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Tucker, nato nel 1854 e morto nel 1939, fu figura di primo piano nell'anarchismo individualista americano. Fondò la rivista "Liberty" che, seppure dapprima attenta agli anarchici collettivisti europei, ruppe presto con essi tutti i contatti in nome della libertà individuale. Per Tucker infatti, lo Stato socialista sarebbe la negazione dell'anarchia, mentre di contro la vera lotta nella società non è fra socialismo e capitalismo, bensì fra "autorità e libertà".
Scriveva poi Tucker, precursore della non-violenza gandhiana :
"nè il voto, nè la minaccia delle baionette possono avere un ruolo nella lotta contro il potere, solo la resistenza passiva è lo strumento che potrà assicurare per sempre i diritti delle persone". Un grazie a Pat Fallow per la segnalazione del testo.
Al. Min.
Le leggi sui brevetti e sui
diritti di copyright sono i mezzi tramite i quali lo Stato, che è
il più grande dei monopoli criminali e tirannici, garantisce speciali,
monopolistici privilegi a pochi a spese di molti per proteggere inventori
e scrittori contro la competizione per un periodo lungo abbastanza da metterli
in condizione di estorcere alla gente una remunerazione enormemente superiore
al valore dei loro servizi.
L'abolizione di questi monopoli
potrebbe regalare ai loro attuali beneficiati una salutare paura della
competizione che potrebbe indurli a contentarsi di pagamenti per i loro
servizi uguali a quelli che altri lavoratori prendono per i loro, e a mettersi
al sicuro proponendo i loro prodotti e lavori sul mercato fin da principio
a prezzi tanto bassi che il loro modo di fare affari non potrebbe tentare
altri a mettersi in competizione con essi.
I monopoli dei Brevetti e
del Copyright sono una specie di diritti di proprietà che dipendono
per la loro legittimità dalla sottile nozione di "proprietà
nelle idee".
I difensori di questa proprietà
propongono una analogia fra la produzione di cose materiali e la produzione
di astrazioni, e per questo paragone dichiarano che il costruttore di prodotti
mentali, non meno del costruttore di prodotti materiali, è un lavoratore
degno del proprio salario. Fin qui va bene.
Ma, per completare le loro
tesi, essi sono costretti ad andare oltre, e a esigere, in violazione della
loro stessa analogia, che il lavoratore che crea prodotti mentali, a differenza
di quello che crea prodotti materiali, abbia diritto all'esenzione dalla
competizione. Poichè il Signore, nella sua saggezza, o il Diavolo,
nella sua malizia, ha disposto le cose così che l'inventore e lo
scrittore produca naturalmente da uno svantaggio, l'uomo, nelle sue forze,
propose di supplire alla (divina o diabolica) mancanza con un artifizio
che non soltanto elimina lo svantaggio, ma in realtà dà all'inventore
o allo scrittore un vantaggio che non ha nessun altro lavoratore - un vantaggio,
per giunta, che in pratica va, non all'inventore o all'autore, ma al promotore
e all'editore ed al monopolista.
L'argomento per la proprietà
nelle idee può sembrare di primo acchito convincente, ma se tu ci
pensi abbastanza a lungo, comincerai ad esserne sospettoso. La prima cosa,
forse, a destare il tuo sospetto sarà il fatto che nessun sostenitore
di tale proprietà propone la punizione di quelli che la violano,
essendo soddisfatti loro stessi dal porre coloro che violano tale proprietà
sotto il rischio di pericolose cause legali, e che quasi tutti loro desiderano
che anche il rischio delle cause legali scompaia quando il proprietario
ha goduto del suo diritto per un certo numero di anni.
Allora, se, come Alphonse
Karr, scrittore francese, ha rimarcato, la proprietà delle idee
è una proprietà uguale ad altri tipi di proprietà,
allora le sue violazioni, come le violazioni delle altre proprietà,
meritano la punizione dei criminali, e la sua vita, come quella di ogni
altra properità, dovrebbe essere assicurata contro lo scorrere del
tempo. E sorge il sospetto che la mancanza di coraggio nelle proprie convinzioni
possa essere dovuta a un istintivo sentire di essere nel torto.
Io suppongo che, se fosse
possibile, e se fosse mai stato possibile, per un illimitato numero di
individui usare in un numero illimitato di posti la stessa cosa concreta
nello stesso tempo, allora non ci sarebbe potuto essere nulla di simile
all'istituzione della proprietà.
In tali circostanze, l'idea
di proprietà non sarebbe mai entrata nella mente umana o, se vi
fosse entrata, sarebbe stata sommariamente lasciata da parte come un'assurdità
tale da essere seriamente considerata solo per un momento.
Se fosse stato possibile
per una creazione concreta o un adattamento della natura risultato dagli
sforzi di un singolo, essere usato contemporaneamente da ogni individuo,
inclusi il creatore o adattatore, impedendone la realizzazione, fino a
fissare una legge per prevenire l'uso di una cosa concreta senza il consenso
del creatore o adattatore, e venendo garantiti da una violazione a uno,
tale violazione sarebbe stata benvenuta come una benedizione per tutti
- in breve, sarebbe stata vista come il più fortunato elemento nella
natura delle cose.
La ragion d'essere della
proprietà si trova nel fatto (vero) che non c'è alcuna possibilità,
de facto che sia impossibile, nella natura delle cose, per un oggetto concreto
essere usato in differenti posti allo stesso tempo.
Esistendo questo fatto, nessuno
può rimuovere da un altro un suo possesso ed usare la creazione
concreta di un altro senza spogliare perciò tutti gli altri dell'opportunità
di usare ciò che è stato creato, e per questa ragione diventa
socialmente necessario, dacchè una società prosperosa si
basa sull'iniziativa individuale, proteggere l'individuo produttore nell'uso
delle sue concrete creazioni proibendo ad altri di usarle senza il suo
consenso.
In altre parole, diventa
necessario istituire la proprietà privata nelle cose concrete.
Ma tutto ciò è
accaduto tanto tempo fa che adesso noi abbiamo totalmente dimenticato ciò
che accadde. Infatti, è veramente incerto se, al tempo dell'istituzione
della proprietà, quelli che la fondarono abbiano realizzato e compreso
il motivo che li spingeva.
Gli uomini spesso operano
per istinto e senza l'analisi che concorda con la corretta ragione.
Coloro che istituirono la
proprietà forse erano costretti dalle circostanze inerenti la natura
delle cose, senza realizzare la quale, sarebbe stata stravolta la natura
delle cose. Essi non avrebbero istituito la proprietà.
Ma, anche supponendo che
avessero compreso a fondo la strada imboccata, noi abbiamo dimenticato
ciò che compresero.
E così è arrivato
il momento che abbiamo fatto della proprietà un feticcio ; che noi
consideriamo come una cosa sacra ; abbiamo messo il dio della proprietà
su di un altare come un idolo ; e molti di noi non stanno facendo soltanto
quel che noi possiamo fare per perpetuare il nostro regno nei limiti della
nostra sovranità, ma anzi stanno erroneamente tentando di estendere
il loro dominio su cose ed in circostanze che, nelle loro caratteristiche-chiave,
sono precisamente opposte a quelle in cui si è sviluppato il potere
della proprietà.
Tutto ciò che è
da dire, per sommi capi, è che dalla giustizia e necessità
sociale della proprietà delle cose concrete noi abbiamo erroneamente
assunto la giustizia e necessità sociale della proprietà
delle cose astratte - che è la proprietà delle idee - con
il risultato di privare di validità, in un'estensione lata e deplorevole,
quell'elemento fortunato nella natura delle cose, nelle circostanze non
ipotetiche, ma reali - cioè, l'incomminesurabile, fruttuosa possibilità
di usare le cose astratte da un qualsiasi numero di individui in un qualsiasi
numero di posti e precisamente allo stesso tempo.
Noi siamo frettolosamente
e stupidamente saltati alla conclusione che la proprietà nelle cose
concrete implicasse logicamente quella nelle astratte, dal momento che,
se abbiamo avuto la cura e la perspicacia di fare un'accurata analisi,
noi abbiamo trovato che la vera ragione che detta la convenienza della
proprietà nelle cose materiali rinnega la convenienza della proprietà
in quelle astratte.
Noi vediamo qui un curioso
esempio di quel frequente fenomeno mentale, cioè la precisa inversione
della verità da parte di una visione superficiale.
Di più, qualora le
condizioni fossero le stesse in ambo i frangenti, e le cose concrete potessero
essere usate da differenti persone in differenti luoghi in uno stesso tempo,
allora, dico io, anche se l'istituzione della proprietà nelle cose
concrete sarebbe in queste condizioni manifestamente assurda, sarebbe infinitamente
meno distruttiva delle opportunità individuali, e infinitamente
meno dannosa al benessere umano, che l'istituzione della properietà
per le cose astratte.
E' facile vedere che, accettando
l'ipotesi che una singola pannocchia sia continuamente e permantentemente
consumabile, da un indefinito numero di persone disseminate sulla superficie
della terra, anche la istituzione della proprietà nelle cose concrete
che assicurerebbe al seminatore di grano l'esclusivo uso di ciò
che cresce nel suo campo non potrebbe, nel fare ciò, togliere ad
altre persone il diritto di seminare altri campi e diventare coloro che
godono esclusivamente dei rispettivi campi ; l'istituzione legale della
proprietà nelle cose astratte invece non solo assicura all'inventore
del vapore l'uso dell'energia che egli ha ora creato, ma allo stesso tempo
toglie a tutte le persone il diritto di inventare loro stesse altre energie
che partano dalle stesse idee.
La proprietà perpetua
nelle idee, che è la logica conseguenza di ogni teoria della proprietà
delle cose astratte, per l'essere vissuto di James Watt, avrebbe fatto
dei suoi diretti eredi i proprietari di almeno nove decimi della ora esistente
ricchezza del mondo.
E avrebbe fatto in modo che,
in forza della di vita dell'inventore dell'alfabeto romano, ora tutti i
popoli altamente civilizzati della terra sarebbero gli schiavi virtuali
degli eredi di quell'inventore, che è un altro modo per dire che
essi, anzichè diventare altamente civilizzati, sarebbero rimasti
in uno stato di semi-barbarie. Mi sembra che queste due affermazioni, incontrovertibili
dal mio punto di vista, siano in sè sufficienti a condannare la
proprietà perpetua delle idee.
Benjamin Tucker