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I telegiornali hanno tutti riportato il ritorno in auge del cosiddetto esproprio proletraio. Il diktat lanciato durante i “furti proletari” (quanto organizzati e concordati non lo si sa ancora) è stato il solito: il mercato è il diavolo e affama i poveri ed il consumismo è la sua ragion d’essere. Ma che cos’è, in pratica, questo consumismo che fa tanta paura? Cosa vuol dire essere consumisti? Secondo gli anticonsumisti è consumista colui che, dopo avere soddisfatto le necessità fondamentali, cerca egoisticamente anche il superfluo anziché utilizzare i risparmi per aiutare il prossimo. David Friedman spiega bene ne “L’ingranaggio della Libertà” che il costo di una dieta base composta da germogli di soia e latte in polvere è di poche centinaia di dollari l’anno. Di conseguenza ogni altra cosa potrebbe, in teoria, essere considerata un lusso. E quali sarebbero, poi, i risvolti pratici di quello che gli anticonsumisti propongono? Cosa succederebbe se io decidessi di rinunciare all’abbonamento a Sky, alla settimana bianca o al computer? E che cosa succederebbe se migliaia, milioni di persone cessassero di essere “consumiste”, di fare acquisti “non necessari” e cominciassero ad usare il denaro risparmiato a favore dei non abbienti? La conseguenza più immediata è che si disincentiverebbero le attività produttive, cioè quelle attività che forniscono dei servizi che alla faccia degli invidiosi bianco-rossi - aumentano il nostro benessere e la nostra felicità, mentre si finanzierebbero le attività non produttive, cioé parassitarie. E se proprio tutti rinunciassimo al “superfluo” l’esito sarebbe di lasciare senza lavoro tutti coloro che sono impiegati in attività “non essenziali”, il che vuol dire, in una società avanzata come la nostra, la maggior parte dei lavoratori. Evidentemente si trasformerebbe in breve un’economia avanzata in un’economia di pura sussistenza; si trasformerebbe un’economia in grado di assicurare benessere per tutti in un’economia che fallirebbe persino nell’obbiettivo fondamentale che la ispira, quello cioé di soddisfare i bisogni primari. Ed un paese che metta al bando l’estro individuale e la libertà economica in nome dell’etica egualitaria, del solidarismo non riuscirà neppure a dare da mangiare alle persone che vi vivono. Malgrado questo il mondo progressista e, nelle sue componenti più stataliste e pauperiste (quelli dell’eproprio proletario, tanto per intenderci), il mondo cattolico si scagliano contro l’ “immoralità” della società dei consumi. Ma come possono, invece, essere morali delle ideologie che vanno contro la felicità dell’uomo, che vanno contro l’uomo e gli impongono la mortificazione e l’autosacrificio? I solidaristi cattolici cercheranno in particolare di convincerci che perseguire la propria felicità è peccato e porterà alla morte della nostra anima. Scultoree sono le parole che Ayn Rand mette in bocca a John Galt, protagonista di una sua monumentale opera, a questo riguardo: “Avete maledetto l’uomo. [...] Avete usato la paura come vostra arma e avete presentato all’uomo la morte come punizione per avere rifiutato la vostra moralità. Noi gli offriamo la vita come ricompensa per accettare la nostra”. Se molti cattolici, sodali di quelli che fanno “espropri proletari” vanno giù duro contro il libero mercato, certo non ci vanno più leggere le sinistre. Quello che i cattolici denunciano come peccato, molti progressisti, infatti, lo giudicano addirittura un crimine. Criminale secondo loro è la diseguale distribuzione della ricchezza. Noi siamo convinti che, di fronte all’arroganza di chi vuole cancellare asetticamente le disuguaglianze e le soggettività, il “consumista” assurga ad un ruolo estremamente meritorio, quello di difensore di un diritto fondamentale dell’uomo: il diritto a perseguire il valore più soggettivo che esista, la propria felicità personale.
Leonardo Facco |