" RICORDI DELLA CAMPAGNA DI RUSSIA"
di Albino Eicher Clere
(da "Gli anni dell'orrore", Gruppo Musicale di Costalta, 1994)

PARTENZA

Ricordo come fosse ieri (invece sono passati trent'anni), quel sette di ottobre 1942, quando da Cavalese, in val di Fiemme, sono partito per la Russia. Non ero il solo di Costalta: eravamo cinque paesani nel battaglione.
L'ordine di partire ci venne dato repentinamente, senza alcun preavviso.
La sera prima della partenza, decidemmo di fare un po' di baldoria, tentando di vincere la malinconia con il vino. Quella notte la passammo in un fienile, non rientrando più nell'accampamento.
Il mattino seguente, durante l'ultima selezione, due di Costalta ebbero la fortuna di rimanere in Italia, mentre gli altri tre furono definitivamente destinati alla partenza. Partimmo da Cavalese di pomeriggio verso le tre, con un trenino che ci portò a Ora di Trento, dove ci attendeva il treno militare, la tradotta, che ci avrebbe condotti in Russia. Era un pomeriggio splendido, con un sole ancora caldo e colori meravigliosi, come solo l'autunno delle montagne sa offrire. Noi cantavamo a squarciagola, allegri, con addosso la spensieratezza dei vent'anni, inconsapevoli (forse era meglio così) di quello che ci attendeva. Eravamo pieni di "amor patrio". L'amor patrio è un sentimento grande; lo può capire chi lo ha provato. Oggi è un po' fuori moda, spesso fa sorridere sentirne parlare, ma noi avevamo ricevuto a scuola un'educazione di stampo fascista, che metteva al primo posto tra i valori sacri e difendibili sempre, proprio la patria. Noi eravamo pronti a difendere con la vita, se necessario, il nostro Paese.
Ci fermammo al Brennero e da lì scrissi a casa l'ultima cartolina di saluto dall'Italia. Ricordo bene la cartolina postale con la scritta "VINCEREMO!!", quasi un augurio per la nostra avventura in terra russa...
La prima tappa fu Vienna, alle prime ore del mattino seguente. Nelle due ore di sosta ebbi modo di girare per le strade di quella splendida città e di ammirarne le bellezze. Capii subito la grande storia e i fasti che la capitale asburgica doveva aver conosciuto; rimasi colpito particolarmente dalla Basilica di Santo Stefano. Ripartimmo e proseguimmo il viaggio attraverso la Cecoslovacchia e l'Ungheria. Ovunque passavamo, le donne e le ragazze ci salutavano dalle finestre e dai campi. In mezzo alla sterminata campagna ungherese, la tradotta si fermò un bel pezzo per non uccidere centinaia di lepri che attraversavano i binari. Sono particolari che possono parere insignificanti, ma io, allora, guardavo tutto con emozione grandissima, perchè non ero mai uscito da Costalta, non avevo mai conosciuto altri paesaggi, che non le montagne.
Quelle sterminate e piatte campagne mi affascinavano e nello stesso tempo mi aiutavano a scacciare il pensiero da ciò che mi attendeva. Soprattutto la preghiera e la fiducia nella Provvidenza divina, mi hanno sempre sostenuto, nei momenti più difficili e disperati, quando anche la ragione sembra non trovare risposte adeguate, nè gli ideali.
Dopo alcuni giorni di viaggio ininterrotto, ci inoltrammo in territorio russo, più precisamente nell'Ucraina. Ci accorgemmo subito che lì era passata la guerra: profonde buche nel terreno, segni dei bombardamanti e delle granate. Quando arrivammo a Kiev, sul fiume Dnjeper, il ponte era stato fatto saltare e i nostri compagni avevano costruito un ponte provvisorio in legno, sul quale la tradotta faticava a passare. Da quel punto in poi il viaggio si fece più problematico; dovunque binari rotti o riaggiustati alla meno peggio, dovunque sconnessioni provocate dalla guerra. La tradotta andava ora avanti ora indietro. Pareva vagare senza meta. Ma la meta era invece ben precisa: la stazione di Potgornje. Vi giungemmo il primo novembre I942, presso il comando della divisione "Tridentina".

IL FRONTE SUL DON

Durante la prima notte passata in terra di Russia, un bombardamento dei caccia nemici sfiorò le nostre postazioni, per fortuna senza centrarle.
Il giorno dopo partimmo di buon mattino, a piedi, verso il fronte. Una marcia lunghissima, estenuante, con la strada in salita, che impegnò tutta la giornata. Non c'era molta neve, però il freddo era pungente. Raggiungemmo il reparto verso sera e fummo aggregati agli altri, che stazionavano lì da parecchi giorni. Scrissi la prima cartolina dal fronte. Mittente: Sesto Reggimento Alpini, Battaglione Val Chiesa, 112° Compagnia AA, Posta militare 201, RUSSIA. In una "isba", trasformata in Fureria, trovai un caporale maggiore di Auronzo. L'isba è la tipica abitazione russa: ha forma quadrata, un piano unico e spesso stanza unica. Il tetto è a piramide, composto con paglia intrecciata. I muri sono di rami intrecciati e poi ricoperti di gesso, per raggiungere lo spessore di circa 20 cm., sufficienti per proteggere dal gelido inverno russo. Marciando verso il fronte incontrammo parecchi gruppi di isbe, uno solo dei quali abitato. La nostra marcia proseguiva tra quelle steppe interminabili, dove spingendo lo sguardo non si vedevano altro che pianure e collinette, intervallarsi una all'altra, in uno spazio che pareva infinito. Stanchi per la marcia, ma ancora entusiasti, vigorosi e desiderosi di combattere, per dimostrare ai nostri superiori, ma soprattutto a noi stessi il valore, lo spirito di patria che animava i nostri cuori, continuavamo a camminare, finchè giungemmo sul fronte del Don.
Il fronte era posto su una linea di basse colline, dalle quali si scorgeva in basso, a una distanza di un paio di chilometri, il Don, già imprigionato dalla morsa del ghiaccio. Sulla sponda opposta, si vedeva una strada, percorsa dalle macchine dei russi. Alla sera, nel silenzio, giungeva fino a noi il canto dei soldati russi e, intervallate, grida in italiano (forse qualche fuoriuscito), che incitavano alla diserzione: "Italiani, arrendetevi! Mussolini vi tradisce!".
Ci mettemmo subito all'opera; dovevamo scavare in quelle collinette dei rifugi per ripararci dal freddo. C'erano i turni di lavoro e i turni di sentinella. Da quell'altura si scendeva, sempre in gruppo ed armati, per attingere l'acqua da una sorgente situata in un boschetto di roveri. I fusti degli alberi erano tutti bucati per le continue sparatorie dei russi. Il freddo era ogni giorno più pungente, soprattutto perchè le nostre divise erano del tutto inadeguate per quelle temperature. Così i rifugi che avevamo costruito, si rivelarono provvidenziali, perchè alla sera, con la legna raccolta durante il giorno, accendevamo dei fuochi che ci riscaldavano, che riuscivano perfino a ricordarci il tepore delle nostre "stue" a casa. Chi non era di sentinella passava il tempo a raccontare esperienze personali, più o meno divertenti, o magari un po' gonfiate, ma soprattutto a sognare il ritorno in Italia, a casa.
La fame era tanta, la razione che ci davano era del tutto insufflciente e tutti approfittavano dei rari momenti di libertà per sparpagliarsi per la campagna a raccogliere girasoli, che spuntavano ancora tra la neve, per portarli a seccare sulla stufa e mangiarli. In quelle pianure c'erano anche delle mucche, che servivano all'approvvigionamento del battaglione; pascolavano in mezzo alla steppa innevata e si facevano largo col muso tra la neve alla ricerca dell'erba. Di notte si sdraiavano sulla neve e passavano la notte all'adiaccio. Pensavo con quanta attenzione chiudevo ogni fessura della stalla, a casa... Una volta al giorno giungevano i viveri dal comando di reggimento. Il pane era un pezzo di ghiaccio e il vino lo portavano nei sacchi, distribuendo poi una lastra a ciascuno, che veniva sciolta nella gavetta sulla stufa. Il vino era molto buono, arrivato da Verona in botti. Il gelo ne impediva però la conservazione, in quanto vi erano 35 gradi sotto zero e il vino si gelava all'istante.
Nonostante il fronte fosse fermo, si sentivano sempre degli spari, sia da parte nostra che dei nemici. Ogni tanto passava qualche aereo a bassa quota per mitragliarci.
Rimasi in prima linea fino al 23 novembre. Quella sera arrivò un soldato portaordini, con la comunicazione di servizio per me: ero chiamato per preparare il pane. Il forno, costruito in un'isba dai soldati italiani, era situato nel paesino disabitato a ridosso del fronte, serviva da approvvigionamento soltanto per il mio battaglione. Eravamo in otto a fare il pane, quattro per turno. In quell'occasione conobbi e strinsi amicizia con un alpino di Brescia, persona con cui instaurai un rapporto molto bello, con cui condivisi momenti terribili e disperanti, non solo in Russia, ma anche nei due anni che seguirono di prigionia in Germania, che si è salvato dall'inferno di ghiaccio russo insieme a me. Purtroppo le razioni del pane non erano mai sufficienti, perchè la farina stentava ad arrivare. Nelle ore extra-turno, spaccavamo la legna, ricavata dalle isbe, per avere sempre il forno alla temperatura giusta per cuocere il pane. Quando terminavo il lavoro, con due pagnotte sotto il cappotto, mi avviavo verso il fronte e le portavo ai due paesani che erano nello stesso battaglione. Era un'occasione per ricordare Costalta e passare un momento di serenità, anche se di immensa nostalgia.

ORDINE DI RITIRATA

Trascorremmo il Natale del 1942 a fronte fermo. Proprio durante le feste natalizie si sentirono continui bombardamenti in lontananza e movimenti di aerei. "Radioscarpa" informava che la Julia era in pieno combattimento a circa cinquanta chilometri da noi. I nostri auguri di Natale furono i colpi della "katiuscka" (cannone automatico a venticinque colpi), che centrò una scuola disabitata, posta nelle vicinanze, che i russi credevano requisita dal battaglione alpino. Il giorno di Santo Stefano venne al forno, dove lavoravo, un cappellano militare, che celebrò la messa, a cui parteciparono tutti. Io sentivo particolarmente forte la presenza di Dio, la fiducia nella Provvidenza non mi abbandonò mai, anzi fu il principale sostegno, anche nei momenti più duri, che di lì a poco avrei dovuto affrontare.
Il freddo era terribile e si intensificò maggiormente verso i primi di gennaio. Ricordo un particolare. Un compagno era uscito dall'isba per prendere il rancio ad un centinaio di metri di distanza; ebbe l'imprudenza di togliersi i guanti per portare il cibo bollente in quattro gavette. Ma il freddo era così intenso che gli si congelarono le mani e dovette essere portato d'urgenza all'ospedale militare.
Eravamo tutti all'oscuro di ogni cosa, però nei discorsi di tutti c'era l'ansia di sapere notizie sicure, di conoscere quale sarebbe stata la nostra sorte, dove ci avrebbero indirizzato per il futuro. Il 17 gennaio I943, verso le quattro di sera, mentre stavo infornando il pane, giunse un sottotenente del comando di divisione, il quale ci disse poche ma significative parole: "Ordine di ritirata!". Io sapevo come agire: chiusi il forno perchè il pane si bruciasse, buttai in terra i sacchi di farina, spargendola sulla neve, gettai in un fosso il pane rimasto, cospargendolo di benzina.
Verso le cinque partimmo in direzione di Podgornoje. Imbruniva. Era una sera infernale, con una tormenta ed un gelo inimmaginabili. Quante scene terribili! Alpini che per la stanchezza e il freddo si coricavano nella neve, arrendendosi all'ultimo sonno; altri che, ubriacatisi di cognac trovato nelle dispense, non si reggevano in piedi e stramazzavano a terra, fuori dalla lunga, interminabile colonna nera che procedeva a serpentina nella steppa gelata; i muli, che si accasciavano, stremati, ogni cento metri.
Camminammo tutta la notte con passo veloce ed arrivammo al comando di divisione di Podgornoje alle sette di mattina; trovammo posto in qualche isba e tentammo di dormire, perchè sembrava proprio di non farcela più dalla stanchezza. Alle dieci suonò l'adunata ed il generale Reverberi, salito su un'isba, rivolse ai soldati questo discorso: "Alpini, siamo circondati e chiusi in una sacca. Dovremo fare due o tre combattimenti e poi di là troveremo il treno che ci riporterà in Italia a rivedere le nostre mamme e le nostre spose". Si alzò un urlo da tutta la truppa, perchè pensavamo di aspettare la primavera per l'avanzata verso gli Urali e il Volga; nemmeno lontanamente avremmo avuto sentore di tornare in patria così presto.
Il discorso di Reverberi dette certamente sprone a tutti, a me in particolare, che da quel momento pensai soltanto al ritorno a casa. La ritirata iniziò di pomeriggio.
La colonna in marcia era lunga, pareva non avere fine; si stagliava nettamente, serpente scuro in mezzo al chiarore della steppa innevata. Eppure erano uomini, con le loro speranze, i loro desideri, una vita ancora tutta da vivere, ma ora costretti a marciare, malvestiti, provvisti soltanto di poche munizioni e di pochi viveri, in una morsa di gelo che induriva le membra e la mente. Dopo due ore di marcia incontrai un amico di Sappada, ferito ad una spalla, che aveva appena sostenuto un combattimento.
Il giorno successivo, incontrammo un gruppo di partigiani russi, che controllavano un paese e riuscimmo ad espugnarlo. Proprio in quel paese il giorno prima il comando e il reparto motorizzato della divisione Julia era stato distrutto in un violento combattimento. C'erano ancora decine di morti per terra e sulle macchine.
Marciavamo verso ovest e le giornate di marcia a ritmo bestiale si susseguivano l'una all'altra, ininterrottamente, senza intravederne la fine. Allorquando si giungeva in prossimità di qualche paese, c'erano sempre dei partigiani o reparti dell'esercito russo, che aprivano il fuoco sulla divisione. Avemmo 11 combattimenti, prima del grande scontro di Nikolajewka, ma riuscivamo a sfondare, anche se non senza difflcoltà. Per tre sere, quando la marcia cessava, incontrai i due compaesani, stanchi, sfiduciati.
Uno dei due disse: "Non ne posso più, sono stanco, affamato, non voglio più camminare!". Gli detti una scatoletta che avevo con me, esortandolo a continuare, a marciare, a non cedere alla stanchezza. Oltre alla stanchezza per la marcia e i continui combattimenti, dovevamo sopportare una fame lancinante e i pidocchi, a migliaia. Le mutande grigioverdi erano ormai diventate di color marrone per la loro presenza.
Per sei giorni praticamente non ho toccato cibo.
La notte del 25 gennaio, fu dato l'allarme a mezzanotte. Usciti in fretta dalle isbe, un compagno mi disse: "Guarda i russi". Erano a dieci metri da noi; riuscimmo ancora a metterli in fuga. Ma il giorno dopo ci attendeva Nikolajewka.

NIKOLAJEWKA, C'ERO ANCH'IO

La località in cui ci eravamo fermati quella notte distava circa dieci chilometri da Nikolajewka. Partimmo molto presto, era ancora buio; dopo due ore di marcia, mentre spuntava l'alba, già si sentiva sparare. Verso le otto arrivammo in prossimità di una collinetta. In basso, a circa cinque chilometri, si trovava questa cittadina russa, destinata a diventare epica dopo la giornata del 25 gennaio 1943. Si elevava sulle case una grande chiesa, senza campanile; la neve che copriva i tetti mimetizzava le isbe nella steppa. Si vedeva il fuoco dei cannoni che i russi avevano appostato dietro le case. La nostra artiglieria rispondeva al fuoco e si scendeva lentamente dal colle, mentre gli avamposti della Tridentina già da ore sostenevano aspri combattimenti. Ogni colpo di cannone seminava morti nella colonna che scendeva. Frattanto confluivano lì anche soldati tedeschi, magiari, sbandati che si univano alle nostre fila. Io mi trovavo a metà della colonna, procedendo a fatica, perchè ero senza una scarpa. Una sera durante la ritirata, ci eravamo fermati a dormire in un pagliaio e io avevo posto gli scarponi accanto al fuoco, perchè erano congelati. Uno si bruciò e dovetti, da quella sera, avvolgere il piede in una pezza molto stretta, per poter continuare a camminare. D'altronde la maggioranza era nelle mie stesse condizioni. Mentre si scendeva verso la città, le granate passavano vicinissime, con il loro fischio di morte, a cui seguiva sempre un grido lancinante di un compagno colpito. Intorno non c'era che morte e disperazione. Si sente dire che certe battaglie sono un inferno: sì, quella di Nikolajewka lo fu, assurda e terribile. Cercavo di correre una volta a destra, una volta a sinistra, per scansare i colpi; cosl per ore, ore atroci, interminabili, in cui non c'era possibilità di fuggire all'orrore. Il generale Reverberi gridava "Avanti ragazzi!", perchè sapeva che quella battaglia per noi era ad una sola direzione. Dovevamo sfondare. L'alternativa era tra una morte possibile nella battaglia di quella giornata o una morte certa nella steppa russa. I combattimenti continuarono accaniti fin verso l'imbrunire, quando finalmente i russi si ritirarono da Nikolajewka. Quella notte trovai posto per dormire, dopo una giornata intensa di combattimenti e dopo aver girato tutte le isbe in cerca di cibo (alcuni cetrioli e un po' di farina di segale), in una chiesa. Aveva pavimento in legno e un gruppo di ragazzi accese un fuoco per scaldarsi. In un momento la chiesa bruciava interamente e fuggii, trovando un cantuccio nell'atrio di un'isba, dove rimasi per il resto della notte. Il mattino, al risveglio, guardai la collina. Era una distesa di corpi, neri, in contrasto con il paesaggio bianco, ammucchiati o divisi, accomunati da un destino di morte. Uno spettacolo raccappricciante, che mi è rimasto impresso negli occhi e nel cuore e che credo non dimenticherò mai. Ancora oggi questo è per me il sogno più ricorrente.

IL RITORNO

Da quel giorno eravamo tutti sbandati: non c'era più il comando. Ci si riuniva a gruppi tra amici superstiti e si proseguiva la marcia in una nuova colonna. Dopo due giorni, giungemmo alla tanto sospirata ferrovia, ma la delusione doveva essere cocente, perchè ci dissero che l'ultimo treno doveva trasportare i feriti. Sicchè, delusi, riprendemmo la marcia, che durò ancora trenta giorni. Non ci furono più battaglie, ma attraversammo tutta l'Ucraina per giungere in Russia Bianca. Si disse fossero 1500 chilometri. Ogni tanto passavano dei tedeschi sui camioncini, a cui i soldati italiani, loro alleati, chiedevano un passaggio. Se qualcuno si aggrappava ai camion, i tedeschi colpivano le loro mani col calcio del fucile.
Una sera, in otto, trovammo un maiale. Dopo averlo arrostito lo mangiammo tutto quella notte. Trenta chili di carne!. Per stomaci così disabituati al cibo, quell'abbuffata di carne fece proprio uno strano effetto...
In Russia Bianca giungemmo ai primi di marzo. Ci fermammo otto giorni perchè fosse approntata la tradotta per il ritorno in Italia. Sempre più stanchi ed affamati, frugavamo tra le isbe per trovare qualcosa di commestibile e qui l'impresa era più facile, in quanto la zona non era stata teatro di scontri. In quei giorni ebbi modo di apprezzare la bontà della gente russa. Caritetevoli, dignitosi, senza prevenzione verso gli italiani, che pur erano loro nemici. Ci rispettavano e nei limiti del possibile ci aiutavano, offrendo volentieri il poco che avevano. Ricordo, in quei giorni di sosta forzata, un particolare di vita quotidiana: le donne lavavano sul ghiaccio con gli stivali, tenendo fermi i vestiti con un piede e strofinandoli con l'altro.
Arrivò finalmente il mio turno di partenza. A Leopoli, in Polonia, ci fecero scendere per una disinfestazione. Diverso questo viaggio da quello di andata! Allora entusiasmo, inconsapevolezza e forse paura; ora tristezza, sconfitta, insieme alla gioia per essere un sopravvissuto a quell'immensa pianura sconosciuta e gelida. Arrivai e Tarvisio alle sei di mattina del giorno 19 marzo, il mio ventunesimo compleanno. Ero stato in Russia sei mesi. Sentii suonare le campane e mi misi in ginocchio a piangere, a baciare la terra e a ringraziare Dio per essere tornato. Rimasi ancora 15 giorni "in contumacia", come è consuetudine per chi torna dalla guerra. Arrivai a casa ai primi di aprile, accolto dalla grande gioia dei miei. Ma la mia allegria durò poco, perchè incontrai la mamma di uno dei due paesani che avevo lasciato in Russia. Mi guardava interrogandomi con gli occhi; io non sapevo cosa risponderle e le detti buone speranze. Non smise mai di attenderlo.
Questa sembrerebbe una storia a lieto fine, ma dopo un mese ritornai "sotto le armi". Di lì a poco gli avvenimenti storici avrebbero dato una nuova sterzata alla mia vicenda personale. L'otto settembre 1943, per me non significò altro che l'inizio di ventidue mesi di prigionia in Germania, nei campi di concentramento nazisti...!

Albino Eicher Clere


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"Gli anni dell'orrore"

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