Storia di un mare perduto ( di Giuseppe Pederiali)
Anticamente, fra Milano, Lodi e Cremona si stendeva un grande lago chiamato Gerundo : di quelle acque restano solo pochi ricordi suggestivamente animati da varie leggende.
A MILANO manca soltanto il mare. E i milanesi, di vecchia stirpe o adottivi, ne sentono da sempre
la mancanza.
Ne hanno costruito uno minuscolo, l'idroscalo, insieme ad autostrade che collegano la
città alla Liguria e alla più lontana Riviera adriatica. Il mare a Milano è anche un
"desiderio" che ha fatto nascere molte leggende.
Una delle più famose raccontava di un, bacino d'acqua salata situato in una grande caverna sotto
piazza del Duomo, tanto vasto che ci si poteva andare in barca. La costruzione della metropolitana
e delle relative stazioni hanno cancellato per sempre questa favola, che è parziale realtà nel
caveau di una banca milanese, scavato a molti metri di profondità, dove, per mezzo di un oblò e di
un potente faro, si può penetrare con lo sguardo dentro una grande polla d'acqua sotterranea.
Acqua salata: probabilmente è davvero ciò che resta del mare Padano che esisteva al posto
dell'attuale pianura, prima che il Po e gli altri fiumi, scendendo dalle montagne, trasportassero
terra e detriti.
Questo succedeva oltre un milione di anni fa, quando Milano e la Lombardia intera non esistevano.
Considerato che questo vasto golfo adriatico arrivava a lambire le zone dove oggi sorgono
Mondovi, Saluzzo e Cuneo. Poi la crosta terrestre cominciò a sollevarsi e, contemporaneamente, il
clima fresco e piovoso provocò l'aumento dell'azione erosiva dei fiumi che scendevano dagli
Appennini. Ancora oggi la terrà continua ad avanzare nell'Adriatico e un giorno potremo andare in
macchina da Comacchio alla Juogoslavia senza fare curve, e Venezia sarà una città lontana dal mare
e asciutta.
C'è tempo comunque.
La città padana sorta sull'isola
Tornando al mare sognato dai milanesi, non è escluso anche il ricordo ancestrale del mare Gerundo.
Questa volta non parliamo di un mare sotterraneo, e neppure di un'epoca lontana migliaia e
migliaia di anni, o di luoghi molto distanti dalla metropoli lombarda.
La storia del lago Gerundo (chiamato anche "mare" per la sua vastità) è poco nota perfino in
Lombardia, se si escludono alcuni libri di storia locale, e pochi ricercatori che si sono dedicati
all'argomento. Soltanto in questi ultimi anni, grazie a singoli studiosi, quali Livia Feroldi
Cadeo e gli appassionati che si raccolgono attorno alla rivista "Insula Fulcheria", le ricerche
sul mare Gerundo hanno preso un indirizzo scientifico.
La rivista in questione è edita dal Museo Civico di Crema che custodisce un'ampia documentazione
sul Gerundo e sulle popolazioni che abitavano le sue rive, nonché sull'isola Fulcheria, che si
trovava al centro del Gerundo e sulla quale è sorta la città di Crema il cui nome deriva dalla
radice prelatina cre o crem che vuole dire altura, collinetta.
Ancora in epoche relativamente recenti abbiamo notizia di grandi aree padane allagate in maniera
permanente, tanto da diventare dei veri e propri laghi che i fiumi, non disciplinati da argini e
canalizzazioni, alimentavano, soprattutto nei mesi primaverili e autunnali.
Nella parte orientale
della Padania, il Po si diramava in sette braccia che penetravano in una regione sempre incerta
tra le terre e le acque, selvaggia, abitata da gente tagliata fuori da ogni consorzio civile. La
regione era detta "Septem Marie", o Sette Mari, e di queste immense paludi restano oggi soltanto
le Valli di Comacchio.
C'era poi il lago Bondeno, a sud del Po, tra Ferrara e la Mirandola, tanto vasto e profondo che
una leggenda locale lo considerava fundo carens, senza fondo, e direttamente collegato al Paese
degli Antipodi. A nord del Po, fino a poco più di cent'anni fa, si stendevano le Grandi Valli
Veronesi.
A sud, verso Bologna, la palude di Crevalcore sfiorava quella dei Sette Mari.
Ma nessuno di questi specchi d'acqua, un poco lago e un poco palude, era ricco di acque e
navigabile quanto i Gerundo.
Come gli altri bacini di pianura, il Gerundo non è mai stato di una vastità costante. Dipendeva
dai fiumi che lo alimentavano, l'Adda, l'O glio e il Serio (con qualche apporto forse anche dal
Lambro), e perciò dall'andamento climatico; e dipendeva da gli uomini che abitavano la Padania.
I coloni del periodo romano sicura mente ne prosciugarono grandi tratti bonificando i terreni per
coltivarli.
Alcune strade consolari lo attraversarono, a dimostrazione che in talune epoche il
Gerundo non era un'unica superficie lacustre, ma un insieme di bacini.
L'epoca della sua massima espansione fu sicuramente quella che coincide con la caduta dell'impero
romano e le successive invasioni barbariche, quando l'Italia tornò in gran parte preda delle
foreste e delle paludi, e così fino all'Xl secolo, quando l'uomo della pianura cominciò a
riconquistare il territorio partendo soprattutto dai monasteri benedettini, centri di lavoro e di
studio, oltre che di preghiera.
Nell'Alto Medioevo, quando il Gerundo era un'unica gigantesca superficie con al centro l'Insula
Fulcheria", i suoi confini dovevano sfiorare (partendo da nord) i luoghi dove sorgono attualmente
i paesi di Vaprio, Cassano, Lodi, Cavena, Cavacurta, Pizzighettone, Grumello (risalendo verso
nord), Cortemadama, Madignano, Offanengo, Vidolasco, Castelgabbiano, Caravaggio (verso ovest),
Treviglio, Brembate.
La regione del Gerundo in una cartina settecentesca, quando molte paludi erano state bonificate.
I confini dell'isola Fulcheria, nel bel mezzo del Gerundo, erano grosso modo delineati dagli
attuali centri abitati di Azzano, Palazzo Pignano, Casaletto, Montodine, Formigara, San Bassano,
Ripalta Arpina, Crema, Ombriano, Trescore. Chi volesse rendersi conto della grandezza del Gerundo
non ha che da tracciare su una moderna carta stradale le, linee che uniscono questi centri
abitati.
In un dattiloscritto conservato presso la Biblioteca Comunale di Cremona, intitolato "Il Lago
Gerundo" e firmato da G. Cugini in data 1947-1948, troviamo una funzionale suddivisione della
storia nato rale del lago Gerundo in quattro epoche.
Un'epoca remotissima che risale al periodo postglaciale dell'Olocene, quando le alluvioni
corrosero il materiale facilmente asportabile depositato in precedenza, creando così un ampio
bacino, con l'eccezione dell'allungato conoide dell'isola Fulcheria e di altre isole più piccole.
Un'epoca remota, quando i fiumi della zona riunirono le loro acque formando la distesa lacustre
sulle cui sponde cominciarono a insediarsi i primi nuclei di uomini; siamo nell'epoca in cui la
gente del neolitico conquista la pianura.
Un'epoca di mezzo, caratterizzata dalle progressive bonifiche dell'uomo, con successivi abbandoni
e altri recuperi del territorio; i fiumi vengono adagio disciplinati, vengono costruiti fossi
scolmatori e canali, gli acquitrini prosciugati e i terreni asciutti messi a coltura; dove il
lago era più profondo restano banchi di ghiaia e di sabbia; restano anche, fino a pochi anni fa,
piccole chiazze di palude vera e propria, dette Mosi.
II Gerundo non doveva essere molto profondo, perché era pur sempre un lago "di pianura", e non di
origine tettonica e neppure glaciale: gli unici esempi ancora visibili sono i laghi di Mantova,
tre laghi acquitrinosi che costituivano fino a pochi anni fa un interessante biotipo padano: oggi
restano poche tracce di flora palustre, con carici, felci idrofile, scirpo, potamogeti, ninfee e
castagne d'acqua.
Infine un'epoca moderna, che è la nostra, durante la quale ogni traccia del lago è sparita, almeno
per un osservatore non specialista e non attento: il paesaggio è quello padano classico, con campi
coltivati organizzati in una rete di canali di scolo che impediscono ogni ristagno delle acque;
con l'eccezione delle zone dove l'acqua sgorga dal suolo dalle cosiddette risorgive. Eppure, per
un "esploratore" un pochino più attento, e un pochino più informato, le tracce del lago o mare
Gerundo non sono poi così introvabili e invisibili.
Sulla sua esistenza abbiamo prove geologiche,
archeologiche, documentali.
L'esplorazione del territorio del Gerundo, e cioè la provincia di Bergamo nella parte meridionale,
la provincia di Cremona nella parte superiore, oltre al Lodigiano e a tutto il Cremasco,
muovendosi tra musei, chiese, ruderi, cave di ghiaia, remoti angoli di campagna dove il terreno è
"inspiegabilmente" fatto come la sponda di un lago, consente un viaggio dentro una storia che i
libri ignorano.
Una storia che sul posto però non è stata dimenticata.
Ad esempio a Lodi e a Crema possiamo trovare strade dedicate alla leggenda: Via Lago Gerundo,
Vicolo Gerundo.
La parola "gera", o "ghera", che significa ghiaia e dà il nome al lago Gerundo (lago Ghiaioso
potremmo tradurre oggi), ricorre spesso proprio al centro dell'area ex lacustre, nella zona detta
Gera d'Adda, con i toponimi Brignano Gera d'Adda, Fara Gera d'Adda, Misano di Gera d'Adda,
solo per citarne alcuni.
vecchie fotografie che illustrano la faticosa opera degli
scarriolanti: costruendo argini e canali, questi operai contribuirono a controllare i fiumi padani che portavano acqua alle paludi.
A dimostrazione che il mare Gerundo era navigabile, percorso da barche di pescatori e da piccole (ma non tanto) navi mercantili e da
battaglia, esistevano fino a pochi decenni fa gli anelli e i ganci utilizzati per l'ormeggio, come
scrive Ambrogio Curti nel suo
"Tradizioni e leggende di Lombardia" (1856): «Delle origini del lago
Gerondo, che l'arte degli uomini e il tempo vennero affatto disseccando, sì che più non ne
rimangono adesso altre vestigia che nei grossi anelli ed
arpioni che in più di un luogo si
trovano; onde da tutti si congettura con giustezza che servissero ad affrancare navigli, che per
quella vastità di acque correvano a commerci, alla pesca, ed alle comunicazioni coi limitrofi
paesi...».
Uno di questi grossi anelli da ormeggio era infisso alla base dell'antichissima torre Poccalodi,
che modificata divenne la cappella di San Bernardino nella chiesa di San Francesco a Lodi.
Il porto di Lodi sul Gerundo era in località Monte Eghezzone, dove sorgeva la chiesa di San
Nicolò. Altre torri adibite un tempo a porti fortificati si trovano anche a Pandino, Truccazzano e
Soncino. Qui è più viva che altrove una tradizione popolare fatta di fiabe, leggende e aneddoti
legati all'epoca in cui le onde del mare Gerundo lambivano il paese.
La più nota delle leggende attribuisce la responsabilità del prosciugamento del Gerundo al
Barbarossa. Sparita l'acqua, i pesci morirono e con loro molti uomini a causa di una conseguente
pestilenza. Sopravvisse soltanto una donna, una certa Soresina che se ne andò a fondare un paese
non lontano da Soncino, paese che porta ancora il suo nome.
Proprio a Soncino un'altra leggenda vuole che sia nato il drago Tarantasio, o Tarànto, il più
famoso degli abitatori del mare Gerundo, seminatore di terrore e di lutti.
Il nome gli derivava
dal fatto che, benché rettile, aveva gambe numerose e lunghe, come quelle della tarantola.
Lo storico Francesco Castiglioni, nella sua opera "Antichità di Milano", riporta un testo
conservato presso l'archivio dei monaci Olivetani: «Nell'anno 1300 dalla natività di Cristo Signor
nostro, Bravi intorno alla città di Lodi un certo lago, che per la ingente larghezza e per la
grandissima inondazione dell'acqua che vi era fluita, appellavisi mare Gerondo. Su questo medesimo
lago apparve prodigiosamente un velenoso e mostruoso serpente, che col solo alito pestifero
infestava tutta la città; per cui molti dal pessimo puzzo ammorbati, morivano.
«Contagio e infermità facendosi di' giorno in giorno maggiori e scemandosi assai il numero degli
abitanti, e la città dalla furia dell'acqua essendo invasa, grandemente i cittadini se ne
accoravano, e tanto più l'affluizione s'aumentava, quanto meno fosse sperabile rinvenire rimedio
che valesse a guarire gli infetti, o a prosciugare l'acqua, o ad estinguere l'animale stesso.
«Epperò stando tutti gravemente ín angustia, si rivolsero alla Divina Maestà, colla ferma speranza
ch'essa nessuno respinga che con puro cuore le si raccomandi. Ma perché più facilmente ciò che
tanto bramavano avessero a conseguire, il Reverendissimo Bernardino Tolentino, allora vescovo
della città, convocato il clero e tutto il popolo, tenne loro pietoso sermone in cui efficacemente
pregavali perché con tutto il calore del cuore e con tutta la pietà levassero preghiere a Dio,
onde sì degnasse liberare questo suo popolo da quella pestifera strage.
«Il medesimo Reverendissimo Vescovo sancì che si facessero per tre giorni continui solenni
processioni e si stabilisse un voto: che se Dio operasse che, preso da compassione di quella
mortalità, gli avesse a campare da quella velenosa fiera, erigerebbero un tempio in onore della
santissima Trinità e del glorioso martire Cristoforo.
«Né fu certamente quella una vana speranza, perché compite le processioni, e dato il voto, in
quello stesso giorno, che fu il primo di gennaio, si ottennero due memorabilissimi miracoli, che
morisse cioè l'infestissimo drago e si prosciugasse quell'immenso lago. Laonde i pii cittadini, di
questo beneficio immensamente riconoscenti, edificarono un magnifico tempio, come avevano promesso
col voto, il quale tempio fu poi più augustamente riedificato dai Reverendi Padri della
Congregazione Olivetana nell'anno 1563».
Se al posto del drago Tarantasio, dall'alito pestifero e ammorbante, che causava contagi capaci di
uccidere, mettiamo le febbri malariche e altre malattie di palude, vediamo che tutto diviene
credibile e logico, come la richiesta dei cittadini di Lodi di prosciugare l'immenso acquitrino.
In ogni leggenda di originepopolare c'è sempre del vero. Se poi preferiamo credere nell'esistenza
dei draghi, non mancano gli indizi per accettare e accertare la loro presenza nel Gerundo.
Cominciando dall'inizio, dalla nascita del Tarantasio proprio a Soncino.
"Padre" della leggendaria bestia sarebbe nientemeno che Ezzelino da Romano, vicario imperiale e genero di Federico 111, signore di un territorio che comprendeva gran parte
del Veneto e Brescia.
Un condottiero tanto feroce che papa Innocenzo IV lo scomunicò e bandì una crociata contro di lui
nel 1254, affidandone il comando ad Azzo VII d'Este. A Cassano d'Adda, nel 1259, Ezzelino fu
sconfitto e mortalmente ferito. Secondo la tradizione sarebbe stato sepolto proprio a Soncino.
Un arciprete, vissuto in quel paese nel secolo scorso, testimonia di aver trovato sotto la chiesa
un sepolcro contenente lo scheletro di un uomo gigantesco, qual era Ezzelino secondo quanto
riportato dai contemporanei. Proprio in quel sepolcro, riferisce la credenza popolare, era nato il
drago Tarantasio, come una specie di reincarnazione malefica del crudele signore.
Tracce di carattere più "scientifico" erano, e sono, custodite in alcune chiese del territorio,
sotto forma di ossa gigantesche rinvenute in quelli che un tempo
erano i fondali del Gerundo.
Secondo Luciano Zeppegno, grande cronista delle curiosità e delle
stranezze sparpagliate nelle nostre contrade, nella chiesa di Sant'Andrea di Lodi era custodito
addirittura uno scheletro completo di Tarantasio.
Un osso gigantesco, e precisamente una costola di drago del Gerundo, è ancora oggi visibile appesa
al soffitto della sacrestia della chiesa di San Bassiano, a Pizzighettone. La costola,
probabilmente, appartiene a una balena fossile o a un elefante.
Scheletri di balene sono stati
spesso rinvenuti sulle Prealpi e, soprattutto, sull'Appennino che si affacci sulla Pianura Padana.
Più interessanti, dal punto di vista storico, altri ritrovamenti che dimostrano l'esistenza
dell'enorme specchio d'acqua detto mare Gerundo. Ci riferiamo alle numerose piroghe rinvenute nei
fiumi che interessano il territorio. Uno degli esemplari più belli e meglio conservati è visibile
nel cortile del Museo di Crema, restaurato con sostanze speciali che ne hanno arrestato il
processo di dissoluzione.
Le piroghe del Gerundo sono monossiliche, cioè ricavate da un unico tronco (immaginiamo quanto
dovevano essere enormi le querce roveri delle foreste lambite dal Gerundo) e di grandezza
variabile a seconda dell'impiego: per la pesca, il commercio o la guerra. La grandezza e la forma
delle piroghe dimostra che erano impiegate in acque paludose o lacustri, essendo inadatte alla
navigazione fluviale.
Si tratta di imbarcazioni costruite nell'Alto Medioevo con tecniche che risalgono al neolitico.
In epoche più recenti, il Gerundo è stato attraversato da vere e proprie navi, le medesime che
percorrevano i fiumi e i laghi di tutta l'Europa, fino a raggiungere il mare aperto. Cocche,
burchi, bucintori e galee che parteciparono anche a battaglie navali, qui come nella parte più
orientale della Padania, dove le flotte fluviali di Venezia e di Ferrara si scontrarono spesso in
furibonde battaglie combattute da marinai d'acqua dolce non meno esperti navigatori di quelli
delle acque salate.
L'"Insula Fulcheria", la più grande delle isole del mare Gerundo, prendeva il nome da Fulcherio,
il duca longobardo che l'aveva avuta in feudo dopo la conquista della Lombardia. Crema, per lunghi
anni, è stata il capoluogo di un'isola difficilmente conquistabile, protetta da fortif icazioni
con bastioni e torri i cui relitti erano visibili fino a pochi decenni or sono a Vaiano (ne parla
Antonio Zavaglio nel volume "Terre nostre", pubblicato a Cremona nel 1946). Ci volle un'alleanza
coi cremonesi, pratici del Gerundo, perché l'imperatore Barbarossa riuscisse a espugnare Crema
dopo un assedio durato dal luglio del 1159 al febbraio del 1160.
Anche Cremona, come Crema e Lodi, non ha dimenticato il mare Gerundo (che però lambiva soltanto
una piccola parte del suo territorio) e ha voluto una Via Fulcheria, una Via Lago Gerundo e una
Via Mosa. Il Moso era la palude, profonda mediamente cinque metri, formata dalle acque sorgive e
dalle piene del Serio, che si allargava nella bassa bergamasca fino a nord di Cremona:
praticamente un'ansa del Gerundo più antico, e una delle tante paludi del Gerundo più recente,
quando gli specchi d'acqua si alternavano a terre asciutte e polesini.
Le cronache dell'epoca del Barbarossa riferiscono che i cremonesi si recarono all'assedio di Lodi e di Crema "con apparato nautico per
le interposte paludi".
Conquistato il territorio, il Barbarossa donò l'isola di Fulcheria al cremonese Tinto, detto Muso
di gatta, con un atto del 17 maggio 1159.
Alla sparizione del lago Gerundo hanno naturalmente contribuito molti fattori, anche se la
fantasia popolare, come abbiamo visto nel caso di San Cristoforo e del drago Tarantasio,
preferisce spiegazioni miracolose o eroiche.
I fattori climatici sono sicuramente da porsi in primo piano: il periodo di mag
giore espansione del lago, quando fu definito addirittura "mare", coincide col periodo caldo
dell'Alto Medioevo. Scioglimento dei ghiacciai e grande piovosità favorirono la formazione nella
Pianura Padana di acquitrini e valli, proprio nel momento in cui l'uomo si accingeva a
riconquistare quelle plaghe che erano state fertili ai tempi dei romani.
Dal XIII secolo in avanti il clima cambia andamento ed entriamo in quella che i climatologi hanno
definito la Piccola Età Glaciale, durata fino a metà del secolo scorso e caratterizzata dal
prosciugamento delle paludi assecondato dall'opera dell'uomo.
Non va dimenticato il lavoro dei monaci che fecero di Nonantola, San Benedetto, Pomposa e altre
località padane importanti centri agricoli, in osservanza alle regole dettate da Sant'Oddone,
abate di Cluny, che a partire dal 910 aveva riformato l'ordine dei Benedettini indirizzandolo
verso la cura dei poveri, l'assistenza ai pellegrini e, soprattutto, la colonizzazione delle terre
vergini o tornate incolte a causa delle invasioni barbariche che avevano cacciato la gente dalle
campagne.
Intorno all'anno Mille, l'abate Sant'Ugo il Grande incrementò la fondazione di monasteri
cluniacensi in Lombardia. Nell'area interessata al lago Gerundo sorsero le abbazie di Caravaggio,
Barbata, Bottaiano, Ombriano, Crema, Madignano, Carreto, Trignano. La costruzione di canali e
fossati favorì lo smaltimento delle acque.
Adagio le zone occupate dall'acquitrino diminuirono.
Oggi uniche testimonianze di quell'abbondanza di acqua sono i fondali, o risorgive (o sorgenti di
affioramento): vere e proprie sorgenti di pianura, caratteristiche della Padania, microambienti
con una ricca vegetazione naturale di sambuchi e di sanguinelli, e con diverse specie di anfibi
che prosperano tra le erbe acquatiche.
Una limpida ricchezza che un tempo andava ad alimentare il lago Gerundo, e che oggi l'uomo ha
domato e convoglia verso le campagne di Lombardia, tutte coltivate e ordinate, dove passando in
macchina è difficile immaginare il selvaggio mare di un tempo che sembra appartenere solo alle
favole.
fonte : Storia di un mare perduto ( di Giuseppe Pederiali), informazioni per far conoscere le nostre origini e leggende.