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José Gregorio Montes Nonostante il megalomane venezuelano abbia abbattuto ogni separazione tra i poteri tipici di una repubblica, arrogando a sé ogni potere pubblico, lo scorso 3 dicembre s’è svegliato con una brutta sorpresa, causata dalla sconfitta elettorale nel referendum per la sua riforma costituzionale. Sconfitto, nonostante le intimidazioni avanzate ai dipendenti statali su come votare e nonostante le manipolazioni del registro elettorale, nel quale sono apparse persino cittadini di 150 anni iscritti ai seggi! Insomma, almeno per ora il suo affronto a quel poco di democrazia rimasta è stato rigettato, nonostante il referendum approntato fosse – come dimostrato da più di un giurista – anticostituzionale. Ciononostante, “è necessario stare allerta”, sottolineano diversi analisti, visto ciò che accade da quelle parti. Le dichiarazioni post-voto di Chavez sono state minacciose: “Questa è una vittoria di Pirro”, “Noi siamo fatti per una lunga battaglia”. A ciò, si aggiungano il disfacimento istituzionale già approntato nel recente passato dalla “rivoluzione bolivariana” e l’indebolimento dei principi classici della società aperta. Il compito degli antichavisti è ancora di dimensioni ciclopiche. Questa volta, si trattava di votare un inaudito progetto di riforma costituzionale, composto da 69 articoli da ritoccare, col quale sarebbe scomparsa la proprietà privata e si sarebbe concesso a Chavez di rimanere in carica indefinitamente, senza contare l’addio ad ogni diritto civile sulla scorta di “scelte governative eccezionali”. Dai tempi della Magna Charta del 1215, le costituzioni nascono per limitare i poteri. Se fosse passato il referendum, quella venezuelana sarebbe diventata l’anticostituzione per antonomasia. Le istituzioni scolastiche, ad esempio, sarebbero finite sotto il tallone delle volontà del caudillo, pena la loro chiusura. Chavez ha proposto la creazione “dell’uomo nuovo socialista”, il che significa non poter acquistare una barbie, non poter condire con troppo piccante il cibo, disconoscere simboli dell’imperialismo come Mickey Mouse. Del resto, Chavez è uno che ha spostato di mezz’ora indietro le lancette dell’orologio per “poter approfittare della luce del mattino”. Il tenente-colonnello è di quelli che hanno minacciato di statalizzare le banche spagnole per fare un dispetto a Re Juan Carlos, che ha avuto il buon gusto, durante una riunione in Cile, di chiedergli di tacere e smetterla di dire insolenze contro José Maria Aznar. Le “straordinarie politiche economiche di Chavez”, in questi anni di gestione sinistra, hanno portato i numeri degli indigenti a livelli mai visti prima e la disoccupazione ha raggiunto l’astronomica percentuale del 20,6%. Tutto ciò, nonostante i petrodollari di cui continua a fare il pieno. E la corruzione? Roba da far tremare le vene ai polsi. E’ davvero difficile digerire tanta imbecillità, supportata, peraltro, da una logorrea da record. Nonostante abbia fatto chiudere tv e intimidisca a raffica le poche testate indipendenti, continua a insistere sulla disinformazione come causa del suo insuccesso. Il satrapo dei caraibi, a suon di regali, continua a conquistare l’entusiasmo dei suoi omologhi in Nicaragua, Ecuador e Bolivia. E Cuba, l’isola carcere castrista, è sempre il suo esempio, da applicarsi al più presto in patria. Alcuni tra i suoi antichi collaboratori, causa proprio la riforma costituzionale proposta, lo hanno mollato definitivamente. Tra loro, l’ex ministro della difesa, il generale Baduel, che ha intravisto la voglia dittatoriale di Hugo Rafael. Ciononostante, la guardia rimane alta, fra i “resistenti” dell’opposizione. Sanno bene che Chavez non sopporta perdere. Dopo due giorni di quasi silenzio, ha ripreso ad insultare i suoi nemici, definendo la loro “una vittoria di merda”. Sì, “di merda” ha detto! Chavez tornerà all’attacco. E lo farà usando ogni mezzo. Per questo, il 2008 sarà un anno determinante per il futuro del Venezuela.
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