erano nell’esclusivo interesse delle classi politiche occidentali.

I politici hanno moltiplicato nel mondo i nostri nemici. Non hanno saputo difenderci. Ed ora, come se ciò non bastasse, pretendono di ridurre sempre più le nostre libertà.

Se la guerra è – come in effetti è – l’igiene dello Stato (che trae forza e possibilità di espansione da ogni conflitto), con l’attacco terroristico abbiamo potuto constatare quanto sia forte il potere di chi governa; e quindi anche quanto sia debole la nostra autonomia.

L’attacco a New York ha fornito a chi dispone della nostra vita e dei nostri soldi (a Washington, a Londra, a Roma, e così via) il pretesto per procedere a tappe forzate verso un rafforzamento dei poteri pubblici. In Italia, ad esempio, si è accettato come se nulla fosse un aumento dell’imposizione fiscale, ma un po’ ovunque si assiste ad una compressione delle libertà personali e ad un crescente controllo sulla circolazione dei capitali.

Con il pretesto del terrorismo, Internet sta per essere messo sotto controllo, mentre ogni privacy è ormai destinata ad essere violata. La lotta alle finanze del terrorismo, per giunta, ha consentito di riproporre la solita litania contro i paradisi fiscali e contro la speculazione finanziaria (in Francia, anche per questo motivo, è stata varata la Tobin Tax).

Per andare in America un cittadino italiano ora deve chiedere il visto al più vicino consolato e gli stessi americani si preparano a subire l’imposizione della carta d’identità: che fino ad ora erano riusciti a respingere con successo.

Lo Stato moderno, nella sua immensa astuzia, mostra di saper trarre linfa ed alimento anche dai propri fallimenti: incapace di tutelarci dai criminali e causa prima della nostra insicurezza, esso rivendica un sempre maggiore controllo sulle nostre vite e giustifica tutto ciò sostenendo che solo in questo modo la nostra esistenza potrà essere meno esposta a rischi e minacce.

Dinanzi a tutto questo è necessario ribadire che lo statalismo non può essere la soluzione ai nostri mali, dato che esso è la causa principale del dramma in cui ci troviamo. La nostra società ha raggiunto livelli di sviluppo straordinari, ma solo in quegli ambiti in cui lo Stato è del tutto assente o presente in modo marginale. Nei settori monopolizzati dagli apparati pubblici è facile incontrare macchine da scrivere elettriche che sembrano uscite da mediocri telefilm degli anni Settanta e, soprattutto, logiche burocratiche contorte ed inefficienti che testimoniano come nulla di quanto è gestito da politici e burocrati possa essere all’altezza dei tempi.

In questo senso, l’attacco alle Twin Towers e il successivo stato confusionale degli apparati protettivi di Stato (dalla Cia all’Fbi) ha reso palese come sia ormai giunto il momento di cambiare direzione anche in tema di sicurezza. Negli ultimi decenni i cittadini americani hanno destinato somme immense a quell’esercito di uomini che militano in organismi federali di vario tipo, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non solo quelle organizzazioni di Stato non hanno previsto né impedito l’azione dei kamikaze omicidi, ma si sono dimostrate del tutto spiazzate di fronte all’intera minaccia del terrorismo islamico.

È facile immaginare come in America sarebbe molto più efficace, ad esempio, una protezione affidata non ad una sola agenzia di intelligence, ma a cinquanta (una per stato). Ed è anche chiaro che ulteriori positivi contributi potrebbero venire da nuove imprese private che entrino in questo settore con l’obiettivo di cercare clienti: proponendo i propri servizi ad imprese, compagnie d’assicurazione, comunità locali, e così via. L’intero universo della protezione, insomma, va al più presto sottratto allo Stato, in modo che emerga un vero mercato della protezione e che quindi sia possibile contrastare con efficacia le minacce più insidiose che sono orientate verso di noi.

Ecco perché è necessario reagire di allo “statalismo di ritorno” che segna questi mesi di guerra.

Bisogna rigettare l’idea che “più sicurezza” esiga “meno libertà”. L’esperienza ci insegna esattamente il contrario e ci dice che solo attraverso una riduzione del potere statale sarà possibile ridurre le ragioni dell’odio che circonda l’Occidente e creare un sistema protettivo più dinamico, concorrenziale, efficace.

La nostra società è ricca di ingegni, persone intraprendenti, uomini coraggiosi e audaci. Di fronte alla diffusa domanda di sicurezza e protezione, molti di loro sarebbero soltanto felici di poter dar vita ad imprese private che si incarichino di difenderci da ogni possibile minaccia e che vivano della fiducia dei loro clienti. Non è quindi aggredendo i diritti individuali e riducendo sempre più gli spazi della libertà d’iniziativa che sarà possibile rispondere efficacemente alla minaccia terroristica.

Ma è allora necessario strappare quel bavaglio: e quindi salvaguardare le libertà fondamentali, svincolare la finanza da ogni laccio, ridurre la tassazione, dare voce ai dissenzienti, ricondurre la politica estera a compiti di mera difesa, introdurre spazi di concorrenza e competizione in ogni settore (a partire dalla protezione).

Lo statalismo ci ha portato in questo vicolo cieco che oggi ci costringe a fare i conti con il fanatismo islamico. Non sarà il potere pubblico, allora, a liberarci dai problemi che oggi ci assillano.