(Dal volume "n'ota inera...", pp. 21-22;
immagini e ricordi scritti a quattro mani da Giovanni e GianMario De Bettin, 1999)

L'artigianato riguardava esclusivamente quello che aveva lo scopo di soddisfare il proprio fabbisogno.
Trovavamo dunque le donne intente alla produzione di scarpette dette "scofogn" o qualche uomo che costruiva delle taralle in legno.
Le prime sovrapponevano un cospicuo numero di pezze di stoffa, le cucivano a trama molto fitta con dello spago, preventivamente passato attraverso del sapone o della cera per poter farlo penetrare meglio in questo duro spessore.
Cucivano fino ad ottenere un rigido strato alto circa un centimetro che diventava così trapuntato di spago da non essere quasi nemmeno piegabile.
Ritagliavano poi questa suola informe, dandole la forma del piede, quindi ci cucivano sopra un rivestimento in stoffa o, quando andava bene, del velluto nero e... "lo scofon" era pronto.
Gli uomini, invece, scavavano dei pezzi di legno di larice, cercando di dare alla meglio una forma anatomica della pianta del piede, inchiodavano nella suola sottostante dei chiodi a punta prismatica per non far consumare il legno, applicavano una lista di cuoio per tener calzato il piede e... "la taralla" era pronta.
E così nascevano altri utensili dall'arte di arrangiarsi, per soddisfare esclusivamente ciò di cui si aveva bisogno per una parca sopravvivenza.
C'erano poi gli artigiani, quelli veri, che avevano appreso il mestiere da una tradizione di famiglia. C'era il fabbro che faceva anche il maniscalco, forgiava pezzi di ferro per formare utensili da lavoro, per affilare le mannaie, per appuntire i picconi ed altri strumenti di comune uso. Era assai poetico udire i ritmi sonori di quel tintinnio del martello sull'incudine: tre colpi forti e cadenzati al ferro da forgiare e quattro leggeri e veloci sulla punta estrema dell'incudine stesso, per riposare la mano. Era una musica nell'ovattato silenzio del paese.
C'erano poi anche gli artigiani specializzati ad aggiustare vecchie pentole in terracotta. Questi sembravano dei chirurghi. Quando si andava a trovarli con dei cocci rotti, li prendevano in mano, li guardavano da sopra, da sotto, di lato, scuotevano la testa, facevano tutte le facce possibili per far emergere la difficoltà del loro lavoro, poi... "lasa-mo lasa-cà, vdaron che ch'se pö föi ".

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