A Beautiful Mind (2002)

Qui di seguito alcune recensioni italiane del film "A Beautiful Mind"
Recensione "A Beautiful Mind"

di Natalia Aspesi, D - La Repubblica delle Donne n. 288, 12 febbraio 2002

Eroe per calcolo

Russell Crowe e Jennifer Connelly grandi interpreti di "A Beautiful Mind" 

Il cinema scopre i geni della matematica e ne fa degli eroi. Uscirà in aprile Enigma, che racconta come durante la Seconda guerra mondiale i matematici portarono gli alleati alla vittoria decrittando i codici segreti nazisti, e ora trionfa ovunque 'A Beautiful Mind' di Ron Howard, cinebiografia di John Forbes Nash Jr, genio matematico e premio Nobel per l'economia nel '94, che oggi, a 73 anni, insegna ancora a Princeton, la più aristocratica università Usa. Il film certo raccoglierà qualche Oscar e ha già ricevuto 4 Golden Globe: sono grandi interpreti Russell Crowe, tormentato, folle, inibito matematico, e Jennifer Connelly, attrice americana di bellezza sofisticata e intelligente bravura. 

Non capiremo mai, in tutto il film, quale sia questa famosa teoria dell'equilibrio applicata alla teoria dei giochi dal ventunenne Nash nel '49, ma pazienza. Per dire: se la teoria dei giochi sostiene che per vincere basta che l'altro perda (vedi l'atteggiamento trionfante del nostro governo), quella di Nash dice che si può vincere non a spese dell'altro, ma trattando con lui. Soluzione applicata da poco in Inghilterra per l'asta delle licenze dei telefonini, con vantaggi per i consumatori. Naturalmente un film destinato al grande successo non può farci vedere solo studenti e scienziati che scrivono numeri e fanno calcoli sui vetri delle finestre, e ne parlano con gergo accademico pur bevendo birra e ansimando per la bella compagna. Infatti A beautiful Mind contiene tipici elementi da grandi platee: follia, spionaggio, amore, genio, sregolatezza, sacrificio di moglie, vittoria sulla malattia e trionfo finale. In frac, a Stoccolma, alla consegna dei Nobel. A 31 anni, racconta il film, il presuntuoso, solitario, poco amato Nash è già una giovane celebrità scientifica ma gli viene diagnosticata una grave forma di schizofrenia: è internato in un ospedale psichiatrico e sottoposto a cure (spaventose) di insulina. La devota ed esasperata moglie, pur caduta con lui in povertà, terrorizzata per I'incolumità della loro piccina, gli resta vicino per aiutarlo: lamentandosi solo se, causa medicine, a letto lui si volta dall'altra parte. 

Intanto Nash vive awenture drammatiche, che si sospetta siano allucinazioni. Infatti di colpo si entra in un film di spionaggio con l'agente segreto Ed Harris, completo di cappello calato sugli occhi, che l'assolda perchè scopra in quale punto dell' America r russi (siamo in piena guerra fredda) faranno scoppiare l'atomica. La biografia cui il film si è ispirato, scritta da Sylvia Nasar, dice cose ignorate dal film: che da studente Nash fu omosessuale, che divorziò dalla moglie che lo fece internare (per risposarla dopo), che diceva d'essere in contatto con gli alieni e Imperatore della Antartica. Ma nei film, anche se pazzi, gli eroi non fanno mai cose indecenti. Russell Crowe rappresenta il dolore della follia quasi cancellandosi fisicamente: per il Nobel lo truccano mirabilmente facendo di lui un autentico vecchio, senza cancellare il ricordo delle sue mitiche gambe nel Gladiatore. Natalia Aspesi

Recensione "A Beautiful Mind"

di Mariuccia Ciotta, inviata a Berlino - Il Manifesto, 15 febbraio 2002

Russell Crowe, schizofrenico e rocker
Fuori concorso, "A beautiful mind", identikit del nuovo eroe americano secondo Ron Howard

Esulta la Berlinale per le nominations che premiano i titoli del festival, soprattutto per le otto candidature di A beautiful mind di Ron Howard, fuori concorso, fra qualche giorno nelle sale italiane. In pole position per l'Oscar, il film sul matematico John Forbes Nash è minacciato dal kolossal espanso Il signore degli anelli, che con le sue 13 statuette promesse al giovane neozelandese Peter Jackson misura la schizofrenia di Hollywood divisa tra la saga di Tolkien nel format globalizzato a sapore zero e l'intimo ritratto del regista di Cocoon ormai cinquantenne, riflessivo portavoce della New Hollywood. Un classico.
Quanti "effetti speciali" può produrre la mente umana, più che la magia dell'anello ad altissimo budget, e Ron Howard ce la mette tutta a comporre l'identikit del suo "eroe americano", non il marine di Ridley Scott che trasforma il disastro bellico nella vittoria, sulla scia di Pearl Harbor, ma un uomo che "comanda" il suo cervello schizofrenico e lo induce a selezionare le immagini "buone". Meglio di Harry Potter. Siamo dalle parti di un destino avverso, deciso ad annientare l'umano, dimostrare la fine dell'essere metafisico e gettare l'uomo nel flusso della casualità. Contro questa deriva, Hollywood è al primo posto, e non solo dopo l'11 settembre (soltanto Spielberg, escluso scandalosamente dalle nominations, ha dato una risposta filosofica adeguata dislocando l'umano altrove). John Forbes Nash è questo tipo di eroe americano, un genio a rischio che non assomiglia però al Good Will Hunting di Gus Van Sant, il sovversivo anti-multinazionali. John Forbes Nash è un matematico al servizio dell'Fbi contro la minaccia sovietica negli anni della guerra fredda.
Il suo sogno paranoide assomiglia molto a quello di MacCarthy, solo che la sua caccia al complotto rosso è solo una visione prodotta dalla malattia. Nash, promessa di Princeton e del Mit, è interpretato da un Russell Crowe sull'orlo della parodia di Rain man, affetto da tic, barcollante come Charlot, poeta aggressivo degli algoritmi che disegna ossessivamente sui vetri delle finestre. Nash non sa che l'agente in nero Ed Harris è un'invenzione della sua "beautiful mind", e che i codici da decriptare non esistono, che l'Urss potrebbe seguire l'esempio degli Usa e sganciare la Bomba, sul territorio americano (dopo le Twin Towers, il film è salito nei pronostici dell'Oscar), ma non lo farà. Anche perché molti John Forbes Nash sono pronti, schizofrenia o no, a sventare i piani d'attacco.
In una calda fotografia anni Quaranta, il film di Ron Howard trova una via di fuga dalla celebrazione del matematico, premio Nobel 1994 per la "teoria del gioco e della decisione", in una impressionante atmosfera noir, inquieta avvolgente sensazione di spaesamento, perdità di sé. Nash è dentro un "film nero", ne è regista e attore, e materializza i fantasmi dei suoi incubi. Howard coglie la memoria dei classici e li fonde all'ondata di film sulle apparizioni come scissione del reale, non più spettri gotici, ma doppi conviventi di ognuno di noi. Esseri viventi, e immateriali. Così Nash si accompagnerà per tutta la vita al trio di "angeli custodi" - l'agente dell'Fbi, un allegro compagno di stanza e una bimba - e farà un continuo sforzo mentale per escludersi dalla sua vita, e smettere di parlare con loro in presenza di "estranei", cosa che non riuscì a James Stewart con il coniglio Harvey.
Certo, alla fine, resta il dubbio che gli schizzo-amici di Nash, depurato nel film dalle sue tendenze omosessuali, siano più simpatici della bellissima, devota e lamentosa moglie (notevole Jennifer Connelly). Russell Crowe, comunque, va al massimo tra speranze di Oscar e amplificatori rock, come si vede dal film-omaggio della sezione Panorama-documenti, Texas, che racconta la sua carriera di musicista e della sua band nata in Australia nel 1992, chiamata 30 Odd Foot of Grunts, per gli amici e fans, Grunts. Tornato atletico e macho, lasciate le vesti del goffo scienziato Nash, Crowe si esibisce come un vero gladiatore sul palcoscenico texano, dove registra, alla fine di una tournée, del suo disco Bastard life or clarity nel 2000 ad Austin. [...] Mariuccia Ciotta

Recensione "A Beautiful Mind"

di Silvio Danese, La Nazione.it, 21 febbraio 2002

La formula del mondo, che magnifica ossessione

Ci sono un gruppo di ragazzi e un gruppo di ragazze. Siamo a Princeton, metà anni '40, in un locale adiacente all'università “post lauream” in matematica più importante del mondo. I maschi si preparano al corteggiamento. Le femmine lanciano i primi sguardi. Come si combineranno le coppie? Entra la ragazza più bella. Uno schianto. Quale pretendente avrà successo? Scattano funambolici i neuroni di John Forbes Nash, che cinquant'anni più tardi (e dopo un paio di decenni di schizofrenia acuta) sarà eletto al premio Nobel. Tra la logica e l'informatica, Nash lavora sul gioco delle combinazioni e riesce a raggiungere una soluzione. Raccolto in un corpo sgraziato, quasi inconsapevole, lievitato un pollice da terra sul podio della scienza, Russell Crowe (nella foto in una scena del film) interpreta Nash come un fachiro d'Occidente. Invece che sulle braci, cammina sui numeri. La “teoria dei giochi” di John Nash ribalta il pensiero dominante del vate dell'economia moderna Adam Smith, istruendo una nuova valutazione del comportamento ottimale degli individui, o dei gruppi, in “situazione di interazione strategica”.
Nel film di Ron Howard A Beautiful Mind, candidato a cinque Oscar e tratto dal libro di Sylvia Nasar, è implicito il contatto tra il genio e la follia, nonostante (e questo è un pregio) questa contiguità non diventi un processo di causa ed effetto. In un'opera fondamentale (Introduzione alla filosofia matematica) un Russell che di nome faceva Bertrand espose negli anni di Nash la grande rivoluzione della filosofia nella sua prospettiva matematica (il concetto di infinito che passa dalla filosofia alla scienza, per esempio), cioè la contaminazione e l'influenza della matematica con il “pensiero sul mondo”, per la comprensione del mondo. Almeno nella prima parte del film, anche per merito di Crowe, è avvincente proprio la peripezia mentale umanistica del suo “ragionar matematico”, l'ossessione logica di fissare il movimento del mondo nella purezza di una formula matematica (la scena dell'osservazione del girotondo di biciclette nel parco).
La storia di Nash diventa poi la storia di un caso di schizofrenia e, per lo spettatore, il fascino dell'esistenza di una realtà mentale resa visibile accanto alla realtà reale senza soluzione di continuità. L'epilogo invece è prosaico. La forza di resistenza della moglie di Nash permette allo scienziato un decorso lunghissimo verso un precario, ma accettabile equilibrio, che prevede anche un nuovo incarico a Princeton. La notte del Nobel, il discorso privato davanti alla nobile platea e la prova della relativa stabilità grazie all'amore della moglie (nonostante certe permanenti visioni) trasformano però Nash nell'ennesimo simbolo: “un uomo che ce l'ha fatta”. E siamo sempre alla celebrazione del successo. Almeno quello di David Helgoff, il pianista handicappato di Shine, era meno rozzo, sublimato dalla musica. Qui dimentichiamo per sempre la matematica.
Silvio Danese
Recensione "A Beautiful Mind"

di Fabio Ferzetti - Il Messaggero online, 22 febbraio 2002

Che schizofrenico quel matematico

ALZI LA mano chi aveva sentito parlare di John Forbes Nash Jr. prima di questo film diretto da Ron Howard che corre per ben 8 Oscar, A Beautiful Mind. Eppure la "magnifica mente" di Nash, e la vita che gli ha fatto fare, sono fra le più interessanti del ’900.
Matematico geniale, schizofrenico conclamato, tardivo premio Nobel (nel 1994, a 66 anni), Nash, tuttora vivente, era una sfida che Hollywood non poteva non raccogliere. Soprattutto ora che una materia ostica come la matematica è quasi una moda, almeno negli Usa (ricordiamo almeno film come Good Will Hunting di Gus Van Sant, Enigma di Michael Apted e Pi greco di Darren Aronofsky, per non parlare degli spettacoli di argomento matematico messi in scena a Broadway).
Però di fronte a un personaggio tanto complesso anche Howard e il suo sceneggiatore Avika Goldsman scelgono una strada, come dire, lievemente schizofrenica. Tutta la prima parte del film difatti, con l’arrivo del giovane Nash (Russell Crowe) a Princeton nel ’47, rientra nei canoni del "biopic". Ci sono le prime eccentricità di Nash, i suoi compagni di corso, con il loro misto di arroganza intellettuale e ingenuità giovanile, le battute ad effetto che nei buoni vecchi film hollywoodiani non mancano mai («I matematici hanno vinto la guerra», li arringa il professore, «hanno decifrato i codici del nemico, hanno costruito l’atomica...»).
E finché il genio di Nash si manifesta ricavando la soluzione di un complesso problema di teoria dei giochi da un dilemma assai più prosaico (troppi ragazzi per una sola ragazza carina), va tutto bene. Siamo nell’ambito della traduzione, che è l’essenza della buona divulgazione. Nulla vieta di comunicare la singolarità delle intuizioni matematiche traducendole in termini scenici, anzi. E anche i primi approcci con la futura moglie (la rediviva e sempre bellissima Jennifer Connelly, scoperta da Sergio Leone in C’era una volta in America), le sue goffaggini, le forme estratte dal cielo stellato, restano nell’ambito delle piacevoli semplificazioni destinate a fare spettacolo.
Dove il film delude davvero è con l’insorgere della malattia, che spinge Howard su una strada così vuota e convenzionale da risultare irritante. Come se di fronte alla tragedia di una mente fuori dal comune devastata da una patologia incontrollabile non si potesse trovare di meglio che frugare nella vecchia scatola degli attrezzi del thriler.
Magari Russell Crowe vincerà un altro Oscar per questa interpretazione vistosa e priva di sottigliezze (dovrà vedersela con Sean Penn, pure lui handicappato strappalacrime in Io sono Sam). Ma è decisamente più a suo agio in film come L. A. Confidential e Il gladiatore, così come Howard ci piace molto di più come regista di Apollo 13 o Il Grinch. FABIO FERZETTI

Recensione "A Beautiful Mind"

di Annalisa Gobbi - Liberta' online, 22 febbraio 2002

L'ottimo “A beautiful mind” di Ron Howard sulla storia del premio Nobel Nash jr.
Crowe, percorsi di follia
Poetico viaggio nella mente di un genio

Cosa si nasconde nei percorsi esclusivi di una mente geniale? Qual è l'origine di una sensibilità capace di cambiare la storia? E questo dono è fonte di felicità o di terribile solitudine e alienazione? Alzi la mano chi non ha desiderato penetrare l'intima forza che fa di un comune essere umano un genio immortale. Nella galleria degli artisti, degli scienziati, dei filosofi e dei letterati che hanno lasciato un'impronta indelebile ci entra di diritto anche un eccentrico matematico del West Virginia. Il suo nome è John Forbes Nash jr., e lui incarna al meglio la devastante e illuminata complessità del genio, lui che ha attraversato terreni di gloria e desolati percorsi di follia, lui che ha plasmato la razionalità dei numeri per poi lasciarsi salvare da un amore tanto semplice quanto straordinario. La sfida del regista Ron Howard e del produttore Brian Grazer è stata quella di portare sullo schermo la storia emblematica della sua redenzione, concentrando in due ore di pellicola una vita pervasa di emozioni, speranze, dolori infiniti. Il risultato è un film che supera la biografia A beautiful mind scritta da Sylvia Nasar per restituire agli spettatori tutta l'intensità drammatica e onirica della storia di Nash. John è ancora un ragazzo quando approda nelle atmosfere rarefatte del prestigioso campus di Princeton. Non fa parte della stirpe di ereditieri superdotati, ha semplicemente conquistato l'accesso al dottorato post-laurea grazie a un intuito scientifico fuori dal comune. Tipo originale Nash, lontano da tutte le formalità, allergico alle convenzioni dei rapporti interpersonali, distante dalle occasioni mondane, solitario fino all'ossessione e maniacale nella ricerca di un'illuminazione che lo consacri al successo. Nash non ha bisogno di seguire le lezioni, lui cerca folgorazioni da decodificare, e gli è sufficiente entrare in un pub, osservare gli schemi comportamentali dei coetanei in caccia di una bionda, per teorizzare “l'analisi degli equilibri nel sistema dei giochi non cooperativi”. E' questa idea rivoluzionaria, che contraddice le teorie di Adam Smith e troverà applicazione nei più svariati ambiti del vivere sociale, a garantire a Nash un ruolo di docente e ricercatore presso il Massachusetts Institute of Technology. Il futuro pare radioso, ma per illuminare gli occhi del professore sempre assorto ci vuole la grazia naturale di Alicia, giovane studentessa che presto diventerà sua moglie. Nel frattempo, in pieno clima da Guerra Fredda, irrompono nella vita di Nash misteriosi personaggi che gli affidano una rischiosa missione Top Secret. Ecco l'ennesima sfida da vincere, il silente matematico ha la chiave del sapere in tasca eppure finisce vittima di una partita spionistica più grande di lui. Ha così inizio la rovinosa discesa nei meandri della schizofrenia: più la sua mente spazia e si destreggia tra formule impossibili, più si contorce su se stessa, vittima di ombre che minano ogni certezza e ogni rapporto. Pochi anni dopo i trionfi John Nash è un uomo alla deriva, emarginato, attanagliato da mille indescrivibili paure. Solo grazie alla sua forza di volontà e alla commovente dedizione di Alicia, Nash prenderà il sopravvento sulla malattia. Contro ogni pronostico, dopo lotte memorabili e quotidiane ricadute John giungerà al reintegro in ambito accademico e alla conquista del premio Nobel, leggendario coronamento di una vicenda di grandi intuizioni e di grande umanità. Russell Crowe domina la scena nei panni del matematico con potenza espressiva mai sopra le righe, inquieto, enigmatico e commovente nella sua dolente “anormalità”. Accanto a lui Jennifer Connelly, un'Alicia tutta vigore e costanza, portatrice di un amore sublime e di un coraggio esemplare. Girato con soluzione di continuità, scandito da ritmi ora intimisti ora concitati e dall'evoluzione di colori e toni in sintonia con le stagioni emotive del protagonista, A beautiful mind è un viaggio nelle misteriose risorse della mente e nel dramma della diversità, quella diversità che può schiacciare o aprire nuovi orizzonti. Genialità meravigliosa che atterrisce, e che solo la purezza del sentimento può portare a piena realizzazione. E già si sente profumo di Oscar. Annalisa Gobbi

Recensione "A Beautiful Mind"

di Gian Paolo Polesini - Messaggero Veneto, 22 febbraio 2002

Conquista la storia di tonfi e trionfi del genio Nash
Oltre la legge dei numeri

Idolatrato in patria, A beautiful mind è giunto in terra italica portandosi appresso l’irrequieto fascino di un genio, la camaleontica prova di un attore, Crowe (grassoccio e impacciato in The Insider, potente e invincibile in The gladiator) maldestro e sperduto dentro i vestiti a buon prezzo di John Nash jr, una teoria matematica – quella dei “giochi”, in grado di rivoluzionare l’analisi economica – la rinascita di Jennifer Connoly, attrice dal passato controverso e qui esplosa per bellezza e intensità (è Alicia, la moglie di Nash) e la consacrazione cinematografica della Princeton university – pare oscuri le celebrate Yale e Harward – che dal ’19 a oggi ha sfornato bel 31 Nobel. Uno di questi, fu Nash.
E Ron Howard, il Ricky Cunningham di Happy Days, la cui firma è apparsa sotto film assai celebrati (Cocoon, Apollo 13, Cronisti d’assalto ed EDtv) si è impegnato a mettere su pellicola una biografia affascinante, seminata di incertezze, tonfi, allucinazioni, tragedie, trionfi, scegliendo, come meglio non poteva, la faccia più adatta a metamorfosi radicali: quella di Russell Crowe. Per dire il vero il buon Ron gira con lentezza allarmante il primo round della storia, fornendoci comunque tutte le nozioni necessarie per affrontare un viaggio d’Oltreoceano nel cuore di un super-ateneo popolato di stravaganti geniacci e dentro una selva disordinata di numeri destinati a ricompattarsi magicamente per creare le più straordinarie composizioni. Ed è lì che lo scostante John comincia a disperdere la sua classe, seppur mascherata da una goffaggine tipica dei grandi cervelli.
Una vita difficile, quella di Nash, che spesso dà e, nel contempo, toglie. Un calvario è pronto per lui. Aggredito dalla schizofrenia, il matematico divide l’esistenza con alcuni fantasmi, ma – per fortuna sua – anche con un angelo: Alicia, la donna che lo guiderà alla consacrazione. Alterna commozione e stupore, A beautiful mind. Girato con rispetto e con un saggio crescendo finale, il film rifugge gli stereotipi hollywoodiani, non usa droghe tecnologiche, e non scombina più di tanto la verità del libro di Sylvia Nasar; racconta solo una storia che va oltre l’algida legge dei numeri. GIAN PAOLO POLESINI

Recensione "A Beautiful Mind"

di Enrico Magrelli - Cinematografo.it, 22 febbraio 2002

I numeri di un genio

Russell Crowe è il protagonista di A Beautiful Mind, il nuovo film di Ron Howard. Si tratta della vera storia di John Forbes Nash Jr., un genio della matematica colpito da schizofrenia. Il suo riscatto avviene grazie all'amore di una donna forte che lo aiuta a vincere la malattia e ad ottenere quindi il Nobel per l'economia nel 1994. Il divo americano ha ottenuto per questo ruolo ben 8 nomination per gli Oscar 2002.

I demoni non invecchiano. Hanno il sorriso suadente di chi può pretendere, di chi sa, di chi non può essere scacciato. Accompagnano, aspettano, incalzano, avvolgono il mondo di John Forbes Nash jr. (Russell Crowe), genio matematico, premio Nobel nel 1994, schizofrenico "in sonno", come le spie.
La sua malattia è uno sfregio (un geroglifico contorto, una lacerazione di codici, vocali e parole, un nodo scorsoio) della bellezza di una mente presa dall'ossessione di scovare un'idea originale. I suoi demoni arrivano, palpabili, emotivamente stabili, persuasivi, nella realtà fatta di equazioni, di febbrili formule, di veloci deduzioni, di numeri, parentesi,segni di "interpunzione aritmetica"(+,-, X, :), di frazioni dell'essere, di  movimenti aggregati e disaggregati di piccioni sull'erba, di giovani e brillanti studenti in fase di corteggiamento in un bar. John Nash riflette e scrive i suoi numeri e le sue formule, mentre il tempo delle stagioni scorre nel cielo e sulle piante di Princeton, sui vetri della sua stanza o sulle vetrate della biblioteca. Calcoli, risultati, intuizioni logiche su superfici aldiqua e aldilà di due mondi (quello esterno e quello interno), su superfici che sono un confine trasparente e fragile tra due realtà. Quella in cui abitano e ragionano l'agente governativo in nero (Ed Harris), incarnazione di un "everyman magrittiano", l'ambiguo ex-compagno di stanza del college (Paul Bettany) e una bambina, e quella in cui Nash incontra Alicia (una meravigliosa Jennifer Connelly), conosce il matrimonio, la paternità, il ricovero in manicomio, l'elettroshock, la convalescenza senza fine.
Il brillante studente che diserta le lezioni, è guardato con distacco e snobismo dagli altri studenti, studia e si affanna sperando di essere illuminato dal "demone" eccentrico della matematica, ottiene un posto di ricercatore e di professore al M.I.T. Sono gli anni della Guerra Fredda. Anche la scienza deve combattere la sua battaglia contro i nemici e Nash non vuole tirarsi indietro. Viene ingaggiato dal misterioso William Parcher (Harris) per decodificare i codici segreti dei russi. E il suo talento naturale nel decrittare testi, semplici o astrusi, lo installa in una vita parallela tappezzata di pagine di giornali, di articoli, di fotografie, di voci, di elenchi di numeri, più disordinati e più leggibili delle tessere di un gioco , di reticoli di inchiostro tra parole e sillabe, delle misteriose consegne notturne di plichi in una cassetta della posta, di uffici occultati dietro e dentro edifici anonimi. Questa realtà secondaria, più affascinante, pericolosa e stimolante, di quella primaria ha, nella psiche di Nash, l'evidenza delle figure che, con un dito e con un occhio allenato, si possono tracciare seguendo le stelle sparse nel cielo.
Ispirato alla vita del vero John Forbes Nash jr. e tratto in parte dalla biografia del matematico, ancora vivente, scritta da Sylvia Nasar, A Beautiful Mind, come ogni film biografico, fa un editing molto pesante sui alcuni aspetti della vera vita del geniale professore che ha confutato, tra l'altro, le teorie di Adam Smith, il padre dell'economia moderna. La versione cinematografica censura, taglia, enfatizza e riscrive, in funzione della favola sentimentale, alcuni episodi fondamentali. Valorizza e dilata il ruolo della moglie, rimuove momenti percepiti come stonati nel descrivere la genialità di uno dei rappresentanti di quei singolari amici dei numeri che, come gli psichiatri, fanno la gioia dei luoghi comuni. Semplifica il contesto storico e glissa sul clima politico e culturale nell'America di quegli anni. A Ron Howard e agli sceneggiatori interessano di più gli aspetti familiari, affettivi e la vicenda psicologica del protagonista. Nonostante queste trasformazioni e questi adeguamenti, il film resta coinvolgente soprattutto grazie alla messa in scena esperta e tradizionale, all'ottima interpretazione di Russell Crowe che, ben diretto, non si abbandona a quell'overacting tipico degli attori che si misurano con personaggi con disturbi neurologici e caratteriali. Una delle scelte più acute della sentimentale e calda regia di Ron Howard è la continuità, narrativa e figurativa, tra le visioni di Nash e il piano razionale del racconto, tra le due facce della realtà ( lo spettatore, fino ad un certo punto, è nella stessa condizione di Nash), tra la diacronia dell'intreccio (oltre quaranta anni di biografia, divisa in tre atti, come in una collaudata sceneggiatura hollywoodiana) e la sincronia della follia che scinde, spacca e confonde la sensibilità e l'intelligenza con le sue nefaste illuminazioni. La schizofrenia divide la vita in due e moltiplica, all'infinito, gli incubi e i demoni con i quali si può imparare a convivere o ai quali si deve soccombere. Con la speranza, irrazionale, di decifrare il codice ostico e assurdo di un'addizione in cui cambiando l'ordine degli addendi, cambia, sempre, anche il totale. Enrico Magrelli

Recensione "A Beautiful Mind"

Il Tempo.it, 22 febbraio 2002

La storia commovente del matematico Nash col grande Russell Crowe

A BEAUTIFUL MIND, di Ron Howard, con Russell Crowe, Ed Harris, Jennifer Connelly, Stati Uniti, 2001.

LA «bella mente» (a beautiful mind), è John Forbes Nash Jr., uno dei matematici più famosi del Novecento, Premio Nobel nel ’94 per l’economia, e tuttora attivo all’università di Princetown dove insegna. Il film di oggi, in linea con le biografie romanzate tanto care a Hollywood, ne traccia la vita, i problemi sul lavoro, i rapporti in famiglia con la cautela dovuta a un personaggio vivente. Con una novità, però, l’accento tenuto a lungo su un dramma patito per anni da Nash, una terribile malattia mentale che gli popolava l’esistenza di personaggi solo immaginati.
L’occasione era stata suscitata dal fatto che, negli anni Cinquanta, in piena guerra fredda, lo spionaggio, al corrente delle sue straordinarie doti di matematico, gli aveva dato l’incarico di decifrare, con i suoi calcoli, i codici segreti dei russi. Questa attività, l’alone di mistero che la circondava e i rischi che poteva comportare avevano messo in moto un pauroso meccanismo psichico presto diagnosticato dai medici come schizofrenia. Con l’aiuto della moglie, però, non solo alla fine Nash ne era uscito, ma riprendendo i suoi studi e le sue ricerche era, appunto, arrivato al Nobel e alla vita tranquilla che conduce adesso.
Ron Howard, dopo «Apollo 13» e, anni fa, «Cocoon», ha svolto questa biografia seguendo gli schemi che gli tracciava una sceneggiatura di Akiva Goldsman, reduce da alcuni «Batman», tutti appunto molto cauti sul piano privato ma pronti, al momento dell’aggressione della malattia, a costruire uno spettacolo in cui la realtà e l’immaginazione, così come il protagonista le soffriva, si fondono di continuo, rasentando in certi momenti persino i climi avventurosi del film di spionaggio.
Si può esserne convinti, ma soprattutto sul piano esteriore, sconcertati in molti punti non solo dalla confusione che si rischia di fare tra il vero e il falso, ma dalla ovvietà del resto, spesso troppo diluito da episodi secondari, con rari momenti di vera commozione (un omaggio simbolico degli altri docenti al protagonista, la cerimonia del Nobel che sfiora però abbondantemente anche la retorica).
Il film, comunque, ha un merito indiscutibile, l’interpretazione di Russell Crowe nella parte di Nash. Senza più la facile esteriorità del «Gladiatore», segue il personaggio dalla giovinezza alla vecchiaia, dalla salute alla malattia e, poi, al riconquistato equilibrio cesellando ogni sfumatura della mimica, curando con intelligente minuzia la gestualità e l’andatura. Una figura «vera». Ricostruita con genialità.

Recensione "A Beautiful Mind"

di Tullio Kezich - Corriere della Sera, 23 febbraio 2002

BIOGRAFIE La vita del matematico geniale concede troppo spazio alla fantasia

Nash, un Nobel d’appendice

Si può fare un bel film che nello stesso tempo è una stupidaggine? Nei remoti anni ’30, prima che se ne impadronissero gli intellettuali, il cinema era proprio quel fenomeno ingenuo e furbo che ritroviamo in A beautiful mind , dove la storia vera diventa romanzo d’appendice. Insomma, se vi interessa l’autentica odissea del protagonista leggete il libro di Sylvia Nasar «Il genio dei numeri - Storia di John Nash, matematico e folle» (Rizzoli), che ripercorre la vicenda di uno studioso volta a volta definito scontroso, riservato, arrogante, distaccato. Dopo essersi fatto un nome con una tesi di sole 27 pagine, Nash precipitò nell’abisso della schizofrenia dal quale tuttavia si riscattò al punto da ricevere nel 1994 il Nobel. Dal libro apprendiamo particolari imbarazzanti che il film tralascia: lo stravagante professore ebbe esperienze omosessuali, un’amante tenuta segreta perché non considerata all’altezza, un figlio naturale di cui non si occupò. Nel corso della lunga malattia si separò dalla moglie (Jennifer Connelly nel film), con la quale il rapporto non fu certo un idillio e produsse un figlio disadattato. L’uomo-orchestra Russell Crowe (il Paul Muni del 2000, supercandidato all’Oscar, in grado di raffigurare con palpitante convinzione il personaggio dai 19 ai 66 anni), sembra fin dall’inizio un mattoide malmostoso e imbranato che scrive formule matematiche sui vetri delle finestre. A Princeton si ritrova uno strano compagno di stanza, Paul Bettany, che gli butta la scrivania dalla finestra; e si presenterà più avanti in compagnia di un’inquietante nipotina. Ma l’evento fatale sarebbe avvenuto nel 1953, quando il matematico viene segretamente convocato al Pentagono dove decifra con successo un codice sovietico riguardante la Bomba. Dal momento in cui gli fanno un tatuaggio sul braccio con un numero d’ordine, Nash diventa un agente al servizio dello spione capo Ed Harris; e il film si trasforma in una specie di avventura apocrifa di 007.
Attenzione, però. Lo sceneggiatore Akiva Goldsman ha inventato quello che non vi aspettate, insomma, non fidatevi delle apparenze. Nel partire dal realismo per approdare altrove, la trovata (che non svelo) è una sconcertante prova di abilità, ma non è da prendersi alla lettera. Leggo che Nash e signora, ormai risposati, hanno assistito con il regista Howard alla proiezione della pellicola e mi piacerebbe sapere che cos’è passato nella mente del fantabiografato, restaurata ma forse messa troppo a dura prova.
Pare che lo abbia colpito soprattutto la sequenza dell’elettrochoc (gliene praticarono una cinquantina). Spiegazione dell’iperazionale scienziato: «Nel corso del trattamento sei incosciente e questo è dunque l’unico capitolo della mia vita che posso affermare di non aver vissuto». Troppo buono, direi, nei confronti di un film che le spara ben più grosse. Tullio Kezich

Recensione "A Beautiful Mind"

di Roberto Nepoti - La Repubblica.it, 24 febbraio 2002

Il film mieloso di Ron Howard si salva solo per l'interpretazione di Crowe 

Quel genio riveduto e corretto 

Supercandidato agli Oscar, un dramma ispirato a fatti reali che racconta quarantasette anni della vita di John Forbes Nash jr., matematico di genio insignito del Nobel. Tra l'ingresso di John all'università di Princeton (1947) e la consegna del premio (1994), A beautiful mind racconta le gioie e i dolori di un uomo eccentrico, anticonformista, irriducibile a un concetto di "umanità" intesa come mera omologazione. Studiando le reazioni ormonali dei suoi compagni alla vista di una bella bionda, Nash formula una teoria che analizza i principi matematici della competizione, influenzando profondamente l'economia degli anni 50. Poi s'innamora di Alicia (Jennifer Connolly), bella e dotata studentessa di fisica, e la sposa. Ma siamo in piena guerra fredda e il brillante matematico è implicato in un affare di spionaggio. Nash vede pericoli ovunque, ma nessuno gli crede: la diagnosi è schizofrenia paranoide.

La buona idea del film consiste nell'installare il dubbio nella mente dello spettatore, che resta incerto tra una versione soggettiva e una oggettiva dei fatti. Peccato che il bel gioco duri poco; perché Ron Howard, preoccupato di rendere il senso degli avvenimenti accessibile a tutti, banalizza i dubbi chiarendo che si tratta di ossessioni del protagonista. Va bene risparmiare al pubblico dei non-iniziati le complesse teorie matematiche; meno bene trattarlo come una massa di scolaretti, spiegandogli ogni cosa puntigliosamente e concludendo con una tirata benpensante sui miracoli dell'amore coniugale. Così, se la prima parte è coinvolgente e appassiona, la seconda diventa didascalica e un po' noiosa. Privato delle seduzioni dell'ambiguità (vedi anche la scelta di tacerne l'omosessualità), Nash finisce per somigliare a una forma evoluta del matto che si prende per Napoleone.

Fortuna che c'è Russell Crowe a suggerirne la complessità offrendogli un paradigma di gesti al confine con orgoglio e vulnerabilità, goffaggine e genio, ambizione e incapacità di trovare un proprio posto nel mondo. È tanto bravo, Crowe, da non risultare mai ridicolo; neppure alla fine, quando ritira il Nobel truccato in modo da somigliare al vecchio Henry Fonda. E il suo "carattere" di antie-eroe è di quelli per cui i giurati dell'Oscar stravedono. Roberto Nepoti

Recensione "A Beautiful Mind"

di Roberto Pugliese- Il Gazzettino online, 24 febbraio 2002

A BEAUTIFUL MIND di Ron Howard 

Vita, genio e follia di John Nash, matematico eccelso e Nobel per l'economia, ma anche fior di schizofrenico, forse omosessuale, marito e padre tormentato e infelice. Il ritratto in piedi di un antieroe della mente, concepito quasi per rinsaldare nell'opinione corrente l'equazione fra talento per i numeri e tendenza a dare i medesimi. Alle prese con un film psicologico e non d'azione, Ron Howard si attiene ad una regia discreta e distaccata, glissa su alcuni particolari biografici imbarazzanti, non evita i luoghi comuni della commozione ma è sufficientemente sobrio e obiettivo. Tutta la fatica è comunque sulle spalle di Russell Crowe, interprete semplicemente eccelso di Nash, credibile e sofferto dagli anni giovanili, già pieni di tic rivelatori e intuizioni folgoranti, sino a quelli dell'internamento e poi alla vecchiaia dove la sua gloria viene finalmente riconosciuta. Davvero un grande attore, che continua a crescere. E accanto a lui da non perdere una dolorosa, intensa e paziente Jennifer Connelly. Roberto Pugliese

Recensione "A Beautiful Mind"

Il Resto del Carlino.it, 24 febbraio 2002

A BEAUTIFUL MIND
Non esiste formula

A BEAUTIFUL MIND
Non esiste formula matematica che possa fissare i confini dell'amore, ma un amore infinito ha la forza di salvare la mente dalla deriva cosmica, vale a dire dalla follia. «A Beautiful mind» di Ron Howard si apre a questo splendido spunto narrativo tralasciando fin dalle prime sequenze ogni approdo verso la realtà. Ispirato alla biografia «autorizzata» del matematico americano John Nash, il film si appropria subito dei fantasmi della sua mente, che, a partire dal 1954, consegneranno per lunghi anni «Il genio dei numeri» a un ospedale psichiatrico. La lenta, dolorosa battaglia contro la schizofrenia troverà un epilogo toccante nella dedica alla moglie Alicia pronunciata da Nash durante la cerimonia di consegna del Premio Nobel, nel 1994.
La storia d'amore della studentessa di Princeton, rimasta sempre vicina a suo goffo professore che in una notte stellata le insegnò a ridisegnare l'universo a quattro mani, è l'esatto contrario del calvario romantico raccontato da Truffaut in «Adele H.»: l'amore non conduce alla follia, la contrasta. E può disperdere le ombre di una mente sublime e avvilita, capace a soli 22 anni di sviluppare una teoria rivoluzionaria sulle dinamiche dominanti e di precipitatare poi in un delirio di codici segreti, decifrati — in epoca di guerra fredda — per conto del Dipartimento della Difesa.
Accademico nell'ambientazione e negli slanci emotivi, assai meno nella sceneggiatura, il film di Howard si adagia sulla falsariga del classico «biopic» e ci lascia con il sospetto della classica occasione perduta, di una dinamica dominata dal divismo. Se nelle Nomination per gli attori protagonisti, accanto a Russell Crowe (nella foto), per altro ammirevole quando colleziona gaffe o trascina i piedi come fanno gli handicappati, figurasse Jennifer Connelly (sua moglie Alicia), «A Beautiful Mind» potrebbe giustamente ambire all'Oscar per il miglior film dell'anno. Purtroppo non è così: l'altra metà del cielo concorre tra le non protagoniste.

Recensione "A Beautiful Mind"

di Fausto Bona - Brescia Oggi, 25 febbraio 2002

Nash, il genio dei numeri
Ottimo Russell Crowe, affascinante la Connelly


"A beautiful mind" è sicuramente un titolo azzeccato: il matematico John Forbes Nash doveva, anzi deve - visto che ancora vive e insegna a Princeton - avere proprio una mente stupenda. Assieme alla mente ha anche avuto una vita se non bella, visto le sofferenze che ha dovuto sopportare, quanto meno fuori dal comune, raccontabile. Ed infatti è stata raccontata prima in un libro, "Il genio dei numeri" di Sylvia Nasar, poi in questo film di Ron Howard, candidato a 8 Oscar: miglior film, miglior sceneggiatura, miglior attore (Russell Crowe), miglior attrice (Jennifer O’Connelly), eccetera. Si sa che quando Hollywood prende la cotta per un film non sta poi lì a sottilizzare tanto. Ci sono i personaggi più grandi della vita, "bigger than life", come dicono gli americani, e ci sono vite più grandi dei film. La vita di Nash è una di queste; non poteva essere compressa tutta in un film e non lo è stata. Gli aspetti più scandalosi ne sono stati espulsi. Del resto è impossibile chiedere all’umanesimo romantico e gentile di Ron Howard di mostrare come Nash, prima di sposare Alicia, fosse stato legato con un’altra donna dalla quale ebbe un figlio mai riconosciuto e come perse la sua occupazione per aver tentato di adescare uomini in un bagno pubblico di Santa Monica.
Se non c’è mimesi, corrispondenza, fra la grandezza del genio matematico e della sua vita ed il film, che pure appassiona e intenerisce, la divina - forse sarebbe meglio dire demoniaca - scintilla dell’arte o qualcosa che le assomiglia, incendia l’interpretazione di Russell, al quale si deve se il binomio Genio&Schizofrenia è lì sullo schermo, vivo, tragico e credibile. L’affascinante Jennifer Connelly dal canto suo rappresenta l’idea stessa dell’eleganza (favolosi i suoi vestiti) e della bellezza, luminoso contraltare dell’epoca buia del maccartismo e della caccia alle streghe.
Il film inizia nel ’47 quando il giovane Nash viene ammesso a Princeton per la specializzazione post lauream in matematica. All'interno del dipartimento di matematica vige il più puro - e duro - spirito di competizione. John se ne chiama fuori. Ha una sola ossessione: trovare un'idea veramente originale. E un giorno quell'idea arriva. E’ vincente: è la "teoria dei giochi". Tutte le porte si aprono per Nash ed anche le eminenze grigie del governo lo contattano affinchè metta il suo genio al servizio del controspionaggio per decifrare i codici segreti degli agenti comunisti. Nash prende l’incarico sul serio, molto, forse troppo sul serio, fino a quando arriva il momento della rivelazione del male della psiche, di rendersi conto - e ciò vale anche per lo spettatore - della differenza fra la realtà e le proiezioni della mente.
Nel frattempo Nash ha avuto la fortuna di incontrare Alicia, di innamorarsene, di sposarla e di avere un bimbo da lei.
In conclusione, il motivo per cui "A beautiful mind" piace molto, è che si tratta di una grande storia d’amore. Ed anche qui la realtà è stata alquanto edulcorata: in effetti Nash si separò dalla moglie e la risposò poi da vecchio.
Insomma Ron Howard ci ha regalato un bel filmone hollywoodiano, non immune da stereotipi nella rappresentazione del genio matematico e con qualche pregio non da poco. Per esempio ha reso plausibile l’ipotesi che il clima di caccia paranoica ai comunisti sia stato uno dei motivi per cui il matematico ha visto la sua mente vacillare e soprattutto ha messo in scena ed avallato l’idea, tutt’altro che peregrina, che la malattia mentale non si può cancellare: deve essere accettata, guardata e sorvegliata a vista. I fantasmi della mente sono i nostri diavoli-custodi; non ci abbandonano mai o quasi, dobbiamo solo ignorarli. Fausto Bona

Recensione "A Beautiful Mind"

di Francesco Bolzoni - Avvenire on line, 26 febbraio 2002

Convince «A beautiful mind» sul matematico John Nash
Crowe genio malato

Nelle ultime scene di A Beautiful Mind, vediamo il matematico John Nash (Russel Crowe) che ritira il Nobel. Lo diresti il capitolo conclusivo di una di quelle biografie filmate che esaltano gli uomini illustri e, dopo averne raccontate genialità e magari bizzarrie giovanili, passando di merito in merito lo conducono su su fino all'immancabile trionfo. Ma il film del bravo Ron Howard è tutt'altra cosa: un racconto intrigante su salute mentale e malattia, matematica e spionaggio tenuto in bilico fra due piani che sembrano andare in direzioni opposte. John Nash è, sì, «a beautiful mind», una bellissima mente. Ma anche una personalità turbata, sospesa fra l'universo realistico e il fantastico. Di continuo passa dall'uno all'altro, dalla realtà effettuale, da quella che chiamiamo vita quotidiana, alle proiezioni dei nostri estri, anche negativi, dei nostri stati mentali. Messa da parte la biografia «autorizzata» scritta da Sylvia Nasar, Ron Howard lavora, dunque, su una sceneggiatura di Akiva Goldsman che abilmente soddisfa la voglia dell'insolito che pare contagiare lo spettatore affezionato al cinema hollywoodiano (personaggi di enormi potenzialità che per disgrazia o malattia precipitano dall'alto). Russell Crowe asseconda il progetto narrativo di Goldsman-Howard con un'eccezionale duttilità che fa di lui, oggi come oggi, uno dei più completi attori internazionali. Senza dare in anticipo la soluzione del caso, cosa chiesta dal regista, per chiarire quanto in precedenza si è suggerito si dirà che incontriamo lo studente John Nash nel 1947 al suo ingresso come borsista di un corso di specializzazione in matematica all'università di Princeton. È un tipo pochissimo socievole. Va d'accordo quasi unicamente con il proprio compagno di stanza (Paul Bettany) che ne asseconda ogni capriccio. Come un orso imbronciato, dice ai compagni snob ciò che pensa di loro. Scarta le ricerche di comodo alle quali sono abituati i suoi colleghi di corso. Si propone di afferrare l'«idea originale». Prende appunti dovunque, di preferenza sul vetro delle finestre (questo diaframma che divide il «di qua» dal «di là»). Lo diresti il solito matematico eccentrico destinato al fallimento. Ma, proprio quando rischia di essere battuto fuori dall'università, sulla base di un'esperienza da nulla inventa e la traduce in formule matematiche una teoria economica sulle dinamiche di gruppo che farà di lui un professore di ruolo (poco propenso, tuttavia, a tenere lezione) e il consulente di organismi statali di vitale importanza strategica. A questo punto il film si estende sulla prospettiva sentimentale (benché sia soggetto pressoché intrattabile, John Nash sposa una ragazza perfetta - l'attrice Jennifer Connelly - e ne ha un figlio) e, perfino, su quella spionistica. Vediamo il matematico decodificare un cifrario dei sovietici (siamo al tempo della guerra fredda). Un agente del controspionaggio lo contatta… I diversi piani del racconto sono benissimo incastrati fra loro, e tutti appaiono verosimili. Senza alcuna perplessità Nash passa dall'uno all'altro dei due universi. Ma non regge allo sforzo. Nonostante l'aiuto della moglie precipita in una depressione che si fa via via più minacciosa. Schizofrenia, dicono i medici. Ricovero in manicomio. Elettrochoc. Non si dirà come Nash imparò a convivere con la malattia, cioè riuscì a uscirne o forse non ci riuscì. Ma si dirà che, come se stessero giocando una partita a ping pong con lo spettatore, Ron Howard e Russell Crowe non perdono mai il controllo della palla. Francesco Bolzoni

Recensione "A Beautiful Mind"

di Barbara Pecchini - Gazzetta di Reggio, 26 febbraio 2002

Crowe, attore camaleontico tra schizofrenia e genialità

REGGIO. Uno tra i migliori film della stagione, sicuramente tra i protagonisti della notte degli Oscar il prossimo 24 marzo a Los Angeles, è A Beautiful Mind (Una bella mente), ultima fatica del regista Ron Howard e dell'attore del momento, Russell Crowe.
La sceneggiatura si basa a grandi linee sulla storia vera di John Forbes Nash Jr., genio matematico tuttora vivente, autore di studi e teorie che hanno condizionato le scienze nella seconda metà del XX secolo, caduto appena passati i trent'anni d'età nel baratro della schizofrenia e miracolosamente riuscito, decenni dopo, a controllare i sintomi di questa malattia degenerativa dai più ritenuta senza ritorno, fino a raggiungere a tarda età il riconoscimento sempre meritato e mai raggiunto, un Nobel per l'Economia che, per molteplici motivi, gli venne conferito nel 1994.
Il film si muove con chiarezza e agilità nel percorrere 47 anni della vita di quest'uomo cui tocca in sorte di essere straordinario prima per un motivo (è un genio) poi per un altro (è riuscito a riemergere dalla schizofrenia), toccando tutti gli aspetti della sua esistenza, da quelli più complessi (la personalità contraddittoria, le teorie matematiche) a quelli del contesto storico (l'ambiente accademico e la guerra fredda), a quelli clinici (la malattia e le cure devastanti), a quelli sociali (il sofferto isolamento del genio prima e del malato di mente poi) a quelli sentimentali (l'adulta, bellissima, sofferente storia d'amore con la moglie, vera spina dorsale del film) con una levità, una partecipazione, un rispetto encomiabili, mai «pesanti», risultando anzi sempre genuinamente commoventi.
Non è un caso che esperti psichiatri e parenti di malati di mente ne siano entusiasti, per la comprensione e la correttezza con cui un tema così delicato viene trattato.
Grande merito quindi di Ron Howard, qui sicuramente al miglior risultato della sua carriera di regista, migliore ancora del suo già ottimo Apollo 13, per l'inventiva visionaria con cui riesce a sorprenderci e a calarci nella mente di un genio matematico, per noi comuni mortali virtualmente aliena, e per di più affetta da una malattia straniante come la schizofrenia.
Giusta menzione per l'immaginifica sceneggiatura di Akiva Goldsman, autore anche lui del miglior lavoro della sua carriera, per la fotografia di Roger Deakins, che segue il film in tutte le sue varie tonalità (senape e «polverosa» l'ambientazione anni '50, cupa da noir e da thriller nei flash notturni della follia paranoica, squallida e piatta nei tristi anni delle ospedalizzazioni e della malattia, etc.) e per la pittura sentimental-cerebrale garantita dalla raffinata colonna sonora di James Horner. Ma merito soprattutto delle interpretazioni: grande, solido, credibile tutto il cast, in particolare il giocoso, affascinante, ambiguamente complice Charles (Paul Bettany) e il torvo e inquietante William Parcher (Ed Harris), fino alla splendida moglie di Nash, Alicia (una fantastica e bellissima Jennifer Connelly), figura forte, intelligente, dal coraggio disperato e caparbio, vera eroina del riscatto del protagonista.
Merito però soprattutto di uno straordinario, camaleontico Russell Crowe, a dispetto di chi ancora era fermo a giudizi superficiali sulla sua fisicità gladiatoria: il suo immenso carisma, intelletto e talento dipingono un Nash geniale, eppure goffo e imbranato sia fisicamente che socialmente, timido e simpatico ma arrogante, infantile e profondo, remotamente pericoloso eppure fragile, tenace anche se sconfitto, malato ma dotato di un inaspettato humour, debole ma forte di una coraggiosa consapevolezza e di un'ostinata fiducia in se stesso. Howard si rende ben conto che il film è interamente costruito su Nash-Crowe, e per questo non se ne stacca mai.
E fa bene, perché mai ovvia e incredibilmente sfaccettata è l'impressionante recitazione di Crowe, che con continui tic gestuali, gli occhi sgranati che non riescono mai ad affrontare lo sguardo altrui, un'andatura lenta eppure agitata, ti fa affondare nell'universo di quest'uomo, ritraendolo in un arco di quasi 50 anni sempre in maniera totalmente convincente. Barbara Pecchini

Recensione "A Beautiful Mind"

di A. Vignali - La Nazione.it, 27 febbraio 2002

«A beautiful mind» film commovente

LA SPEZIA — E' un film che ha due protagonisti, cioè il primo-attore ed il regista. Parliamo di "A beautiful mind", la versione su pellicola della vita, difficile, di un genio matematico premio Nobel John Forbes Nash Jr., una storia vera che nel film trova una visione concreta. A vestire i panni del protagonista c'è un lancisatissimo Russel Crowe che è anche, giustamente, in nomination agli Oscar. A dirigere c'è un altro mostro sacro, Ron Howard, per lui dai tempi in cui faceva Richy in Fonzie ne è passata di acqua sotto i ponti. Poi c'è la storia, quella vera di Nash, un uomo ossessionato da un unico pensiero: trovare un'idea veramente originale nel campo matematico. A soli 22 anni, dopo aver sovvertito contraddicendola, la teoria dei giochi di Adam Smith, padre dell'economia moderna, John Nash diviene l'astro nascente della matematica. Ma il coinvolgimento in un progetto top secret di decodifica di codici segreti lo conducono alla schizofrenia. La trama è comunque da seguire senza tanti preconcetti, anche se il finale può sembrare, magari, un po' banale e commovente. A.Vignali

Recensione "A Beautiful Mind"

di Paolo Boschi - Scanner, 28 febbraio 2002

L'ultimo film di Ron Howard ne conferma l'estrema versatilità ed aggiunge alla variegata carriera del cineasta americano la tessera mancante del biopic. A beautiful mind ricostruisce la tormentata vita di John Forbes Nash Jr., enfant prodige di Princeton alla fine degli anni Quaranta, ideatore di rivoluzionarie teorie matematiche, afflitto fin da giovane da una grave forma di schizofrenia, insignito del premio Nobel nel 1994. La storia prende avvio con l'ex Gladiatore Russell Crowe nei panni di John Nash, ammesso con borsa di studio a Princeton nel 1947 per un corso di specializzazione: il giovane matematico è alla costante ricerca di un'idea veramente originale ma tarda a concretizzarla, brillante quanto dispersivo, schivo nei rapporti sociali con l'eccezione di Charles, il suo compagno di stanza. L'intuizione decisiva arriva per caso e frutta a John Nash l'ambito posto di ricercatore e professore al M.I.T.: a Chicago conoscerà Alicia, la splendida studentessa che diventerà sua moglie, ed entrerà in contatto con l'agente William Parcher, che gli affiderà riservati incarichi di decodifica durante la Guerra Fredda. È in questo periodo che la latente schizofrenia del protagonista emergerà in modo dirompente, mettendo a repentaglio la sua carriera e costringendolo a periodiche degenze in cliniche psichiatriche: con un costante sforzo di volontà John Nash riuscirà a controllare i fantasmi partoriti dalla sua mente malata, tornando agli studi accademici ed ottenendo il Nobel come tardo riconoscimento di una vita consacrata alla matematica. Per svelare la malattia del matematico americano Ron Howard ha utilizzato con efficia il meccanismo del thriller ponendo lo spettatore sulla prospettiva del protagonista. Nonostante l'eccessivo ricorso a toni sentimentalistici A beautiful mind ha vinto quattro Golden Globes (film drammatico, sceneggiatura, attore ed attrice protagonista) ed ottenuto otto nominations all'Oscar. Paolo Boschi

Recensione "A Beautiful Mind"

di Paolo Vecchi - Gazzetta di Reggio, 28 febbraio 2002

Il film di Ron Howard è coinvolgente, ma la storia meritava un approccio più meditato

Crowe, interpretazione da Oscar

Il protagonista di «A Beautiful Mind» alla caccia del bis
Buona la fotografia ma la sceneggiatura non è delle migliori


REGGIO. La prima mezz'ora di «A Beautiful Mind», davvero efficace e coinvolgente, sembra autorizzare, con la sua miriade di indizi sulla personalità del protagonista, una nutrita serie di considerazioni «alte»: il matematico John Nash può essere paragonato all'albatros baudelairiano, maestoso nei cieli dell'arte e impacciato papero tra i lacci del banale quotidiano.
O come il sassofonista Dexter Gordon in «Round Midnight» di Tavernier, condannato al tormento e all'estasi di «tutti i suoni (nel caso, i numeri) del mondo»; o ancora come il poeta Mallarmé, folgorato davanti alla pregnanza mistica della pagina bianca, ovvero, all'afasia come mezzo estremo e autodistruttivo di negazione dell'ovvio...
Purtroppo, la sceneggiatura di Akiva Goldsman esaurisce ben presto le sue riserve di complessità e finezza. L'ambiguità fra reale e meccanismi allucinatori si dissolve all'improvviso, in maniera schematica e un po' grossolana, lasciando il posto all'abituale coppia oppositivo-complementare genialità-follia.
Assistiamo così alla solita trafila del caso clinico affrontato in maniera sommaria (insulina, elettroshock e uno psichiatra - il bravo Christopher Plummer - che sembra un po' la caricatura di personaggi analoghi nei film di Hitchcock), con l'inevitabile conclusione che, in questi casi, l'unica terapia è l'amore.
Ed è un vero peccato, perché la storia, come si dice, c'è, e meritava un approccio più meditato. A Beautiful Mind è comunque un prodotto di confezione professionale, che regge bene le due ore e un quarto di durata: se la regia di Ron Howard non va oltre una dignitosa routine, la fotografia è del grande Roger Deakins, collaboratore abituale del fratelli Coen, e l'interpretazione, dal luciferino Ed Harris alla dolce ma forte Jennifer Connelly, è impeccabile. Un discorso a parte merita il protagonista, Russell Crowe, candidato all'Oscar per la seconda volta consecutiva dopo la vittoria dell'anno scorso e con buone possibilità di doppietta. L'attore neozelandese dà di Nash un'immagine multiforme a seconda di età e stato psichico, con una capacità a calarsi totalmente nel personaggio, corpo compreso, che è anche, in qualche modo, negazione del proprio status divistico.
Una volta apprezzata la sua capacità di rimanere quasi sempre sotto le righe, preferivamo le corde di essenzialità e understatement, come uscivano, ad esempio, in «Insider-Dietro la verità» di Mann. Paolo Vecchi

Recensione "A Beautiful Mind"

di Gianni Olla - La Nuova Sardegna, 28 febbraio 2002

Genio e follia in salsa tragicomica
Un paranoico e l'ossessione comunista negli anni '50 in Usa


In un locale dell'Università di Princeton, il giovane John Nash e un gruppo di altri matematici, osservano l'incidere di cinque ragazze che passano tra i tavoli. Una di loro splende per bellezza e portamento. Nel gruppo c'è immediatamente una gara per arrivare alla migliore, ma Nash li avverte: è meglio spartirsi i compiti e decidere di corteggiarle tutte; così nessuna di loro si sentirà esclusa e noi non andremo in bianco.
Se il vostro umile critico avesse conosciuto in gioventù le implicazioni teoriche di questa banale strategia di corteggiamento, forse sarebbe diventato famoso: difatti, anche ai tempi della mia giovinezza, era prassi comune fare in modo che nessuna ragazza - alle feste, o in gita, o durante un'uscita collettiva - rimanesse esclusa, in maniera tale che non esplodesse la conflittualità. Ma non mi risulta che alcuno di noi abbia poi creato un modello matematico e che, addirittura, abbia corretto le teorie di Adam Smith sull'egoismo economico come base per la ricchezza delle nazioni.
Battute a parte, questo è quanto ci racconta «A Beautiful Mind» sulla precoce genialità di Nash, premio nobel per l'economia nel 1994. Può darsi che l'aneddoto sia reale - d'altro canto sia Nash che la moglie sono vivi e possono confermare - ma nel film di Ron Howard sembra una scena raccontata da Groucho Marx o da un personaggio creato da Woody Allen. Tanto più che poco prima, lo stesso Nash si era presentato ad un'altra piacente fanciulla con una dichiarazione fulminea: «Scartiamo i preliminari, presentazioni, chiacchiere: vorrei fare sesso».
Il seguito è ancora più divertente: assunto come analista in un ufficio che dipende dal Pentagono, Nash viene adibito a decifrare codici segreti e si trova, a fianco dell'agente Ed Harris, dentro un grande complotto atomico organizzato negli Usa da un gruppo di russi dissidenti che vuole scatenare una nuova guerra. «McCarthy è un imbecille - chiosa Ed Harris - ma ha visto giusto sull'infiltrazione comunista!». Dunque ecco il povero Nash alle prese con ritagli di giornali - i comunisti dominano la stampa, come dice anche il nostro attuale presidente del consiglio - alla ricerca di messaggi segreti.
In realtà il matematico, nel frattempo sposato e padre di un bambino, è già in avanzato stato di schizofrenia (se la porterà appresso tutta la vita, tamponato da farmaci e elettroshock) e il complotto, con relative presenze fantasmatiche, è solo frutto delle sue allucinazioni. Uno psichiatra hitchcockiano - in una bella scena che incrocia appunto «Intrigo internazionale» e «Io ti salverò» - lo rinchiude e lo tratta pesantemente con elettrodi e pastiglie. Nash vegeta ed ogni tanto ricomincia a vedere spie.
Anche per questo lungo intermezzo narrativo, non c'è nessuna prova che ne smentisca l'autenticità; però, poiché lo spettatore può non sapere nulla della biografia del matematico, il riferimento alla grande ossessione degli anni Cinquanta - il comunismo, le spie russe, la bomba atomica - sposta l'asse del film in una direzione diversa rispetto al tema annunciato: il rapporto tra genio e follia.
Si potrebbe dire che l'origine del male - cinematograficamente parlando - stia in quel comizietto che, nel 1948, il preside di Princeton indirizza ai giovani matematici: «Dovette essere dei geni per sconfiggere i russi». Insomma, la schizofrenia di Nash è una sorta di shock da guerra fredda. Accettando all'estremo la consapevolezza progettuale del regista, siamo di nuovo in un terreno per "cinefili": le allucinazioni, ovvero il racconto irreale del complotto, ha la consistenza di un'avventura di 007 e le forme della fantascienza anni Cinquanta (ad esempio «L'invasione degli ultracorpi»); insomma una sorta di parente povero de «Il dott. Stranamore» di Kubrick.
Dunque, per una buona metà, «A Beautiful Mind» è un film comico. Lo affermo senza voler scandalizzare nessuno, anzi apprezzando la sotterranea ironia di un regista (e degli sceneggiatori) che, dovendo trovare un po' di polpa in una storia tragica ma senza sobbalzi drammaturgici (difatti a chi possono interessare le lavagne piene di cifre e di equazioni impossibili?), hanno deciso di ricorrere direttamente ad un immaginario consolidato. Sennonché, usare oggi le allegorie del cinema anni Cinquanta non vale solo come autoreferenzialità di ogni storia cinematografica hollywoodiana. Significa invece attribuire alla follia di Nash una sorta di motivazione generazionale. Forse «A Beautiful Mind» è un film politico, almeno sul piano subliminale.
Comunque, questi appunti riguardano la parte migliore, diciamo onirica, della pellicola. L'altra - i tre quarti d'ora finali - è banale melodramma, e il raffronto con due opere recenti («Shine» di Hicks e «Trentadue piccoli film su Glenn Gould») basate su analoghi temi, non depone a favore della sua annunciata serietà programmatica. In quei film c'era la tragedia, la pietà e la commozione autentica, qui la caricatura involontaria. Quanto a Russell Crowe, dopo due ore di ridicole mossettine da cascami dell'Actor's studio e di sguardi allucinati, ritrova la misura nel finale, invecchiato a dovere e truccato pesantemente, ma almeno misurato nelle mosse e nelle parole. Insomma, agli Oscar, finirò per fare il tifo - malvolentieri - per «Il signore degli anelli»: meglio una sana avventura che un'involontaria opera buffa. Gianni Olla

Recensione "A Beautiful Mind"

di Franco Cicero - Gazzetta del Sud, 2 marzo 2002

«A beautiful mind» di Ron Howard candidato a otto Oscar

 Dalla schizofrenia al premio Nobel

Otto nomination, molte delle quali potrebbero trasformarsi in Oscar, quattro Golden Globe ottenuti e altri premi importanti, come i Bafta inglesi, già conquistati. È il lusinghiero bottino raccolto da «A beautiful mind», il film che Hollywood considera il proprio miglior prodotto dell'anno. E in effetti va riconosciuta alla pellicola la capacità di portare sul grande schermo un tema insolito, come la matematica pura, attraverso la tormentata biografia del geniale John Forbes Nash, sprofondato nell'abisso della schizofrenia e poi riemerso fino al trionfale conferimento del premio Nobel nel 1994. Genio e follia, un binomio suggestivo e affascinante che ha ispirato film importanti (raramente hollywoodiani però) su personalità che hanno patito il ricovero in manicomio, come «Shine» sul pianista David Helfgott, «Frances» sull'attrice Frances Farmer, «Un angelo alla mia tavola» sulla scrittrice Janet Frame e, per certi versi, anche «Quills» sul marchese De Sade. Ma rappresentare l'astrattezza della matematica è un'impresa certamente più complessa, tuttavia assai intrigante, che trova una sponda esemplare nella vita di John Nash. La vicenda parte nel 1947, quando Nash viene ammesso a un corso di specializzazione nell'importante università di Princeton. Si cerca, tra quei brillanti e giovani scienziati, il nuovo Einstein. Nash è diverso dagli altri colleghi: viene dalla provincia, è di umile estrazione, è introverso, quasi scontroso. Ma la sua bellissima mente (questo vuol dire «A beautiful mind») è un vulcano ribollente di numeri, simboli e formule. Basta un niente, come un disegno geometrico su una cravatta, per attirare la sua attenzione, per isolarlo dal mondo circostante e proiettarlo nell'universo della sua amata matematica. Osservare belle ragazze in un pub è un piacevole relax dopo una giornata di studi. Ma in Nash fa scoccare la scintilla per l'elaborazione della geniale «teoria dei giochi» che lo porterà al Nobel e che perfeziona le comuni teorie economiche, all'epoca indiscusse, risalenti ad Adam Smith. E Nash trova anche l'amore di una sua allieva, tanto bella quanto intelligente, che sposerà e da cui avrà un figlio. Un magnifico destino per Nash, in apparenza: invece è in agguato la malattia mentale. Gorno dopo giorno, le sue eccentricità si trasformano in ossessive paranoie, acuite quando Nash viene convocato dai servizi segreti, dalla Cia, per decrittare un codice spionistico dell'Unione Sovietica. Sono gli anni della «guerra fredda», del fervore anticomunista del senatore McCarthy che lancia l'indiscriminata «caccia alle streghe». Nella scena cruciale del film, in un bunker supersegreto della Cia, Nash – solo di fronte a un'imponente massa di cifre – individua le sequenze cruciali dei numeri. Ma, per beffardo contrappasso, la sua mente vacilla definitivamente e si immerge in una realtà virtuale, parallela, costellata di allucinazioni e incubi. Il matrimonio sembra destinato al naufragio, come pure la carriera di Nash. La terapia è tremenda, accompagnata – come si usava allora – da massicce sedute di elettroshock. Ma l'amore della moglie, la stima dei colleghi e soprattutto l'adorata matematica, con l'incessante ricerca di nuove formule, porteranno Nash alla trionfale serata del Nobel. Questo, almeno, è quello che racconta Hollywood. La vera vita di Nash, invece, è stata molto più travagliata, come viene raccontata nel libro, che ha ispirato il film, di Sylvia Nasar «Il genio dei numeri. Storia di John Nash, matematico e folle». Lì si apprendono tanti particolari privati (una denuncia per molestie omosessuali, un matrimonio tutt'altro che esemplare, un secondo figlio avuto con un'altra donna) che non appaiono nel film, un po' per rispetto allo stesso Nash, tuttora vivente, un po' perché non collimano con lo stile di Hollywood di raccontare biografie esemplari e idealizzate. È la confezione classica del «biopic» (biographic picture) e in questo senso la sceneggiatura di Akiva Goldsman (finora noto per aver scritto «Batman Forever» e «Batman & Robin») merita la nomination all'Oscar e anche perché riesce a divulgare alcuni concetti sulla matematica pura, scienza negletta e presa in considerazione solo quando è applicata ad altri campi: infatti non esiste il Nobel per la matematica, e Nash ha vinto quello per l'economia grazie alla bontà dell'applicazione della sua teoria. Quasi prevedibili le nomination all'Oscar per i montatori Daniel P. Hanley e Mike Hill (già vincitori con «Apollo 13»), che riescono a non far straripare troppo la durata, per la musicista James Horner (vinse con «Titanic»), e per i truccatori Greg Cannom (vincitore con «Mrs. Doubtfire») e Colleen Callaghan che fanno invecchiare progressivamente i protagonisti dal 1947 al 1994. Non ha invece la nomination per questo film il magnifico direttore della fotografia Roger Deakins, ma sarà presente alla «notte delle stelle» grazie alla candidatura avuta per lo strepitoso «L'uomo che non c'era» dei fratelli Coen. Prima nomination in assoluto al regista Ron Howard, indimenticato come attore nel ruolo di Richie Cunningham in «Happy Days»: un'esperienza giovanile che ha speso fatto valutare Ron Howard con sufficienza da quando è passato dietro alla cinepresa, più di vent'anni fa. È stato considerato un attore «leggerino» per i film ameni che ha diretto, come «Splash» e «Cocoon», ma si è cimentato anche in pellicole drammatiche, come «Cuori ribelli» e «Apollo 13». Sicuramente «A beautiful mind» è il film più completo di Howard, che ha cercato di giostrare con una certa abilità introducendo un pizzico di suspense. Lo spettatore, infatti, deve scoprire progressivamente quale è la vera realtà di Nash e quali invece sono le sue allucinazioni. Con una discreta efficacia è ricostruito il clima degli anni '50, monopolizzato dalla contesa tra Usa e Urss (periodo richiamato anche nel recente «Cuori in Atlantide»). Inoltre Howard ha anche tentato di ridurre la retorica hollywoodiana: è vero che il discorso di ringraziamento di Nash per il Nobel a Stoccolma sembra proprio il tipico discorsetto degli attori che vincono l'Oscar. Ma la vera commozione, inevitabilmente richiesta in queste superproduzioni, giunge in maniera più lieve quando, ad esempio, i colleghi di Nash gli regalano le proprie stilografiche in segno di stima e rispetto. Molto buona la prova degli attori. Si rivede con piacere il glorioso Christopher Plummer (lo psichiatra), mentre Paul Bettany (il compagno di college) si conferma come un emergente di assoluto talento. Ed Harris (l'ambiguo agente della Cia) è sempre una conferma. È invece una splendida sorpresa Jennifer Connelly: era la ragazzina di «C'era una volta in America» di Sergio Leone e sembrava destinata a una carriera ordinaria. Invece, adesso che ha appena varcato la trentina, la Connelly sta inanellando interpretazioni di valore assoluto e il ruolo della moglie di Nash le ha fatto conquistare la candidatura all'Oscar. Per il terzo anno consecutivo, verso il record, ha la nomination il «gladiatore» Russell Crowe: sbalordisce la sua capacità di passare da muscolosi personaggi a ruoli sedentari (come nello strepitoso «Insider» di due anni fa). Ormai il trentottenne Crowe è tra i grandi interpreti di tutti i tempi e tratta con rispetto il personaggio di John Nash: lo accompagna dolcemente nei suoi tic e nelle sue nevrosi (come l'Hoffman di «Rain man»), quando osserva per ore i movimenti dei piccioni o si meraviglia quando gli studenti lo scimmiottano. Ottimo Crowe soprattutto nella descrizione della solitudine di un genio. Franco Cicero

Recensione "A Beautiful Mind"

di Emanuela Martini - Film TV n. 9, 3 marzo 2002

A Beautiful Mind
Sempre piu bravo come regista, Ron Howard. Che dirige uno strepitoso Russell Crowe nei panni di John Forbes Nash jr., genio ombroso e schizofrenico che con la teoria dei giochi rivoluzionò le basi dell’economia moderna e vinse il Nobel.

Davvero una ‘magnifica mente’, quella di John Forbes Nash jr., che a vent’anni elaborò la teoria dei giochi e rivoluzionò le basi dell’economia moderna.
Era il 1948 e Nash stava a Princeton con la più ambita delle borse di studio; ma non era della razza classica degli studenti che da generazioni hanno l’università nel sangue e nei modi. Piccolo borghese, un po’ sciattone, testa nelle nuvole (sempre a inseguire un’idea brillante e veramente originale), molto scontroso, per nulla avvezzo ai riti giovanili, molto invidiato e perciò un po’ perseguitato per la fama, appunto, di mente magnifica che l’ha preceduto. Eppure, bastano una sconfitta al "Go" (antico gioco da tavolo al quale si sfidano gli studenti di Princeton) e una serata al bar a osservare i meccanismi di squadra innescati tra i suoi compagni dalla presenza di una bionda esplosiva per accendere nel suo cervello la scintilla dell’invenzione. 
Si fa fatica a immaginare il "gladiatore" Russell Crowe nei panni di questo genio ombroso e travolto dalla schizofrenia, che arriva al Nobel nel 1994 grazie a quella sua teoria giovanile. Ma basta ricordare il borghese ostinato di "Insider" per ritrovare sulla faccia di Crowe quell’espressione decisa e aggrottata che qui gli fa voltare le spalle, con sofferenza, alle immagini della sua malattia. Probabilmente Crowe non vincerà un secondo Oscar in due anni, ma per questo film lo meriterebbe davvero. E, al suo fianco, lo meriterebbe anche Jennifer Connelly, cresciuta in misura, fascino e tenerezza da quando, ragazzina, ballava "Amapola" e si lasciava guardare da Noodles in "C’era una volta in America". 
"A Beautiful Mind" è un film dalle cadenze classiche e impreviste. Nasconde con abilità i risvolti misteriosi della sceneggiatura e con senso sotterraneo del suspense centellina dubbi e rivelazioni, quasi la consapevolezza degli spettatori dovesse andare di pari passo con quella del protagonista. Non esita davanti all’esasperazione e non si vergogna della commozione. Ron Howard cresce sempre di più come regista e, se non inventa, certamente ama raccontare. Emanuela Martini

Recensione "A Beautiful Mind"

di Camillo Valgimigli - Gazzetta di Modena, 3 marzo 2002

La storia di «Beautiful mind» telenovela al posto della verità

Con grande successo di critica e di pubblico, da poco più di una settimana, viene proiettato anche a Modena "A Beautiful Mind". Il film diretto da Ron Howard ha già ottenuto ben 4 Golden Globes ed è candidato a fare incetta di oscar.
Russel Crowe e Jennifer Connelly. Il film racconta la storia di John Nash, il matematico premio Nobel per l'economia nel 1994, un uomo con una vita straordinaria. Non solo per il suo genio e le sue doti scientifiche. Dopo aver messo a punto, appena laureato, nuove modelli matematici destinati a trovare innovative applicazioni in diversi campi, matura presto i segni di una gravissima malattia mentale, la schizofrenia, che cambierà radicalmente la sua vita e quella della sua famiglia. Il film racconta questa inesorabile discesa di John Nash nel mondo della follia. Deliri, allucinazioni, psicofarmaci, elettrochoc, vita vegetativa nelle case di cura, difficili rapporti con gli altri, atti aggressivi nei confronti della moglie, pregiudizi all'interno del campus dell'università di Princeton sono la parte sregolata, folle, contrapposta a quella del genio matematico. Genio che, in una scena particolarmente suggestiva, riesce ad intuire la chiave di un codice segreto esaminando una moltitudine di gruppi cifrati su un tabellone di fronte a lui. Un genio che vede cose che gli altri non vedono, anche se palesi.
La schizofrenia, la malattia mentale lo porterà a perdere il suo ruolo di professore universitario e a mettere in discussione la sua stessa famiglia. Solo un lungo e drammatico scontro con le creazioni della sua mente, dopo circa 30 anni, gli permetterà di riprendere un equilibrio psichico da ottenere nel 1994 il Premio Nobel per l'economia, e di continuare ancora a far lezione di matematica a Princeton. Oggi Nash ha 73 anni.
Il giugno scorso si è risposato con la donna che nel film gli è accanto nell'inferno della psicosi e dalla quale nella vita reale si era separato. C'è una notevole differenza tra la vita reale di John e quella raccontata invece nel film.
Ron Howard, il regista, ha voluto infatti raccontare (accanto al genio e alla follia) soprattutto una storia d'amore. E Alicia, la moglie capace di offrire amore e sostegno, quando nessun altro avrebbe potuto sopportare così a lungo una situazione del genere, viene elevata ad eroina del film. Sulla verosimiglianza della biografia di Nash sono state sollevate molte obiezioni: ci sono troppi aspetti ignorati nella sceneggiatura del film. Prima di sposare Alicia, Nash si era legata ad un altra donna e aveva avuto da lei un figlio non riconosciuto. Li ha poi abbandonati entrambi non preoccupandosi della povertà e della miseria in cui venivano costretti a vivere.
Anche il motivo per cui il professore aveva perso il lavoro era di ben altra natura: aveva tentato di adescare uomini in un bagno pubblico di Santa Monica. I suoi fantasmi nascondevano la pressione psicologica di una omosessualità latente. La stessa autrice del libro omonimo, Silvia Nasar, arriva a sostenere che "il problema dell'omosessualità avrebbe completamente alterato la drammaticità del rapporto tra Alicia e John", e quindi non era bene parlarne. Una Beautiful Mind raccontata dunque alla Beautiful? In America queste considerazioni non hanno avuto importanza per il successo del film. Per quanto riguarda «Sanità & dintorni» non ci sono dubbi o perplessità in merito. Trasformare una realtà così complessa e drammatica in fiction, a vantaggio di emozioni spettacolari significa impoverire notevolmente «A beautiful mind». Camillo Valgimigli

Recensione "A Beautiful Mind"

di Lietta Tornabuoni - L'Espresso online, 7 marzo 2002

C'era una volta un genio malato

Non è il caso di lasciarsi intimidire dalla matematica, come quando eravamo piccoli: otto volte candidato all'Oscar, "A Beautiful Mind" di Ron Howard è un classico hollywoodiano, il film-con-malato. Uno di quei film fatti per ragioni commercial-pedagogiche, perché lo spettatore veda come il coraggio e l'ottimismo della volontà possano essere più forti della sventura, trasformando un malato grave in un vincente, e per offrire una ghiotta occasione all'attore protagonista. Funziona quasi sempre: Marlon Brando paraplegico in "Uomini", Dustin Hoffman autistico in "Rain Man", Tom Cruise paralizzato in "Nato il 4 luglio", Robert De Niro affetto da encefalite letargica in "Risvegli", Al Pacino cieco in "Scent of Woman - Profumo di donna", Audrey Hepburn cieca ne "Gli occhi della notte", Daniel Day-Lewis in grado di muovere esclusivamente un piede eppure divenuto famoso scrittore ne "Il mio piede sinistro".

Per rafforzare il personaggio, spesso ci si ispira a una persona davvero esistita, avendo cura di censurare e tagliare quanto nella sua vita reale potrebbe sminuire il perfetto eroismo. È il caso di "A Beautiful Mind", tratto dalla biografia di Sylvia Nasar (Editore Rizzoli) di John Forbes Nash, genio matematico americano malato di schizofrenia paranoide, ideatore delle teorie matematiche che governano la competizione, premiato con il Nobel dopo molti anni, nel 1994: il suo ingresso all'Università di Princeton nel 1947, il passaggio al Mit, il rapporto col Pentagono che nel 1953, in piena guerra fredda, lo usò per decifrare un codice sovietico sulla bomba atomica, il legame tormentoso con la moglie, il sopravvenire della malattia. Nash è tuttora vivente, ma dalla sua biografia sono stati cancellati diversi elementi: in particolare, la censura esercitata sugli incontri omosessuali del professore ha provocato forti critiche delle associazioni gay americane.

Se "A Beautiful Mind", nonostante tutto, rimane un film interessante, è per via dell'interpretazione eccellente di Russell Crowe, per via dei valori produttivi impeccabili: ma davvero non basta. Otto candidature all'Oscar sono molte, però bisogna ricordare che nel 1996 "Il paziente inglese" di Minghella di Oscar ne vinse nove. Lietta Tornabuoni

Recensione "A Beautiful Mind"

di a. g. m - La Gazzetta del Mezzogiorno, 13 marzo 2002

A BEAUTIFUL MIND

Il cinema statunitense ha sempre avuto una grande predilezione per il genere biografico. E non solo. Ha sempre amato i personaggi che incarnavano l'idea stessa del talento vincente, pur con molti aspetti controversi nel proprio passato. Come, ad esempio, la biografia di John Forbes Nash jr., genio della matematica dannato dalla fama che, provenendo da un'università di prestigio come Princeton e nonostante il suo carattere difficile, la scarsa capacità di farsi amare e una preoccupante forma di schizofrenia, si aggiudicò un premio premio Nobel.
Si potrebbe dire che, sulla carta, questo film l'abbiamo già visto. Si intitola A Beautiful Mind, ma potrebbe tranquillamente rimandare a Will Hunting - Genio ribelle o a numerosi altri titoli lontani e recenti che coniugano il talento e le zone d'ombra dell'esistenza, e di cui Hollywood è stata spesso maestra.
Non è l'originalità il principale pregio dell'ultimo film di Ron Howard, ma l'umanità. Forse sorprende che l'ex Ricky Cunningam di Happy Days, divenuto cineasta di tutto rispetto da trent'anni ormai, possa vedersi candidato all'Oscar. Ma la sua filmografia, come è giusto riconoscergli, può vantare un notevole livello medio-alto che costituisce in tempi come questi, di vacche magre, una garanzia di coerenza. Non dimentichiamo, ad esempio, che h firmato opere come Apollo 13, Ed Tv o Il Grinch dove di volta in volta si sono resi evidenti i segni di una sapiente capacità di raccontare personaggi credibili e solidi oppure di rileggere l'immaginario infantile in chiave polemica e anticonsumista.
Dunque, nelle mani di un regista qualsiasi A Beautiful Mind sarebbe diventato un film senza grande interesse, soffocato dalle sue prerogative convenzionali. Nelle mani di questo intelligente e versatile artigiano hollywoodiano si trasforma in un'opera matura, complessa, dolente.
Come il protagonista stesso, Russel Crowe, già premiato con l'Oscar per Il gladiatore, che se snobba o maltratta i giornalisti nelle conferenze stampa, è un autentico attore di razza, in grado cioè di trascorrere dai muscoli al cervello, dalla vendetta alla fragilità psichica, dalla fierezza alla segreta malinconia come pochi altri nella sua vantaggiosa posizione.
Il film, di cui non bisogna assolutamente rivelare alcuni passaggi chiave, del resto non ha l'andamento classico della biografia e funziona piuttosto come un rebus umano di cui lo spettatore condivide le tappe cognitive e private senza concessioni edificanti. E non è neppure affascinante il quadro dell'America che emerge da questo ritratto in cui il talento ad un tratto diviene una risorsa e deve quindi vedersela con le forze dell'ordine oltre che con i più reconditi meandri della psiche.
a. g. m.

Recensione "A Beautiful Mind"

di Alberto Morsiani - Gazzetta di Modena, 14 marzo 2002

Matematico e geniale? No, tutto previsto
Le prime del cinema. Non convince il film di Howard. Bene Crowe

di Alberto Morsiani
Ennesima biografia filmata, questa volta dedicata al matematico geniale e paranoico John Nash (Russel Crowe): uno dei film favoriti per gli Oscar. Nash proviene dalla West Virginia, e nell'immediato dopoguerra si mette in luce all'università di Princeton sia per le indubbie doti di scienziato, sia e forse soprattutto per la condotta a dir poco bizzarra. Consapevole di avere rapporti difficili con gli altri ("Odio la gente", ammette), preferisce dedicare tutto il suo tempo a fare i calcoli sui vetri delle finestre. Nash è ossessionato dalla ricerca di una "idea originale", dall'essere un vero creativo, un innovatore. Non sopporta chi elabora le idee degli altri. Col tempo, la sua frustrazione aumenta perché a differenza degli altri non pubblica niente. I primi approcci sessuali sono a dir poco patetici (li chiama "scambi di sostanze fluide"). Finalmente, riesce a produrre il suo famoso teorema delle dinamiche dominanti, viene assunto in un importante laboratorio al Pentagono, si sposa e ha un figlio con Alicia, una sua bella studentessa. Tutto sembra andare per il meglio, ma è a questo punto che sorge il sospetto che Nash sia uno schizofrenico paranoico, che si inventi situazioni e personaggi.
Comincia così la parte più "Larmoyant" del film, col vero Nash che entra ed esce dagli ospedali psichiatrici, con la moglie che non si rassegna alla sua deriva e cerca di aiutarlo in tutti i modi, con scene imbarazzanti un po' dovunque. Fino al riscatto, alla ripresa dell'insegnamento, all'assegnazione del premio Nobel (nel 1994), anche se i fantasmi non si sono dissolti del tutto. In parte favoletta molto americana di una caduta nel baratro e di una trionfale risalita, in parte analisi dell'intreccio tra genio e follia, in parte studio sulla paranoia postbellica legata alla paura del comunismo, il film non esce dai consueti canoni del lavoro di Howard.
Perché sì: tipico polpettone hollywoodiano efficace nel muovere i sentimenti dello spettatore. Bravo Crowe.
Perché no: molta carne al fuoco, forse troppa in un film dallo stile grossolani.
Voto: 6
Alberto Morsiani  

Recensione "A Beautiful Mind"

di Mario Sesti - kataweb cinema, 2002

"E' un uomo molto riservato ed è un genio. La prima volta che l'ho incontrato, non sono riuscito a non pensare per tutto il tempo che era l'uomo che aveva scoperto qualcosa che era sotto gli occhi di tutti per centinaia di anni ma che solo lui è riuscito a vedere così chiaramente": chi parla è Russell Crowe, l'attore che l'altr'anno ha vinto un Oscar per Il gladiatore. L'uomo di cui parla è John Nash, matematico premio nobel, la cui vita è raccontata da A beautiful mind, nelle nostre sale dal 22 febbraio. Il film, diretto da Ron Howard, ha rastrellato quattro premi all'ultima edizione dei Golden Globes (il premio assegnato dalla stampa straniera in America che gli esperti considerano una significativa cartina di tornasole per l'orientamento degli oscar): miglior film, migliore sceneggiatura e migliori interpreti principali, Russel Crowe e Jennifer Connelly. Che cosa possiede, la vita di un matematico, di così spettacolare, da attirare tanta attenzione nel mondo del cinema?

John Nash, bisogna dirla tutta, ha avuto una vita davvero speciale. Non soltanto per le sue doti di matematico. Dopo aver messo a punto, appena laureato, dei nuovi modelli matematici destinati a trovare innovative applicazioni in molteplici campi (dall'economia alle teorie quantistiche), matura in meno di un decennio i segni sconvolgenti di una profonda schizofrenia destinata a cambiare radicalmente i connotati della sua vita. Il film di Ron Howard racconta questa inesorabile discesa nella follia con un intreccio da thriller che il regista ha pregato a tutti i giornalisti del mondo di non svelare. Ma che fornisce al tradizionale "biopic" hollywoodiano un'armatura singolare.

Nash incontra Alicia, una bellissima studentessa di cui si innamora (Jennifer Connelly) e dalla quale ha un figlio, mentre, contemporaneamente, viene avvicinato da emissari dei servizi segreti che lo ingaggiano nella lotta incessante ai complotti comunisti, la cui minaccia era la preoccupazione costante dei governi americani negli anni della guerra fredda. In una scena madre, riesce a intuire la chiave di un codice segreto semplicemente esaminando una moltitudine di gruppi cifrati su un tabellone di fronte a lui. Vede cose che gli altri non vedono. Anche se sono sotto gli occhi di tutti.

Il film punta proprio a riuscire a rappresentare questa straordinaria capacità ai confini tra l'intelligenza razionale, il potere di percezione di strutture astratte e la capacità di analisi matematica, per dar vita ad un personaggio capace di intravedere forme e significati in un contesto avverso, caotico, minaccioso. Ma il disordine con il quale ha a che fare, non è solo quello provocato dal controspionaggio sovietico. La malattia lo porterà inesorabilmente a perdere il suo ruolo accademico e a mettere a repentaglio la famiglia. Solo una lunga e drammatica colluttazione con le creazioni della sua mente, lo porterà in tarda età a ritrovare un equilibrio.

Da questo punto di vista Howard costruisce nel tradizionale melodramma hollywoodiano delle tensioni angosciose, quasi estranianti, in cui la potenza dell'intelligenza diventa la fonte di un'allucinazione costante, di uno sguardo perennemente diviso tra purezza e persecuzione, amore e terrore. Gli ambienti di Princeton, nella cristallina fotografia di Roger Deakins, il direttore della fotografia al quale si devono molte straordinarie immagini dei film dei fratelli Coen, possiedono l'aura claustrale di un età fantastica, un medioevo irreale che cozza contro la nevrosi dell'America della guerra fredda, nella quale precipita a spirale la psicosi del protagonista. Il film getta al di sotto del suo familiare spartito di impedimenti sentimentali, personaggi in lotta contro un drammatico handicap e il finale di dolce e rassicurante vittoria su di esse, questa inedita e dolorosa battaglia di sensazioni opposte e violente delle quali i personaggi sono completamente in balia. Russel Crowe è uno spettatore attonito dei guasti del proprio genio e della vulnerabilità della propria identità, Jennifer Connelly, l'attrice che esordì con Leone in C'era una volta in America restituisce anche con maggior incanto l'idea del sacrificio che una persona amata può imporre alla nostra vita. Invece di essere il simbolo di un ambizione meravigliosamente realizzata grazie a determinazione e energia individuale (l'ideologia pià diffusa in tutto il cinema americano) lasciano allo spettatore del film la sensazione di una infinita rassegnazione. Sentire troppo, sentire più degli altri e vedere ciò che gli altri non vedono è un dono oscuro e lacerante.

John Nash, che oggi ha 73 anni, si è risposato nello scorso giugno con la donna che nel film gli è accanto nell'inferno della psicosi, e dalla quale, nella vita reale, si era separato. Oggi è quel vecchietto riservato di cui parla Russell Crowe, la cui salvezza è stata l'aver capito che i suoi fantasmi "provenivano dallo stesso posto da cui arrivavano le idee matematiche".

In realtà la vita di John Nash è ancora più complicata di quello che racconta il film. Prima di sposare Alicia, si era legato ad un'altra donna ed aveva avuto da lei un figlio non riconosciuto. Abbandonò entrambe alla povertà. Nella vita reale il matematico perse la sua occupazione, per aver tentato di adescare degli uomini in un bagno pubblico di Santa Monica. I suoi fantasmi nascondevano la pressione psichica di una omosessualità latente. Ma se la verosimiglianza storica non è mai stato il punto forte di Hollywood, non è cosa di tutti i giorni che il cinema sappia aggiungere qualcosa di nuovo e diverso alla figura dello scienziato e in particolare a quella del matematico. Il protagonista di A beautiful mind somiglia molto al personaggio di un delizioso libretto pubblicato da Bompiani (Apostolos Doxiadis, "Zio Petros e la Congettura di Goldbach") , in cui un matematico di genio possiede gli stessi caratteri di John Nash: è scontroso, impenetrabile, ostile, ferocemente geloso delle proprie scoperte e disperatamente in competizione per la fama. E come lui costretto a fare la spola tra il mondo perfetto delle idee matematiche e quello ambiguo, misterioso e assurdo della propria vita. Mario Sesti

Recensione "A Beautiful Mind"

di Gregorio Napoli - Giornale di Sicilia, 2002

Crowe e la meravigliosa mente di Nash
Un'onda di numeri, visioni e paranoie

E' assolutamente normale che un matematico dia i numeri. Per il professor John Forbes Nash, oggi settantaquattrenne, premio Nobel 1994 per le Scienze economiche, l'umoristica battuta assunse, però, un significato tragico. I medici, infatti, giudicarono schizofrenico l'illustre studioso e lo sottoposero a tremende cure. La sua teoria dei giochi e dell'equilibrio economico, che sta al fondamento di parecchie attività negoziali nella produzione e nel commercio (The bargaining problem, secondo la definizione dell'Autore in Econometrica, 1950), si accompagnava, purtroppo, ad allucinanti folgorazioni: fanciulle che sparivano nel nulla, un emissario del Pentagono che diventava mostro persecutorio, la figlioletta dissolta nelle tenebre della coscienza, i colleghi della Princeton University trasformati in una genìa di nemici urlanti. A beautiful mind, un'intelligenza meravigliosa, si riduceva così al balbettìo di un paranoico sbeffeggiato dagli allievi. Ron Howard fa rivivere questo personaggio straordinario in un film di rara concisione. Il merito maggiore va, tuttavia, a Russell Crowe, che dopo un'altalena pur encomiabile di gladiatori ed anime perse, mette a punto un ruolo centellinato con guizzi nevrotici e sobbalzi disperati, tra logaritmi, equazioni, frazioni e parentesi quadre, emblema della ossessione di ricerca sconfinante sui blocchi per appunti, sulle lavagne, alle pareti di casa, financo sui vetri delle finestre. L'attore ha pochi eguali, nel cinema contemporaneo. Lui catalizza _ nel passo vacillante, nel tentennìo del capo, nello strazio delle scariche terapeutiche _ l'incerto cammino dell'intellettuale insidiato dai fantasmi del Potere ed assillato dalla febbre di una titanica sfida contro l'agnosticismo. La demenza di Nash è anche ribellione contro le preoccupazioni esclusivamente militari della difesa statunitense, che scruta nei cieli per sventare la minaccia nucleare sovietica. Vi è pure l'ansia di concludere al più presto il teorema, ed Howard si muove, forse inconsapevolmente, sulla linea di un dimenticato film italiano, Non ho tempo (1973), dove Ansano Giannarelli mette in scena la breve vita di Evariste Galois, anticipatore dell'algebra moderna, ed anche lui apostolo del rinnovamento al di là del conformismo. Del resto, è italiano, in Howard e nella realtà, il professor Tomasini, che s'intravvede mentre annuncia a John Forbes Nash il prestigioso lauro di Stoccolma. Hollywood, ogni tanto, si ricorda di noi... Gregorio Napoli

Recensione "A Beautiful Mind"

di Giona A. Nazzaro - Sentieri Selvaggi, 2002

“A Beautiful Mind” di Ron Howard 

Ron Howard offre una (ri)formulazione fortemente politica della nozione d’invisibilità (che sostanzialmente indica l’abilità nell’occultare i punti di sutura del montaggio, sfidando così la sospensione dell’incredulità) quell’idea di messinscena che Hawks ha condotto sino al punto d’incandescenza formale

Se c’è una nozione di cui si abusa criticamente, cosa curiosa considerato la depressione da cui è affetto il cinema di largo consumo contemporaneo, è quella di classicismo. Joao Botelho sostiene che il classicismo è un percorso di formazione, la tensione di uno sguardo severo ancorato al mondo. E cosa mai può avere in comune la nozione di classicismo botelhiana con il cinema di Ron Howard? Nulla o quasi, ne conveniamo. Ma se osserviamo la questione un po’ più da vicino non possiamo fare a meno di notare come il classicismo contenga in sé quasi sempre i tratti più nobili di un’identità nazionale. Non è un caso che l’ultimo film di Botelho s’intitoli “Quem es tu?” (ossia: Chi sei tu?) e che la tagline (orribile anglismo che sta per frase di lancio) s’interroghi sull’esistenza o meno di un portoghese in Portogallo. Ron Howard, in questo senso, in quanto cineasta americano, è un cineasta classico. Anzi: attraverso la sua parabola artistica Howard non solo offre visibilità a una genealogia classica la cui linea genetica si può far risalire tranquillamente a D.W. Griffith, ma mette compiutamente in luce il precipitato cormaniano del suo cinema. A ben vedere infatti, se Corman rappresenta la deflagrazione del classicismo hollywoodiano declinato attraverso le forme assunte dal potere d’acquisto delle classi giovanili, Ron Howard è colui che salda quest’esperienza al corpo maggiore del cinema americano.
Un altro dei concetti di cui s’abusa, parlando di cinema americano, è la nozione d’invisibilità che sostanzialmente indica l’abilità nell’occultare i punti di sutura del montaggio, sfidando così la sospensione dell’incredulità. Con “A Beautiful Mind” Ron Howard offre una (ri)formulazione fortemente politica di quest’idea di messinscena che Hawks ha condotto sino al punto d’incandescenza formale. Attraverso la vicenda della schizofrenia di John Nash, Ron Howard mette in scena il suo film come se fosse proiettato su un vetro (e non era Cameron Vale, il protagonista di “Scanners”, a paragonare la sua mente a un vetro sul quale si proiettavano voci?… citiamo a memoria). Il principio dell’invisibilità classica si trasforma cosi in una messinscena aporica dell’incapacità di determinare l’individuazione del reale. “A Beautiful Mind” pur inscrivendosi a pieno titolo nell’alveo del classicismo americano, lo mina dall’interno assumendo attraverso di esso uno sguardo metastabile sulle forme della percezione stessa del reale. Di conseguenza Howard, attraverso un fare cinema profondamente americano (e quindi restio alle banalizzazioni dell’era Matrix), non solo riafferma il primato di un magistero artistico di cui lui (a prescindere da Clint Eastwood e John Carpenter) è il rappresentante più qualificato, ma, da cineasta intimamente politico qual è, permette alla vicenda esemplare di un singolo di diventare metonimia del male di vivere di un’intera epoca (di nuovo specchi, di nuovo vetri… e non è un caso se John Nash scriva le sue formule su un vetro… interfacciando così il suo sguardo con le forme del mondo…). Il classicismo in questo modo diventa non mera calligrafia di un cinema che non esiste più ma pratica politica ed estetica che riprende a dialogare con il mondo. Ad altezza di sguardo. D’altronde se il fascino di Hawks è sempre stato dato dal suo modernismo inquieto, e se la seduzione modernista del cinema di de Oliveira, Straub, Botelho è il loro carattere intimamente arcaico, Ron Howard, attraverso un fare cinema profondamente americano, non solo rilancia una cinelingua che nessuno pratica più (tranne i soliti noti) ma rivendica le ragioni di uno sguardo classico di cui s’individuano derive e punti di fuga. Giona A. Nazzaro

Recensione "A Beautiful Mind"

di Alessandro Bencivenni - Clarence, 2002

A BEAUTIFUL MIND 

LA TRAMA: Un grande matematico americano afflitto da schizofrenia lotta per non perdere il controllo della propria mente.

Il film si ispira alla vita straordinaria di John Forbes Nash Jr., considerato per oltre cinquant'anni un mito negli ambienti scientifici. Grazie al suo studio della teoria dei giochi, negli anni '50 diventò l'astro nascente della cosiddetta nuova matematica, ma sparì per lungo tempo dalla scena pubblica, vittima della schizofrenia. Nel frattempo, la sua teoria dei giochi acquistò un ruolo di importanza fondamentale nei campi dell'economia e degli affari. Nel 1994, riacquistato con l'aiuto paziente della moglie il controllo della sua mente e della sua vita, Nash ricevette il Premio Nobel per l'Economia per i suoi studi sull' analisi degli equilibri nella teoria dei giochi non cooperativi. In qualche modo, la sua storia è narrativamente affine a quella di Shine: la lotta del talento contro la malattia mentale. Ma il regista Ron Howard e gli altri autori di A Beautiful Mind, ispirato al libro omonimo di Sylvia Nasar, hanno dovuto affrontare un compito ancora più arduo, visto che le formule matematiche sono certo meno rappresentabili sullo schermo delle note musicali. Gran parte del merito del successo del film si deve alla sceneggiatura di Akiva Goldsman. Lo scrittore ha potuto affrontare il progetto da un punto di vista privilegiato, poiché i suoi genitori sono stati i fondatori di una delle prime case famiglia per bambini con problemi emotivi d'America, che aveva sede nella loro abitazione di Brooklyn: Goldsman è cresciuto così insieme a bambini rinchiusi in un loro mondo solipsistico. La sua straordinaria sensibilità nei confronti dell'argomento e il suo desiderio di esplorare la sottile linea che divide la realtà dalla frustrazione lo hanno reso particolarmente sensibile al dramma psicologico di Nash. Il percorso della follia del grande matematico e della sua (parziale) guarigione sono narrati con estrema efficacia drammatica e in maniera tanto personale che il copione (benché sia ispirato come si è detto al libro della Nasar) è stato classificato dal sindacato degli scrittori americani come vera e propria sceneggiatura e non semplice adattamento. Otto le nomination all'Oscar: tra le quali, oltre alla sceneggiatura e al film, l'interpretazione come migliore attore protagonista di Russell Crowe (straordinario nel riuscire ad apparire sperduto e fragile a dispetto della sua mole fisica), quella da non protagonista della ritrovata Jennifer Connelly e la regia di Howard. Insomma, A Beautiful Mind ha tutti i crismi del grande film hollywoodiano, insieme ovviamente ai suoi limiti: molta edulcorazione (si omette ad esempio di accennare alla presunta bisessualità di Nash e alle sue trasgressioni matrimoniali), qualche dialogo caricaturale (il grande matematico ogni tanto viene fatto parlare come l'androide Data di «Star Trek») e la retorica consolatoria del sentimento che trionfa sulla ragione. Insomma, l'immancabile prezzo della favola.
LA BATTUTA: Il genio vede la risposta prima della domanda.

Alessandro Bencivenni

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