INDEX

MARCO G. CORSINI

Atlantide

 10 Marzo 2009 - Tutti i diritti riservati

 

 

Atlantide nell'Oceano Atlantico?

Al di là delle Colonne d'Eracle era un'isola più grande di Libia e Asia messe insieme, regno di Posidone e dei suoi discendenti. In quest'isola di  Atlantide vi era una grande e meravigliosa dinastia regale che dominava tutta l'isola e molte altre isole e parti del continente: inoltre governava la Libia al di quà dello stretto fino all'Egitto e l'Europa fino alla Tirrenia. Questa grande potenza, riunita in un solo stato, tentò improvvisamente di colonizzare   il  vostro e nostro paese e tutta la regione  al di qua  dello stretto. Atene, prima alla testa degli Elleni, poi da sola, sconfisse gli invasori. Ma poi vi furono "violenti terremoti e inondazioni" e l'isola di Atlantide scomparve nelle profondità marine. Per questa ragione il mare in quei luoghi è impraticabile e inesplorato poiché lo impedisce l'enorme deposito di fango  che vi è sul fondo formato dall'isola quando si adagiò sul fondale. Ciò avrebbero detto nella prima metà del VI secolo a Solone legislatore ateniese i sacerdoti di Sais in Egitto, secondo la loro tradizione scritta: "dicono infatti le scritture" (Platone, Timeo 24e-25d).

 

Atlandide in Arcadia nel Peloponneso? 

Dionisio d'Alicarnasso sostiene che l'origine del popolo troiano è genuinamente greca e deriva da Atlante, che regnava sull'Arcadia nel Peloponneso ed aveva sette figlie. Elettra generò Dardano, che generò a sua volta Ideo e Dimante. Costoro ereditarono il regno di Atlante. In seguito "si verificò un gigantesco diluvio" e gli abitanti si divisero in due gruppi. Gli uni restarono in Arcadia, gli altri abbandonarono il Peloponneso e si diressero sulla costa tracia, in un'isola chiamata Samotracia. Da qui, sotto la guida di Dardano, si diressero nell'Ellesponto, dove Dardano fondò in Troade la città di Dardano (I, 61-62). Secondo la stessa tradizione,  allorché gli Arcadi  per sfuggire al diluvio abbandonarono il Peloponneso e si stabilirono in Samotracia, Dardano vi eresse  un tempio ai Palladii, dote di sua moglie Crisa figlia di Pallante, e se li portò dietro insieme alle effigi degli dèi  quando andò in Troade, collocandoli nella città di Dardano. Quando poi fu costruita Ilio i suoi discendenti ve li trasferirono  (I, 68, 3-4).  Certo, questa tradizione, potrebbe riferirsi –  in ogni caso in mala fede –  alla colonizzazione tarda della Troade  da parte dei Greci, quando, invece di  Pergamo/Troia, si parla appunto di Ilio (in età greco-romana), che in ogni caso non è stata fondata dai Greci, semmai ricostruita, dopo gli ultimi terremoti e gli incendi della dark age.

 

A chi credere?       

L’originaria Atlantide non è né l’una né l’altra viste sopra. Le mie indagini mi hanno portato alla conclusione che una catastrofe naturale –  mai registrata prima nella storia millenaria dell'umanità –  avvenne nella seconda metà del XIII secolo, e causò l'esodo dei popoli del mare traci. La catastrofe naturale non fu da sola in grado di sprofondare l'umanità in un buio medioevo, letteralmente yahweista, quanto lo fu la catastrofe umana. Se la catastrofe naturale fosse stata da sola sufficiente e necessaria, il buio si sarebbe registrato nella seconda metà del XIII secolo e immediatamente dopo. Invece dobbiamo prima attendere le scorrerie dei popoli del mare yahweisti di XII secolo e la loro sconfitta ad Afèq intorno al 1178 (non 1076 o 1050 come sostengono le Bibbie delle edizioni  Paoline e Dehoniane di Bologna, e più in generale tutti), e ancora la paura che si riaccendano focolai di destabilizzazione, palpabile fino all’inizio dell’XI secolo. Ma a questo punto il danno è fatto e il mondo antico sprofonda nei secoli bui  XI-VIII. Non bisogna prendere la dark age alla lettera, ma solo come un modo sintetico per richiamare il declino,  a volte la pura e semplice mancanza di fonti, che caratterizzano un’epoca generalmente critica della storia del Mediterraneo.

Tuttavia, alla luce di quanto emergerà dalla mia indagine, e anche sulla base delle due testimonianze che ho citato sopra (di Platone e Dionisio d'Alicarnasso), non si può credere che l’umanità abbia perso del tutto il ricordo della splendida civiltà di Atlantide come se un’enorme voragine al fondo del bacino orientale del Mediterraneo l’avesse risucchiata via senza lasciare alcun relitto superstite. Qualcuno sapeva, ma, per i motivi più diversi, tacque. I Greci, discendenti  dei Traci popoli del mare, allo stesso tempo vittime della catastrofe e carnefici distruttori della civiltà del mondo antico, quando imparano a leggere e scrivere e si ritrovano a dominare su gran parte del mondo antico, riscrivono la storia per far apparire la Grecia come culla della civiltà. I Giudei loro confratelli (perché il culto apollineo-dionisiaco in origine è la stessa identica cosa del culto yahweista) riscrivono le guerre di Palestina cancellando  i Romani e sostituendoli coi Beniaminiti e i Filistei. Anche i Romani sanno, è logico, prima di tutti lo sanno, lo devono sapere, ma poiché la monarchia di Romolo è nata grazie all’apporto insostituibile dei mercenari yahweisti shardana, sono costretti a censurare ogni riferimento alla  prima vita di Roma nel II millennio e al ruolo esercitatovi di sterminatrice dei yahweisti anche e soprattutto shardana, perché, come vedremo, sono il nocciolo duro degli Ebrei.  E’ vero che Roma, dopo la vittoria greca nel Tirreno, sparisce di scena insieme agli Etruschi, e deve ricominciare tutto daccapo come città agricolo-pastorale e latifondista da marinara ed industriale che era. Deve accettare la versione ufficiale greca dei vincitori, secondo la quale Roma è stata fondata da due bonaccioni pastori albani  cui piaceva menare le mani alla Bud Spencer e Terence Hill, lontani discendenti di Enea fuggito da Troia in fiamme distrutta dai Greci. E tuttavia l’aristocrazia romana conosceva la verità dietro alle fregnacce di una propaganda ufficiale al ribasso (al contrario di quella greca e giudaica al rialzo). Roma era stata al centro di un impero che aveva sterminato i yahweisti superstiti ad Afèq nei campi di concentramento della Palestina sparsi da Bet-Shean a Roma seconda, la “Rama” di Samuele presso Gerusalemme. Nel frattempo Ciro II ha conquistato un vasto impero, e Siria, Fenicia e Palestina vengono unite alla  Babilonia a costituire la satrapia di Babilonia e Ebir-nari (“Al di là del fiume”, la Transeufratene). Gli Ebrei di poi prendono nome da questa satrapia, sono appunto quelli che vivono “al di là” (dal  nostro punto di vista, al di qua) dell’Eufrate. Ciro II è liberale verso tutti i paesi assoggettati e rispettoso delle divinità locali, per cui il “decreto” con cui nel 538 secondo Ezra (6, 3-5) ordina la ricostruzione  del tempio di Gerusalemme e la restituzione degli arredi sacri non sarebbe di per sé inverosimile, se non fosse che la notizia (palesemente poco trasparente) ci viene solo dalla fonte interessata, e non dai documenti ufficiali di Ciro II.  Per la verità, stando a Ezra,  su relazione di Tattenai, governatore della Transeufratene,  il suo diretto superiore Istane satrapo di Babilonia  dispose ricerche e non si trovò alcun decreto. Poi finalmente a Ecbatana spunta fuori l’estratto del decreto che disponeva circa il tempio di Gerusalemme nell’ambito più ampio del restauro di vari templi. Sì, va bene, ma ora regnava Dario I, che non era certo vincolato da un estratto di un decreto volatilizzato e finora non attuato, perché nel frattempo il tempio non era stato ricostruito. Analoghe ambiguità e contraddizioni riguardano l’astuzia con cui Neemia sarebbe riuscito a ricostruire le mura di Gerusalemme. Non ce la raccontano giusta. Ma in ogni caso la raccontano solo loro. I Persiani e tutti gli altri popoli intorno ignorano perfino l’esistenza dei Giudei. I lavori per la ricostruzione del tempio iniziano, secondo il profeta Aggeo (1, 12-15), solo il 21 settembre 520, e il fatto si potrebbe spiegare (ma ne dubito) con l’interesse di Dario I a riconquistare l’Egitto in rivolta (Albert. T. Olmstead, L’Impero persiano, Newton Compton, pp. 79ss). Occorreva controllare saldamente il territorio sulla strada e alle sue spalle, Gerusalemme compresa, per cui si doveva avere l’appoggio del clero e degli scatenati yahweisti concedendogli un tempio. E’ più facile pensare all’interesse preciso di creare una testa di ponte a Gerusalemme in vista dell’attacco all’Europa, alla Grecia. Dunque da questo momento entrano a Gerusalemme, da vincitori, i yahweisti che i  Romani hanno sterminato tanto da non poterne trovare, biblicamente parlando, due insieme, e il primo e unico tempio di  Yahweh viene inaugurato nel 515 sotto Dario I. Non è  igienico che Roma si vanti di essere stata la diga contro il yahweismo,  fondamentalismo religioso di estrema pericolosità (altro che fondamentalismo islamico!). E così anche quando Roma tornerà ad essere  la padrona del mondo, la verità, che qualcuno ancora  conosce, non verrà proclamata. Certo non per riguardo ai discendenti dei mercenari shardana seguaci di Romolo, essendo passato così tanto tempo. Percepisco delle vaghe allusioni, anche a Gerusalemme (ad esempio la previsione,  cui accenna Svetonio, degli astrologi a Nerone, che se avesse perso il trono di Roma sarebbe diventato re di Gerusalemme; o l’opposizione, del tutto teorica, e dunque sospetta, degli intellettuali augustei allo spostamento della capitale a Troia – cosa che poi farà praticamente Costantino –, laddove evidentemente si alludeva, come vedremo, a Roma seconda, e dunque a Gerusalemme, che ne era  l’erede), e, curiosamente, tutte le monografie promesse o scritte sui Tirreni – ora intesi come Etruschi, ma la cui storia più antica interferisce con quella della Roma più antica, ed entrambe coi yahweisti shardana e dunque col yahweismo – non ci arrivano, smarrite per via; censurate a posteriori dallo stesso regime imperiale, che provvede a distruggere con discrezione le copie in circolazione?). Mi si consenta un esempio sulla base della nostra storia moderna e contemporanea. Se il governo  della Roma che tutti conoscono fosse stato a stelle e strisce, si sarebbe sempre vantato di aver combattuto contro il fondamentalismo yahweista (come gli USA combattono il fondamentalismo islamico; per la verità cercano il petrolio e le vie strategiche, e la guerra al fondamentalismo islamico, che prima attizzano, è la scusa per arrivare ai loro sporchi obiettivi economico-politici). Viceversa questa  stessa Roma si comporta analogamente ai governi tedeschi che fanno di tutto per farsi perdonare le deportazioni e lo sterminio degli ebrei al tempo di Hitler.  Dunque, se ho ragione, questi Romani fecero una scelta di opportunità, ma sbagliata (diciamo, per capirci, alla tedesca), mentre avrebbero dovuto proclamare a gran voce che erano stati coloro che avevano sterminato il fondamentalismo yahweista (diciamo, alla statunitense) e che intendevano con ogni mezzo continuare su questa via, impegnandocisi però per bene. Quel che accadde poi mi da ragione. Era inutile cercare di blandire il yahweismo facendo finta di nulla, perché i Romani non potevano non conoscerne la pericolosità quanto meno sotto la dinastia macedone, e infatti questo aveva già deciso di rimettere a ferro e fuoco l’impero fin dal tempo di Pompeo. E’ evidente il complotto continuo, dietro le quinte, nell’ombra, fino al trionfo del cristianesimo (S. Mazzarino, L’Impero romano, Laterza). La morale è che coi fondamentalismi  non si deve  venire mai a patti perché incompatibili con il consorzio umano.

Prima di affrontare l’argomento di questo lavoro voglio insistere sulla furbizia congenita dei Greci (dei yahweisti), di cui il mondo antico ha sempre diffidato fino ai tempi moderni: E' un impostore, e per giunta greco; temo i Greci anche quando portano doni; chi si fida di greco, non ha il cervello seco. "La Grecia non conosce nulla che sia degno di fede" scrive Euripide nell'Ifigenia in Tauride (v. 1205).  Sembrerebbe curioso che dei yahweisti d’origine, dei credenti in dio, non tengano in alcun conto la verità, se non fosse che, appunto in quanto yahweisti d’origine, sanno perfettamente bene che la “religione” è solo uno strumento del potere, il più tremendo, e la “verità” un optional. La loro strategia si fonda sulla loro tradizione, che è Bibbia, e dunque non si discute (anche gli scienziati e filosofi greci devono stare attenti a non finire sul rogo come Giordano Bruno o segregati come Galileo), poi su genealogie complicate, moltiplicate, con nomi di persone e luoghi riportati in modo variato e alterato. E' la medesima strategia dei loro confratelli yahweisti di Gerusalemme ed Evangelisti. "La loro [dei Cristiani] dottrina è, all'origine, barbara. In effetti i barbari sono abili a scoprire dottrine, ma per quanto riguarda la loro valutazione, il consolidamento e l'esercizio, in vista del conseguimento della virtù, di quanto i barbari hanno scoperto, i Greci sono certo più capaci." (Celso, Contro i Cristiani, I, 2) La dottrina barbara dei cristiani avrebbe avuto le gambe corte se i Greci non l'avessero presa tra le mani e con la loro astuzia non l'avessero resa inattaccabile, perché sono, o piuttosto si credono, furbi. E' una guerra che credono vinta in partenza perché chiunque cerchi di venire a capo del filo di Arianna delle loro storie trova sul percorso mille grovigli da sciogliere, se non addirittura capi spezzati come binari morti, che non vanno da nessuna parte, e si arrende, prima o poi si arrende, e si arrabbia e getta tutto nella pattumiera. Si tratta soprattutto degli archeologi, che più di tutti hanno contribuito a distruggere l’idea stessa di Storia. Gli altri, specie i classicisti, di formazione, di fede ellenocentrica, si arrendono ma non si arrabbiano, o piuttosto non si sono mai posti il problema, perché hanno sempre creduto per fede (non rendendosi nemmeno conto dei grovigli, dei binari morti).  Così, fra gli uni e gli altri, fra mentitori greci, archeologi  e classicisti moderni, la storia, fino alla mia scesa in campo, la scesa in campo di un laureato in legge, è rimasta nel regno delle menzogne propalate dagli antichi Greci e stancamente seguite o inutilmente moltiplicate dai moderni.

A onor del vero, va detto che se i Greci antichi nel complesso sono imbroglioni, soprattutto i loro antenati traci yahweisti, alcuni greci fanno eccezione, cercano di giungere alla verità in piena buona fede, e proprio per ciò ci forniscono informazioni utilissime. Se non vi riescono è perché non hanno gli strumenti critici in mano e perché le carte sono state rimescolate tanto tanto tempo fa e ora è difficile raccapezzarcisi. 

Vorrei ancora citare due aneddoti che rendono l’idea dell’abisso che intercorre fra i Greci e le civiltà veramente antiche del passato (prendo l’Egitto ad esempio) da essi spudoratamente sfidate. Ecateo di Mileto, che vive intorno al 500 a. C., alla greca,  cerca di impressionare i “barbari” sacerdoti egizi vantando un antenato divino sedici generazioni prima di lui, e cioè (contando, alla greca, tre generazioni ogni secolo), appena nell’XI secolo a. C. Questi allora lo conducono nel tempio tebano dove erano le 345 statue in legno dei sommi sacerdoti succedutisi di padre in figlio fino al più antico di essi anche lui figlio di esseri umani (Erodoto II 143). Inutile dire che contando anche qui, per par condicio, tre generazioni ogni secolo, si supera l’età attribuita da Platone allo sprofondamento della sua Atlantide.  Invitato a Sais dal re Amasi, Solone, presuntuoso quanto Ecateo, espose con orgoglio la cosmogonia greca. Uno dei sacerdoti, però, seppe umiliare il barbaro come più tardi avrebbero fatto i suoi colleghi di Tebe. Il suo unico commento fu questo: “Solone, Solone! Voi Greci siete sempre bambini, e non c’è un solo Greco vecchio! … Non avete una sola fede antica, né una scienza antica. ” (Platone, Timeo 21e-22b).

I Greci sono dunque ignoranti e  presuntuosi, quando va bene, ed è evidente che lo storico ha vita difficile a verificare la loro testimonianza. Dunque, nella contraffazione cominciata durante i secoli bui, le antichissime civiltà di Atlantide e d'Egitto trasmigrano nel Peloponneso. E' da qui, dal Peloponneso, dalla Grecia, che vengono fatte nascere dai Greci. Atlandide era così in Arcadia al centro del Peloponneso, e da Inaco, re dell'Argolide e del Peloponneso, nasce Io che da Zeus ha Epafo, dal quale nasce Libia, che genera Belo, che genera Egitto (pseudo Apollodoro II, 1).

Non ho nulla contro pseudo Apollodoro. Al contrario. Questo tardo compilatore d’età imperiale, se non addirittura alto-medievale, raccoglie la tradizione greca sparsa in numerosi autori (molti perduti nel frattempo), mettendo ordine e riconducendo tutto a sistema, facilitando l'opera dei testardi, che vogliono venire a capo delle menzogne greche. Non è vero che ignora l'esistenza di Roma e dell'impero romano, visto che è contemporaneo e  perfino  posteriore all’impero romano d’Occidente. Gli Eolidi sono i Tirreni occidentali e Roma è Calidone, in Etolia/Italia. Grazie anche a pseudo Apollodoro si può venire a capo della verità storica.

Alla fine, prima di tutto superando l'ostacolo dei depistaggi dei Greci e dei moderni, poi raccogliendo e mettendo insieme i pochi cocci superstiti, sono riuscito a risolvere il più importante fra i misteri della storia antica e a riportare a galla la meravigliosa storia di Atlantide, che è anche la meravigliosa storia di Roma, la città dalle due vite. Nel corso della risoluzione di questo, altri misteri hanno trovato la loro spiegazione alla fine di questa mia lunga indagine, in particolare l'origine degli Etruschi e degli Ebrei.

 

 

La vera Atlantide, anatolico-pontica.

Pseudo Apollodoro, trattando dell'undicesima fatica di Eracle, con la quale doveva riportare ad Euristeo di Micene i pomi d'oro del giardino delle Esperidi, sostiene che "questo non si trovava, come alcuni hanno detto, in Libia, bensì sul monte di Atlante, nel paese degli Iperborei". E più oltre, venendo al sodo, "Giunto alle montagne del Caucaso... Eracle... liberò... Prometeo. Prometeo aveva consigliato a Eracle di non cogliere le mele con le sue mani, ma di sollevare Atlante dal peso del cielo, e di inviare lui; giunto nel paese degli Iperborei, quindi, l'eroe convinse Atlante, e sostenne il cielo al suo posto. Atlante colse tre mele dal giardino delle Esperidi, e le portò a Eracle." (II, 5) Da Atlante via Elettra, discendono i Dardanidi e Troiani (pseudo Apollodoro III, 12), i Tirreni orientali.

La vera Atlantide che assalì Atene e l'Occidente è quella anatolico-pontica. L'Atlantide di Dionisio d'Alicarnasso (che è l'Atlantide della tradizione greca raccolta anche da pseudo Apollodoro III, 10 e 12) è con tutta evidenza il rovesciamento della realtà, dal Peloponneso a Troia, che sappiamo esistente prima del III millennio a. C. e nell'epicentro dei terremoti e alluvioni (è inverosimile che invece di fuggire da Atlantide gli Arcadi vi vadano in seguito agli stessi terremoti e alluvioni). L'Atlantide di Platone, che per la parte storica deriva dalla vera Atlantide anatolico-pontica, per il resto si riferisce alle Americhe. Sull'Atlantide 2/Americhe vedi l'appendice a questo lavoro. In sintesi i marinai di Atlantide, al di là delle colonne cui avevano dato il nome di Atlante scoprirono il Messico  che gli indigeni chiamavano ancora Aztlan al tempo dei conquistatori spagnoli.

A partire dal 1240 ca. (che per me corrisponde alla fine di Troia, VI o VIIa che sia, a causa di un sisma e conseguente incendio) una serie di terremoti e fenomeni vulcanici colpì l'Atlantide, cioè la Kaftor/Anatolia/Cappadocia della Vulgata di S. Girolamo, causando l'allagamento della Scizia con la Palude Meotide (odierno Mare d'Azov),   "di dimensioni non molto inferiori" al Mar Nero (Erodoto, IV, 86); la comparsa di 32 sorgenti d'acqua fredda e calda del Tearo, prima tappa in Tracia di Dario, superato il ponte di barche del Bosforo (Erodoto IV, 90) e delle rupi Cianee o Simplegadi, le rocce ancora vaganti (Erodoto IV, 85) presso il Bosforo incontrate dopo la dark age dagli Argonauti nel viaggio da Pyrgi alla Colchide. Anche Shliemann descrive il paesaggio paludoso della Troade, le curiose 40 fonti (Kirk Giös, i Quaranta Occhi) del torrente Bunarbaschi-Su, tutte alla temperatura di 17 gradi e mezzo, e a smentire la localizzazione della Troia omerica con lo squallido villaggio di Bunarbaschi ricorda il passo omerico delle due fonti una calda una fredda dello Scamandro dove le troiane solevano lavare i panni prima della guerra (Il. XXII, 147ss). Secondo Shliemann " Le due sorgenti, quella calda e quella fredda, si trovavano senza dubbio nella palude che è immediatamente sotto Ilio dal lato nord, nella stessa palude in cui Odisseo e Menelao si disposero all'agguato [Od. XIV, 472ss]. Alla scomparsa di queste due sorgenti non si può attribuire alcuna importanza, perché le sorgenti, calde e fredde, sono sempre fenomeni naturali accidentali che nella Troade, paese quanto mai vulcanico e ricco di sorgenti calde, appaiono e scompaiono all'improvviso in seguito ai frequenti terremoti. Frank Calvert ha osservato che in tempi moderni sono scomparse e poi riapparse parecchie di queste sorgenti calde. Ciò è accaduto anche tre o quattro anni fa alle fonti calde e salate di Tongla, che ricomparvero solo a distanza di diversi mesi. La sorgente più calda della piana di Troia si trova ora a due chilometri dal villaggio di Akchi-Kevi e ha una temperatura costante di 22 gradi." (La scoperta di Troia, Einaudi, p. 119)

Secondo Deuteronomio 2, 23 "Anche gli Avviti, che dimoravano in villaggi fino a Gaza, furono distrutti dai Kaftoriti usciti da Kaftor". "Eveos quoque qui habitabant in Aserim usque Gazam Cappadoces expulerunt qui egressi de Cappadocia..." Secondo Geremia 47, 4 "il Signore infatti distruge i Filistei, il resto dell'isola di Kaftor." "depopulatus est enim Dominus Palestinos, reliquias insulae Cappadociae." Secondo Amos 9,7 "Non ho io fatto uscire Israele dal paese d'Egitto, i Filistei da Kaftor e gli Aramei da Qir?" "numquid non Israhel ascendere feci de terra Aegypti, et Palestinos de Cappadocia, et Syros de Cyrene?" Purtroppo non posseggo la versione greca dei settanta, ma è evidente che San Girolamo, traducendo Cappadocia, aveva le sue buone ragioni.

La Palude Meotide (poi Mar d’Azov) al tempo di Erodoto, V sec.

Io credo che l'esondazione  del Mar Nero sia il vero Diluvio della tradizione dei Traco-Illiri  di Elleno (figlio di Deucalione) e di Noè. La nascente civiltà greca e giudaica (nonché fenicia) ha un deciso connotato tracio sia nel yahweismo/dionisismo connesso al vino (Noè che scopre il vino, Dioniso legato al vino), sia nei sacrifici umani (legati allo stesso culto di Yahweh/Dioniso nipote di Cadmo; Ifigenia in Aulide; la figlia del "giudice" Iefte/Deucalione;  Pelope ucciso e cucinato nel banchetto degli dèi; Atreo che fa a pezzi e cucina i figli dell'ignaro  Tieste e glie li dà a mangiare) e in special modo dei primogeniti (Abramo e Isacco; il sacrificio mòlek fenicio per combustione dei primogeniti nel tòfet). Figli del Diluvio che il buon Yahweh ha evidentemente inviato sulla Terra (alla Tertulliano) per punire l'umanità che se la passa troppo bene, in vizi e stravizi, mentre i poveri Traci vivono come bestie, di stenti. Figli del Diluvio dicevo, i Traci, perché l'hanno sperimentato sulla loro pelle, elaborano il concetto di catastrofe universale che millenariamente Yahweh invia sulla Terra per purificarla, e dunque lasciano ai cristiani loro discendenti il testimone per la proclamazione di una nuova Fine del Mondo con Giudizio Universale, che tutti abbiamo atteso, invano, alla fine del primo e del secondo millennio.  Il vero Mar Rosso da cui partono Fenici ed Ebrei per colonizzare la Palestina non può essere quello comunemente noto dalla tradizione, bensì un altro Mar Rosso, che secondo me è quello che oggi viene chiamato Mar Nero (ma nel medioevo Mar Russo/Rosso), da cui partono Danai e Shar-danai yahweisti antenati dell'Eracle ebreo Sansone della tribù "greca" di Dan. E infatti i popoli del mare giungono in Palestina da nord e dal mare, dalla piana di Israel, magari anche via terra, dall’Anatolia orientale, via Transgiordania, ma non  dall'Egitto, da sud, come pretende la Bibbia.  Del Mar Nero/Mar Rosso parlo approfonditamente in appendice. Qui anticipo che evidentemente l’originario Mar Rosso era il Mar Nero, poi chiamato Mar Nero (dopo il Medioevo, evidentemente) per distinguerlo dal Mar Rosso, nome che i yahweisti nel frattempo avevano trasferito al mare prossimo all’Egitto da cui con  metastoria di età  tarda pretendevano essere giunti (e in effetti dopo la conquista dell’Egitto e di Dafne pelusica da parte di Cambise II (figlio e successore di Ciro II) erano giunti a Gerusalemme; questo fu l’Esodo degli shardana-ebrei dall’Egitto!).

Poiché il Diluvio della Palude Meotide nella seconda metà del XIII secolo è il diluvio di Noè con  epicentro l’Ararat su cui si arena l’arca, è ovvio poi che il mito "di fondazione" del diluvio di Noè  non sia anteriore all'età neo-babilonese, come sostiene  M. Liverani (Oltre la Bibbia, Laterza, pp. 257-259). 

La mia ipotesi è che in seguito a terremoti, fenomeni vulcanici e alluvioni l'Anatolia/Cappadocia/Kaftor divenne praticamente isolata, o considerata tale. Col tempo tornò ad essere collegata alla terraferma e pertanto, dopo i '"secoli bui", non essendo più ritrovata, l'isola si considerò "sparita", "inabissata"; o, in ogni caso, tutta la vicenda suggerì a Platone l’idea dell’inabissamento della sua (realmente esistente 2a) Atlantide nell’Atlantico.

Il regno anatolico e pontico di Atlantide/Iperborea con capitale Troia, era realmente situato al di là delle colonne che Sesostris I/Eracle aveva posto al Bosforo ("attraversò l'intero continente, poi passò dall'Asia in Europa e assoggettò gli Sciti e i Traci. Queste mi sembrano le regioni estreme toccate dall'esercito egiziano: in effetti nel paese degli Sciti e dei Traci si vedono ancora erette delle stele commemorative, che spingendosi oltre non si vedono più. " Erodoto II, 103), al confine fra Asia ed Europa, meta ultima della sua spedizione. Secondo Erodoto la Colchide, che io ritengo abbia ereditato nella tradizione il ruolo di culla della civiltà dei Tirreni, sarebbe stata colonizzata dai soldati egizi di Sesostri I durante la sua spedizione conquistatrice fino in Tracia (Erodoto, 103), ciò che è ora confermato da una grande stele ritrovata a Mit-Rahina (Medio Egitto) nel 1974.

Sesostris (che Erodoto, II, 111-113ss, colloca erroneamente – ma ciò corrispondeva o poteva corrispondere anche a quel che i Greci stessi ritenevano, e cioè l'esistenza di un Sesostris/Eracle anteriore alla guerra di Troia –   appena prima di Ferone e di Proteo sotto cui avvenne la guerra di Troia) entrò certo a formare la leggenda di Eracle e della sua spedizione fino all'estremità occidentale dell'Europa con le sue Colonne passate alla storia. Il nome egizio è S-n-Wsr-t e si traduce "uomo (della dea) Wsret (con terminazione femminile)", laddove wsr significa "forte, potente". Non è dunque difficile comprendere come l'"uomo forte" Eracle/Sesostris, figlio di Wosret/Hera, possa essere diventato l'eroe conquistatore del mondo descritto da Erodoto e Diodoro fino a pseudo Apollodoro. Dario eresse al Bosforo due colonne in marmo bianco con l'elenco in persiano e greco dei popoli che lo seguivano nella spedizione contro la Grecia (Erodoto, IV, 87). I re persiani conoscono molto bene la storia più antica, non solo, ma tengono a rinviarvi  in ogni loro gesto, per cui è del tutto plausibile che prima delle due colonne di Dario al Bosforo siano state poste altre colonne o stele da parte di Eracle/Sesostris I, incline a dar fuoco ai suoi congiunti (Erodoto II, 107; pseudo Apollodoro II, 4).

L'Ellesponto è definito da Serse "fiume melmoso e salmastro" (Erodoto VII, 35). Strabone ricorda un grande terremoto che sotto il regno di Tantalo " colpì la Lidia e la Ionia, estendendosi fino alla Troade. Interi villaggi furono inghiottiti ed il Monte Sipilo rimase deserto... Le paludi si tramutarono in laghi ed un'onda di maremoto inondò la regione attorno a Troia. " (I, 58). "I testi hittiti e quelli di Ugarit segnalano carestie e importazioni di grano dalla Siria verso l'Anatolia, e Merenptah si vanta di aver inviato grano dall'Egitto "per mantenere in vita il paese di Khatti" (ARE III 580). Qualcosa del genere deve essersi verificato anche nella penisola balcanica." (Liverani, p. 40). Anche quelli che poi saranno noti come Fenici furono costretti ad abbandonare il loro territorio a causa di un terremoto, secondo Giustino. Si tenga presente che i Fenici non sono i Cananei e non si può parlare di Fenici prima del movimento dei popoli del mare, anche se abitano città che mantengono lo stesso nome di quando erano cananee.

Si tengano anche presenti le tre satrapie persiane di “Quelli del Mare”/Dascilio, a sud del Mar Nero (e confinante con il versante occidentale della Cappadocia), Sardi e Ionia (Olmstead, pp. 70 e 92), da cui potrebbe evincere un ricordo del fatto che i popoli del mare erano proprio quelli provenienti dal Mar Nero. Tanto più che “Quelli al di là del mare” sono i Saci (Olmstead, p. 156).

L'impero dei Tirreni orientali, sulla scorta di pseudo Apollodoro (II, 5, l'11a fatica di Eracle, e III, 10 e 12), avrebbe potuto chiamarsi di Atlantide, abitata dagli Iperborei. Qui risiedeva Atlante (sull'Ararat armeno), vicino a suo fratello Prometeo (legato dal tracio Zeus ad una delle colonne del Sole nascente del Caucaso), figli dei titani Giapeto/Iafet (antenato degli Europei) e Asia. Fra Europa e Asia. Qui risiedevano gli innumerevoli figli e figlie di  Atlante, da cui provenivano i Dardanidi e Troiani.  In Colchide era localizzato il giardino/paradiso del Sole (raffigurato nella tradizione slava e indiana come una ruota coi raggi che gira su se stessa) con al centro l'albero della vita dai pomi d'oro, produttore di ogni semente. Vi era a guardia l'uccello-cane, il grifone Simar'gl, anch'egli simbolo del Sole come uccello di fuoco. Nella settimana del solstizio d'estate le giovani sacerdotesse celebranti vestivano abiti dalle lunghe maniche che lasciavano scivolare fino a terra. Allargando allora le braccia – le ali del sacro grifone –, scandivano movimenti rituali al suono delle cetre e dei triangoli (F. Conte, Gli Slavi, Einaudi Tascabili,  p. 325). Era un impero eurasiatico sull'acqua che aveva come sbocco Troia, fondata da Dardano, figlio di Elettra, figlia di Atlante (si noti che i Greci hanno tolto ad Atlante tutti i figli lasciandogli solo figlie –  oltretutto trasferendole in Arcadia,  pseudo Apollodoro III, 10 –  ma erano le donne a trasferire la regalità tanto presso gli Egizi e i Tirreni quanto presso gli Slavi, che  hanno ereditato le tradizioni dei Tirreni).  Se Taruisa/Troia (la "città bassa") logicamente può essere un mercato, un crocevia di scambi, potrebbe essere connesso allo slavo (torg, trg/targi) targowisko (polacco) "mercato", il mercato dell'Ellesponto sull'Egeo. Pergamo, la Rocca, la "città alta", è connesso col germanico burg/berg, la "Fortezza, Castello", da cui Hissarlik turco. E' solo dopo la catastrofe della seconda metà del XIII secolo che l'insenatura s'è insabbiata isolando la Rocca dal mare.   L'impero degli Atlantidi era fondato sull'acqua, sul Mar Nero e Caspio, sull'Egeo, sul Mediterraneo fino a Creta, e poi sui fiumi che sfociano nel Mar Nero (Danubio-Istros, Dnestr-Tiras, Dnepr-Borysthenes, Don-Tanais) e nel Mar Caspio (Volga). La ricchezza di questo impero era il grano (la Scizia granaio del Mediterraneo), il pesce, le pelli, il rinomato miele della Scizia e gli schiavi, l'oro custodito dai grifoni di Erodoto (III, 116). Gli Atlantidi, con le loro lunghe navi monossili dal fondo piatto, importavano l'ambra e le pellicce del Mar Baltico lungo le vie fluviali navigabili come il Dnestr-Vistola o Dnepr-Dvina, lo stagno boemo e l'argento tracio lungo una carovaniera, la via argonautica, su cui poi si sovrappose la via Egnazia romana. Dal terminale di Adria si diramavano poi altre due vie dei Tirreni, quella pelasgica fino a Roma e quella eraclea fino alle colonne di Atlante e al Tartesso.

Troia esisteva dall'inizio di tempi. Esisteva da prima della prima dinastia egizia, da prima dei palazzi minoici a Creta, divisa fra città alta e bassa, a controllo dei traffici (e poteva dunque esigere un pedaggio) sull'Ellesponto, la porta sull'Egeo dell'immenso impero commerciale euroasiatico degli Atlantidi. Troia prima di tutto era sulla via dello stagno boemo e dunque il pedaggio sullo stagno e il suo commercio costituiva la sua principale fonte di ricchezza nell'età del bronzo, e cioè già a partire da Troia I agli inizi del III millennio. Già Troia II aveva le sue mura, spesse tre metri con zoccolo obliquo sul lato esterno in funzione di stabilità e difesa. Erano state costruite dagli stessi dèi, da Posidone (il Posidone Uranio/Dagan del Disco di Festo), dio del mare e dei terremoti, cui la regione è soggetta, e da Apollo, il Sole.  Troia II ha grandi pithoi di terracotta per conservare le provviste. Allo strato finale di Troia II (2400 a. C.) appartiene il cosiddetto Tesoro di Priamo (1538 pezzi in oro, argento e pietre preziose divisi fra il museo Puškin di Mosca e l'Ermitage di San Pietroburgo).

Mi immagino che i Tirreni orientali fossero al centro di un'avanzata metallurgia segnalata dai tesori di Alaca Hüyük (2200 a.C.), in Anatolia centro-settentrionale, di Maikop (2200 a. C.), nel Caucaso settentrionale, poi quelli che provano una relazione con la Mesopotamia (secondo alcuni i tesori di Ur ci arrivano portati da una dinastia del nord) e l'Egitto (il tesoro di Dorak, nei pressi della Troade, contiene un frammento in oro col cartiglio del faraone Sahura, 2500 ca.) Gli Akkadi hanno carovane che giungono in Anatolia per procurarsi i metalli. Dopo gli Akkadi le stesse vie carovaniere sono percorse dagli Assiri che, a Kanesh in Anatolia centrale, hanno un loro quartiere commerciale e acquistano argento, oro e rame, in cambio pare, fra l'altro, di stagno. Quando gli Hurriti si interposero su questa via carovaniera una seconda via dello stagno collegò Kanesh alla Cilicia, e attraverso l'Eufrate (archivi di Mari sul medio Eufrate) in direzione della Mesopotamia meridionale. 

F. Braudel menziona il tesoro scoperto sulle rive del Mar Nero nella grotta di Nahal Mishmar e oggi datati al 4000 a. C.: armi, scettri, corone, mazze di rame dai disegni complicati e tecnicamente perfetti "certamente in anticipo su quelli della Mesopotamia dello stesso periodo. " (Memorie del Mediterraneo, Tascabili Bompiani, p. 87)

Troia II era già una città opulenta che esportava i metalli dell'entroterra eurasiatico degli Atlantidi in cambio di prodotti lavorati e di lusso dal resto del mondo. Troia III durò poco, fino al 2200, ma costituisce un progresso rispetto alle precedenti. Troia VI (1700-1300) fu la città più grande e importante. La cittadella aveva un diametro di 220 metri su una superficie di 20.000 metri quadri e mura lunghe 550 metri. In questo periodo vi fu la costante preoccupazione di dare alla città una protezione da attacchi esterni con ben tre cinte murarie, l'ultima di cinque metri di spessore, sempre con parete esterna obliqua ma ancor più inclinata e alzato di 4 metri in mattoni d'argilla cotti al sole, disposti accortamente in funzione antisismica. Sulla parte superiore delle mura, dietro un parapetto, correva il camminamento per le guardie. Vi erano poi grandi torri sporgenti e quattro porte di accesso, la più grande (Scee, a sud) larga tre metri e 25 cm. con a fianco una torre del 1300 davanti alla quale furono collocate quattro stele ed altre stele simili sul lato destro della porta davanti a un megaron parallelo alle mura al cui interno sono stati rinvenuti resti di sacrifici. Dunque la porta sud aveva valore di rappresentanza. Da qui passavano le delegazioni straniere che prima sacrificavano alle divinità locali e poi entravano sui loro carri lungo la strada lastricata che li conduceva al cuore della cittadella, al palazzo reale oggi perduto perché spianato nel IV secolo per costruirvi il tempio di Atena Iliaca. Troia era un centro nevralgico del commercio via mare e via terra. Smerciava i metalli, soprattutto lo stagno, poi l'ambra dei Balcani e la corniola.

In quanto popolo marinaro e guerriero che regnava su Creta e le isole, oltre che sul Mar Nero, i Tirreni erano i soli a poter affrontare adeguatamente l'occupazione da parte degli Hyksos del delta egizio alla fine del XVIII secolo. Come avviene di solito, l'alleanza militare fu ratificata dai matrimoni dinastici, con la differenza che in questo caso la potenza egemone era quella dei Tirreni, i quali davano le loro figlie (in Egitto le donne sono portatrici della regalità) come grandi spose reali ai faraoni. E' evidente che ad un certo momento la doppia corona verrà portata da faraoni tirreni, figli di altri faraoni tirreni. Siamo allo scontro finale fra Egitto della XVII dinastia tebana e Hyksos del delta. La vittoria sugli Hyksos della marineria  tirrenica di Ahmose fondatore della XVIII dinastia coincise però anche con la prima eruzione del Thera (Stele della Tempesta e verso del papiro Rhind)  con cui  alla metà del XVI secolo termina il periodo d'oro  della talassocrazia dei Tirreni. Poi fra l'eruzione parossistica del Thera (1330 circa sotto il regno di Amenofi IV) e il terremoto disastroso che deve aver abbattuto (con conseguente incendio) –  ipotesi mia –  Troia  VIIa verso il 1240, abbiamo la fine di Atlantide e del suo vasto impero. E tuttavia, per quanto notevolmente ridimensionati, i Tirreni   rimangono signori del mare (in Oriente e Occidente) almeno fino all'iniziale XI secolo in cui l'asse Roma-Troia mantiene l'ordine in Siria-Palestina.

E' possibile che i popoli che si affacciano sull'Egeo parlassero nel III millennio una lingua indeuropea (proto-luvico). Ma a Troia VI si parlava greco. Dopo la dark age, l'eolico è parlato a settentrione, seguito a sud dallo ionico e dal  dorico ancora più a sud. Secondo Dionisio e gli antichi filologi greco-romani i Romani, coloni di Troia, parlano una lingua di ascendenza eolica (Dionisio I, 90; in particolare è stata notata la presenza del digamma che si riscontra anche nell'Apoteosi di Radamanto sul Disco di Festo, che io ora attribuisco ai Tirreni orientali, che a mio avviso dominano anche su Creta e sulle isole al posto degli obsoleti "Minoici" di Evans).    Quando Dionisio d'Alicarnasso si sforza in ogni modo di dimostrare che i Romani sono Greci autentici non lo fa per piaggeria nei confronti della superpotenza dell'Occidente, né per rendere più tollerabile ai Greci la loro soggezione ad un impero straniero, ma perché ci crede realmente.

Ancora sotto Sesostri I uno scriba si vantava di leggere il cretese: "Il mio calamo comprende gli Haunebu". Per me gli Haunebu sono appunto i Tirreni orientali, gli Atlantidi, che dominarono sulle isole dell'Egeo e su Creta. Sulle loro navi signore dei sette mari sventolava il grifone, simbolo del Sole. Ho motivo di sospettare che il termine Haunebu sia stato esteso poi ai Tirreni occidentali coloni di quelli orientali, che abitavano le "isole sacre" dei Tirreni secondo l'espressione di Esiodo, alla fine della Teogonia, come se la civiltà dei Tirreni fosse l'ultima propaggine della primaria civiltà greca fondata dagli dèi (mentre era vero l'opposto, che Troia era stata fondata dagli dèi e i Greci erano i  distruttori, discendenti a loro volta dei barbari che avevano distrutto la civiltà degli dèi).  Hau-nebu diventa perciò l'Ausonia, il più antico nome dell'Italia (prima che fosse chiamata Tirrenia, Dionisio, I, 11, 4), per metatesi da un originario *Au-nisoi, le "Isole sacre" dei Tirreni. Secondo Erodoto i Colchi sono frutto della mescolanza fra soldati egizi e donne indigene e per questo hanno costumi di derivazione egizia. La data di nascita di questa nazione sarebbe dunque il 1971-1926, regno di Sesostri I. Siamo dunque all’inizio del II millennio. Nello stesso periodo è in piedi Troia IV-V.

                   

Gli Atlantidi  dominavano realmente sulla Tirrenia e sull’Egitto.

Prima della catastrofe, l'Atlantide iperborea, con capitale Troia, dominava realmente (come afferma Platone attribuendolo alla sua Atlantide oltre Gibilterra, Timeo 25a-b) sulla Tirrenia occidentale, sua colonia, e dominava anche sull'Egitto, poiché il faraone, a partire dalla guerra contro gli Hyksos (XVII dinastia) sposava la figlia di dinasti tirreni orientali, la quale diventava la sua grande sposa reale (e in Egitto è questa a trasmettere a suo marito il titolo di faraone). In questa fase della storia erano in sostanza i Tirreni a dominare sull'Egitto. Seqenenra Tao I e Tetisheri ("Teti la piccola") generano Seqenenra Tao II e Ahhotep (dunque entrambi sicuramente tirreni, se Ahhotep era ritenuta originaria di Haunebu, come scrive M. Bernal, e io ho ragione) che si sposano fra loro e generano Ahmose (tirrenico anche lui, ovviamente), il faraone che cacciò gli Hyksos dall'Egitto e fondò la XVIII dinastia. Ahmose ha una speciale relazione con i Tirreni, dato che le sue armi sono decorate col grifone iperboreo, che ricompare negli affreschi del palazzo di Cnosso e di Pilo, fino a quelli delle necropoli etrusche come Tarquinia. Scrive A. Gardiner che l'intera famiglia dinastica, a partire dai due Tao, chiamati "Signori dell'Occidente" (il che ha un riferimento prima di tutto al mondo dei morti, collocati a Occidente), fu oggetto di adorazione nel villaggio di Deir al-Medina che alcuni secoli dopo ospitava gli operai delle tombe reali. A queste divinità molto amate dal popolo, si rivolgevano preghiere nei momenti difficili, o si chiedevano responsi ai loro oracoli in caso di controversie legali (La civiltà egizia, Einaudi, p. 160). Un oracolo di Teti in ambito ceretano (E. Fiesel, s. v. Tethys, in RE VIa, Stuttgart 1936, coll. 204-204; G. Capdeville, Volcanus, in "BEFAR" 288, Roma 1995, pp. 65-66 n. 7; T. P. Wiseman, Remus, pp. 57-62) trova riscontro nella tradizione che ruota attorno ai fondatori di Roma (Promathion, autore di una Storia d'Italia in Plutarco, Vita di Romolo, 2, 4-8), di Cures sabina (Dionisio, II, 48), a Servio Tullio (Dionisio, IV, 2), ed aveva come centro il focolare del tempio annesso alla reggia, plausibilmente da riconnettersi al dio dei metallurgi Efesto/Vulcano. Ovviamente Teti era una divinità dei Tirreni e in Iliade vive nelle profondità marine tra Imbro, Lemno e Samotracia (Il. XXIV, 78). Anche Peleo figlio di Eaco, che da Teti ebbe Achille è personaggio della tradizione tirrenica (addirittura occidentale, di Pyrgi e Roma, colonia di Troia). Ha partecipato alla caccia del cinghiale Calidonio, a Roma, ai giochi in onore di Pelia (fratello di Neleo di Pilo, anch'esso legato a Roma), alla spedizione degli Argonauti (Romani e partiti da Pyrgi) e, con Giasone e i Dioscuri (Romani), al saccheggio di Iolco! (pseudo Apollodoro, III, 13) Anche Telamone suo fratello sposa una troiana, Esione. Più tardi incontriamo una nazione che ha gemmato verisimilmente dai Tirreni, quella dei Mitanni, che continuano a dare le loro spose reali ai faraoni. Mutemuya/Europa da Tuthmosis IV ha Amenofis III/Radamanto e questo, da Tiye, figlia del sommo visir Minehud/Minosse e di sua moglie Tuya/Pasifae, ha Amenofis IV che sposa Nefertiti/Megara. (Che i Mitanni siano ancora tirreni orientali lo dimostra la tradizione che lega Pasifae alla Colchide e al giardino del Sole degli Iperborei Atlantidi). E' significativo che il villaggio di Deir al-Medina sorge "sulle alture del deserto sovrastanti il grande tempio funerario di Amenophis III" (Gardiner, p. 249) il Radamanto celeberrimo fra tutti i sovrani tirrenici, che da morto è il legislatore dei defunti nel Campi Elisi/Ausonia (Od. IV, 564-565).

 

L’esodo dall’Anatolia a partire dal 1240 ca.

In seguito a questo disastro del 1240 ca., certamente, Teucri (Troiani) e Misi, prima della “guerra di Troia”, superato il Bosforo, sottomisero, con un'impresa di dimensioni paragonabili alla stessa guerra di Troia, tutti i Traci, scesero verso l'Adriatico e si spinsero verso sud fino al fiume Peneo in Tessaglia (Erodoto VII, 20), cacciando davanti a sé i Traci dello Strimone (Erodoto VII, 75). E' evidente che Erodoto considera le due “guerre” come separate, mentre si trattava verisimilmente del medesimo fenomeno di più ondate di esodo. In ogni caso ritengo che l'esodo primario segua alla catastrofe avvenuta intorno al 1240 a. C. (fase finale del regno di Ramses II) con successive ondate d'esodo documentate alla fine del XIII-XII secolo da Merenptah a Ramses III. E' lo stesso fenomeno che secondo i Lidi provoca la carestia in Lidia e determina l'esodo di Tirreno che giungerà, via mare (presumibilmente; ma il testo erodoteo non è perspicuo su questo punto, e potrebbe combaciare con la teoria dei Pelasgi dall’Epiro per la via pelasgica Spina-Cortona-Cere e Roma; teoria che vedremo falsa e sulla quale si fonda la teoria dell’etrusco come lingua periferica ad una indeuropeizzazione Est-Ovest che si infiltra nel e al contempo respinge a Occidente lo strato anindeuropeo precedente)  sulle coste che da lui si diranno tirreniche (Erodoto, I, 94).  Stessa causa ha la partenza delle Amazzoni dal Termodonte (sulle coste meridionali del Mar Nero) e la loro invasione dell'Attica e di Atene (Erodoto IX, 27) al tempo di Teseo e dunque prima della guerra di Troia. Atene richiama la leggenda dell'Atlantide di Platone, che  trae spunto dall'assalto di Teucri/Troiani, Misi e Amazzoni del Termodonte, cioè Atlantidi, contro l'Europa e Atene. Atene non resistette all'attacco degli Atlantidi (o, esprimendomi biblicamente, all'attacco del "resto dell'isola di Atlantide"), come fra l'altro suggerisce l'impresa delle Amazzoni, e infatti io sono certo che gli Shardana (i Pelagi "popoli del mare", i Pelasgi di lingua lemnia poi cacciati dagli Ateniesi) si stabilirono sull'acropoli di Atene come si stabilirono sull'acropoli di Micene (cratere degli opliti shardana, 1200 ca.) e altrove, essendo fin dall'inizio i più temibili e bellicosi fra i popoli del mare, tanto che tutti i potenti di allora se li accaparrano come mercenari (compaiono già sulle tavolette di Amarna nella seconda metà del XIV secolo come truppe mercenarie al servizio del principe Rib-Adda di Biblo, fino al XII secolo come truppe mercenarie di Ramses III; i Tanaja/Danai sono menzionati come stabiliti in Grecia e Creta già su una base di statua di Amenofi II nel tempio funerario di Amenofi III).

I popoli terremotati e alluvionati hanno dovuto scegliere  fra essere ammazzati mentre cercavano un nuovo Lebensraum, una Terra Promessa da Yahweh, a scapito dei  paesi ricchi, oppure morire di fame  rimanendo dov'erano o facendosi travolgere dalla fiumana dell'esodo. E hanno fatto la loro scelta.    Dobbiamo immaginare che se il disastro avviene intorno al 1240, ci deve essere stato un effetto dominio di terremoti successivi e un effetto  valanga di emigrazione. Sicuramente qualcosa è avvenuto già nella fase finale del regno di Ramses II, anche se non ha investito l’Egitto.

I testi di Ugarit parlano di invasione dal mare anche se non specificano da parte di chi (Shardana?): Il re di Cipro scrive a quello di Ugarit: “ Riguardo a quanto mi hai scritto ‘ Si sono viste navi nemiche in mare?’, è vero, si sono viste delle navi, e tu rafforzati: le tue truppe e i tuoi carri dove stanno? Non stanno lì con te? Se no, chi ti ha spinto appresso ai nemici? Cingi di mura le tue città, facci entrare truppe e carri, e aspetta il nemico a pie’ fermo! “  Risponde il re di Ugarit, “Padre mio, le navi nemiche sono arrivate e hanno dato alle fiamme alcune mie città, e causato danni nel paese. Mio padre non sa forse che tutte le mie truppe stanno nel paese di Khatti, e tutte le mie navi nel paese di Lukka? Non sono ancora tornate e il paese è abbandonato così. Ora sono venute sette navi nemiche a fare parecchi danni: se si avvistano altre navi nemiche fammelo sapere! “ (Ug. V, pp. 85-89), Liverani, p. 42. Da testi come questo si evince che i popoli del mare hanno  approfittato della “guerra mondiale” in corso per trovare scampo al Diluvio della Palude Meotide.

Sappiamo comunque che agli inizi del regno di Ramses II (1279-1212; ma è proprio sicuro che si tratti degli inizi del regno? Purtroppo non posso accertarlo personalmente) gli Shardana giungono dal mare aperto con le loro navi da guerra e nessuno è in grado di fronteggiarli (stele da Tanis). Di lì a poco gli Shardana (elmi cornuti scudi rotondi e lunghe spade) entrano a far parte delle guardie del corpo del faraone impiegate nella guerra contro gli Ittiti (Gardiner, p. 236).

Da qui la fiumana che si abbatte sull'Egitto l'anno 5 di Merenptah (figlio e successore di Ramses II), nel 1208. I testi egizi parlano di una coalizione, dunque di una premeditazione, di un complotto, teoria faraonica che viene riproposta ancor più decisamente per l'assalto dell'anno 8 di Ramses III.

Io non lo credo. L'esodo in massa di tanti popoli tutti insieme può aver ingenerato l'idea di un'azione concertata e premeditata. L'unica sarebbe pensare all'attività promotrice dei santuari oracolari yahweisti di Dodona e dell'oasi di Siwa, emanazione dell'oracolo di Ammone di Tebe (secondo Erodoto II, 54-57) che tanto era stato e inutilmente avversato da Amenofi III e IV. L'aggressione alla Palestina dell'anno 8 di Ramses III è sicuramente di stampo yahweista. Tuttavia non vedo quale interesse potesse avere l'oracolo di Ammone a Tebe ad attirare una tale calamità sull'Egitto,   e, quanto all'oracolo di Dodona, è troppo distante dal teatro dell'esodo da essere fuori discussione, anche perché, come vedremo, va assolutamente esclusa un'aggressione partita dall'Adriatico e dalla Sicilia (e a maggior ragione dalla Sardegna, ignorata da Dionisio e colonizzata dagli Shardana solo nella fase dei "ritorni"). L'oracolo di Siwa potrebbe interessare l'esodo libico dell'anno 5 di  Merenptah, ma i Libu sono gli unici incirconcisi fra gli aggressori (Gardiner, p. 245) e le iscrizioni del tempio di Karnak  sottolineano che sono davvero affamati. Essi sono venuti in Egitto con mogli figli bestiame e un'enorme quantità di armi (forse queste hanno ingenerato il sospetto; l'infantile arabo che si fa sorprendere ad agitare il fucile e tirare sassi, e gli Americani gli tirano contro bombe all'uranio arricchito) e utensili che furono catturati dagli Egizi (Gardiner, p. 246). La causa dell'esodo degli Anatolici è indipendente e pertanto è solo per un preconcetto nei confronti dei Libici che gli Egizi immaginano il loro zampino dietro quanto è accaduto. Il rapporto (1210 ca.) di un ufficiale di frontiera egizio dice "Abbiamo finito per concedere alle tribù beduine di Edom il permesso di passare oltre la fortezza di Merenptah nel Golfo di Suez per recarsi agli stagni di Pi-Tom che sono nel Golfo di Suez, onde mantenerle in vita e mantenere in vita il loro bestiame grazie alla generosità del faraone... " (Gardiner, p. 248; Liverani, p. 29) Ramses III sterminò i beduini Seiriti di Edom (Gardiner, p. 262). Yahweh (dio della guerra e della tempesta " il cui simbolo era una sorta di motivo a croce che queste genti portavano impresso sulla fronte, in prosieguo noto con l'espressione 'il segno di Jahvè' " Knight e Lomas, La chiave di Hiram, Oscar Mondadori, p. 171), introdotto dai popoli del mare traci (si consideri il sicuramente tardo oracolo yahweista di Dodona in Tesprozia), forse attraverso l'oracolo yahweista dell'oasi di Siwa, attecchisce fra i Seiriti (del monte Se'ir/Edom) delle tribù dei Shosu/beduini a sud del Mar Morto, ed è qui (non sull'Oreb dei Midianiti/Keniti di Ietro) che il fantamitico Mosè viene contattato da Yahweh (Giudici 5,4; Liverani p. 156). Quando gli Ebrei scriveranno la loro storia nel tempio di Yahweh inaugurato nel 515, utilizzeranno le note a loro, come a noi oggi, vicende dei  beduini edomiti per fingere un esodo dal Golfo di Suez, cioè dal Mar Rosso, dove si trovano gli stagni di Pi-Aton, e una penetrazione via interna dalla Transgiordania al mare. E questa ricostruzione sarà tanto ambiguamente collocata nel tempo da suggerire a Flavio Giuseppe che esodo degli Ebrei e esodo degli Hyksos abbiano coinciso. E del resto vicino a Dafne pelusica, dove sono rifugiati da Gerusalemme gli shardana yahweisti insieme a Geremia e ai gerosolimitani ex filo-babilonesi, sorge la Tanis/Avaris della XXI dinastia (tornata in auge sotto Ramses II), che raccoglie le memorie dell’antico passato hyksos. I Fenici pretenderanno di essere anche più antichi e di essere partiti dal Mar Rosso agli inizi del III millennio, confondendo  i cervelli degli storici della civiltà fenicia.

 

L’esodo dei popoli del mare ha per epicentro l’Anatolia.

L'evidenza è che i cinque popoli del mare: Dardani, Luka, Aqaiwasha, Sheklesh e Tursha (Tirash? dal fiume Tiras/Dnestr) hanno origine anatolica. Tutti praticavano la circoncisione (circoncisione dei popoli Traci, evidentemente, poi fatta propria dagli Ebrei, yahweisti) da tempo immemorabile, come gli Egizi, tranne i  Libi, che vengono accusati di aver capeggiato la coalizione (Gardiner,  p. 245). E  l'attacco dell'anno 8 di Ramses III (1178) ancora una volta ha come origine l'Anatolia: " I paesi stranieri ordirono un complotto nelle loro isole. La guerra si diffuse contemporaneamente in tutti i paesi e li sconvolse, e nessuno poté resistere alle loro armi, a incominciare da Hatti, Cilicia, Karchemish, Arzawa e Cipro... Un attendamento fu posto in una località di  Amor [Siria, il che ci riporta alla piana di Israel e al quartier generale di Silo] ed essi devastarono e spopolarono quel paese come se non fosse mai esistito."  I popoli del mare vengono tutti dalla Tracia e dall'Anatolia, dal bacino orientale del Mediterraneo.

Gli  Sheklesh dell'attacco di Merenptah  possono in teoria, ma solo in teoria, essere  Siculi provenienti dalla Sicilia parallelamente ai  Libu che vengono, questi è certo, dalla Libia. Si potrebbe ricorrere alla tradizione  (che ho omesso, motivatamente, di  menzionare sopra a supporto  dell'esodo dall'Anatolia)  di Dionisio d'Alicarnasso, e cioè dei Pelasgi (partiti dalla Tessaglia; per ipotesi ulteriore spinti in avanti dall'esodo dei Teucri e Misi) giunti in Italia dall’alto Adriatico (attraverso Dodona in Epiro) e dalla valle del Po, fondandovi Spina, e usciti dall'Italia a cavallo della guerra di Troia (I, 26,1), sospingendo davanti a sé i Siculi, che però vanno in Sicilia, e non dalla Sicilia emigrano verso il Levante (I, 22). Ma nell'anno 5 di Merenptah non si parla di Pelasgi.  Solo nell'attacco dell'anno 8 di Ramses III sono citati sia i Peleset/Pelasgi che gli Sheklesh, ma stavolta non ci sono più i Libu, e dunque, poiché l'attacco viene indubbiamente da nord est a sud, si tratta di Pelasgi dell'area tracica e Sheklesh che non hanno mai avuto a che fare con l'Italia. Poiché è indubbio che gli Shardana nella fase dei "ritorni" colonizzeranno la Sardegna, non è escluso che anche gli Sheklesh abbiano nella stessa fase colonizzato la Sicilia, ma non vi sono riscontri documentali.

Si potrebbe obiettare che i Pelasgi e Siculi di cui parla Dionisio si fondano sulla sua tradizione (che è poi la tradizione anche di Ellanico  di Lesbo in Dionisio I, 28, 3), a prescindere dall'evidenza egizia. In altre parole, questi Pelasgi e Siculi potrebbero essere stati stanziati in Italia pur non coincidendo con quelli  che assalirono il Levante e l'Egitto,  il che non escluderebbe che anche loro siano realmente esistiti.  I Siculi autoctoni di Dionisio sanno di artificio, dipendendo dal nome Siculi con cui vennero dapprima indicati dai Greci i popoli italici con cui vennero in contatto.  Lo stesso dicasi dei  Pelasgi. Si tenga inoltre presente che, come li fa apparire in Italia, così  Dionisio  li fa sparire, e il tutto sa di artificio. Ci ritorneremo.

Riflettendoci, poiché abbiamo ipotizzato che alla fine del movimento dei popoli del mare gli Sheklesh/Siculi possono essersi stabiliti in Sicilia, così come gli Shardana/Sardi in Sardegna, si potrebbe considerare la testimonianza/ricostruzione di Dionisio come valida nella fase  successiva di  questo arrivo da oriente di XII-XI secolo.

La situazione complessiva sarebbe la seguente (la riprendo avanti più analiticamente). Prima la colonizzazione tirrenico-egizia del XV secolo che dà il nome Ausonia, da Haunebu, all'Italia che si bagna sul Tirreno, e  costruisce torri da cui il successivo nome di Tirrenia. In questa fase in Italia centrale ci sono gli Umbri e dagli Appennini scendono nell'area della futura Roma i Sabini/Aborigeni. Roma e Pyrgi vengono fondate stabilmente sotto Amenofi III/Eracle (tradizione di Evandro ed Eracle). Città come Agilla, Pisa, Saurnia, Alsio (Dionisio I, 20, 5) sarebbero state tolte ai Siculi dai Tirreni nel corso dei tempi. Dionisio afferma giustamente che i Tirreni sono autoctoni (sempre relativamente "autoctoni", e infatti sono i primi colonizzatori dell'Italia) ma curiosamente nega a Roma origine tirrenica ("Molti storici hanno scambiato Roma stessa per città tirrenica", I, 29, 2). Evidentemente è  fuorviato dall'identificazione Etruschi = Tirreni. Per non correre il rischio di fraintendimenti suggerisco di considerare i Siculi di Dionisio come “Autoctoni” in senso ampio. Peucezi ed Enotri peloponnesiaci dallo Ionio  non devono aver minimamente interessato Roma, bensì l'Italia meridionale. Poi arrivano i Pelasgi/Shardana, dal Tirreno, e colonizzano la Sardegna e fanno decollare la civiltà etrusca in Etruria e Campania, accerchiando l'Ausonia/Lazio dal Tevere al Volturno, più stabilmente in mano dei Tirreni (fra cui primeggia l'elemento indigeno sabino, gli “Aborigeni” di Dionisio). Infine Enea troiano coi suoi  romani e troiani reduci dalle guerre di Palestina.   

 

Shardana e Pelasgi.

L'attacco via mare dell'anno 8 di Ramses III è accompagnato via terra da carri trainati da buoi gibbosi (di una razza chiaramente asiatica) con sopra donne e bambini (Gardiner, p. 258). Sono i carri che contengono le mogli e i figli degli Shar-danai  e dei Peleset/Pelasgi, le punte avanzate dell'esodo dalla regione della palude Meotide a nord del Mar Nero. Secondo Erodoto i Greci chiamano Siri i Cappadoci (V,49), che, essendo a sud del Mar Nero e portando sul capo un'acconciatura di penne (il Sirio del Disco di Festo) ben possono essere i Pelasgi/Filistei in questione (da Creta potevano venire solo sulle navi, e invece coi carri tirati da buoi gibbosi con sopra mogli e figli possono venire dalla Cappadocia/Anatolia, da Oriente, e dunque dalla Cappadocia via Ellesponto sono giunti anche sulle navi; la stessa cosa accade agli Shardana, che   provengono dalla palude Meotide a nord del Mar Nero, dove quasi tutti i fiumi  hanno la radice dan-).

Ne " I Greci delle periferie ", Laterza, L. Braccesi, analizzando la tradizione e i dati materiali riguardo alla "via pelasgica" rileva come la tradizione di Strabone faccia riferimento ad una Spina II dell'età classica (che Strabone definisce pólis hellenís) e ad una Spina III della decadenza in epoca romana (5, 214).  Spina è definita città greca perché possiede un thesaurós a Delfi e anche perché mèta del commercio di Atene che vi dispone di un suo spazio commerciale, ma la Spina classica di Strabone, di V secolo, è etrusca.  Dionisio (1,18,4), il quale pure  definisce i Pelasgi fondatori di Spina come  stirpe ellenica (è uno dei furbeschi accomodamenti greci, che normalmente considerano i Pelasgi anellenici), aggiunge una Spina I, appunto di fase pelasgica (di XIII-XII secolo) immediatamente prima della Spina II di V secolo, il che ovviamente porta alla conclusione che " la Spina pelasgica  di Dionigi è esattamente, con i medesimi attributi caratterizzanti, la Spina etrusco/ateniese di Strabone. " (pp. 75-80) Esattamente allo stesso modo Agylla/Cere, al terminale della "via pelasgica" (che passa per Cortona, come rileva Braccesi) è considerata fondazione "pelasgica"  perché ha un suo thesaurós (meglio, lo hanno i Greci che vi commerciano) a Delfi (Strabone IX, 3,8  e V,2,3). L'evidenza dei commerci micenei documentati in area alto-adriatica  non ha nulla a che vedere con i Pelasgi di Dionisio che "Erano passati attraverso numerose vicissitudini di varia natura e particolarmente per il loro modo di vita girovago, senza fissa dimora e senza poter fare riferimento ad un luogo sicuro... Ma nel corso della sesta generazione essi lasciarono il Peloponneso...  Ma nella sesta generazione furono a loro volta cacciati dalla Tessaglia... I Pelasgi si dispersero nella fuga... La maggior parte di essi trovò rifugio nell'interno presso gli abitanti di Dodona, loro consanguinei... la terra non era in grado di nutrire tutti quanti, lasciarono la regione accogliendo l'ordine dell'oracolo di navigare alla volta dell'Italia... si diressero verso lo Ionio, mettendo cura di raggiungere le regioni più prossime dell'Italia  ma... furono portati oltre e ormeggiarono presso una delle foci del Po, di nome Spina." (I, 17-18) Se si nota bene, l'esodo  pelasgico (che non è ovviamente commercio miceneo), per ciò che la testimonianza di Dionisio può valere,  immaginandolo come punta avanzata spinta in avanti da Teucri e Misi nel XIII-XII secolo, rimane realisticamente contenuto in Epiro e in area Ionica (ciò che è confermato dalla tradizione greca riguardante l'Elide e i Tafii di pseudo Apollodoro   Epitome, 2 e  II, 4). Tutto il resto, il viaggio dallo Ionio fino alle foci del Po è un evidente tentativo maldestro  dei Greci di età classica  di proporsi quali fondatori di città etrusche come Spina e Cere, solo perché vi erano autorizzati a commerciare e inviavano oggetti di valore a Delfi. La loro pretesa di frequentare l'alto Adriatico fin da età micenea si basava solo sull'evidenza archeologica disponibile ieri come oggi, sulla pretesa di essere i continuatori della civiltà micenea, mentre essi erano i discendenti dei distruttori di quella civiltà. I Greci nulla hanno a che vedere coi Micenei, così come gli Ebrei di Gerusalemme  e i Fenici coi Cananei. 

Il movimento dei popoli del mare ebbe come obiettivo la Palestina, non la Troade. L'attacco principale dell'anno 8 di Ramses III (1178), così viene descritto dal faraone in persona: " I paesi stranieri ordirono un complotto nelle loro isole. La guerra si diffuse contemporaneamente in tutti i paesi e li sconvolse, e nessuno poté resistere alle loro armi, a incominciare da Hatti, Cilicia, Karchemish, Arzawa e Cipro... Un attendamento fu posto in una località di  Amor [Siria, il che ci riporta alla piana di Israel e al quartier generale di Silo] ed essi devastarono e spopolarono quel paese come se non fosse mai esistito."   Hatti è al centro dell'Anatolia e dunque la Troade nemmeno viene menzionata (del resto è stata devastata dai terremoti e dalle alluvioni), così come non viene menzionata la Grecia micenea e l'Anatolia colonizzata dai micenei. Eppure dobbiamo immaginare che i  popoli del mare (soprattutto Peleset/Pelasgi/Pelagi, "popoli del mare"  e Shar-danai) distruggano o finiscano di distruggere e predare da nord a sud tutto quel che incontrano sulla loro strada, i centri micenei, Troia (già abbattuta dal terremoto), Hatti ecc. L'Egitto diventa una "canna rotta", ma è evidente dal discorso di Ramses III che proprio la Siria, la Palestina, è, non solo la sede del quartier generale dei popoli del mare, ma anche il principale territorio di operazioni, tanto che qui i popoli del mare yahweisti traci si accaniscono coi loro olocausti (l'olocausto lo hanno inventato i yahweisti, e ne fa l'apologia, apologia di reato,  la Bibbia, assai prima di Hitler), come del resto viene confermato dal racconto biblico della sedicente "conquista" della Palestina da Giosuè a  "Giudici", in realtà profeti druidici e capi guerrieri. I giudici (col che si  traduce l'ebraico  suffeti), sono i pretori romani che hanno il comando delle legioni e dei  maryannu, i signori della guerra dotati di carri e armi di ferro di cui detengono il monopolio. I Romani sconfissero i yahweisti che, per vedere Gerusalemme, dovettero attendere di esserci portati sugli scudi dell'esercito persiano a partire dal VI secolo (538, editto di Ciro II, padre di Cambise II, 530-522, conquistatore dell’Egitto). Nel testo egizio di Ramses III si parla di premeditazione fiduciosa del successo, e la spedizione achea a Troia (dietro la quale dobbiamo vedere la Palestina) presuppone l’adempimento di un giuramento (del cavallo o asino squartato)  fatto a suo tempo dai pretendenti a tutela di Elena e di quello tra loro eletto come suo marito (pseudo Apollodoro, III, 10; C. McCullough, Il Canto di Troia, BUR, p. 68). Chi viola il patto finirà fatto a pezzi come il cavallo.

 

L’età del ferro.

L'età del ferro fa da spartiacque fra mondo antico degli eroi che combattevano con armi di bronzo e mondo moderno, che sarà guidato da Roma. L'età del ferro viene collocata normalmente intorno al 1050, così come la battaglia di Afèq, in cui i Filistei avrebbero vinto definitivamente sui yahweisti e distrutto tanto l'arca puzzolente portata in giro dagli Shardana quanto il quartier generale di Silo. Oggi non sono più d'accordo in toto con questa ricostruzione. Così come avevo scoperto che ai Beniaminiti (popolo originario del medio Eufrate e che dunque nulla poteva avere a che fare con l'invasione dei popoli del mare yahweisti, dal mare; e dunque nulla poteva avere a che fare con le sedicenti tribù d'Israele guidate dai fantamitici Mosè e Giosuè in Palestina dall’Egitto e dalla Transgiordania) erano state attribuite dai sacerdoti di Gerusalemme le caratteristiche DOC dei Romani,  alla fine mi sono reso conto che lo stesso avevano fatto attribuendole anche ai Filistei/Pelasgi, i quali, provenendo dalla Tracia, yahweisti,  non veneravano Dagon e nemmeno parlavano indeuropeo, bensì una lingua lemnia. I signori della guerra romani Tideo e Diomede, Saul e Enea guidavano, incitate al combattimento da signiferi coperti capo e schiena da pelli di lupo,  legioni di tremila uomini divisi in centurie, e squadroni di trecento carristi. Era impossibile che  i Romani, i più celebri guerrieri di ogni tempo, prendessero  ordini da Filistei qualsiasi. I Romani introducono per la prima volta i carri  e le armi di ferro di cui hanno il monopolio (1 Samuele 13, 19-21, "affinché gli Ebrei non fabbrichino spade o lance"). Il ferro viene da Occidente e  gli Ittiti, fin dal fondatore Hattusilis (1650 ca.), cercarono sempre e solo la via dello stagno a Occidente e del rame a Oriente per le loro armi di bronzo, causa prima della "guerra mondiale" che dissanguò le grandi potenze del Levante prima della mazzata finale della catastrofe di Atlantide. L'età del ferro ha per epicentro l'Europa centrale. Dobbiamo dunque immaginare che a Roma il ferro arrivasse per la cosiddetta via pelasgica, dall'alto Adriatico, da Adria e attraverso Cortona fino a Cere e Roma, il capolinea  tirrenico di Braccesi (p. 76). Ovvia l'interferenza dei Sabini (gli "Aborigeni" di Dionisio) che si trovavano su questa via. Adria era il terminale della via argonautica che partiva da Troia e dall'entroterra (dal Bosforo e dal Danubio). Ad Adria facevano capo " due importantissime carovaniere, attive già dal II millennio, che collegavano l'alto Adriatico ai mercati del settentrione di Europa. Donde affluivano materie preziose come l'ambra greggia, o metalli rari come lo stagno e l'argento, ovvero prodotti grezzi per la metallurgia... L'una proveniva dal Baltico... L'altra nasceva in area danubiana. E', questa seconda, la grande via 'argonautica', che consente di raggiungere il Mar Nero" (Braccesi, pp. 73-74 ). I primi approdi troiani in area veneta (pseudo Antenore) e laziale (pseudo Enea) non a caso portano il nome di Troia.  

 

La guardia di Davide e Salomone, discendenti dei signori della guerra romani, è composta da Ceriti e Peliti.

Le sorprese non sono finite. Da tempo sospettavo che i Ceretei della Bibbia delle Paoline fossero i Ceriti provenienti da Cere.  Ma era un'intuizione che  non poteva reggere in un contesto che ancora non mi era chiaro come adesso. Del resto venivano associati ai Feletei/Peletei di cui non ero mai riuscito a rinvenire traccia.   Davide è un capobanda semitizzato erede dei  generali romani. La guardia attribuitagli  sarà composta di legionari romani e comunque italici, non certo cretesi, composta da Cretei e Peletei/Filistei; a parte il fatto che quando i testi biblici parlano di Filistei, così li scrivono, e non alternativamente Filistei e Peletei, che sono altra cosa. La traduzione latina curata da S. Girolamo ha sempre Cherethi (una volta Cerethi) e Felethi.  Se S. Girolamo avesse voluto tradurre Cretesi avrebbe scritto Cretenses. Viceversa Cherethi/Cerethi richiama lat. Caerites e Caeretes, i Ceriti di Cere,  da lat. Caere, gr. Kaire, Kairea; Chaire  (M. Pallottino, Etruscologia, Hoepli, p. 269). Essendo costoro imparentati coi Filistei (dietro i quali ritengo si celino i Romani) c'è la riprova che sono Romani, tanto più che Pyrgi in età etrusca (cioè tarda, rispetto alla storia che riporto alla luce) è in relazione con Cere. Dunque ha ragione Virgilio a sostenere che appunto ad Agylla, cioè Cere, " un dì lidia (cioè troiana/tirrena) gente in  guerra illustre  si stabilì sui vertici d'Etruria " (Eneide, VIII, 479-480). Già dal XIV secolo i Romani hanno un accampamento militare a Beth-Shean e Beth-Pelet/Fara (i Peleti che cercavamo, anche se con una grafia e vocalizzazione diversa; ma già altre volte ho potuto verificare che anche in questo modo gli scribi yahweisti alterano la storia; un esempio è la piana di Israel che essi scrivono Yzre’el).

 

L’età del bronzo, e la “guerra mondiale”.

La storia è fatta prima di tutto dall'offerta limitata e dalla domanda illimitata delle materie prime, dunque (in mancanza d'altro) dalla guerra come mezzo estremo di accaparramento. La storia è al fondo l'espressione delle relazioni economiche  degli Stati fra loro  fino all'estremo della guerra. C'è un primo protagonista nella fine di Atlantide, e sono gli Ittiti. Il primo re ittita, Hattusilis (1650 a. C.), fondò la politica di Hatti (al centro dell'attuale Turchia) sull'accaparramento del rame lungo la carovaniera di sud-est e l'accaparramento dello stagno boemo lungo la carovaniera di nord-ovest. Fino alla sua scomparsa  ad opera dei popoli dalle lunghe spade di bronzo, Hatti cercò sempre e solo di approvvigionarsi di stagno e rame per le sue armi di bronzo, all'occorrenza deviando la via carovaniera  di approvvigionamento   e cambiando alleanze quando ostacolata da nemici esterni (Assiri a sud-est,  Tirreni a nord-ovest ed Egizi a  sud-ovest). Sulla via dello stagno Hattusilis conquista Arzawa (Lidia) e Wilusa (che non ha niente a che fare con Ilio/Troia), più all'interno della Troade, nella regione del fiume Sangari. " Se ci domandiamo quale importanza avesse Wilusa, basterà dare un'occhiata alla carta geografica, perché questa città incrociava proprio un'altra arteria commerciale, quella che andava dalla terra di Hatti all'Anatolia nord-occidentale e, attraverso gli stretti, all'Europa. Si è recentemente pensato che anche questa fosse una via dello stagno, che conducesse infine alle ricche miniere della Boemia. Certamente l'Europa centrale aveva relazioni commerciali tanto lontano da raggiungere la Siria non molto tempo dopo il secondo millennio... L'Anatolia occidentale è poco più ricca di stagno della zona centrale e possiamo forse ritenere la Boemia sorgente fondamentale di stagno usato dai re di Arzawa. Allora è ragionevole supporre che conquistando Arzawa e creando un legame con Wilusa, che sarebbe durato quasi intatto per centinaia di anni, Hattusilis pensasse alla stessa ragione di quando aveva attaccato Alalah e la via sud-orientale. In ogni caso lo stagno era l'oggetto della sua campagna." (J. G. Macqueen, Gli Ittiti, un impero sugli altipiani, Newton Compton, p. 45) All'epoca di Hattusilis, secondo me, Troia, capitale della Tirrenia orientale, doveva essere aggirata, perché  aveva la sua via per il commercio dello stagno. Veniamo ai tempi finali. Al tempo di Tudhaliyas   Ahhiyawa compare per la prima volta nei testi ittiti con Attarsiyas che attaccò due volte il vassallo ittita Madduwattas.  Tudhaliyas non riuscì a raggiungere un controllo duraturo dell'itinerario nord-occidentale    (Macqueen,  p. 48).   Dopo la morte di Suppiluliumas, verso il 1346, Mursilis poté occuparsi della via nord-occidentale. Debellò Millawanda (sulla costa sud del Mar di Marmara), attaccò con successo Arzawa, assegnata ad un membro della sua famiglia reale, rese vassalle Mira, Hapalla e le terre del fiume Seha (grosso modo la Misia, a sud della Troade). Arzawa fu isolata, anche dalla via dello stagno. (Macqueen,  p. 50) Dunque, in prossimità della fine di Troia VI, Mursilis accerchia Troia e la Troade ma Troia continua il suo commercio dello stagno. Sotto Muwatallis (1306-1294) Arzawa era irrequieta e Piyamaradus di Millawanda continuava ad essere un vassallo insubordinato, per cui con una rapida campagna si rinsaldò l'alleanza degli stati vassalli, compreso Arzawa, e "la terra del fiume Seha, vitale cuscinetto tra Arzawa e la via dello stagno, fu legata ancora più strettamente al regno ittita." Ma l'ovest era comunque inaffidabile (Macqueen,  pp. 51-52). Muwatallis vince a Qadesh ma l'Assiria rende nel frattempo vassalla Mitanni. Alla morte di Muwatallis  l'impero ittito è lacerato dal conflitto fra Mursilis III e suo zio Hattusilis che rimane vincente. Le terre occidentali scompaiono dai documenti ittiti, segno solo del fatto che Hatti non ne ha il controllo. Solo a nord-ovest, lungo la vitale via dello stagno, gli Ittiti si impegnarono a mantenere il controllo. Intanto a sud Salmanassar di Assiria strappò agli Ittiti il controllo delle miniere di rame di Isuwa, vicino a Malatya, alto Eufrate. Tudhaliyas invase Cipro (per il rame) e firmò un trattato con Amurru che interdiceva qualsiasi relazione commerciale con l'Assiria. A nord-ovest Ahhiyawa si stava rafforzando e procurò problemi nella terra del fiume Seha. Verso il 1240 Tukulti-Ninurta attraversò l'Eufrate e deportò migliaia di sudditi ittiti. Suppiluliumas II consolidò il potere su Cipro che s'era ribellata e riprese le miniere di rame di Isuwa (Macqueen,  pp. 52-54). Si noti, ai fini della tradizione romana sugli antenati greci dei Romani, di cui diremo,  che dopo il 1240, epoca del catastrofico terremoto di Atlantide, appare plausibile che gli Ahhiyawa/Achei si siano stabiliti in Troade, dandole il nome di Acaia, della tradizione romana, poi confusa dai Greci con l'Acaia greca nel Peloponneso.

 

 

La colonizzazione tirrenica dell’Occidente di XV secolo.

Alla metà del XVI secolo con l'eruzione del Thera (Stele della Tempesta sotto Ahmose e verso del papiro Rhind) e della cacciata degli Hyksos dall'Egitto da parte del tirreno Ahmose e della marineria tirrenica,  si dovrà datare l'inizio del declino della potenza tirrenica orientale e dunque a partire da questo momento l'interesse dei Tirreni orientali per la colonizzazione dell'Occidente fino alle colonne di Atlante (" il quale... regge le grandi colonne, che terra e cielo sostengono da una parte e dall'altra " Od. I, 52ss, e cioè ad Oriente e Occidente, le colonne del Caucaso, la porta del Sole nascente, e le colonne dello stretto di Gibilterra, la porta del Sole calante)  e oltre nel Tartesso (Tarshis è il nome di un capo casato della famiglia di Beniamino –  1 Cronache, 7,10 –  dunque dei Romani, celati dietro ai Beniaminiti) e in Africa (Ahiram di Biblo, succedendo nelle navigazioni atlantiche ai Tirreni, avrà ben potuto importare non solo da Tartesso, bensì anche dall'Africa –  ma  addirittura dalle Americhe – oltre le colonne, oro, argento, avorio scimmie e pavoni, cf. 1 Re, 10, 22), e poi in Sardegna (Nora, la sua prima città, secondo Timeo e Pausania, fu fondata da Tartesso), dove si cominciano a costruire i nuraghi dal XV secolo,  e sulla costa tirrenica della penisola italiana che si viene popolando di analoghe torri in materiale non altrettanto durevole. Costruttori di torri sono i Tirreni,  secondo un'etimologia in apparenza  semplicistica (etimologia popolare o paretimologia) e tuttavia corretta ricordata da Dionisio (I, 26, 2). Tanto i Tirreni orientali, i Mossineci a sud-est del Mar Nero (che costruiscono case coniche di legno) che quelli occidentali della Sardegna (nuraghe) e del Lazio (Pyrgi, Pirgo, ecc.) sul Tirreno. Ciò che interessa soprattutto ai Tirreni occidentali, come ai Tirreni orientali, come agli Ittiti, in questo periodo, è l'approvvigionamento dello stagno (Iberi e Occidentali forniscono stagno in cambio di uova di struzzo o di avorio di ippopotamo secondo Louis Siret, in L'universo fenicio di M. Gras, P. Rouillard e J. Teixidor, Einaudi Tascabili, p. 10) e del rame per realizzare armi e strumenti di bronzo.  L'argento è in gran parte nelle mani dei tirreni sia orientali (sulla carovaniera che precedentemente alla la via Egnazia  romana dall'Adriatico alla Propontide  correva a ridosso del litorale tracio, lungo regioni ricche di giacimenti argentiferi, al fine di congiungere le molte articolazioni intermedie che da essa si dipartivano in direzione dei ricchi distretti minerari dell'entroterra tracico:  Braccesi,  pp. 49 e 50) che occidentali (Tartesso, Sardegna).   Prima di tutto  il porto di Pyrgi le "Torri" (dove è attestato un centro fusorio dell'età del bronzo) è già utilizzato come scalo e da questo momento comincia ad essere strutturato e attrezzato con il suo santuario non ancora dedicato a  Ino Leucothea bensì ad una divinità egizio-tirrenica quale Hathor di Biblo, Afrodite Urania (la madre di Enea), Astarte Celeste. Quanto ad Ilizia iperborea (perché originaria dell'Atlantide Iperborea anatolica-pontica) è possibile che già ci si rivolgesse alla dea con questo vocativo di (tu sia) "Propizia" (cf. Od. III, 380) o anche come Ilizia nel senso di dea dei Campi Elisi, o anche come Ausonia. E' evidente che il Tevere è stato presto risalito fino all'isola Tiberina e ne è stata individuata la posizione strategica per un mercato. Questo mercato era il capolinea della via pelasgica che attraversava l'Appennino e seguiva fino alla foce il corso del Tevere. Analogamente si può supporre che Roma fosse anche sulla  via di transito fra quelle che poi conosciamo come Etruria propria e  campana. Dunque, escluso nel modo più assoluto che allora si potesse parlare di Etruschi, Roma (e l'intera Ausonia/Lazio) dominava anche su questi territori pre-etruschi, tirrenici, o comunque non ne temeva interferenze.

Il Lazio  fra il Tevere (un tempo chiamato Volturno) e  il Volturno, i fiumi che prendevano nome da Vertumno che a sua volta era derivazione del Posidone troiano e romano, era l'originaria Ausonia dell'Apoteosi, colonizzata dai Tirreni orientali, di lingua greca. Infatti sulla base di Dionisio possiamo affermare che Ausonia è il nome più antico, sostituito poi da Tirrenia  (I, 11, 4). Dunque i Troiani/Tirreni che colonizzarono la regione sotto egida egizia (Amenofi III/Eracle dietro alla tradizione di Evandro ed Eracle) avvalendosi della collaborazione degli indigeni Sabini scesi dagli Appennini (gli Aborigeni di Dionisio), " fondarono fortificazioni e attuarono  la sottomissione di tutta l'area compresa tra i due fiumi Liri e Tevere, che hanno origine ai piedi degli Appennini " (Dionisio I, 9, 2). Io preferisco dire fra Tevere e Volturno. Non possiamo sapere se originariamente l'Ausonia fosse più estesa, magari a comprendere l'Etruria propria e l'Etruria campana successive. In assenza di fonti credo dovremmo attenerci al semplice Lazio. In questo caso dovremmo immaginare un'aggressione al precedente popolo preetrusco, dato che più in là del Tevere non si va, e del resto nemmeno oltre il Liri o il Volturno, dov'è l'Etruria campana. Il rischio così facendo è di cadere nell'orizzonte etrusco il che potrebbe essere errato.  Comunque Romos figlio di Enea avrebbe fondato il Gianicolo prima ancora di Roma (a difesa dai pre-etruschi) e  Capua (con evidente interferenza sui pre-etruschi dell'Etruria campana), Dionisio I, 73, 3. L'Ausonia doveva estendersi al territorio Falisco poi sotto influenza etrusca  (Dionisio I, 21,1). D'altra parte, poiché Roma era capolinea della via pelasgica da cui suppongo provenisse il ferro al tempo delle guerre in Palestina, e che sempre via terra la via eraclea giungeva fino a Tartesso, posso immaginare che se attraverso queste vie a Roma giungeva tutto quel che le bisognava non doveva avere interesse al ferro di Populonia. Sarà solo quando gli Etruschi arriveranno all'alto Adriatico che si interromperanno queste vie (e poi gli stessi Etruschi se la dovranno vedere con la concorrenza greca), ma per allora Roma sarà già caduta in declino.

 

La tradizione romana su Roma.

Secondo Dionisio " i più dotti degli storici romani, fra i quali Porcio Catone...  G. Sempronio e molti altri dicono che questi primi abitatori erano Greci, di quelli che un tempo occupavano l'Acaia, ed erano emigrati molte generazioni prima della guerra di Troia. Ma in realtà non distinguono né la stirpe greca della quale facevano parte, né la città dalla quale si mossero, né l'epoca, né il condottiero di tale fondazione e neppure per quali circostanze lasciarono la madre patria. D'altro canto essendosi avvalsi di leggende greche non si basano sull'autorità di alcuno storico greco. E' difficile stabilire quale sia la verità. " (I, 11, 1) E a questo punto Dionisio prova a ricostruire chi possano essere questi greci di Acaia sulla base delle sue fonti greche e delle sue congetture. A noi interessa restare a Roma e vedremo nell'Acaia dell'antica tradizione  romana la Troade occupata dagli Ahhiyawa/Achei (mi riallaccio ada quanto ho scritto in fondo al paragrafo relativo all’economia e guerre per lo stagno e rame degli Ittiti). E' ovvio che la presenza di "Achei" in Troade serve solo per localizzare la regione, per darle un nome a quei tempi per ipotesi diffuso  in ambiente romano, non anche per definire "Achei" gli antenati di stirpe greca (Troiana appunto) dei Romani che  " erano emigrati molte generazioni prima della guerra di Troia " dalla Troade. 

Anche Sardi ed Etruschi, fratelli di sangue, Shardana, si scambiano fra loro fra XI e VIII secolo oggetti di bronzo, mentre il ferro ancora per poco o da poco non è più in mano a fabbri ferrai romani. Dopo la vittoria schiacciante ad Afèq (che deve datare intorno all'anno 8 di Ramses e dunque 1178; se si vede bene siamo grosso modo al 1182 della guerra di Troia, che è in realtà la guerra di Palestina)  nella quale hanno catturato l'arca puzzolente degli Shardana, raso al suolo e dato alle fiamme il quartier generale di Silo, i Romani si danno alla caccia all'uomo, agli ultimi sopravvissuti alla carneficina e alla pestilenza, e allora istituiscono campi di concentramento chiamati eufemisticamente luoghi d'asilo o di rifugio, in cui gli ultimi yahweisti/terroristi latitanti, catturati, vengono processati ed eliminati, e ciò vale anche per gli indigeni che commettano atti di  banditismo e sciacallaggio e cioè  mettano in pericolo l'ordine pubblico. Dunque l'età del ferro nel bacino occidentale del Mediterraneo è cosa fatta già nel XII secolo, quando a partire da Merenptah e Ramses III e fino all'iniziale XI secolo le legioni romane si imbarcano a Pyrgi per raggiungere e presidiare  il Levante. Non a caso i Greci  solo agli inizi della seconda metà dell'VIII secolo, quando non solo in Oriente hanno cominciato a colonizzare ed espropriare i Tirreni orientali e occidentali, ma anche in Occidente riescono a vincere la superiorità navale tirrenica, si affacciano nel Tirreno per approvvigionarsi in primo luogo di ferro, da Populonia. Se la devono vedere con gli Etruschi, non più coi Romani.

Il porto di Pyrgi è in mano euboico-calcidese fino a che intorno al 675 passa in mano diretta di Cere con una partecipazione della Roma di Numa Pompilio, non è escluso dopo una battaglia navale, la stessa celebrata sul cratere di Aristonothos da Cere insieme all'episodio di Polifemo accecato, e dunque realizzato poco dopo il "Viaggio di Odisseo" omerico che celebrava la stessa vittoria e il santuario di Ilizia di antiche origini tirreniche, iperboree (dove Iperborei sono i Tirreni non perché vengano dal nord ma perché discendenti degli Atlantidi, detti anche Iperborei, da pseudo Apollodoro, cioè dei Tirreni orientali, intorno al  Mar Nero).

Riprendiamo il filo della tradizione greca sull'origine di Roma e delle congetture di Dionisio. Prima ci sarebbero i 1) barbari  Siculi (cacciati dai  Pelasgi della Tessaglia e dagli Aborigeni, I, 22; ma secondo Tucidide VI, 2, i Siculi furono cacciati dagli Opici molto tempo dopo i fatti di Troia, Dionisio I, 22), poi gli 2) Aborigeni (I, 1-2), autoctoni, indigeni,   cui Dionisio vorrebbe attribuire un'origine dagli 3) Arcadi di Enotro, che sarebbe  la prima immigrazione straniera in Italia (erano di stirpe enotria, cioè arcade II, 89, 1; Greci peloponnesiaci emigrati dall'Arcadia con Enotro " e questa è la mia convinzione ", I, 60,3; "Gli Aborigeni dopo averli scacciati occuparono a loro volta il luogo degli Enotri; essi erano i discendenti degli abitanti della fascia costiera che va da Taranto fino a Posidonia. Si trattava di quella gioventù consacrata agli dèi secondo la legge locale, che era stata mandata dai padri ad abitare la regione che avrebbe loro destinato il loro genio. " II, 1,1; in realtà gli Aborigeni avevano cacciato i precedenti Umbri, I, 16, 1), ma vi trova il mare occidentale già chiamato Ausonio dalle coste Ausonie dell'Italia (I, 11, 4). Poi i 4) Pelasgi della Tessaglia.

Ma pseudo Apollodoro conosce una tradizione in parte diversa da come la presenta Dionisio. Foroneo figlio di Inaco regna sul Peloponneso; Apis, figlio di Foroneo dà il nome Apia al Peloponneso; Argo e Pelasgo nascono da Niobe figlia di Foroneo (pseudo Apollodoro II, 1). Secondo pseudo Apollodoro il fratello di Foroneo è Egialeo che morì senza figli  (II, 1). Dionisio vaneggia di un Ezeio come fratello di Foroneo e sostiene che Enotro sarebbe figlio di Licaone figlio di Pelasgo e Deianira figlia di Licaone figlio di Ezeio (I, 11, 2). Pseudo Apollodoro, inutile dirlo, è all'oscuro da Ezeio fino ad Enotro compreso. L'unico che conosce è il Licaone re degli Arcadi (figlio di Pelasgo, figlio di Niobe) che generò cinquanta figli, di cui dà i nomi (III, 8), ma ovviamente nessun Enotro.   Se si considera che in ogni caso Enotro sarebbe figlio di Licaone che è figlio di Pelasgo, il fatto del richiamo al capostipite dei Pelasgi ci deve far escludere l'attendibilità della tradizione di Dionisio. Primo perché il movimento dei Pelasgi avverrà dall'area nord-orientale del Mediterraneo e secondo perché la tradizione sui Pelasgi in blocco di Dionisio è inattendibile.

Facendo il punto della situazione, dei Pelasgi di Dionisio ho già dimostrato l'inconsistenza della tradizione avvalendomi delle acute osservazioni di Braccesi. Solo di frequentazione commerciale micenea (in realtà prima di tutto tirrenica) è lecito parlare, con tutto quel che ne può derivare, ma in assenza di una "documentazione" della tradizione. Nel medesimo contesto va rilevata  l'assoluta inconsistenza della tradizione dionisia circa l'emigrazione di Siculi dall'Italia in Sicilia, cacciati da Aborigeni o Pelasgi che sia. Oltretutto Tucidide la pone molto tempo dopo la guerra di Troia; e ancora  l'inconsistenza della tradizione di Dionisio circa una precedente immigrazione in territorio poi romano di Enotri da cui gli Aborigeni.

Poi  abbiamo la spedizione dell'arcade 5) Evandro (I, 31-33), quella  di 6) Eracle (I, 35-44) e di 7) Enea troiano (I, 45-60).

 

La tradizione attendibile sulle origini di Roma.

Rimangono le tradizioni di cui si può discutere, degli Aborigeni ovvero gli indigeni calati dalle montagne appenniniche e cioè i Sabini della tradizione romana, di Evandro ed Eracle dietro cui vi sono i colonizzatori troiani insieme agli egizi di Amenofi III, ed infine Enea troiano. Quando Dionisio parla delle città degli Aborigeni dice che sono nel reatino (I, 14-15): "Si dice che gli Aborigeni avessero stabilito in questi luoghi il loro primitivo stanziamento dopo averne cacciato gli Umbri." (I, 16, 1) "Zenodoto di Trezene, uno storico... riferisce che gli Umbri, una popolazione indigena, dapprima abitarono nel territorio detto reatino; cacciati di là dai Pelasgi vennero in questa terra dove ora abitano e, cambiando assieme al luogo di residenza anche il nome, si chiamano Sabini in luogo di Umbri. " (II, 49, 1; vedi anche II, 49, 2-3 sull'occupazione del territorio reatino) Dunque, facendo piazza pulita di Aborigeni e Pelasgi, parliamo più realisticamente di Sabini nel reatino e di Pelasgi/Shardana nel Tirreno provenienti via mare. I Sabini furono i primi abitanti dei luoghi su cui poi sorse Roma, a fianco dei tirreni ed egizi colonizzatori.

Tutti sanno che  Roma è colonia di Troia.  Quel che si crede in base alla tradizione acriticamente e stancamente ripetuta (alla Tito Livio) è che Roma sia stata fondata  da un  lontano discendente albano di   Enea riparato nel Lazio dopo l'olocausto di Troia. Vi sono indizi importanti che la città eterna (ma chi per primo l'ha chiamata eterna? Un motivo ci sarà pure) fu fondata dai Troiani molto, molto tempo prima. 

 

Amenofi III/Eracle patrono di Roma sul Campidoglio.

Le tracce mi portano con sicurezza  al tempo di  Amenofi III/Eracle.  L'Apoteosi di Radamanto/Amenofi III sul Disco di Festo attribuisce a costui l'apoteosi  come la tradizione l'attribuisce al solo Eracle. I due, grazie alla mia decifrazione, si identificano in quanto mariti di Nefertiti/Megara, che poi Amenofi III passò come grande sposa reale a suo figlio Amenofi IV, così come Eracle la passò a Iolao (pseudo Apollodoro II, 6). Perché una città esista non è necessario che sia circondata da mura o da un fossato, bensì che sia organizzata con un potere e regolata da leggi. Del resto  i Sabini erano molti e bellicosi e vivevano in villaggi privi di mura di difesa (Plutarco, Vita di Romolo, 16, 1). La tradizione dice in pratica che Eracle fondò Roma sul Campidoglio ed eresse un'ara (l'Ara Massima, al Foro Boario, il nucleo di tufo databile al II secolo a. C. nella parte posteriore della chiesa di S. Maria di Cosmedin entro il quale è ricavata la cripta) per il suo culto come dio del commercio ai piedi delle pendici meridionali del Palatino, nei pressi dell'ingresso del Circo Massimo. Se Troia è il "Mercato" sui Dardanelli, è coerente che lo sia anche la sua colonia di Roma, l’Urbs, il “guado dei buoi” (ẃər-bos) strategicamente sul guado del Tevere. Al seguito di Eracle erano una donna di origine iperborea, dunque tirrenica orientale, da cui ebbe Latino re del luogo (Dionisio I, 43), e i Troiani fatti prigionieri quando egli prese Troia di Laomedonte (Dionisio I, 34, 2). Questa tradizione serve a confermarci  la partecipazione  di Troiani ed Atlantidi iperborei alla fondazione di Roma. A occuparsi della cerimonia e del banchetto sacrificale furono preposti i Potizi e i Pinari fino al 312 a. C. La dualità del clero di Eracle all'Ara Massima, insieme all'identificazione Amenofi III/Eracle del Disco di Festo è decisiva per attribuire la fondazione di Roma ai Troiani strettamente legati ad Amenofi III nella prima metà del XIV secolo. Leggo su Atena nera di Martin Bernal, EST,  che " Gli antichi cronografi... convenivano in genere che i culti di Demetra e Dioniso erano giunti in Attica nella seconda metà del XV secolo... Poiché a Micene si sono ritrovate placche di maiolica del tipo di quelle che venivano poste sotto gli angoli dei templi, databili al regno di Amenophis III (1405-1367), non ho alcuna difficoltà ad accettare la possibilità che il culto eleusino della Grecia arcaica fosse il discendente di un culto fondatovi dagli Egizi 700 anni prima. Una delle molte ragioni, infatti, per cui questo culto era assolutamente unico in Grecia era che –  come avveniva nei templi egizi – esso disponeva di un clero ufficiale, costituito da due clan i cui membri, in epoca ellenistica, ritenevano per certo di avere ascendenze egizie. " (pp. 85-86)

A proposito dei Potiti e dei Pinari appare evidente che si tratta di un sacerdozio preminente e di uno inferiore. Se teniamo presente che la tribù romana dei Tities o Titienses richiama i Po-titi, anche sulla base dell’egizio si può pensare all’elemento dominante e al suo sacerdozio che fa riferimento alla rocca del Campidoglio (dove risiedeva, nella tradizione da me rimessa sui suoi piedi, il re di Roma Tito Tazio). Quanto ai Pinari si penserà al sacerdozio della rimanente popolazione della città bassa, a valle. Che i Luceres siano i naturalizzati Romani che fanno ingresso dal lucus sul Campidoglio ce lo dice indirettamente Plutarco (Vita di Romolo, 20, 2). Dall’egizio potremmo inferire (ma la cosa va verificata) che il r-ṯrt è  l’area sacra in un bosco di “salici”. I Ramnes o Ramnenses, in base anche all’egizio, potrebbero essere gli abitanti della parte bassa. E in fondo i seguaci di Romolo, gli Shardana, erano preposti alla guardia del porto e della navigazione fluviale dalla “Roma quadrata”, il castrum del Germalo. 

E' evidente che la tradizione locale conserva sia pure in modo sbiadito anche in epoche tarde quelle che sono state le origini del sito, e appunto il santuario di Ino Leucothea a Pyrgi ha fino ad epoca tarda conservato la sua relazione col fondatore Amenofi III/Eracle. Le lastre fittili (510-500 a. C.) decorative delle testate dei travi maggiori del tetto del tempio più antico B, celebrano episodi delle fatiche d'Eracle e sempre Eracle è figurato  fra immagini di tipo  cleste e uranico  in una delle antefisse che decoravano la struttura del tetto (M. Cristofani, Gli Etruschi del mare, Longanesi & C., p. 120).  

Ben presto sul Campidoglio (nell'area del Palazzo senatorio, non lontano dal tempio di Veiove), fu fondato il luogo d’asilo fra due luci o al centro di un lucus che godeva di extraterritorialità e dove uno entrava straniero e ne usciva romano. Credo che questo  luogo d'asilo  sia stato creato soprattutto come base per il reclutamento di guerrieri indigeni da addestrare per la legione straniera tirrenica ed egizia.

La legione romana nasce adesso, così come la divisione della popolazione tirrenica occidentale in tribù e in curie. "Le tribù furono originariamente divisioni militari, e presumibilmente anche le fratrie (forse il vecchio termine per le schiere di hetairoi). Le fratrie sembrano essere state diffuse per designare una suddivisione più piccola della tribù." (O. Murray, La Grecia delle origini, Il Mulino, p. 72) Secondo Dionisio " i membri di ogni fratria celebravano con i sacerdoti i riti loro assegnati, e nei giorni di festa mangiavano insieme  nei conviti comuni... Mi sembra che questa istituzione Romolo l'abbia dedotta dall'usanza lacedemone allora relativa alle phiditia, che pare essere stata introdotta da Licurgo, il quale l'aveva presa dai Cretesi." (II, 23, 2-3)

Dopo che si interrompono i legami fra Roma e Troia (distrutta dal terremoto e incendio conseguente) e che i Sabini restano soli a  dominare sulla regione continuando a chiamarsi Romani, ecco che le curie assumono nomi sabini, Vita di Romolo, 20, 3 (o, detto, in altri termini, i Romani discendenti dei Troiani e dell'elemento indigeno costituito da Sabini, si evolvono  tanto da essere definibili come linguisticamente sabini, da qui il nome delle curie). C’è probabilmente una differenza fra  curia tirrenica e cureti/quiriti lancieri shardana. Le tribù dei Titienses del Campidoglio,  dei Luceres sempre sul Campidoglio, e infine da quella dei Ramnenses della parte bassa, del fiume, erano ripartite ciascuna in curie, in unità di “esercito”  (gall. corios, ted. Heer), e dunque capeggiate dai comandanti kowiranes/kyrioi delle medesime (da qui la Curia come sede dei capi delle curie). Questi capi militari sono diventati i seranim “filistei” della Bibbia.  Hera, o meglio Iuno Curitis, Juno Quiris, Juno ReginauiritiQ, sarà piuttosto Iuno delle curie, e il fatto di essere armata di lancia farà appunto riferimento al popolo in armi delle curie che compongono le tribù. Più tardi gli Ebrei di Gerusalemme ci defrauderanno di questa invenzione dei luoghi di rifugio attribuendola ad un Mosè altrettanto inventato. In realtà i Romani nella fase di stabilizzazione della regione palestinese di XII-XI secolo devono aver impiantato dei campi di concentramento  soggetti all'asse Troia-Roma. Queste sedi garantivano un processo giusto tanto all’accusato di terrorismo  yahweista,  ricercato e catturato, quanto all'indigeno accusato di omicidio per i motivi più svariati (possiamo immaginare il regolamento di vecchi  conti, casi di sciacallaggio, ecc.), in modo da assicurare l'ordine pubblico. Due cose sono a denominazione d'origine controllata e garantita romana, e perciò impossibili da contraffare: la disciplina militare e la sottomissione alle leggi. Nessun Mosè, nessun Beniaminita, nessun Filisteo poteva alla lunga  usurpare queste peculiarità romane.  La legione di tremila uomini è posta sotto il comando di un atamàn (vocabolo russo e più in generale slavo, ricalcato  probabilmente sul corrispondente  vocabolo tirrenico orientale; Atamante è il re di Calidone/Roma in Etolia/Italia sotto la cui reggenza dopo la dark age vengono riallacciati i contatti con la Colchide culla d'origine: vedi tradizione di Frisso e il Vello d'Oro, nonché santuario di Ino Leucothea a Pyrgi, porto d'imbarco degli Argonauti; già al tempo dei Sette contro Tebe e degli Epigoni – traduci movimento dei popoli del mare contro l’Egitto e il Levante – a Pyrgi si imbarcano per la Palestina i legionari comandati dai Tideo,  vedi  frontone fittile del tempio A, 480-470 a. C.,   e dai Diomede di Calidone/Roma in Etolia/Italia; si badi che la tradizione greca tende ad escludere Tideo dai Sette, pseudo Apollodoro, 3, 6, e ciò evidentemente perché combatteva sul fronte opposto;.anche il messaggio sul frontone del tempio A di Pyrgi con Tideo che morde il cranio di Melanippo va inteso in senso filogreco né più né meno dei poemi omerici – col Viaggio d'Odisseo che ha per centro proprio questo santuario – e cioè,  al di là della propaganda filogreca, che ha i suoi fini economici e politici, gli etruschi di questo santuario, che custodisce le più antiche tradizioni dei Tirreni, sanno bene come stavano realmente le cose e che i Romani si sono sempre battuti per la legalità e la stabilità della regione siro-palestinese contro i terroristi popoli del mare) e divisa in centurie, ciascuna sotto il comando di un capitano, l'esaùl (anche questo vocabolo russo e slavo deve conservare l'origine tirrenica orientale), da cui verisimilmente il nome di Saul, signore della guerra romano che, non molto dopo la fine della guerra palestinese, diciamo intorno al 1175, si ribella a Roma per crearsi un dominio personale e, accerchiato, muore, come coloro che lo seguono, romanamente,  gettandosi sulla propria spada. Il generale romano ("filisteo") che ne ebbe ragione,  ovviamente non celebrò alcun trionfo. I yahweisti sperimentarono sulla loro pelle i trionfi romani, costituiti dalla processione delle armi e della testa mozzata del capo terrorista abbattuto fino al loro deposito  in un tempio di Posidone troiano e romano (artatamente poi confuso  dai sacerdoti di Gerusalemme con Dagon) nel quartier generale di Bet-Shean, che non è una città della dodecapoli filistea, ma si trova nell'entroterra grosso modo all'altezza di Dor, dov'è la flotta dei Tjekker, al centro della Palestina. Qui verranno collocate le armi e inchiodata la testa del comandante ucciso  (1 Cronache, 10, 9-10; non è da escludere la possibilità del deposito in un tempio di Hathor/Astarte Celeste/Afrodite Urania filiazione di quello di Pyrgi o di Troia, nella versione parallela di 1 Samuele, 31, 9-10).  Dunque  il trionfo non è stato inventato da  Romolo. Fa parte di Roma da molto più tempo.

                                                                      

La seconda Roma (la “Rama” dello pseudo Samuele).

Con la battaglia di Afèq del 1178 ca.,  e la morte dei figli di Eli e di Eli stesso, l'ultimo  druida  yahweista shardana, i Romani hanno disperso  la casta sacerdotale discendente da Aronne  fratello del fantamitico Mosè, in quanto non se ne riescono a trovare due insieme. E' l'"adempimento della parola che Yahweh aveva pronunziato in Silo riguardo alla casa di Eli"  (1 Samuele 2,  27ss). Nella profezia contro Eli e i suoi figli Yahweh si riferisce all’avvento di un nuovo sacerdote, di un homo novus,  a lui fedele (Samuele I, 2, 35), di Samuele, ovviamente, che però disgraziatamente è una patacca, come tutti i suoi successori. Per tutta la sua vita fino al tempio di Yahweh sotto i Persiani,  Gerusalemme è tutto fuorché yahweista. Certo è possibile, e documentato, che in tutta la Palestina qua e là continua le venerazione di Yahweh da parte di yahweisti sopravvissuti e dispersi, ma si tratta di convivenza con altre divinità, e in ogni caso a Gerusalemme è da escludere il culto in esclusiva di Yahweh, perfino al tempo della sedicente  “riforma” di Giosia, alle soglie della fine di Gerusalemme. Se ho ragione, è evidente uno iato incolmabile fra il prima (dei popoli del mare disfatti ad Afèq) e il poi (del culto yahweista postesilico a Gerusalemme). La ierocrazia che si impone a Gerusalemme grazie ai Persiani nulla ha a che vedere con quella fino ad Afèq. Certo possiamo immaginare che i sopravvissuti di Afèq abbiano conservato nella latitanza le tradizioni religiose. Più difficile è credere che abbiano conservato liste genealogiche scritte, fedelmente riconducibili agli ultimi sacerdoti della casa di Eli, oltretutto sconfessati e condannati da Yahweh. Il sacerdozio postesilico si proclama di origine levita tanto per quel che riguarda il sacerdozio maggiore sadocita (che farebbe capo ad un sedicente  Sadòq sommo sacerdote di Davide, e che comunque sarebbe un altro homo novus, per di più connesso ad un culto estraneo a Yahweh, eventualmente Posidone troiano-romano) che per quanto riguarda la sottocasta degli  ausiliari leviti  (1 Cronache 5, 38; 6, 38). Ne consegue appunto che, essendo estinta la casta sacerdotale druidica dei popoli del mare, ora la scalata al potere è fatta da un clero nuovo, dal basso (dai civili del popolo ebreo), che viene autenticato dai Persiani, con la forza. Fu dunque una presa del potere da parte  dei leviti “reduci”  con accordi e compromessi all’interno degli esuli ebrei, al fine di spartirsi il potere sacerdotale di serie A e B, col beneplacito dei Persiani.  Dunque,  dal punto di vista sostanziale, possiamo definire realizzata  la sentenza che Yahweh ha pronunciato contro il clero discendente da Aronne (il clero druidico shardana sterminato ad Afèq). Tuttavia  i  leviti postesilici dovevano giustificare la loro ascesa al potere  di fronte alla corte in esilio, costituita dalla famiglia reale e dai nobili di discendenza davidica, che viceversa non dovevano perdere la faccia. Così furono  costretti a proclamare formalmente la loro legittimazione dalla monarchia davidica e dal suo sacerdozio, addirittura risalendo nuovamente fino ad Aronne.  Da qui le manipolazioni testuali che fanno sopravvivere il clero yahweista di Aronne a Nob (proprio in bocca ai Romani acquartierati a Roma seconda/Rama, che davano la caccia agli ultimi yahweisti per giustiziarli), e poi Ebiatar, figlio di Achimelec (figlio di Achitob; e Sadòq è detto figlio di Achitob, per cui viene ricondotto alla stessa casta sacerdotale discendente da Aronne)  unico sopravvissuto allo sterminio di Nob (1 Samuele 22, 20) e poi il licenziamento di Ebiatar da parte di Salomone all’inizio del suo regno (nonostante che già Davide avesse nominato come unico sacerdote Sadòq), e poi la resurrezione di un Achimelec figlio di Ebiatar come sacerdote sotto lo stesso Davide (2 Samuele 8, 17 e 1 Cronache 24, 6) e addirittura un Abimelech figlio di Ebiatar (1 Cronache 18, 16; confermato nel corrispondente testo ebraico,  che è evidentemente una revisione più tarda dei Settanta e di Girolamo). La Bibbia delle Paoline s’è  accorta del pasticcio e “corregge” in tutti i casi Ebiatar figlio di Achimelec; e tuttavia non si tratta di svista, bensì di manipolazione mirata, nel senso che se anche Salomone licenzia Ebiatar, rimane in carica suo “figlio” Achimelec o Abimelech). Tutto al fine di far carte false per mantenere, contro l’evidenza, un clero  discendente da Aronne e dal regno di  Davide (attraverso Sadòq, nome fittizio per indicare semplicemente il sacerdote  “Giusto”, o meglio, ’”Autentico”, ’”Autenticato”, da cui pretende derivare l’alto  clero levita). 

Saul non è stato unto re da Samuele, perché era un generale romano soggetto solo alla duplice magistratura del Campidoglio (re) e Palatino (augure). Non  ha sterminato il clero yahweista di Nob, perché questo era già stato sterminato ad Afèq. Sarebbe curioso che, una volta sterminato, il clero yahweista si riunisse a Nob proprio in bocca al quartier generale di Roma/Rama! I yahweisti hanno una gran bella faccia di bronzo!

Saul ha sempre venerato Posidone romano, e infatti egli consulta la veggente di En-Dor (I Samuele, 28, 7ss), più all’interno, all’altezza della  Dor dei Tjekker/Teucri/Troiani. Molto tempo dopo, all’altro capo della storia di Gerusalemme (622 a. C.), re Giosia, dopo che il sedicente sommo sacerdote Elkia aveva  “ritrovato”  il libro della legge (II Cronache, 34, 14ss), manda a consultare “il Signore per me, e per quelli che son rimasti in Israele e in Giuda, a riguardo delle prescrizioni contenute in questo libro, che è stato trovato…” (II Cronache 34, 21ss) E cosa ti fanno i messi? Vanno da un sacerdote, da un profeta di Yahweh? Niente affatto. Vanno tranquillamente dalla veggente Ulda/Culda, la quale, se fosse stata (ammesso e non concesso) yahweista, si sarebbe certo felicitata  del ritrovamento della legge di Yahweh e della volontà di Giosia di rimetterla in vigore, dopo tanti re che avevano o, meglio,  avrebbero in precedenza deviato dal yahweismo, adorando i Baal e le Ascere. Invece, e comprensibilmente, è adirata, e profetizza la sciagura su Gerusalemme, evidentemente proprio a causa dell’abbandono della vecchia religione da parte di Giosia e della sua corte. Unico riguardo nei confronti del re, proprio perché l’ha interpellata e attraverso lei ha interpellato il dio o gli dèi  originari, sarà che morirà prima dei tempi della fine di Gerusalemme e così gli sarà risparmiato questo dolore (II Cronache 34, 23ss). Se il  campione della sedicente restaurazione yahweista Giosia si comporta così poco da yahweista consultando un’indovina, è evidente che Gerusalemme non è mai stata yahweista fino alla conquista persiana, non tanto di Babilonia, quanto dell’Egitto, con Cambise II, perché io credo che è all’Egitto più che a Babilonia che dobbiamo puntare l’attenzione. Il tempio di Yahweh a Gerusalemme fu costruito regnante (anche sull’Egitto, 525-522) Cambise II e  dedicato nel 515 regnante (anche sull’Egitto, 521-486) Dario I. Alla luce di quel che avverrà poi percepisco che l’ebraismo(dei farisei)/cristianesimo proceda più dagli “ebrei” greci d’Egitto che non dagli “ebrei” aramaici di Babilonia.

Stando al racconto biblico, Gerusalemme viene conquistata e distrutta dai Babilonesi proprio a causa della riforma di Giosia o, comunque, proprio in coincidenza con la riforma di Giosia, a riprova che il culto di Yahweh – finora mai praticato in Gerusalemme, o almeno non in esclusiva né con Yahweh come divinità principale – porta sfiga soprattutto a chi lo pratica. Non a caso  gli esuli pre-ebrei a Dafne pelusica ribattono a quel tafano di Geremia che li ha seguiti  e che alla fine morrà,  com’era prevedibile, lapidato,  “ A riguardo delle parole che tu ci hai dette nel nome di Yahweh, noi non ti vogliamo ascoltare, ma faremo esattamente quello che abbiamo detto: continueremo a offrire incenso, a fare libagioni alla regina del cielo, come abbiamo fatto e come fecero i nostri padri, i nostri re e i nostri principi nelle città di Giuda e nelle piazze di Gerusalemme: allora ci saziavamo di pane in abbondanza e si era felici e non vedemmo sventure. Ma dal tempo in cui abbiamo lasciato di offrire incenso e di fare libagioni alla regina del cielo, manchiamo di tutto e siamo sterminati dalla spada e dalla fame. E se noi – soggiunsero le donne –  offriamo incenso e libagioni alla regina del cielo, è forse senza il consenso dei nostri mariti che le abbiamo fatto schiacciate simili alla sua immagine e le abbiamo offerto libagioni? ” (Geremia 44, 16ss)

Samuele è un'evidente patacca, oltretutto perché pretende di eleggere re un signore della guerra romano come Saul. Autentica è invece Rama (sede di Samuele) come fonte della sovranità dei signori della guerra che gli Ebrei nella metastoria posteriore considereranno loro re. Rama prende nome da Roma, che già esiste almeno dalla prima metà del XIV secolo sul Campidoglio, il "Colle". Si trovano in ebraico biblico anche Ruma e Roma, sempre con significato di altura, luogo elevato. Ma non è escluso che sulla base dell’egizio si possa tradurre qualcosa come la città sulla riva del fiume o alla foce del fiume. Questi nomi sono stati importati e derivati da Roma e non viceversa. I generali romani  man mano che vincevano (e le suonavano di brutto agli Iefte/Deucalione e ai Sansone/Eracle) si spingevano a sud verso Gerusalemme. E' dunque nella fase finale della guerra che viene impiantato il quartier generale nella seconda  Roma, a nord  di Gerusalemme.   Davide  inchiodò la testa del “filisteo”  Golia in un santuario della seconda Roma (non a Gerusalemme –  1 Samuele 17, 54 –  che lo stesso Davide avrebbe conquistato poi) e depose la sua armatura compresa la spada nello stesso santuario (non a Nob, città sacerdotale yahweista che non poteva esistere dopo lo sterminio di Afèq e la caccia al yahweista scatenata dai Romani, oltretutto a poca distanza dal loro quartier generale di Roma seconda; ma il clero era stato sterminato, e tutti lo sapevano, e dunque se ne sposta lo sterminio sotto Saul e da parte di Saul, per collusione con Davide, col che si riesce a far  “sopravvivere” il clero yahweista fino a questa data: 1 Samuele 22, 11ss). 

Negli studi precedenti ho evidenziato i punti di contatto fra elohismo e allahismo (che ora ritengo connessi al culto di Posidone troiano/romano poi assimilato a Dagon)  in comunità ebraiche dell’esilio distanti come la Persia di Daniele   (il libro di Daniele è di poco posteriore al 164 a. C., ma ricostruisce il periodo della dominazione tardo-babilonese e persiana) e la Dafne pelusica di Geremia in Egitto. Appunto perché senza relazione l’una con l’altra, queste comunità “ebraiche” non avrebbero potuto sviluppare un’identica evoluzione elohista/allahista (concordanza fra libro di Daniele e Salmo 55, di derivazione da Geremia, nel documentare  le tre prostrazioni giornaliere in direzione del tempio di Gerusalemme, comuni alla pratica di Maometto prima della sua riforma nel senso delle cinque prostrazioni in direzione della Mecca) se questa non fosse stata appunto  originaria del culto a Gerusalemme. Ma ora ritengo piuttosto che si tratti di attribuzione  ad età preesilica di una pratica assunta dagli “ebrei” in esilio a contatto coi Caldei di Gerusalemme e perfino cogli Arabi.  

 

Tirreni e Pelasgi. 

La tradizione greca di pseudo Apollodoro è per metà greca, per metà tirrenica occidentale (gli Eolidi) e orientale (gli Atlantidi, Dardanidi e Troiani). Erodoto chiama Elleni (cioè Greci) i soli Dori. Ioni e Dori sono i due fondamentali ethnoi greci dopo la dark age. Secondo la tradizione greca i figli di Elleno sarebbero gli Eolidi, i Dori, e, attraverso Xuto gli Ioni ed Achei. Io ritengo che gli Eolidi siano i Tirreni occidentali (pseudo Apollodoro, I, 7-9) che ovviamente non derivano da Elleno, bensì dai Tirreni orientali, dagli Atlantidi/Iperborei Dardanidi e Troiani (pseudo Apollodoro III, 10 e 12). Stranamente solo di Eolo è data una dettagliata discendenza, e praticamente nulla vien detto della discendenza di Ione, Acheo e Doro. Ritengo che gli Achei della tradizione greca, i discendenti di Tantalo e Pelope (pseudo Apollodoro, Epitome, 2), rientrino come gli Elleno-Dori nell'ambito dei popoli del mare scesi dalla Tracia con costumi barbari e yahweisti/dionisiaci. I Dori si ritengono Eraclidi (pseudo Apollodoro II, 8) ed Eraclidi sono pure gli Shardana colonizzatori della Sardegna nell'età dei "ritorni" sotto la guida di Iolao (pseudo Apollodoro II, 7).  Nonostante la confusione fatta dagli antichi io ritengo che si debba distinguere fra  Pelasgi di lingua lemnia e  Tirreni di lingua greca.  Il ragionamento di Erodoto sui Pelasgi non fa una grinza. Essi sono anindeuropei ed anelleni. Adesso sono pronto a riconoscerlo perché nel frattempo ho scoperto che i Tirreni  sono i primi parlanti greco a partire diciamo dal XVIII secolo. I Pelasgi sono, come generalmente si ammette, anindeuropei ed anelleni. E' vero che dalla lettura del testo biblico si deduce che i Filistei in origine parlavano una lingua greca o comunque indeuropea, ma nel corso del mio lavoro ho dovuto dedurre che dietro ai Filistei biblici ci sono i  Romani. Infatti sarebbe curioso che i Romani, i più celebri guerrieri di tutti i tempi, combattenti in Palestina fianco a fianco dei Tjekker Troiani, fino a poco tempo prima signori perfino dell'Egitto, dovessero prendere ordini dai Pelasgi/Filistei! I  yahweisti amano da sempre la contraffazione, specie quando si tratta di sostituire i loro, i Pelasgi popoli del mare, ai loro peggiori nemici, ai Romani. Dunque quelli che al tempo delle guerre in Palestina chiamiamo Filistei, una corruzione del nome  Pelasgi/Peleset, non sono affatto derivati dai Pelasgi traci. Non ne hanno né i costumi né la lingua originaria, ma appunto la presenza di Pelasgi in Palestina poteva a posteriori (una volta che i discendenti dei Romani ed indeuropei in loco erano stati assorbiti etnicamente linguisticamente e culturalmente,  semitizzati) occultare la dominazione romana. Da qui i Filistei. Poiché i Romani veneravano  Posidone Uranio troiano e romano (scritura troiana del Disco di Festo) comune all'Alta Siria fin dal III millennio sotto il nome  di Dagan, questa divinità fu associata ai  Filistei (cioè ai Romani e loro discendenti)  confusi coi Pelasgi.

Erodoto mette a confronto Crestona/Cortona etrusca con Placia e Scilace.  Cortona poteva ben apparire una antica città pelasgica, il lemnio essendo simile all'etrusco. Tuttavia abbiamo veduto che la migrazione pelasgica da nord a sud della penisola è solo una ricostruzione ipotetica a posteriori  e infondata. Tuttavia le conclusioni cui giunge Erodoto sono ineccepibili. I Pelasgi non parlano affatto greco. Personalmente immagino una differente  ondata pelasgica, via Mar Tirreno, quella decisiva per il decollo della civiltà etrusca.  I Pelasgi avevano occupato l'Attica (Erodoto VI, 137; Tucidide, IV, 109) e, una volta cacciati dagli Ateniesi, avevano ancora colonie a Lemno, Placia e Scilace nel mar di Marmara, Imbro e Samotracia, Antandro sulla costa anatolica. E' evidente che tutti costoro parlavano una lingua affine al lemnio, si trovavano sulla via del movimento dei Teucri e Misi e  sono stati sospinti in avanti, nell'Egeo e lungo le coste anatoliche. Si tratta di Shardana anindeuropei confusi anche coi Tirreni "costruttori di torri" perché poi si stabiliranno in Sardegna, cui daranno il nome (ma le torri/nuraghi erano già state costruite dai Tirreni fin dal 1500 ca.; i yahweisti  Shardana, stabilitisi in Sardegna –  i figli di Tespio guidati da Iolao alla fine del movimento dei popoli del mare – conservano il ricordo del Diluvio attraverso le navicelle votive simili ad arche di Noè o cariche di carri guidati da buoi).  Gli Shardana o comunque i Pelasgi di  Lemno un tempo furono anche  ad Atene, ma solo nell'ambito del movimento dei popoli del mare, e cioè nel XIII-XII secolo. Dunque gli Ateniesi non sono realmente discendenti dei Pelasgi, se la dominazione pelasgica fu di breve durata.  Ad Atene si parla ionico, che verisimilmente deve risalire più indietro nel tempo dell'ellenico dei Dori. Secondo Erodoto "Se dunque i Pelasgi erano di lingua barbara, allora gli Attici, Pelasgi di stirpe, una volta divenuti Greci dovettero anche cambiare il modo di esprimersi." (I, 57) Secondo Erodoto pertanto, o non è vero che gli Attici discendono dai Pelasgi, e allora si spiega perché parlano ionico, discendendo da greci (si tratterà di stabilire quali), oppure è vero che discendono da anelleni e allora devono essere stati ellenizzati posteriormnente, nella stessa ondata degli Elleni-Dori, solo che questa ondata ha dato luogo per differenze linguistiche e geografiche allo Ionico invece che al Dorico. La seconda ipotesi mi pare inverosimile. Dovremmo ammettere che tanto il dorico che lo ionico derivino dall’incontro dell’indeuropeo tracio  con un substrato anellenico. Nessun substrato anellenico per i Dori, e a maggior ragione per gli Attici (nonostante una  breve occupazione pelasgica).  Tucidide chiama Tirreni e non Pelasgi quelli che un tempo avevano occupato Atene e l'isola di Lemno (IV, 109). Ma Tucidide non vede le cose diversamente da Erodoto. Ha in mente i Pelasgi e non gente di lingua greca, per cui quando li chiama Tirreni ha in mente gli Shardana che, avendo occupato la Sardegna, rimandano ai nuraghi, alle torri. Tucidide ha in mente gli Shardana che parlano lemnio.  Io credo  più verisimile  che gli Attici siano "autoctoni" (il termine va preso sempre in senso relativo),  Tirreni di lingua greca, che subirono una breve occupazione pelasgica da parte degli Shardana. La tradizione degli Ioni dell'Attica (pseudo Apollodoro III, 14ss) deve avere qualche base autentica se fa riferimento all'"autoctono" Cecrope primo re dell'Attica, metà uomo, metà serpente, e all'iniziale dominio sull'Attica di Posidone.   

Vero è che gli Ateniesi  conservano tradizioni religiose di origine tracia che non possono riferirsi altro che agli stessi yahweisti Shardana o Pelasgi di lingua lemnia che hanno dominato sull'Attica al tempo dei popoli del mare, e in ciò sono affini agli elleno-dori di Sparta che si dicevano discendenti degli Eraclidi,  e gli Spartani ritenevano ancora nel 300 a. C. di avere origini comuni con gli Ebrei di Gerusalemme. A Braurone (e analogamente ad Ale in Attica) si celebra una festa in onore di Artemide Taurica (Erodoto IV, 103 e VI, 138) E ad Atene un serpente fa da guardiano al tempio sull'acropoli (Erodoto VIII, 41), traccia di yahweismo come la pitonessa dell'Apollo di Delphi (che ha ucciso Delphine la dragonessa preesistente). I yahweisti uccidono dovunque si stabiliscono il drago di Dagon (Posidone troiano) e vi sostituiscono il viscido serpente dell'Eden biblico. Addirittura,  mentre gli Arcadi si vantano di aver ucciso Illo (sic!) alla testa degli Eraclidi scongiurandone per cento anni l'ingresso nel Peloponneso, proprio gli Ateniesi si vantano addirittura: " fummo noi i soli ad accoglierli (gli Eraclidi), mentre prima venivano respinti da tutti i Greci presso cui cercavano riparo fuggendo la schiavitù micenea, i soli a stroncare la potenza di Euristeo, vincendo in guerra assieme ad essi le genti che allora dominavano il Peloponneso. " (Erodoto, IX, 27) Si direbbe che gli Ateniesi vantino un'ascendenza indeuropea tracia comune agli Spartani. Ciò è parzialmente vero in base alla dominazione pelasgica sull'Attica di XIII-XII secolo, ma molto gioca la propaganda politica. A causa della prepotenza dei Dori gli altri Greci dovevano cercare di apparire più Dori di loro. 

L'ignoranza dei Greci sulla storia della Grecia prima dei popoli del mare è  pressoché totale. Motivo di più per avvalorare la mia ipotesi che gli Eolidi siano in effetti i Tirreni occidentali. E' illuminante quanto scrive Erodoto a proposito dei giochi organizzati da Clistene di Sicione  per trovare marito a sua figlia. I competitori vennero dall'Italia (Sibari e Siri, fondata dai Troiani), dall'Adriatico (Durazzo), " dall'Etolia arrivò Malete, fratello di Titormo, di quel Titormo, l'uomo fisicamente più robusto di tutta la Grecia, che aveva fuggito la comunanza con gli uomini andando a vivere nelle estreme contrade dell'Etolia. E dal Peloponneso Leocede, figlio di Fidone, il tiranno di Argo... " (VI, 127).  Secondo Tucidide (I, 5, 2 e III, 94) gli Etoli "parlano un dialetto indecifrabile". Mi rendo conto che qualcosa non va, che gli stessi Greci hanno le idee confuse sulla Grecia, figuriamoci sul resto del mondo... Eppure poiché io sono certo che gli Eolidi di pseudo Apollodoro siano in primo luogo Romani, ne risulta rafforzato il sospetto che i Greci delle origini, i Traci elleno-dori, fecero dapprima le carte false per prenderseli come Greci trasferendone le tradizioni nel territorio più occidentale della Grecia che al contempo avesse un substrato linguistico estraneo alla Grecia stessa, così da rendere plausibile questo trasferimento. "Parlano un dialetto indecifrabile" giustifica tanto l'etrusco che il romano più antico (troiano) di cui non abbiamo più testimonianza. Avendo già menzionato la pianta dello Stivale come Italia e Durazzo che è meno ad Occidente, come è possibile affermare che il greco Titormo "aveva fuggito la comunanza con gli uomini andando a vivere nelle estreme contrade dell'Etolia"? Gli Eolidi sono gli unici figli di Elleno di cui pseudo Apollodoro fornisca una dettagliata discendenza (tacendo  del tutto sulla discendenza di Ione, Acheo e Doro). La verità è che gli Eolidi non sono discendenti di Elleno, sono i Tirreni occidentali di Etolia/Italia e Calidone/Roma, discendenti degli Atlantidi, Iperborei, Dardanidi e Troiani, dei Tirreni orientali. Come l'Etolia sia potuta rimanere ancora nel V secolo una delle meno civilizzate e più arretrate economicamente e culturalmente del mondo greco con un retroterra mitologico come quello del libro I (da 7 in poi) di pseudo Apollodoro sarebbe un mistero se non si trattasse invece di un furto greco alla Tirrenia (eolide, di lingua greca) dominata da Roma, città greca (ma da diversi secoli prima dei popoli del mare) secondo Dionisio.

Cadmo è palesemente un trace  veneratore di suo nipote Dioniso. Attraverso la Tracia giunge a Tebe beota dove, lui yahweista, uccide il Posidone/Dagon (Eloah/Allah) tirrenico, e non a caso finisce i suoi giorni fra gli Illiri traci (dov'è il santuario oracolare yahweista di Dodona). Cadmo è evidentemente una costruzione posteriore alla Tebe egizia della Sfinge di Edipo attaccata dai Sette e poi dagli Epigoni al tempo dei popoli del mare, poi artificiosamente trasferita in Beozia. Anche Cadmo  rientra nel movimento degli analfabeti traci a cavallo della guerra di Troia. E' stato fittiziamente collegato a Mutemuya/Europa mitannica e a suo padre Artatama I/Agenore, e questi sono stati alla greca, superficialmente, confusamente (perché nella confusione si può far passare tutto), definiti fenici. Una volta collegato con Tebe beota Cadmo è servito per spiegarvi l'introduzione della scrittura alfabetica fenicia, che in quanto tale doveva per forza risalire al fenicio Cadmo fratello della fenicia Europa, figli del fenicio Agenore. Come Cadmo, anche Minosse, dai tratti fisici caucasici, fu sicuramente yahweista (Ehudu-Ya in uno scarabeo del matrimonio di Amenofi III). La sua mummia (coi capelli biondi come quella di Tuya che però ha tratti somatici egizi) presenta forti anomalie compositive rispetto a quelle egizie, tipo le mani unite in preghiera sotto il mento. Il sacrificio umano gli doveva essere noto come suggeriscono il Sarcofago di Haghia Triada del cenotafio di Amenofi III/Radamanto, e le nefandezze del Minotauro. E' un signore della guerra tracio, ma come visir d'Egitto non può venerare il suo Yahweh altro che sotto l'aspetto di Min, il toro guerriero (da qui il nome di Ehud-Min sull'Apoteosi), e di Aton, il sole alato di Mitanni. Poiché Ehuduya (lo Yuya degli egittologi) e Tuya furono sacerdoti di Min (Ehud-Min) ad Akhmim gli egittologi ne deducono semplicisticamente l'origine alto egizia ovvero nubiana dei medesimi, mentre i yahweisti colsero l'occasione per cercare di dimostrare che Min era corrispondente a Yahweh. Erodoto parla di un tempio di Perseo (fantadiscendente del yahweista Danao eponimo dei Danai del Mar Nero e antenato del yahweista Eracle, che non ha nulla a che vedere con l'Egitto) che in realtà è un tempio di Min. E poiché il yahweista Minosse era sacerdote di Min ad Akhmim/Chemmi automaticamente Min diventa Perseo (Erodoto   II, 91).  L'unico legame dei yahweisti (celebrati non solo ma anche nell'intero II libro della Biblioteca di pseudo Apollodoro, una Bibbia greca) con l'Egitto è quello del  visir yahweista Minosse sacerdote di Min ad Akhmim. Sua moglie Pasifae/Tuya continua ad essere collegata con la Colchide del dio Sole, l'Apollo troiano. A Creta Minosse non ci si sarà recato neppure una volta in tutta la sua vita. Ci avrà inviato, come altrove, i suoi plenipotenziari. Aveva cose ben più importanti da fare come visir in Egitto, la regia di controllo del mondo antico insieme a quella dei Tirreni e dei Mitanni. Erano i Tirreni a regnare a Creta e nell'Egeo, e altrove, e sui loro bastimenti era issato  il grifone del Sole tirrenico.

Le legioni romane, costituite da Tirreni impiantati a Roma, si imbarcano a Pyrgi con destinazione il Levante almeno dal tempo del movimento dei popoli del mare, da Merenptah a Ramses III (fine XIII-XII secolo), quando è di importanza vitale sconfiggerli, e i Romani vi riusciranno. Abbiamo qui i primi Argonauti partiti da Pyrgi sulle lunghe navi da guerra dei Tirreni e che avevano di fronte a sé due vie, attraverso Scilla e Cariddi/Stretto di Messina come Odisseo, oppure, loro che erano più abili marinai del loro stesso discendente (perché anche Odisseo, figlio di Sisifo eolide è tirrenico occidentale e nel poema originario "Viaggio d'Odisseo" parte da Pyrgi e vi torna), passano dalle Plancte/Stretto di Sicilia  all'andata e ritorno. Solo i Tirreni argonauti erano ritenuti capaci di fare questa via. Secondo Dionisio " I Pelasgi erano divenuti migliori di molti popoli nel fare la guerra perché, vivendo tra genti bellicose, erano abituati ad imprese rischiose ed ancor più essi erano esperti nella navigazione per aver vissuto coi Tirreni. " (I, 25, 1, 1)

Dopo la dark age il santuario oracolare di Pyrgi è dedicato a Ino Leucothea. La sua ipostasi Nausikáa è detta da Omero leukólenos, “braccio bianco”, e questo è epiteto anche di Hera, che ha protetto il viaggio che dopo la dark age gli Argonauti compiono riallacciando i contatti con la terra madre  Colchde. In realtà non Hera è stata la dea tutelare del viaggio di Giasone bensì la stessa Ino, dea locale, dietro alla quale dobbiamo vedere la romana Juno, etrusca Uni delle lamine. Dunque dietro a Ino Leucothea si cela Juno Leucothea, assimilata dai Greci nel caso del tempio  portuale di Pyrgi ad una divinità quale Afrodite Urania, Astarte fenicia (Juno Coelestis). Uni (moglie di Tinia; Juno era la controparte femminile del dio Jovino), era divinità folgoratrice, nutrice e madre di Eracle. Dai Romani era assimilata a Juno e dai Greci a Hera. Avendo per attributo la lancia (Juno Curitis/Quiris sarà prima di tutto la dea delle curie, elementi costitutivi della tribù in armi, e dunque armata di lancia) ed essendo cinta alla vita da una pelle di capra, richiamava anche la dea Atena “libica” di Erodoto (Anath di Gaza, Astarte/Hathor). Juno Lucina è Ilizia (cf. anche le sette o nove dee Hathor, confrontabili con le Ilizie). E’ evidente il rapporto fra la dea Ino o Juno Leucothea di Pyrgi e quella importata dai Romani nella “Filistea”, Anath di Gaza e Afrodite Urania di Ascalona (che è la bella Elena tirrena, Afrodite Straniera, venerata nel campo dei Tiri a Menfi di cui parla Erodoto).

 

 

Atena Ilia, statua fittile dal santuario orientale di Lavinio, V secolo.

 

Dopo la Dark Age, i Greci  tentano di accreditare origini tirrenico orientali per il santuario di Delo prima e Delfi poi. Se non che l'Apollo greco è troppo una goccia d'acqua con quello di Gerusalemme (Yahweh) per ingannarci. Vero è che col tempo s'è calmato e civilizzato, come del resto anche quello di Gerusalemme. Il fatto è che il marcio delle origini non si cancella con un colpo di spugna. Rimane nel DNA pronto a riemergere alla prima occasione. E' un Sole razzista e nazionalista. Del resto gli Iperborei tirreni citati parallelamente nell'Inno (VII) a Dioniso avevano già il loro tempio a Pyrgi almeno dagli inizi del XIV secolo, dove veneravano Ilizia, la dea iperborea (cioè venerata già dai Tirreni orientali) che aveva aiutato Latona a partorire il Sole, da molto più tempo, e non avevano certo bisogno di crearne un secondo a Delo o Delphi. Semmai si trattava di gemellaggi. Io porto i miei denari sotto la protezione della tua banca, tu li porti sotto la protezione della mia e facciamo scambi commerciali. Le rotte e le carovaniere per l'Occidente erano in mano ai Tirreni dal XV-XIV secolo, prima che vi venissero a commerciare "Micenei", Fenici e Greci. Erano proprio gli Italiani ad avere in mano le rotte, e non solo del Mediterraneo, e a sapersi orientare e a saper navigare, non come i Greci fai da te che non sono mai stati in grado di orizzontarsi e navigare davvero, pretendendo poi di aver precorso tutti, sì, con la fantasia e l'impostura! Dunque con gli accenni agli Iperborei tirreni i Greci di Delo e Delphi cercano, sia pure indirettamente e vagamente, di accreditare ai loro santuari il prestigio di un'origine tirrenica che però non hanno. Dovunque vadano i traci yahweisti/dionisiaci uccidono il dragone troiano, Posidone/Dagon/Tifone, e così Apollo, insediatosi a Delphi uccide il serpente Pitone/dragonessa Delphine (pseudo Apollodoro, I, 4, Inno ad Apollo, vv. 300-301). Dunque semmai è il nemico giurato del Sole dei Tirreni orientali. Però in età tarda sono i Greci ad avere le leve del potere e così la loro tradizione finisce per affermarsi come unica e autentica.

 

Anno 1349 a. C. celebrazione della fondazione di Roma.

Al tempo dell'Apoteosi di Radamanto/Amenofi III, nel 1349 a. C. la Tirrenia è chiamata Ausonia ed è trattata come Campi Elisi, gli stessi dove Radamanto secondo la tradizione regna da morto. Il che giustifica l'ipotesi che presso il tempio di Hathor/Afrodite Urania/Astarte Celeste a Pyrgi e la stessa venerata tardi come Mater Matuta al Foro Boario a Roma,  si tengano delle cerimonie di apoteosi di Amenofi III similari a quelle documentate a Creta fra palazzo di Festo e antro dell'Ida. Queste potrebbero coincidere con quelle della stessa fondazione di Roma.

Secondo la tradizione Eracle giunse a Roma pochi anni dopo l'arcade Evandro, al quale sono attribuite istituzioni che io considero di origine egizia, per cui devono risalire ugualmente ad Amenofi III. Il lituo, il pastorale, con cui Romolo traguarda il cielo, e gli avvoltoi che avvista, rimandano all'Egitto. Erodoro Pontico narra che anche Eracle esultava se, in occasione di un'impresa, poteva scrutare un avvoltoio... La loro comparsa, rara ed eccezionale, ha persino indotto qualcuno ad avanzare la strana ipotesi che essi siano calati qui da lontano, da qualche altra terra (Plutarco, Vita di Romolo, 9, 6-7).  E soprattutto all'Egitto rimanda la festa dei Lupercali istituita secondo la tradizione da Evandro, perché si tratta a mio avviso di derivazione dalla festa sed ("coda") egizia. La tradizione rende plausibile che questi si celebrassero nell'area del Circo Massimo, fra Palatino e Aventino, e qui il re romano (come il faraone egizio al suo trentesimo anno di regno) correndo per tre volte attorno alle mete dimostrava di aver intatto il vigore che lo legittimava a regnare. Poiché è il lupo l'animale totemico romano, il re nudo era cinto da un perizoma da cui posteriormente scendeva la coda del lupo (o forse quella del cavallo), anziché quella del toro o del leone del faraone egizio. Evidentemente i Romani tardi non avevano più idea delle origini egizie di questa festa, ma all'egittologo non possono sfuggire i richiami all'Egitto come il rosso sangue e il bianco latte, colori dell'Alto e Basso Egitto, con cui vengono bagnate le fronti dei Luperci (Plutarco, Vita di Romolo, 21, 6) che partecipano in età tarda alla corsa divisi in due squadre che rappresentano Romolo e Tito Tazio, gli ultimi successori dei due Penati fondatori (dei Potizi e Pinari), e poi tre squadre che rappresentano verisimilmente le tre tribù. Le stesse due mete del Circo rappresentano in origine l'Alto e Basso Egitto uniti sotto il faraone (poi avranno potuto rappresentare l'unione fra Romani di Tito Tazio e Shardana di Romolo).

Anche i Consualia (da condere, fondare), le feste per la celebrazione della fondazione della città, sarebbero state istituite da Evandro al Circo Massimo, ma questa volta al centro del Circo Massimo è un altare sotterraneo a Posidone scotitore della terra, e cioè alla divinità che aveva costruito le mura di Troia, la massima divinità di Troia. Lo ritroviamo sotto forma di Dagan/Posidone Uranio fra i segni del sillabario troiano di Festo. (Dagan è anche dio  del grano, da cui Conso dei Romani che avevano perduto la conoscenza delle loro origini). I Troiani, i Tirreni orientali, parlavano  greco. Poiché il Disco di Vladikavkaz scoperto in Ossezia del nord, cioè nel Caucaso, presso la Colchide, fra Mar Nero e Mar Caspio, è simile al Disco di Festo, conferma l'origine tirrenica di questa scrittura e lingua. Minosse fu il visir yahweista di Tuthmosis IV e Amenofi III e il marito di Tuya/Pasife che la tradizione lega alla Colchide e dunque agli Iperborei. I giochi gladiatori e i supplizzi fantasiosamente congegnati nel circo o nell'anfiteatro dai Romani devono avere come archetipo i giochi pericolosi e mortali, dalle taurocatapsie al pugilato, alle vittime del Minotauro, offerti al pubblico cretese da Minosse. La tradizione attribuisce ad Evandro l'introduzione in Italia dell'alfabeto greco e della musica ricavata da strumenti quali la lira, il trigone, il flauto (Dionisio I, 33, 4). E' evidente che a Roma la lingua greca fu introdotta da subito, con la fondazione che risale almeno al tempo e sotto il patronato di  Amenofi III/Eracle, per cui insieme alla lingua fu introdotto anche il sistema di scrittura pittografico di Troia (Disco di Festo).   Con questa scrittura deve essere stato introdotto in Italia, a Roma, il poema epico. In onore di Posidone, dio dei cavalli e del grano (Dagan) si tengono al Circo Massimo corse di bighe e quadrighe. Io credo che almeno fino all'età dei re i Consualia abbiano coinciso coi Giochi Secolari. Nei  Consualia si celebrano matrimoni e così anche in quelli indetti da Romolo nel 749, si celebrarono matrimoni fra le romane ("sabine") e i lancieri (curiti/quiriti, i "romani") shardana. I matrimoni dei tirreni (come degli slavi che ne hanno preso il posto) avevano per tradizione la forma esteriore del ratto.

Il sistema dualistico egizio-troiano: Potiti e Pinari,  Penati, rex e augur.

Nel momento in cui i Troiani fondarono Roma, vi portarono ovviamente le loro istituzioni. Una volta stabilita la sede del potere politico e religioso sul Campidoglio (dove poi fu costruito il tempio di Giunone Moneta, i cui resti sono visibili nel giardino dell'Ara Coeli) questa rimase sempre la sede del re, fino a Tito Tazio. A Troia al potere monarchico di un Priamo e suo figlio Ettore al comando dell'esercito si contrappone un'autorità profetica come quella di Polidámante figlio di uno degli anziani della città, Pántoo. I penati (due giovinetti seduti che impugnano lance, opera di antica fattura) che Dionisio poteva osservare personalmente fra l'altro in un tempio della Velia, non lontano dal Foro, lungo una viuzza che conduceva alle Carine, erano la rappresentazione dei due reggenti troiani, che poi la tradizione ha perpetuato con una paretimologia nelle figure mitiche di Romolo e Remo. Fin dalle origini Roma doveva reggersi su una magistratura dualistica in cui al re vero e proprio (Amulio, Tito Tazio) faceva da contrappeso la carica di peso politico di un augure o pontefice massimo (Numitore, Romolo, che secondo Plutarco "era esperto in sacrifici e in arte divinatoria"), che poteva opporre divieti a che si compisse il tale atto politico (o dichiararlo nullo) nel tal giorno dichiarato "nefasto". Nella tradizione della fondazione di una città dobbiamo vedere la coppia augure-re agire insieme, il primo col lituo ha traguardato il templum e tratto il responso favorevole alla fondazione, il secondo alla guida di una coppia di buoi  traccia il pomerio. Sul cippo del Lapis Niger del tempo di Tullo Ostilio sono menzionati il rex e il kalator, e questo deve essere il sacerdote augure. E' evidente che i Troiani che fondarono Roma sul Campidoglio e sui colli circostanti vi portarono il culto di Posidone/Dagon scuotitore della terra (Dionisio II, 31) cioè lo stesso dio che aveva fondato le mura di Troia veniva preso a protettore anche della colonia di cui gli ecisti tracciavano il fossato.

Anche se Polidámante ha ragione e Ettore torto, e proprio per espiare il suo torto resterà fuori delle mura di Troia in balìa di Achille, è evidente  che l'augure poteva far passare per volontà degli dèi i suoi propri interessi politici. Così Romolo, che agognava al potere (aveva le sue buone ragioni, in quanto si accorgeva, da Focea in Ionia asiatica, da cui proveniva secondo la Stele di Lemno, che l'impero dei Tirreni si veniva liquefacendo sempre più ad opera dei Greci che si espandevano in tutto l'Oriente un tempo sotto i Tirreni orientali, ed occorreva dunque un comando unico, deciso a sostenere guerre continue, per arginare la situazione almeno in Italia), arrivò a suscitare la rivolta delle truppe mercenarie shardana, yahweiste (affini alle truppe "tirie" acquartierate presso Menfi di cui parla Erodoto), impiegate in azioni di polizia fluviale e a guidarle contro Tito Tazio riuscendo alla fine a diventare re a suo fianco per cinque anni e poi, ucciso da stranieri latini Tito Tazio,  fondando la monarchia. Romolo come pontefice massimo o augure aveva la sua residenza sul Palatino (presso le scalae Caci, nelle vicinanze della discesa che conduce dal Palatino al Circo Massimo; si tende a identificarle col tratto terminale della salita che dava accesso all'aedes Victoriae), mentre sulla groppa occidentale (il  Germalo), che controllava il Tevere, erano stanziate le truppe di polizia fluviale shardana. Io credo che la cosiddetta Roma quadrata altro non sia che il castrum del Germalo (R. Bloch, Le origini di Roma, Newton Compton,  pp. 49 e 53) dove erano acquartierate le truppe shardana. Ritengo che Germalo derivi da gerim-al (dall'aramaico – perché a questa data i futuri ebrei parlavano aramaico – plurale con terminazione aggettivale indigena etrusco-latina) che significa il luogo degli "stranieri" (con una sfumatura anche di "convertito al, seguace del yahweismo" che non guasta dato che gli Shardana sono yahweisti), dove sono acquartierate le truppe straniere shardana.

 

I poemi epici sulle guerre contro i popoli del mare in Egitto e in Palestina e la “guerra di Troia” omerica.

Certamente in tutto il Vicino Oriente e nella stessa Ausonia d'età micenea esistevano poeti di corte che celebravano le imprese cavalleresche dell'aristocrazia guerriera e dei singoli eroi immediatamente dopo che  erano state compiute   " perché quel canto più lodano gli uomini, che agli uditori suona intorno più nuovo " come afferma Telemaco (Od. I, 351-352). Circolarono sicuramente  poemi epici sulla guerra di contrasto all’invasione dei popoli del mare dell’Egitto (Sette contro Tebe ed Epigoni, incentrati sulle gesta di Tideo e Diomede) e sulle gesta della guerra di Palestina dalla piana di Israel a Bet-Shean, a Rama (Roma seconda), sulle fasi finali in cui venivano sonoramente battuti gli Iefte/Deucalione e i Sansone, sull'epica battaglia finale di Afèq, sui postumi della guerra fino alla ribellione di un Saul, al ritorno a Roma di un Enea, fino all’affermazione del potere di un romano ormai solo di lontane origini come Davide, brigante mafioso e poligamo come suo figlio Salomone. Ovvio che il centro privilegiato di questa epica sia stata la stessa Roma dove i signori della guerra  tornando facevano la loro relazione alla duplice magistratura e i reduci narravano le imprese cui avevano partecipato ai familiari e conoscenti.

A Roma e nei suo circondario, dovunque sia una sede reale o un palazzo aristocratico, risuonano le gesta degli eroi cantate dalla casta di maestri di palazzo, i  cortigiani letterati tradizionali nella civiltà italica. La poesia epica è  il codice delle belle maniere, del Galateo, dei valori morali e cavallereschi della civiltà aristocratica ed è rivolta non tanto agli uomini d’arme quanto  ad intrattenere le dame la cui vita è limitata al palazzo o poco più.  

Omero è solo l’ultimo, certo assai grande (non abbiamo basi per affermare che sia stato il più grande), esponente di questa casta, ed ha cantato alla corte di Numa Pompilio e Tullo Ostilio, quando il cippo del Lapis Niger ormai in latino mostra che la stagione della lingua greca a Roma è finita.

Non c’è mai stata una guerra di Troia (la città è stata distrutta intorno al 1240 da un violento terremoto e da un incendio divampato accidentalmente per conseguenza; e l’esodo degli sfollati  non ebbe nulla di epico).

Enea giunse a Roma, direttamente, (alla fine delle guerre di Palestina contro i popoli del mare) imbarcandosi nel porto di Dor,  in mano ai Tjekker/Teucri. Se fosse davvero avvenuta una guerra di Troia come quella narrata da Omero conclusasi con l’incendio della città e la sua depredazione da parte degli Achei,  la tradizione  ci parlerebbe dell'arrivo sulle coste laziali, con Enea, di vecchi, donne e bambini scampati all’olocausto, analogamente alle scene dell'esodo dei popoli del mare sui monumenti egizi, che su carri tirati da buoi si portano dietro le famiglie. Viceversa nella tradizione di Livio e Dionisio è evidente che sulle coste laziali giungono guerrieri di professione su veloci navi da guerra. Se " I Romani tutti sono sicurissimi della venuta di Enea e dei Troiani e lo testimoniano le loro celebrazioni con sacrifici e festività, i libri sibillini e gli oracoli pitici e molti altri elementi che nessuno potrebbe disprezzare come se escogitati a scopo di convenienza. Anche presso i Greci sussistono tracce significative, ancor oggi... " (Dionisio I, 49, 3), allora possiamo solo immaginare che Enea   signore della guerra tjekker/romano in Palestina, finita la guerra, abbia guidato  a Roma i suoi reduci marinai e fanti di marina troiani e romani. Dunque le cinquanta famiglie romane che vantavano origine troiana (Varrone, De Familiis Troianis; Dionisio d'Alicarnasso, I, 85, 3) potevano essere quelle dei reduci dalla guerra palestinese o,  ancor più logicamente, quelle che avevano fondato la città sotto Amenofi III/Eracle.

Al fine di  intensificare i rapporti commerciali col mondo greco Omero è chiamato dai re di Roma a comporre poemi in greco che celebrino l’invasione dei popoli del mare (e dunque la “guerra di Troia”) del 1178 anno 8 di Ramses III (siamo praticamente al 1182 o 1184 della datazione tradizionale della “guerra di Troia”) come anello di congiunzione fra colonizzazione micenea e colonizzazione greca. I Greci sono contenti perché se ne fa una magnificazione epica ricollegandoli ai Micenei, e i Romani altrettanto, perché nelle banche di Ino Leucothea a Pyrgi e Mater Matuta al Foro Boario affluiscono i quattrini. I Greci non hanno nulla a che fare coi Micenei, se non per il fatto che i loro antenati traci hanno distrutto la civiltà micenea.  Ma il cantore di palazzo ai massimi livelli come Omero è anche maestro di diplomazia, cioè di menzogna. E così i Greci omerici sono di tendenza  belli, forti, leali,  eroici, furbi,  mentre i Troiani, meno belli, meno forti, perfino sleali (Teucro che colpisce Menelao con una freccia ed interrompe il duello che da solo deciderebbe sulla restituzione o meno di Elena e scongiurerebbe la guerra di Troia), codardi, stupidi (bisogna essere veramente stupidi per buttar giù le mura di Troia e portarvi dentro un enorme cavallo di legno cavo –  regalo degli infidi Greci –   senza averci prima guardato dentro).

Dunque Omero crea o perfeziona una leggenda artificiosa già circolante sulla guerra di Troia e per darle sapore di realtà si ispira ad un poema sulla battaglia di Afèq (scritto da un suo collega o perfino antenato romano), in cui la coalizione degli aggressori popoli del mare yahweisti traci (Achei, Pelasgi, Danai) fu sbaragliata dalle  legioni romane guidate da generali passati alla tradizione col nome di Tideo, Diomede, Saul, Enea. Essi rapirono l'arca/Criseide degli Shardana e distrussero il quartier generale di Silo, la peste inviata dal dio della peste Yahweh fece il resto.

L'epopea omerica  è l'apoteosi del mondo antico, il mondo degli eroi, sparito come un'Atlantide, cui è seguita la difficile età del ferro che  Omero non ama (né più né meno di Esiodo) ma che comunque nel Lazio ha dato vita all’esplosiva civiltà orientalizzante che rinnova i fasti dell’età eroica. Dunque Omero cala la sua guerra di Troia nel tempo d’oro della civiltà micenea e di Troia VI. E’ l'epoca degli   Ahhiyawa/Achei che, come abbiamo già veduto, partendo da attacchi esterni (non dalla Grecia e nemmeno con una spedizione navale da invincibile armata) alla fine si stabiliscono nella Troade. Nei poemi omerici, sia pure marginalmente, vi sono accenni tanto agli Egizi che agli Ittiti come grandi potenze lontane. Achei e Troiani partecipano di una stessa civiltà progredita, cavalleresca, che unisce fra loro i rappresentanti dell'aristocrazia. Al tempo di Mursilis  II (1345-1315 ca.) i principi ahhiyawa, con quelli ittiti, imparano la nuova arte della guerra coi carri di Kikkuli, alla corte di Hattusas (J. Lehman, Gli Ittiti, Garzanti, p. 220). I nomi dei protagonisti principali e secondari della guerra di Troia sono piluccati a destra e a manca e non hanno nulla di storico, se non  appartenere genericamente al tempo finale di Troia VI. Un Attarsiyas ahhiyawa/Atreo acheo o un Alaksandus di Wilusa/Alessandro Paride di Ilio o un Piyamaradus di Millawanda/Priamo di Mileto sono solo generici e falsi riscontri di una guerra di Troia omerica. Generici perché suggeriscono, questo sì, l'esistenza di genti “achee” nella Troade. Falsi perché nessuno di questi personaggi è legato a Troia. Che Omero possa aver piluccato anche fra i nomi di costoro per intessere la sua favola è possibile e anche probabile, ma si tratta appunto di collage artificiale. E' logico che la critica antica si sia cimentata a verificare la storicità all'interno dei poemi omerici, e non deve sorprendere l'affermazione del dotto del VI secolo  Stefano di Bisanzio  che Elena e Paride nel viaggio verso Troia si incontrano in Caria con Motylos. Ed era re degli ittiti, in quell'epoca, Mutalli, cioè Muwatallis appunto sul finire  di Troia VI.

E' Omero a contrapporre artificialmente, per la loro assonanza coi Greci posteriori,  Ahhiyawa/Achei e Troiani/Ittiti, che invece erano un’aristocrazia cavalleresca in rapporti amichevoli. E' un dato di fatto  che letterati e studiosi di varia estrazione,  interpretando Omero alla lettera, ne traggono il convincimento  che i poemi rievocano la civiltà micenea, e questa può rientrare solo nell'orizzonte  di Troia VI di Dörpfeld o anche VIIa di Blegen prima del terremoto e dell'incendio. E' una storia di pura fantasia, irrazionale, com'è tipico delle favole per bambini. Dov'era la flotta della città signora dei mari?  Dove le sue sentinelle in mare, le sue spie, quando l'invincibile armata greca sarebbe piombata a Troia portandovi la Grecia micenea in armi? E poi, una guerra per una donna, fosse anche la più bella del mondo! Ma proprio la dama contesa era il tema più scontato di tutta la poesia curtense che aveva al centro la donna, per ottenere la quale, nel caso della bellissima e infedele Elena, valeva la pena non un duello all’ultimo sangue, bensì lo sterminio di popoli interi,  l’olocausto dell’intero mondo antico, perché non è solo la città più antica e ricca del mondo a sparire, ma gli stessi Greci che l’hanno distrutta, che se non sono morti a Troia sono morti sul mare nella via del ritorno, o tornati a casa, uccisi a tradimento dalla moglie infedele, o sono stati costretti a riprendere il mare per altri lidi. Tutto ciò perché non valeva la pena sopravvivere alla fine di Troia e dell’età degli eroi. La Roma omerica e orientalizzante è medievale ante litteram nel senso buono della poesia dei trovatori.

Secondo Omero "nemmeno il banchetto splendido darà più gioia, quando il peggio la vinca " (575-576).  Tucidide ricava la falsa impressione che Omero non abbia mai avuto alcuna concezione degli Elleni (cioè dei Dori e compagnia bella) come popolo in sé (I, 3, 2). Ne ha avuto concezione (nell'Odissea parla dei Dori come uno dei cinque popoli di Creta), ma proprio per questo li rigetta perché barbari, perché anche se non sono stati causa  della fine non cavalleresca di Troia (bruciata in seguito ad un incendio causato da uno spaventoso terremoto) sono stati causa con le loro incursioni e spedizioni  della fine del mondo civile e dell'inizio dei secoli  bui. Hanno precipitato il mondo nel buio del medioevo (medioevo anche inteso nel senso di buio della ragione che genera mostri; di yahweismo).

 

La scrittura alfabetica da Biblo.

E’ evidente che a Roma i cantori di corte anteriori ad Omero di XIV-XII secolo hanno potuto scrivere i loro poemi nella versione corsiva della geroglifica troiana attestata dal Disco di Festo. Ho evidenziato come la catastrofe naturale ed umana che inizia nella seconda metà del XIII secolo segni una rottura col mondo antico, rottura che porta alla ribalta l’età del ferro, arma decisiva insieme all’organizzazione e disciplina delle legioni romane per la sconfitta dei yahweisti. Ma insieme al ferro è la scrittura alfabetica a venire alla ribalta. La scrittura alfabetica è solo uno strumento democratico per trascrivere  una cultura, qualsiasi cultura; non si porta necessariamente dietro una determinata cultura. Il poema epico è già stato importato a Roma dai Tirreni orientali (troiano del Disco di Festo) col patrocinio di Amenofi III/Eracle. I Romani dell’élite aristocratica hanno la loro formazione completa, militare e letteraria.

La tradizione ci dice che Romolo (con lo spurio Remo) fu educato a Gabii, alla greca (Dionisio include nell'istruzione certo anche il canto di componimenti in versi: "si insegnarono loro le lettere, la musica e l'uso delle armi greche finché non divennero uomini"), e a Osteria dell'Osa, necropoli di Gabii, sulla via per Preneste, è stata rinvenuta (tomba 482, del 770 circa) una fiaschetta con cinque lettere incise di un tipo greco. I kléa andrôn (le clarorum hominum virtutes) cantati da Achille tirreno allietarono i Romani delle origini nei banchetti, accompagnati dal flauto, come tramanda Catone nelle Origini (Cicerone, Tuscolane, I, 2).

L'educazione di Davide signore della guerra di pretese ascendenze romane, è la stessa attestata per Romolo. Davide è "ottimo citaredo, forte e valoroso, abile nelle armi, buon parlatore... Saul... lo fece anche suo scudiero. " (1 Samuele, 16, 18 e 21) Disgraziatamente Davide non mi pare contemporaneo di Saul, che deve essere vissuto a cavallo della battaglia di Afèq (1178 ca.). Se i Romani fossero stati ancora in Palestina al tempo di Davide, voglio dire al pieno delle loro forze come dovevano essere ancora al tempo del Viaggio di Unamon, all'inizio dell'XI secolo, Davide avrebbe fatto una fine peggiore di  Saul, e  questa volta il trionfo i Romani lo avrebbero celebrato, e volentieri. E tuttavia, poiché sarebbe irrealistico attribuire ad  un Davide di X secolo (plebeo semita e poligamo, sicuramente poco acculturato se non nell’uso delle armi) una qualsiasi formazione umanistica come quella invece attribuitagli, questa formazione doveva corrispondere a quella di gente come Tideo, Diomede, Saul, Enea, quando ancora i signori della guerra arrivavano via Pyrgi da Roma. Se il ragionamento è corretto, nel XII secolo un Tideo, un Diomede, un Saul, un Enea, scrivevano la scrittura troiana del Disco di Festo e conoscevano l’epica tirrenica.

 

I Tjekker, “pirati” tirreni.

Ancora nel 1080 ca.  (Viaggio di Unamon),  con le loro imponenti squadre navali (su cui certo è issato  il glorioso grifone iperboreo degli Atlantidi tirreni) i "pirati" (così chiamati dalle fonti egizie) Tjekker/Teucri, Troiani, pattugliano la Fenicia  tenendola in soggezione. Ma certamente anche la Palestina, se la loro base navale è, strategicamente, a Dor, al centro della loro area di influenza fenicia a nord e palestinese a sud. Se sulla terraferma ci sono i Fenici a nord (però è curioso che il principe di Biblo si chiami Tjekker-baal), al sud ci sono i Romani (alias Filistei biblici). Continuano a  pattugliare  la regione nell'iniziale  XI secolo con i nervi a fior di pelle preoccupati  che dall'incendio domato non si  riaccendano focolai di ribellione yahweista (è Erodoto stesso ad informarci che i santuari oracolari yahweisti di Dodona e dell'oasi di Siwa derivano da quello di Ammone a Tebe di cui è sacerdote Unamon; e anche Amenofi III e suo figlio Amenofi IV combatterono inutilmente contro la strapotenza malefica del clero di Ammone, che poi l'ebbe vinta). Al sud i problemi li creano capitani  romani ribelli all'asse Troia-Roma, come Saul. Come accade a tutti i sistemi di governo, alla lunga degenerano. Questi generali cui è stata data l'autonomia operativa indispensabile e troppo potere in mano, alla fine si sono resi conto delle loro potenzialità e sono divenuti un potere nel potere (è l'età paragonabile ai Mario e ai Cesare). Finita la guerra, Saul non fa come Enea che se ne va a Roma coi suoi reduci (Troia è distrutta e vale la pena rifarsi una vita nella città che ora è diventata la più importante fra quelle dei tirreni), bensì ritengono, spinti certo anche dal sollevamento delle milizie, che a Roma hanno sempre avuto il loro peso, di crearsi un proprio feudo indipendente in Palestina. Saul rientra perfettamente in questo schema,  tuttavia rimane nell'ambito di una dignità  romana,   vecchio stampo,  fino alla morte, ciò che è le mille miglia lontano da Davide a proposito del quale il meglio che si possa dire è che incarna a meraviglia  il Principe di Machiavelli.  Entrambi rimangono  anti-yahweisti e  veneratori di  Posidone troiano e romano (Saul  interroga la pitonessa di En-Dor, 1 Samuele, 28, 7ss; dietro a questa tradizione va visto il culto di Posidone/Dagon, non certo quello dell'Apollo di Delfi; Davide non porterà mai l'arca, del resto distrutta ad Afèq, sotto una tenda a Gerusalemme, bensì nominerà sommo sacerdote Sadòq – 2 Samuele 20, 25 –  probabile veneratore, se è mai esistito, del Posidone romano).

Saul cerca di costruire uno stato. Davide scorrazza per la Palestina depredando come un brigante senza guardare in faccia nessuno, se si tratti di nemici o di amici. I Romani di Enea se ne sono andati già via dalla Palestina, altrimenti avrebbe fatto la stessa fine di Saul. Davide   deve essere vissuto alquanto dopo Saul e dunque rimane nella sua cronologia  tradizionale.   Salomone sarebbe finalmente riuscito a creare uno stato stabile ed esteso  (ne dubito ma in ogni caso questa è la tradizione di Gerusalemme) divisosi in due (Israele a nord e Giuda a sud) dopo la sua morte. Dalla seconda Roma/Rama di Samuele, dai signori della guerra romani o di discendenza romana che la metastoria giudaica ha ricordato come re di Israele nasce lo stretto legame fra Roma e Giuda, fra Roma tutrice e Gerusalemme tutelata. Si noti la curiosa storia di gemellaggio Roma/Giuda.  Giuda,  capostipite dell'omonima tribù,  vivendo lontano dai suoi fratelli, s'è alleato coi Cananei (e infatti i Romani protessero Canaan dalle devastazioni dei popoli del mare), e dalla "prostituta" Tamar (/Ramat, cioè Roma) ha due gemelli, Perez e Zerach (Genesi, 38; i figli di Perez sono Chezron e Amul/Camul; i figli di Zerach in 1 Cr. 2,6). Perez è l'antenato del lontano discendente dei signori della guerra romani Davide, la cui genealogia è: Perez, Chezron, Ram, Amminadab, Nacson, Salmon, Booz (che da Tamar genera),  Obed,  Iesse,  Davide (Rut, 4). E che dire del falso Mosè tratto da una cesta arenatasi fra i giunchi del Nilo come nella falsa storia del realissimo Romolo re di Roma? Ma Roma non venera Yahweh, anzi gli dà la caccia, bensì Posidone troiano e romano (raffigurato nel segno 50 del sillabario troiano), e lo tutela anche a Gerusalemme, o piuttosto a Rama/Roma, tanto che i sacerdoti yahweisti dovranno contraffare la storia chiamandolo Dagon (del resto si tratta di una divinità ambientata in Siria dal III millennio e dunque fin dagli inizi nota anche a Troia) e attribuendolo ai Filistei/Pelasgi che nel frattempo i Greci, come abbiamo veduto, consideravano ambiguamente elleni di stirpe (mentre Erodoto li considera giustamente anelleni e di lingua lemnia).

Dunque dietro ai Tjekker/Troiani ma anche Romani riaffiorano alla storia i pirati Tirreni che la tradizione greca aveva lasciato vaganti in un nebbioso e mitico   Egeo per  servirsene –  ora che i Romani avevano perduto la coscienza di quanto grandi erano stati – contro Etruschi e Romani tutte le volte che occorreva  per farli sentire in soggezione, mentre i predoni erano loro che via via cacciavano dalle loro sedi i Tirreni dall'Oriente del Mar Nero fino all'Occidente tirrenico (depredando –  danno incalcolabile per la storia di Roma –  il santuario di Pyrgi nel 348 a. C.), tanto che Roma per sopravvivere e ricominciare daccapo il suo secondo impero (l'unico universalmente noto di Roma) dovette farsi repubblicana e latifondista da monarchica e industriale che era.

La faccia tosta dei  Greci (in questo caso per la verità Macedoni)  raggiunge il culmine nella tradizione di Strabone (5,3,5). Gli Anziati, soggetti a Roma, compivano azioni di pirateria di concerto con i Tirreni (qui ovviamente intesi come Etruschi). Prima Alessandro aveva inviato a Roma le sue rimostranze, poi Demetrio Poliorcete, consegnando ai Romani i pirati che aveva catturato,  " fece presente che  se li favoriva, per l'affinità che vi era fra Greci e Romani, riconsegnando i colpevoli, d'altro canto  non riteneva giusto che essi avessero il comando in Italia e, nello stesso tempo, mandassero fuori del loro ambito politico spedizioni piratesche, o che, avendo costruito un tempio nel Foro dedicato ai Dioscuri, che tutti chiamano salvatori, vi praticassero i culti ma, contemporaneamente, mandassero uomini a compiere predonerie proprio in Grecia, la patria di quelle divinità. " Ne riparleremo quando dirò anche dei Dioscuri.

Enea troiano, dunque di lingua greca, reduce dalla Palestina, potrebbe aver introdotto a Roma nel XII-XI secolo l'alfabeto, da poco derivato  da quello  fenicio di Biblo.  Il sacerdote Unamon si reca a Biblo nel 1080 ca.  per procurarsi il legno di cedro per la barca processionale di Ammone a Tebe. Analogamente secondo 1 Re 5,15 Hiram di Tiro era in rapporti con Salomone e lo era stato pure con suo padre Davide, e Salomone richiese appunto a Hiram di Tiro il legname di cedro e i carpentieri per la costruzione del suo tempio a Yahweh (1 Re, 5, 20 e 32). Senonché era  Biblo, non Tiro, la città da cui provenivano i carpentieri (1 Re, 5,32) e anche  Ezechiele (27,9) conferma che i carpentieri navali venivano da Biblo. Dal testo romanzesco del viaggio dii Unamon si evince che per tradizione il legno di cedro per la barca di Ammone veniva fornito dal principe di Biblo, il quale conservava registrazione (da almeno un secolo certo in alfabeto fenicio) delle consegne fatte dai precedenti principi di Biblo ai predecessori di Unamon.  Se Davide fu davvero in rapporti con un re fenicio, doveva essere il re di Biblo. Forse Saul può essere stato contemporaneo di Ahiram di Biblo, di cui abbiamo il sarcofago con il più antico alfabeto fenicio.  A quest'epoca, inizi del XII secolo, deve risalire la tradizione fenicia, di Biblo.  

 

Nestore di Pilo a Roma.

Più o meno al tempo di Enea alcuni Neleidi di Pilo,  attaccata via mare e distrutta da pirati shardana sulla via verso la Sardegna cui daranno nome, si rifugiano essi pure a Roma in quanto Pilo è città tirrenica (nel palazzo sono affrescati i grifoni). Trovo scritto che il palazzo di Pilo è stato distrutto nel 1200. Azzardo una datazione più adatta non solo alla mia ricostruzione ma anche alla tradizione, e dunque 1150. La tradizione colloca l'assalto piratesco di Eracle a Pilo verso la fine della vita di questo personaggio e dunque sul finire del movimento dei popoli del mare (pseudo Apollodoro, Biblioteca II, 7; Iliade XI, 689-693). Se non i Tjekker, i Troiani greci di Enea reduci dalla Palestina, almeno i Neleidi di Pilo (secondo Marinatos originari di Creta orientale, Gurnia e Kato Zakros, abbandonate dopo l'eruzione del Thera) possono aver introdotto a Roma l'alfabeto (ipotizzando che questo fosse stato da poco introdotto a Pilo e trascritto su materiale  papiraceo o ligneo andato in fumo con l'incendio, mentre le tavolette contabili in Lineare B su argilla si sono conservate) e la poesia curtense “micenea”  modellata su una lingua artificiale che contiene  tutte le sfumature che noi a posteriori individuiamo come dialetto ionico, con forti eolismi e perfino atticismi. Non è certo casuale che alcuni documenti epigrafici (coppa "di Nestore" da Pitecusa, cioè Italia, datata 735-720, e cioè assai prima dell'Ira di Achille, che è del 649 a. C.) ed iconografici (il "cantore" affrescato nel palazzo di Pilo) legati alla poesia omerica rinviino a Pilo (fra le sette città che si contendevano d'aver dato i natali a Omero), e nello stesso tempo a Roma, all'Italia.

Nestore di Pilo da tempo mi appare personaggio chiave della tradizione omerica. Innanzitutto quello di Pilo mi appare archeologicamente come regno tirrenico (nel palazzo di Nestore sono dipinti dei grifoni, come a Cnosso e a Tarquinia). Nestore è la memoria storica dei micenei alla guerra di Troia (/battaglia di Afèq, motivo per cui l'ho ribattezzato agli inizi Nestore di Silo). Nelle sue rievocazioni di scontri armati egli ricorda gli Etoli di Etolia/Italia (Iliade 23, 633) ed è attraverso questa citazione che lo ricollego alla storia italica, anzi, romana (perché dietro Calidone c'è Roma), narrata da Fenice nel libro IX dell'Iliade. Non Fenice, bensì Nestore, in altre circostanze, sarebbe stato il candidato ideale a narrare questa storia, dato che Fenice non ha alcun legame apparente con l'Etolia/Italia (a parte il fatto di essere precettore di Achille che a sua volta è tirrenico, come ho già detto). Dunque Fenice, in luogo del più appropriato Nestore, nostalgico laudatore dei tempi passati, ricorda l'assedio dei Cureti, ovviamente di Cures sabina (non i Cureti o Coribanti di Rhea/Cibele a Creta), a Calidone/Roma al tempo di Meleagro di Etolia/Italia. Meleagro assomiglia molto a Coriolano, che però è  troppo tardo. Più realisticamente si può trattare di una variante della tradizione dell'attacco dei Quiriti/Cureti, ovvero dei lancieri shardana al seguito di Romolo contro il Campidoglio di Tito Tazio. Così si spiegherebbe perché  qualche autore antico (il poeta Similo in Plutarco, vita di Romolo, 17,6) abbia potuto associare gli elmi cornuti degli Shardana a quelli dei Celti, attribuendo a questi ultimi la presa del Campidoglio.

Ho fatto l’ipotesi della scrittura alfabetica importata da Enea o da Nestore di Pilo (secondo Dionisio d’Alicarnasso la scrittura alfabetica sarebbe stata introdotta nella seconda metà del XIII secolo dall’arcade Evandro, I, 31, 1 e 33, 4). In realtà il declino del mondo antico fra seconda metà del XIII secolo e inizi dell’XI male si confà all’introduzione della scrittura alfabetica  nel bacino occidentale del Mediterraneo in un contesto di riduzione dei traffici dei metalli e di economia in regresso, di  legami interrotti fra Roma da una parte e  l'Egitto e Troia dall’altra. I commerci via mare e i centri costieri sono resi  insicuri dalle incursioni piratiche. I centri abitati si spostano  su alture difendibili, si dotano di mura e torri di avvistamento. La vita a Roma continua, con un'economia  agricolo pastorale che prevale su quella  metallurgica che ormai non ha più un mercato. Arroccata  sul Campidoglio Roma può  difendersi dalle incursioni piratiche che risalgono il Tevere e dalla  malaria effetto dell'abbandono. Detto con le parole di Dionisio, " Gli uomini che [Eracle] aveva lasciato ad occupare l'Italia e si erano stanziati sul colle saturnio [Campidoglio] per qualche tempo si governarono  da soli, ma non molto tempo dopo adattarono a quelli degli Aborigeni [Sabini] modi di vita, leggi e cerimonie sacre, così come gli Arcadi, e ancor prima i Pelasgi, avevano messo in comune con gli Aborigeni la loro patria al punto di essere considerati lo stesso popolo. " (I, 44,2) Difficile immaginare l’uso della scrittura troiana o alfabetica in questo contesto. Pertanto in questa fase sarà più realistico pensare ad una poesia di modeste dimensioni esclusivamente orale. Pertanto tutto quel che ho detto riguardo a Enea e Nestore di Pilo a Roma potrà continuare a valere oralmente anche senza l’importazione di una scrittura di cui in questo momento non si saprebbe cosa fare. Ovvio che nel frattempo si perde l’uso di qualsiasi scrittura eventualmente introdotta in precedenza, compresa quella sillabica (troiana del Disco di Festo) introdotta presumibilmente nel XIV secolo se non prima.

 

L’alfabeto da Pithecusa.

Posteriormente alla dark age, quando la civiltà ricomincia a fiorire nel Mediterraneo anche e soprattutto occidentale, e il mercato dei metalli, specie del ferro, a Roma riprende ad avere la sua importanza, la scrittura alfabetica viene  introdotta per la prima volta da Ischia-Pithecusa, fondata nel 775 a. C. per lavorare il ferro etrusco, e dove fu rinvenuta la coppa inscritta, in versi, di "Nestore", del 730-20. La tradizione di Romolo riporta significativi riferimenti alla relazione fra Roma e siti (come Cenina) sulla direttrice commerciale congiungente l'Etruria alla Campania e a Capua, in prossimità di Cuma, fondata intorno al 750 dalla stessa Pithecusa.

L'alfabeto a Osteria dell'Osa deve essere stato introdotto da  Pithecusa, semplificando la scrittura senza portarsi dietro, cosa del resto inverosimile per assenza di substrato, anche la poesia epica. L'epica  era già ampiamente coltivata a Roma. Si tenga presente che verisimilmente la scrittura più arcaica etrusca e romana con punteggiatura sillabica è il retaggio di pratica scrittoria di tipo sillabico, cioè marca il graduale passaggio dalla mentalità sillabica alla nuova pratica della scrittura alfabetica.

 

Holayes/Romolo della Stele di Lemno e l’asse metallurgico Romano-Focese.

Fino al tempo di Romolo  i Tirreni orientali, ancora per poco in contatto coi Tirreni occidentali di Roma,  hanno mantenuto il controllo del vecchio asse metallurgico Troia-Roma, che poi, dopo la fine di Troia, è diventato (lo desumo dalla Stele di Lemno)  l'asse Focea-Roma. Ora possiamo spiegarci ciò che altrimenti sarebbe inspiegabile, e cioè perché Erodoto sostiene che i  " Focei furono i primi Greci a compiere lunghe navigazioni: furono loro a scoprire l'Adriatico, la Tirrenia, l'Iberia e la regione di Tartesso: non navigavano con grandi navi da carico ma con delle penteconteri. " (I, 163) I Focei o Focesi ereditano la tradizione dei Troiani/Tirreni orientali di lingua greca e dunque si attribuisce loro (in malafede) quello che hanno compiuto i Tirreni orientali. Si noti che anche Omero, rivolgendosi ai Greci (per lusingarli), impiega il termine di Feaci/Focei alludendo allo stesso fenomeno. I Focei sono greci di lingua ma eredi dei Troiani. Anche se parlano in greco con Odisseo senza per bisogno di interpreti, i Feaci/Focei non sono Greci nel comune senso della parola, bensì di stirpe tirrenica, troiana, sono assai più antichi e più autenticamente greci dei Greci. La Stele di Lemno su cui ritengo sia effigiato Holayes/Romolo come penate, con scudo e lancia, è in lemnio (Lemno è isola sacra al culto di Efesto metallurgico). Holayes, cioè Silvio (che riecheggia come gentilizio nella falsa tradizione dei re di Alba Longa: Dionisio I, 70, 3; Livio, I, 3), cioè Romolo –  dice la stele dedicatagli da un lontano discendente – originava da Focea ed  era stato sacerdote di Efesto Tiiberino a Roma, dove era morto all’età di 55 anni (secondo la tradizione di Dionisio d’Alicarnasso, II, 56, 7; e Plutarco, Numa 2, 1), per cui se ho ragione a identificare Romolo col personaggio della Stele, il lemnio marasm av 3ialkhveis avis (cinque da sessanta anni) e  sialkhvis marasm avis (sessanta meno cinque anni) dovrà confermare questa età.

Trascrizione: Lato A:  aker tavarsio / vanala3ial seronai morinail / holaies naphoth / siasi / marasm  av / 3ialkhveis  avis  / evi3tho seronaith / sivai. Lato B: holaiesi phokiasiale seronaith evi3tho toverona[l?] / romh aralio sivai eptesio arai tis phoke[s?] / sivai avis sialkhvis marasm  avis ṛomai.

Traduzione A: Aker Tavarsio donò (questa stele di Lemno) come ufficio funebre. (A. T. il) nipote di Hylaios/Silvio, defunto, morto a cinquantacinque anni, al servizio di Efesto. B: A Hylaios di Focea, servitore di Efesto Tiberino, morto a Roma, sacerdote efestio in rappresentanza dello stato di Focea, morto ad anni cinquantacinque a Roma.

Dunque, se ho ragione, Romolo aveva una carica sacerdotale che affiancava e faceva da contrappeso a quella propriamente regale di Tito Tazio, intorno al dio del Volcanal, il dio principale di Roma, un dio metallurgico. Efesto deve essere la stessa cosa di Posidone troiano e romano, noto anche come Vertumno a Roma stessa e Velkhanos, signore dei terremoti e delle eruzioni vulcaniche e dunque della metallurgia.  Il fatto che Romolo  proveniva da Focea prova che esisteva una stretta relazione fra colonia  "madre" (ruolo che Focea in Ionia deve aver ereditato da Troia) e "figlia" (Roma), tanto che poteva essere chiamato da Focea a reggere Roma un focese, nel ruolo di sommo sacerdote, come contrappeso al re vero e proprio. Esisteva ancora dunque un'internazionale dei metalli, un'asse Roma-Focea.  Romolo non ha fondato Roma, bensì la monarchia. Provenendo da Focea, si rendeva ben conto dell'aggressione greca ai residui del mondo tirrenico orientale, e che presto, senza contromisure, la talassocrazia tirrenica sarebbe finita per sempre. Pertanto decise il colpo di stato contro Tito Tazio per rendere Roma una potenza guerriera di primo piano, in mano ad un solo uomo, capace di decidere tutto da solo, in tempi brevissimi (da qui anche l'introduzione di quello che anche gli Americani si inventarono nella guerra di rivoluzione, il minute man),  salvando la situazione almeno sul versante occidentale.

Ho già dimostrato l'esistenza di un autore precedente a Omero  che   nei Consualia del 749 a. C.,  presieduti da Romolo (ormai re unico) al Circo Massimo, celebrò in esametri (che sono dunque di origine tirrenica) i "kléa Rhomúlou" che narravano il colpo di stato dell'augure  Romolo e l'assalto dei suoi contro il Campidoglio dove risiedeva il re Tito Tazio (la vicenda che poi la metastoria creataci sopra nei secoli successivi ci ha lasciato sotto il nome di “ratto delle Sabine”). L'aderenza della tradizione al testo,  utilizzato da Omero per la realizzazione della fine del XIV (Ettore colpito dal sasso nella battaglia presso le navi) e inizio del XV libro (contrattacco alle navi), è una prova della correttezza dell'opinione secondo cui la storiografia successiva si basò su poemi epici ed eroici   che  venivano composti subito dopo i fatti  " perché quel canto più lodano gli uomini, che agli uditori suona intorno più nuovo " come afferma Telemaco (Od. I, 351-352). Naturalmente, basandosi su un componimento doppiamente falso, perché propaganda del signore al potere e perché abbellito da esigenze letterarie e poetiche, la storiografia successiva, già di per sé asservita al potere e priva di strumenti critici, non poteva che finire col narrare favole di cui sarebbe poi toccato allo storico capace rintracciare il nocciolo di verità.   

L’autore dei "kléa Rhōmúlou" potrebbe essere il nonno o il bisnonno paterno, perfino di stirpe pilia, di Omero. Pilo era fra le sette città greche che si contendevano d'aver dato i natali a Omero.

Non resta che verificare se un poema in esametri o comunque in versi sulle gesta di Romolo del 749 circa sia compatibile coi dati non solo della tradizione ma anche archeologici di questo centro. E la risposta è affermativa, in quanto alla metà dell'VIII secolo l'abitato raggiunge "dimensioni del tutto eccezionali" di cui abbiamo traccia dalle necropoli dell'Esquilino, Quirinale, Porta Salaria, Corso d'Italia, Portonaccio, S. Croce in Gerusalemme, Porta Latina, e chissà quante altre che potranno un giorno venire alla luce (L. Quilici, Roma primitiva e le origini della civiltà laziale, Newton  Compton, p. 269). Le tombe di questo periodo "non hanno nulla a che fare con le fasi precedenti e denunciano uno sfarzo eccezionale, con la mostra di veri tesori di oreficeria, di argenti, di oggetti di bronzo in quantità ed a volte di eccezionali dimensioni, avori ed ambre che spesso vengono importati dalle più lontane regioni del mediterraneo... non solo dalla Campania e dall'Etruria ma in gran copia anche direttamente dal mondo greco e fenicio. L'inventario degli oggetti costituenti questi corredi non pone dubbio che i defunti e le loro famiglie detenessero nel contesto della società del tempo un eccezionale potere economico... Prende ora decisa consistenza nel Lazio quell'élite aristocratica (e quella delle rispettive clientele) che col monopolio della ricchezza e quindi delle strutture giuridiche ed istituzionali della comunità tenderanno sempre di più ad accrescere la propria posizione: queste famiglie privilegiate formano già ora, con la loro fissità, quella che in età storica sarà la classe senatoria dei patres conscripti... " (Quilici, pp. 268-269) Il poema epico di Omero, poeta di corte di Numa Pompilio (713-670) e Tullo Ostilio (670-638), secondo e terzo re di Roma, è perfettamente calato nella cornice culturale etrusco-laziale orientalizzante, che rievoca i fasti dell'Oriente egizio coi suoi tumuli più piccoli delle piramidi ma non meno pieni di tesori, coi suoi palazzi più piccoli di Festo e Cnosso, ma non meno pieni di vita, coi suoi cantori e poeti, feste, matrimoni, di un'aristocrazia che aveva i suoi antenati divinizzati che la guardavano dall'alto dei palazzi di Murlo o Acquarossa come gli dèi omerici dell'Olimpo guardano i propri figli e protetti che si scannano davanti alle mura di Troia, alla fin fine impotenti, dèi di cui si ha ben poca paura e rispetto (al contrario del povero e dunque superstizioso Esiodo), perché qui dèi sono gli uomini che hanno inventato le istituzioni civiche e il diritto. Come afferma Alcínoo, " sempre, infatti, gli dèi ci si mostran visibili, quando per loro facciamo elette ecatombi, banchettano in mezzo a noi, sedendo dove noi siamo; e se un viandante, anche solo, li incontra, non si nascondono, perché siamo prossimi a loro... " (Od. VII, 201ss) Altro che capanna di Romolo sul Palatino! Tito Tazio doveva già risiedere in una Regia, con tutta l'amministrazione che vi ruotava intorno di documenti d'archivio, leggi, trattati, ordinanze, ecc. Per lo più si parla di tavolette di quercia imbiancate come supporto del corpus delle leggi sacre trascritte dai Pontefici per disposizione di Numa Pompilio (Livio I, 32,2) del trattato tra Roma e Alba Longa al tempo di Tullo Ostilio e Mezio Fufezio trascritto dai Feziali (Livio I, 24), mentre Dionisio d'Alicarnasso vide coi suoi occhi il trattato stipulato tra Roma e la lega latina al tempo di Servio Tullio su una tavola di rame conservata nel tempio di Diana sull'Aventino (IV, 26,4-5). Così si ricordano le primitive liste dei magistrati romani conservate su rotoli di tela di lino nel tempio di Iuno Moneta (la dea della memoria) sul Campidoglio (Livio, IV, 7,12) Secondo Dionisio d'Alicarnasso il trattato fra Romolo e i Veienti sarebbe stato scolpito su pietra (II, 55,6). Ricordiamo anche il Cippo sotto il Lapis Niger, verisimilmente fatto collocare in origine da Tullo Ostilio (nipote di Osto Ostilio, cioè Romolo) in occasione di rinvenimenti relativi alla tomba o monumento di Romolo nella fase della costruzione della Curia e della risistemazione del Foro per i Consualia del 649.

Della produzione precedente a Omero nulla più ci rimane dall'originale, salvo frammenti come la battaglia fra “Romani e Sabini” ed altri che magari un giorno saranno individuati. Omero, l'abbiamo visto, non è l'unico poeta di lingua greca cui l'Italia abbia dato i natali fino al VII secolo, ma è certamente l'ultimo e di grandezza incomparabile. L’esametro era connesso con l’epica troiana, tirrenica. Nemmeno possiamo asserire che sia stato Omero a creare il poema di grandi dimensioni.  In ogni caso i suoi primi poemi (Viaggio di Odisseo e Ira d'Achille), nati per celebrare il santuario di Ino Leucothea a Pyrgi e mitigare la crudezza dell'annessione degli Albani a Roma, erano di dimensioni relativamente modeste prima che lui stesso li ampliasse  portandoli alle dimensioni dell'Odissea (con poche alterazioni degli Omerici greci successivi) e dell'Iliade (con serie devastazioni degli Omeridi, oltre a numerose aggiunte).

E' significativo che la lingua dei Romani (possiamo pensare alle sue più antiche origini) veniva considerata affine all'eolico dai filologi greco-romani. E' eolica la Troade dopo la dark age. Non solo è inevitabile localizzare fra Pyrgi e Roma le "prime" dei poemi omerici e il loro autore, ma è assai illuminante, perché deve essere passato un certo periodo di tempo fra queste "prime" e la richiesta di repliche  in altre città greche, e poi di copie dei manoscritti, anche queste richieste da privati e città. Le copie dei manoscritti possono risultare alterate in vario modo attraverso il tempo, ma c'è un certo tipo di anomalie linguistiche di Omero stesso, o fraintendimenti degli Omeridi greci che lo hanno copiato o imitato, che si spiegano meglio proprio come diversità lessicali, anche attribuibili ai precursori tirrenici cui  Omero s’è ispirato. Diversità lessicali fra l'isola linguistica tirrenica (parlante un greco più puro e arcaico ma in via d’estinzione al tempo di Omero) e la Grecia tutta. Se i poemi, in particolare l'Iliade (dove si riscontrano soprattutto queste anomalie), fosse stata scritta nella Ionia d'Asia o in qualsiasi altro ambiente greco DOC, di tali incomprensioni e refusi certo non ne avrebbe mai presentati. Mi rifiuto categoricamente di pensare che un Greco (qualsiasi fosse il suo dialetto materno) non riuscisse a comprendere un altro Greco a distanza di pochi anni o decenni o a distanza di poche miglia. Diverso è invece il caso se Omero fu l'ultimo discendente di una famiglia di cantori di Pilo messena o comunque un tirrenico  la cui conoscenza linguistica del greco fosse limitata pressoché alla poesia epica arcaica ed artificiale scritta,   in via d'estinzione orale a Roma e dintorni, emergendo ormai il latino (con tratti eolici) come lingua nazionale e di corte. Come dice Nausikáa di Pyrgi, che parla in greco a Odisseo senza bisogno di interpreti, " Viviamo in disparte, nel mare flutti infiniti, lontani... " (Od. VI, 204-205) I poemi omerici, scritti in greco per un pubblico ellenofono, solo in Grecia potevano avere un futuro. Raccolti e cantati nelle varie corti greche, essi subirono, in un'epoca in cui non c'era il rispetto per l'edizione canonica, dei rimaneggiamenti per immortalare questa o quella dinastia, questo o quel re, questo o quell'Omerida "virtuoso", o anche solo per successiva non voluta ma fatale alterazione delle copie manoscritte. Ulteriori manipolazioni possono essere avvenute anche oltre l'età pisistratide, quando raccolta l'edizione principe, si delegò il canto dei differenti libri a differenti cantori. Le due opere   nonostante tutto rimangono  testimonianza immortale del genio che le ha prodotte.

Il Viaggio d'Odisseo ricalca il viaggio e dunque un poema epico sugli Argonauti (fra cui i Dioscuri/Tinasclenar figli di Leda di Etolia/Italia, e Meleagro di Calidone/Roma) partiti da Pyrgi (santuario di Ino Leucothea) alla ricerca del Vello d'oro della Colchide, terra d'origine, che a sua volta presuppone la tradizione di Atamante, capo locale, che, sulla base di un oracolo, ovviamente del santuario di Pyrgi (sicuramente tirrenico e non una patacca come quello di Delfi), falsamente riferito dagli inviati, corrotti dalla sua nuova moglie  Ino,   vuole sacrificare  Frisso e Elle, figli della precedente moglie Nefele. Questa mette i  figli in groppa ad un ariete fatato dal vello d'oro e mentre Elle disgraziatamente  cade nell'Ellesponto, Frisso giunge sano e salvo in Colchide, sacrificando l'ariete e donandone il vello al re Eeta, che lo fa inchiodare all'albero del paradiso del Sole  dei Tirreni. La dea Hera, irata, fa impazzire  Atamante, che uccide Learco, figlio suo e di Ino. Allora Ino si getta in mare, nelle acque di Pyrgi, insieme all'altro figlio Melicerte, divenendo  Leucothea protettrice dei naviganti e Palemone protettore dei porti. Il santuario di Pyrgi era la memoria storica della tradizione dei Tirreni. Da qui partivano i legionari romani al comando dei signori della guerra Tideo, Diomede (Sette contro Tebe e Epigoni), Saul, Enea, che difesero la Palestina dagli assalti dei popoli del mare yahweisti. Oltre a quelli accennati, una serie di racconti appartenenti agli Eolidi, cioè ai Tirreni occidentali, ai Romani di Etolia/Italia, erano stati cantati da aedi locali, in greco: L'Ira di Meleagro e il Cinghiale Calidonio, riassunta da Fenice nel canto IX dell'Iliade; Leda, Dioscuri, Elena e Clitennestra; Eeta Circe e Pasife di Colchide; Sisifo Bellerofonte e Chimera; Eolidi sono pure, via Periere, Tindareo sposo di Leda e Icario padre di Penelope, nonché Odisseo figlio di Sisifo, ecc., tutti poemi e tradizioni conservati gelosamente negli archivi del santuario di Ino Leucothea (depredato da Dionisio di Siracusa) che Omero è chiamato a celebrare col "Viaggio d'Odisseo" dal secondo re di Roma, il "sabino" Numa Pompilio al momento del suo passaggio sotto controllo etrusco-romano intorno al 675 a. C.

I Dioscuri devono essere in origine i piloti della barca solare del mattino e della notte, ed è per questo che si alternano fra mondo dei vivi e dei morti. Pertanto più che figli di Zeus dovevano essere figli del Sole. Il loro culto, legato al mare e alla navigazione, a Sparta deve essere d’importazione. Viceversa  a Roma e dintorni deve essere stato praticato almeno dal tempo di Amenofi III. Il fatto che le attestazioni documentali siano tarde non vuol dir nulla. Sono attestati i Tinasclenar della kylix attica da Tarquinia del 500 a. C. e  i Dioscuri su lamina di bronzo coeva dai tredici altari di Lavinio/Pratica di Mare.

Ora mi è evidente l'origine tirrenica  della tradizione di Davide  machiavellico bastardo signore della guerra di ascendenze romane che ordina (tramite una lettera sigillata affidata allo stesso Uria ittito cioè troiano; dunque la lettera fu scritta in geroglifica troiana) al generale  Ioab di inviare Uria  in prima linea  affinché muoia, ciò che avverrà regolarmente. La tradizione tirrenica manipolata dai Greci narra come sia stato    Preto a incaricare  Bellerofonte di consegnare la missiva che lo condannava a morte a Iobate di Licia (tramite la Licia siamo ricondotti ai tirreni, ai troiani). Poi i Greci su questa base hanno elaborato una tradizione tutta loro incentrata su Perseo che, in groppa al Pegaso di Bellerofonte uccide la Medusa invece della Chimera. Uria l'ittito vuol dire semplicemente Uria il tirreno, il troiano. Insomma, Davide è un tardo signore della guerra di ascendenza o pretesa ascendenza romana che da capitano di ventura senza scrupoli  taglieggia e violenta quella Palestina che i suoi antenati avevano difeso, pronto a far ammazzare un buon soldato per sottrargli la moglie  e aggiungerla alle sue molte concubine, e appunto dalla moglie di questo troiano o romano nascerà Salomone anche lui pieno di concubine e tutto fuorché yahweista.   

Dopo la dark age e la ripresa dei commerci, a Roma  si rende necessaria la polizia fluviale e marittima a difesa dei traffici sull'acqua, oltre che  delle vie terrestri (dagli Appennini al mare e dall'Etruria propria a quella campana) ancora infestate da pirati e briganti (i briganti connessi ad Eracle del Campidoglio e ai giovani Romolo e Remo cui piacciono le risse). Roma non disponeva  più delle legioni che l'avevano resa celebre in precedenza. I Tirreni orientali, i Tjekker,  ora non erano che un lontano ricordo, e l'Egitto da un pezzo, sotto dinastie libiche, non era più nemmeno la "canna rotta" che era stato. Roma aveva bisogno di una milizia esperta come quella ricordata da Erodoto, acquartierata nell'accampamento dei Tirii presso Menfi al tempo di Amasi, 569-526 a. C. (Erodoto 2, 112 e 152-154). Ed è assai probabile che si trattasse di yahweisti shardana, che ancora si guadagnavano da vivere come mercenari, anche ad Elefantina, fine VI secolo, e in Palestina dall'estremo nord della  Samaria all'estremo sud di Kuntillat Ajrud, IX-VII secolo, nel Negev. Dalla documentazione epigrafica e archeologica sappiamo che nell’orientalizzante i signori della guerra presenti in Etruria hanno avuto rapporti con l’Egitto, come il proprietario tarquiniate della Situla di Bocchoris,  un oscuro faraone della XXIV dinastia che regnò solo dal 720 al 715 a. C., il cui cartiglio compare anche su uno scarabeo della tomba 325  di Pitecussa e su due situle in faïence da Tarquinia e Mozia, cosicché possiamo affermare che l’orientalizzante, anche se assume un aspetto vistoso nel VII secolo è coevo alla colonizzazione greca e all’espansione fenicia, cioè all’VIII secolo (cf.  Gras,  Rouillard e  Teixidor,  pp. 169 e 173).

Dunque gli Shardana sono già qui e non c’è bisogno di andarli a cercare lontano. I bronzetti shardana della Sardegna risalgono all’VIII secolo e gli Shardana acquartierati al Germalo nello stesso periodo possono essere scambiati per Galli dagli elmi cornuti. I due magistrati  di Roma, già prima di Tito Tazio e Romolo, devono aver assoldato truppe shardana in loco  dalla vicina Sardegna o anche dalla stessa Etruria, da Vulci, da Vetulonia (dalla cui tomba del Duce  proviene la nota “Arca di Noè” sarda da me pubblicata su un lavoro precedente) o da Cere. Fu certamente l’accampamento militare del Germalo (la groppa occidentale del Palatino) che la tradizione ricorda in modo alterato come la Roma quadrata di Romolo (Bloch, Le origini di Roma, Newton Compton, pp. 51 e 53).

La storia è non solo il campo della menzogna politico-religiosa ma anche quello delle metastorie che si creano nel tempo anche ingenuamente per il troppo passare del tempo e per la sintesi che alla fine bisogna pur  fare, soprattutto quando la scrittura non è accessibile a tutti come oggi. Il  colpo di stato del pontefice  Romolo ha avuto come premessa la presa della rocca capitolina con la complicità, secondo la tradizione, di Tarpea (figlia del comandante della guardia), che vi fece entrare le truppe shardana scambiate poi da qualcuno per Galli a causa degli elmi cornuti. Senza la presa della rocca, Romolo avrebbe perso probabilmente la guerra, considerato che, pur  avendola presa, vinse solo per la situazione di stallo venutasi a creare. La tradizione è nel vero quando dice che Tarpea  tradì Roma (la reggenza di Tito Tazio), infatti complottò con Romolo (Dionisio II, 39,1) che alla fine riuscì a diventare  signore di Roma sia pure a parità di diritti con Tito Tazio. Ma appunto per questo, Romolo non l'avrebbe mai  potuta bollare come traditrice. "Infatti la ragazza fu onorata dove cadde con un monumento funebre e fu sepolta proprio sul colle più sacro della città; inoltre ogni anno i Romani compiono libazioni in suo onore (riferisco ciò che scrive Pisone) " (Dionisio, II, 40, 2-3)  Il colpo di stato di Romolo   (più male che bene si può definire una guerra civile, perché gli Shardana erano truppe straniere come lo sarebbero gli Svizzeri del Papa)  si sviluppò in  due battaglie campali di cui si ricordava  soprattutto la seconda col Biondo Tevere (Xantos dell'Iliade) che era straripato pochi giorni prima.  Romolo/Ettore attaccava le Carine/navi achee, cioè l'area paludosa del Velabro (che era una diramazione del Tevere quando straripava;  cf. Plutarco, Vita di Romolo, 5, 4: "Il posto è ora denominato Velabro, poiché quando il fiume straripava i Romani lo attraversavano proprio in quel punto con le imbarcazioni per recarsi al mercato.") che separa il Palatino dal Campidoglio. Avanzava dunque in direzione del Campidoglio (occupato dalle truppe shardana e dunque prendendo i Romani/”Sabini” nel mezzo), quando è tramortito da un sasso in testa, perde i sensi e viene portato nelle retrovie. I "Sabini" (in realtà Romani di Roma) ne approfittano per ricacciare gli insorti fino al Palatino. Romolo, riavutosi dal colpo,  gridando, invoca l'ausilio di Giove (il Yahweh delle truppe mercenarie Shardana), promettendo di erigergli un tempio a Giove Statore (che "Ferma", blocca la ritirata e nello stesso tempo l'avanzata dei nemici). " Al termine della preghiera, come se avesse avuto la sensazione di essere stato esaudito, disse: "Qui, o Romani, Giove ottimo massimo vi ordina di fermarvi e di ricominciare a combattere. " E i Romani si fermarono, proprio come se stessero obbedendo a un ordine piovuto dal cielo. " (Livio I, 12) A questo punto, i seguaci di Romolo, " serrate di nuovo le file, respinsero i Sabini sino alla cosiddetta Regia e al tempio di Vesta. " (Plutarco, Vita di Romolo, 18, 9; Regia e tempio di Vesta nel Foro Romano). Questa battaglia fatidica, nella situazione di stallo che ne seguì, si concluse con la celebre interposizione delle “Sabine”/Romane che separarono i due contendenti, costringendoli a trattare la pace e l'alleanza, fra Romani di Tito Tazio e Quiriti "Lancieri" shardana  di Romolo. Questo,  dopo morto, avrà l'apoteosi come Quirino, dio guerriero armato di lancia (da qui la raffigurazione dei due Penati – in ricordo anche della doppia monarchia  nel quinquennio di Tito Tazio e Romolo – armati di lancia). A garanzia  del patto di fusione fra Romani e Quiriti  stretto con Tito Tazio al Volcanal (sede delle riunioni dei senatori) presso il Comizio (dove si riunivano le 30 curie che avevano nomi "sabini", cioè tirreni, romani, cf. Plutarco, Vita di Romolo, 14,7 e 20,3; secondo Tacito –  12,24 – il Comizio sarebbe stato realizzato da Tito Tazio, artefice dell'unione fra Palatino e Campidoglio)  Osto Ostilio (detto Romolo)  prese in moglie la romana Ersilia.

L'esortazione (piena di fede yahweista, che dà per scontato di essere esaudita) di Romolo agli Shardana "Qui, o Romani, Giove ottimo massimo vi ordina di fermarvi e di ricominciare a combattere. " viene messa da Omero – che la riprende da un poema epico precedente – in bocca allo stesso Zeus che si risveglia dal sonno ingannatore procuratogli con frode da Era, ed ordina: " Ettore alla battaglia Febo Apollo ridesti, gli infonda ancora vigore, gli faccia scordare gli spasimi che ora nel petto lo straziano: e invece gli Achei respinga ancora, susciti fuga codarda; e fuggendo si gettino sopra le navi multiremi... " (XV, 59ss) " E i Troiani irruppero in folla: Ettore li guidava movendo a gran passi, e dietro a lui Febo Apollo... " (XV, 306-307)

Dopo quanto ho messo in luce sul debito che Omero ha nei riguardi dell'autore delle gesta di Romolo  è presumibile  che Nestore, così legato (tramite Fenice) ai fatti dei Cureti di Calidone/Roma, fosse già un personaggio delle  gesta di Romolo, risalendo dunque  al 749 circa, motivo per cui la coppa di Nestore da Ischia si riferirebbe non ad un personaggio dell'Iliade scritta da Omero, bensì dell'epica romulea o altra comunque anteriore attribuibile ad un suo antenato.

E' evidente che a partire dal colpo di stato di Romolo gli Shardana fanno sentire il loro peso sulle istituzioni di Roma, tanto che si parla di Romani e Quiriti (Shardana opliti, lancieri). I Romani d’ora in poi si chiamano Quiriti all’interno di Roma, mentre nelle relazioni con l’esterno Romani. Dunque gli Shardana di Romolo hanno “vinto” senza toccare il nome di Roma che rimane intatto qual era. Le istituzioni rimangono in prevalenza quelle fondate da Tirreni  ed Egizi. Sostanzialmente, a parte la monarchia unica, solo Yahweh zebaoth/Giove degli eserciti viene introdotto come divinità superiore a tutte le altre, ma convivente con tutte le altre.

 

Druidi shardana con trecce e cappello a punta da Teti (Nuoro) e Vulci; e aruspice etrusco (Museo Gregoriano Etrusco)

 

I tre flamini portano il cappello a punta dei sacerdoti shardana (bronzetti daVulci e da Teti, Nuoro) e sono tutti e tre al servizio di divinità guerriere Dialis, Martialis e Quirinalis. Il dio è sempre lo stesso Jahveh/Giovè importato dagli shardana di Romolo ma è venerato diversamente a seconda della tribù e cioè dai Sabini del Quirinale e Campidoglio che hanno appunto Giove e forniscono  re (fino ai re etruschi, ed eccetto Romolo, i re da Tito Tazio in poi saranno sabini e perciò romani) e sacerdoti latifondisti; dai Shardana del Palatino che venerano Jahveh zebaoth, “degli eserciti” dunque Marte, e forniscono in prevalenza i guerrieri;  e infine della restante massa  dei Luceri dell’asilo sul Quirinale, che sono la plebs che fornisce la manodopera sia come braccianti e mezzadri nei latifondi, sia come artigiani, mercanti, ecc.

Secondo Cicerone (De divinatione, 1, 17) il lituo di Romolo era custodito nella sede dei Salii sul Palatino. I Salii romani (dodici sacerdoti di Marte che sorvegliavano gli scudi sacri e nelle loro feste li portavano in processione attraverso la città eseguendo una danza sacra, la saltatio, e cantando un inno rituale) ricordano le guardie gerosolimitane che portavano in processione gli scudi di bronzo dal palazzo (secondo 2 Re, 11, 10 e 2 Cronache 23, 9 erano depositati nel tempio di Yahweh "lance, scudi grandi e piccoli, già appartenenti al re Davide") al tempio di Yahweh e viceversa (1 Re, 14, 28 e 2 Cronache 12, 11). I Salii dovevano essere i sacerdoti e guerrieri shardana veneratori di Yahweh zebaoth (equivalente a Marte e ad Apollo smintèo, arciere portatore della pestilenza). Sono tipici dei Saka o Saci dal cappello a punta (Sciti orientali, Massageti) e  del substrato tracio-slavo e protobulgaro i copricapi conici e due trecce (queste presso gli Avari e i Celti), che ritroviamo nei due bronzetti di druidi shardana da Nuoro e Vulci.

Così ne parla Dionisio: " dodici giovani di nobilissimo aspetto; essi conservano i loro sacri arredi sul Palatio e sono detti perciò palatini... Tutti questi salii danzano e cantano inni in onore degli dèi della guerra. La loro festa è sul tipo delle nostre Panatenee, nel mese denominato Marzio, ed è celebrata a spese pubbliche per più giorni, durante i quali danzano attraverso la città fino al foro e al Campidoglio e in molti altri luoghi pubblici e privati; essi indossano tuniche variopinte strette da cinture di bronzo e sopra portano toghe, allacciate con fibbie, adorne di strisce ed orli di porpora, che chiamano trabee (questa è una veste tipica dei Romani, tenuta in gran pregio). Sul capo portano i cosiddetti apici, alti copricapi a forma di cono, che i Greci chiamano kyrbasie. Ciascuno di loro è cinto da una spada e nella mano destra stringe una lancia o un bastone o qualcosa del genere, con la sinistra regge uno scudo tracico; questo è simile a un grande scudo romboidale con i lati piuttosto stretti... prendono nome dal loro intenso movimento. Essi dicono infatti salire lo spiccar balzi e il saltare. Per questo motivo, derivandone il nome dai salii, chiamano tutti gli altri danzatori saltatores, poiché anche le danze di costoro sono caratterizzate da molti balzi e salti... Si muovono infatti ritmicamente al suono del flauto, con indosso le armi, ora tutti insieme ora a turno, e mentre danzano cantano degli inni tradizionali. " (II, 70) 

Dopo la sua morte Romolo, legato ai Quiriti/Lancieri shardana, ottiene l'apoteosi come Quirino. Anche in Etruria l'arrivo dei signori della guerra Shardana pelagi, popoli del mare (come Aulo Pelasgo/Feluske a Vetulonia), è tardo, e solo da questo momento si può parlare di formazione della lingua e civiltà etrusca come cosa a sé differente dalla precedente civiltà greca di quelli che io chiamo i Tirreni orientali ed occidentali di Roma.

 

La tomba di Osto Ostilio detto Romolo sotto il Lapis Niger.

La  tomba di Romolo al Volcanal appartiene al solo Romolo/Osto Ostilio (Dionisio III, 1, 3) e non anche a Faustolo o altri. Secondo la vox populi che si sparse in giro, Romolo sarebbe stato vittima  di un attentato dei senatori di più antica nomina, dunque di "sabini". La diceria è apparentemente plausibile perché  i re di Roma a partire da Tito Tazio possono  finire morti ammazzati e perché il successore di Romolo,  Numa Pompilio, non solo è sabino come Tito Tazio (mentre Romolo viene da Focea), ma anche ufficialmente pacifista e dunque sulla linea di Tito Tazio e comunque contro la politica bellicista di Romolo.  Tuttavia, se Romolo fosse stato ammazzato dai senatori, non credo che questi lo avrebbero seppellito – contribuendo con una tomba meta di pellegrinaggio a immortalare  il loro gesto sacrilego –  proprio al Volcanal dove si riunivano. D'altra parte non dobbiamo credere che a questa data il senato fosse composto da centinaia di persone. Si trattava di quattro gatti che facevano da consiglieri al tempo di Tito Tazio, mentre al tempo di Romolo erano stati esautorati. Romolo fu un  tiranno,  costantemente protetto  da una guardia del corpo (come del resto Davide e Salomone) analoga agli odierni Corazzieri e da specie di vigili o polizia (non a caso chiamati anche Celeri, da cui il moderno celerini) quali i littori che respingevano la folla a manganellate. Solo  un pronunciamento della guardia avrebbe potuto toglierlo di mezzo, ed è assolutamente improbabile.   Viceversa Romolo sarebbe stato  doverosamente seppellito secondo la legge nel Volcanal qualora  vi fosse stato colpito da un fulmine (secondo l'altra tradizione, quella della tempesta, dopo la quale, rapito in cielo come la Madonna, non sarebbe stato più visto) e dunque contaminato insieme al punto stesso in cui il fulmine era caduto. Il cippo (con iscrizione  bustrofedica e punteggiatura sillabica) del Lapis Niger ricorda come il luogo, di cui evidentemente s'era persa memoria, sia stato ritrovato da Tullo Ostilio (nei lavori di rifacimento del Foro, in occasione della costruzione della Curia, 549 ca.), e che la coppia di bianchi cavalli sacri (profetici come quelli presso i Germani di Tacito; aggiogati al carro sacro) cominciò a deviare dal percorso (in latino normalizzato: iumenta coepit adhortari ab itinere). Se Tullo Ostilio e il suo augure avessero semplicemente ritrovato i resti di un monumento a Romolo la cosa non avrebbe suscitato tanto scalpore. Ed è appunto perché furono ritrovati i resti mortali di Romolo che  il cippo proclama il divieto di oltrepassare la zona interdetta. Se dunque ho ragione ad interpretare così l'iscrizione, Romolo fu realmente colpito dal fulmine e la sistemazione e proclamazione del luogo come infausto  nei secoli successivi conferma questa versione. Del resto quando la tradizione ci parla dei re di Roma morti ammazzati lo fa senza reticenze. Allora perché avrebbero dovuto esservi reticenze riguardo alla morte di Romolo, che oltretutto era giunto al potere con un colpo di stato e s'era mantenuto al potere violando la Costituzione?

 

Dagli  Shardana gli Ebrei, i Sardi, gli Etruschi e i Romani di Romolo.

Agli inizi del regno di Ramses II (1279-1212) gli  Shardana giungono dal mare aperto con le loro navi da guerra e nessuno è in grado di fronteggiarli (stele da Tanis). Di lì a poco gli Shardana (elmi cornuti scudi rotondi e lunghe spade) entrano a far parte delle guardie del corpo del faraone, impiegate nella guerra contro gli Ittiti (Gardiner, p. 236).

Dato che gli Shardana   costituiscono la legione straniera dei faraoni e che le truppe mercenarie egizie hanno come dio protettore Reshef zbah "il combattente", dio della guerra, della morte e della pestilenza, ne deriva che sono proprio loro gli "Ebrei" che si portano dietro in battaglia l'arca puzzolente di Yahweh zebahot, signore "degli eserciti".   "Due testi di Ugarit (PRU III, pp. 109 e 131) segnalano già nel XIII secolo una località detta "la quercia di Sherdanu" nel territorio dei villaggi di Ili-ishtama e di Mati-Ilu, unici toponimi teoforici della zona: il primo, "Dio ha ascoltato" (come nel toponimo biblico Eshtemoah), doveva essere un luogo di consultazione oracolare o di manifestazione divina." (Liverani, p. 28)

Gli Shardana non hanno fatto mordi e fuggi con l’Egitto (motivo per cui  Braudel, come tutti coloro che credono, giustamente, nell’origine orientale degli Etruschi, sono costretti a chiedersi dove abbiano sostato nel frattempo – per cinque secoli – i Tursha pseudo-Tirreni cacciati dal delta egizio da Ramses III prima di ricomparire come Etruschi con le tombe orientalizzanti di VII secolo, pp. 251-252). Dopo le guerre contro i popoli del mare, ai Libici come agli Shardana (che hanno combattuto da una parte, come aggressori, e dall’altra, come difensori) e alle loro famiglie vengono assegnati appezzamenti di terra in Egitto e diventano coloni (Gardiner, pp. 236 e 269), ciò che richiama in soprappiù l’ospitalità concessa dai faraoni ai patriarchi Ebrei (proto-Ebrei) che vengono a stabilirsi entro il confine egizio. Ma  queste popolazioni servono, per tutta la storia dell’Egitto indipendente, anche  come  guerrieri, con guarnigioni che, al tempo di Psammetico I (664-610), sono  a Elefantina [presso Aswan, in Alto Egitto; vi sono acquartierati  mercenari ebrei] contro gli Etiopi, a Dafne Pelusica contro Arabi e Siri, a Marea contro i Libici (Erodoto II, 30; Gardiner p. 322).

Nei miei lavori su internet ho seguito le tracce delle comunità mercenarie riconosciute come ebree dall’Egitto (Elefantina) alla Samaria e al Negev (Kuntillat Ajrud). Adesso mi interessa focalizzare sulla guarnigione di Dafne pelusica, sul ramo più orientale del Nilo.

Psammetico I (664-610)  acquartiera in due accampamenti sulla costa da un lato e dall’altro della foce del  ramo pelusico del Nilo (stiamo parlando della guarnigione di Dafne, anche se Erodoto non lo dice; perché tutta questa omertà?) i mercenari Ioni e Cari: “ancora all’epoca della mia visita erano rimasti gli scivoli per calare in acqua le imbarcazioni e i ruderi delle abitazioni.” (Erodoto, II, 154) Sulla base della documentazione assira, Gardiner dubita, a ragione, che si tratti di Ioni e Cari. Infatti sappiamo che Ashurbanipal aveva aiutato Gige di Lidia a respingere le orde dei Cimmeri, ma poi Gige s’era alleato con l’Egitto, perdendo  il sostegno di Ashurbanipal,  per cui i Cimmeri invasero e occuparono tutta la Lidia. Così Gige, secondo come si esprime Ashurbanipal nel sigillo di Rassam, “mandò le sue truppe a Tushamilki, re dell’Egitto, che aveva scosso il giogo della mia sovranità”. Perciò Gardiner sospetta  che queste fossero le truppe inviate a Psammetico I da Gige (p. 319). Anche in Egitto, 3° vol., Fabbri Editori (supervisione scientifica di Maurizio Damiano-Appia), costoro sono  i mercenari inviati a Psammetico I dal re di Lidia Gige (p. 189). E poiché venivano dalla Lidia, venivano  da Sardi, ed erano  probabilissimamente mercenari shardana, che sono tutt’altro di Ioni e Cari.

Però i Cari come mercenari sono documentati al tempo delle guerre Persiane e anche al tempo di Atalia e Gioas (IX sec.) a Gerusalemme sono attestati centurioni dei Carii (2 Re 11,4). Dunque rimane il dubbio, ma poco rilevante, dato che i Cari avevano a Labraunda un bosco di platani sacro allo Zeus degli Eserciti (Erodoto V, 119: “ i Cari sono i soli, a mia conoscenza, a sacrificare in nome dello Zeus degli Eserciti “ che è Yahweh Zebahot) con ciò dimostrando di essere strettamente affini agli Shardana.

Tornerò su Dafne pelusica.  Adesso mi interessa focalizzare sulle truppe shardana di Gige di Lidia. Non mi risulta che sia stata data l’importanza che merita alla testimonianza di  Plutarco della Vita di Romolo (25, 7), secondo cui  gli Etruschi sono ritenuti coloni degli abitanti di Sardi (forse perché questa tradizione viene considerata erroneamente come un semplice doppione della tradizione erodotea dell’origine degli Etruschi dalla Lidia; ma, a parte tutto ciò, è davvero sottinteso Sardi in Lidia?).  Marco Bettalli, nella nota 150 curata per l’edizione della BUR, scrive che “Festo (s. v. Sardi venales, 428-430 L.) riferisce la medesima versione riportata da Plutarco, ma aggiunge anche una tradizione più recente, nella quale i Sardi appaiono in realtà come abitanti della Sardegna…” Dunque, stando a quel che scrive Bettalli, si può intendere che Festo prende i Sardi  di Plutarco (Sardianoi; in Erodoto I, 22, Sardiinoi)  come Sardi di Sardegna?  Forse perché, come dice Plutarco nel passo citato, quando i Romani celebrano i trionfi l’araldo proclama che i Sardi sono in vendita? e Festo pensa ai Sardi della Sardegna messi in vendita dai consoli Tiberio Gracco e Publio Valerio che li avevano catturati? O Festo pensa agli Shardana (immigrati in Sardegna, cui hanno dato il nome) che sono  anche i mercenari di Gige provenienti da Sardi in Lidia?

In ogni caso vedremo che il nesso c’è, ed è proprio pèr questo motivo che Festo, su questo passo di Plutarco, deve aver pensato ai Sardi/Shardana della Sardegna. La parola chiave non è la Lidia (anche se la Lidia/Anatolia, come ho già detto,  è l'epicentro dell'esodo degli Shardana dalla seconda metà del XIII secolo), che infatti Plutarco non menziona. La parola chiave è Sardi di Lidia, che rimanda a tutti i toponimi Shardana disseminati in Anatolia sulla via degli Shardana. Sono proprio gli Shardana, in seconda lettura,  la "lidia" gente in guerra illustre che   si stabilì sui monti etruschi (Eneide, VIII, 479-480), impossessandosi delle miniere. Con i yahweisti shardana sale in primo piano l'arte mantica e aruspicina, che, parafrasando il greco, si  direbbe hieroscopina (Dionisio II, 22, 3), cioè l'arte di individuare e interpretare i messaggi inviati dagli dèi sotto qualsiasi forma, volo degli uccelli, anomalie del fegato, direzione dei fulmini e così via.

Sardi è in Lidia, ma Dionisio (I, 30, 1), che si basa anche su fonti di storici lidi, ci dice che gli Etruschi differiscono più dai Lidi che non dai Pelasgi. La differenza è tanto più marcata se si considera che secondo Erodoto Lidi e Greci hanno usanze molto simili, tranne il fatto che i primi prostituiscono le loro figlie (I, 94). Dunque, come dice testualmente Plutarco, gli Etruschi non sono coloni dei Lidi, bensì degli abitanti di Sardi, cioè Shardana, che hanno disseminato Tracia e Anatolia di toponimi che denunciano il loro passaggio, e che dal tempo dei bronzetti shardana (databili dall’VIII secolo) abitano in Sardegna.

Fra le truppe dell'esercito di Serse contro la Grecia ci sono guerrieri (di un popolo di cui una lacuna s'è portato via il nome – tutto sembra congiurare contro la soluzione dell’enigma –;  è menzionato fra i Traci e i Cabali Meoni; poiché la Meonia è la Lidia, questi guerrieri originano fra la Tracia e la Lidia come gli Etruschi coloni di Sardi di Plutarco) che portano piccoli scudi di pelle non conciata e due picche di fabbricazione licia, elmi bronzei con applicate orecchie e corna bovine di bronzo (dunque come gli Shardana), e un cimiero. Le gambe sono avvolte da fasce di porpora e nel loro paese sorge un oracolo di Ares, dio della guerra (Erodoto VII, 76). Questa tipologia di guerriero shardana è esattamente attestata anche dall’etrusca  Chiusi nel 650 a. C. Ne riparleremo.

L'unico elmo noto di questo tipo proviene da una tomba tracia di VI-V secolo nei dintorni di Garlo vicino a Sardica/Sofia in Bulgaria. Gli Shardana scavano pozzi sacri sotterranei, che ritroviamo  nei pressi di Garlo, nell'area dello Strimone (il cui nome antico era Palaistînos/Filisteo) e producono barchette con carri tirati da buoi o contenenti animali (arche di Noè), quelli che i popoli traci (Shardana e Filistei) si portarono dietro nella loro diaspora per terra e per mare dalla Tracia, fino in Palestina (Giordano) e in area greca occidentale (Iardano presso Festo e in Elide; ciò che rinvia a Pelasgi nello Ionio: vedi la tradizione di Pelope presso Enomao di Pisa in Elide, pseudo Apollodoro, Epitome, 2, e la tradizione del pelopide per via di madre  Anfitrione  che non viene affatto dall'Egitto come ritiene Erodoto, ed infatti è connesso con la conquista delle isole dei Tafi di fronte all'Acarnania – terra dei Teleboi –  nel Mar Ionio, pseudo Apollodoro II, 4; A Epidamnos in Illiria terminava la carovaniera argonautica in mano ai Tirreni, ed è evidente che qui si svolgesse la pirateria dei popoli del mare Pelasgi, nello Ionio) e infine in Sardegna (Campidano) con gli Eraclidi yahweisti figli di Tespio, guidati da Iolao. Dunque, il cosiddetto movimento "delle lunghe spade" alla fine del II millennio dalla Tracia fino alla Palestina, va imputato ai Pelasgi/Filistei e agli Shardana in primo luogo.

Torniamo a Dafne. Il re Amasi (569-526)  trasferì da Dafne a Menfi  i mercenari (shardana) di Gige,  facendosene un corpo di guardia personale in luogo degli Egiziani (Erodoto II, 154). E’ lo  stratopedon, l’accampamento militare dei Tirii a Menfi, di cui Erodoto parla in II, 112. Tenendo conto che fenicio ed ebraico sono la stessa lingua e che nessuno parla di Ebrei (semmai di Arabi) al tempo di Erodoto, bensì di Fenici (cf. Erodoto VII, 89, dove i Fenici attraversato il Mar Rosso si stabiliscono in Palestina), è evidente che gli shardana mercenari yahweisti di Menfi passano tranquillamente per  Tirii, cioè a dire Fenici. Ma questo accampamento è servito probabilmente in più antica data ad acquartierare le truppe romane/”filistee” che qui veneravano una Afrodite Straniera (Ashera, Anat guerriera). Sostengo che gli Shardana passassero per fenici dal punto di vista culturale, in quanto veneratori di Yahweh (insieme ad Ashera e Anat guerriere anche loro), ma, a quest’epoca, anche linguistico, essendosi ambientati in Palestina per ben cinque secoli. La loro lingua ovunque è l’aramaico. A Menfi Amasi trasferisce i mercenari shardana di Gige che potrebbero non essere semitizzati linguisticamente (ma lo sono dal punto della religione yahweista che è di origine tracia), ma li riunisce certamente ad altri contingenti shardana qui stabiliti e semitizzati da antica data (in Alto Egitto ci sono gli shardana/“protoebrei” di Elefantina; e altri yahweisti mercenari sono in Samaria e nel Negev).

Gardiner lo tace, ma quando Nabucodonosor II attuò la prima deportazione da  Gerusalemme, il faraone Apries (559-570)  ospitò a Daphne (Tell Dafna) i gerosolimiti scampati (Egitto, vol. 3°, Mondatori, p. 194). Mentre alcuni giudei (i non collaborazionisti filoegiziani) furono deportati a Babilonia, gli altri rimasero a Gerusalemme perché filobabilonesi. Geremia era un palese filo-babilonese e dunque rimase a Gerusalemme (con quelli del partito di Shafan, lo scriba di Giosia, cui si potrebbe ricondurre la redazione del libro della Legge “ritrovato” – 2 Re 22, 8ss – se non si trattasse invece di velata attribuzione a posteriori, per far credere che almeno prima della sua caduta Gerusalemme era stata città yahweista; invece Gerusalemme fu una città cananea  non dissimile da tante altre fino alla dominazione persiana), sotto il governatore Godolia, ex prefetto di palazzo dell’ultimo (e vassallo) re di Gerusalemme Sedecia, figlio di Giosia. Ma Godolia fu assassinato e, temendo di essere implicati nella congiura, i giudei di Gerusalemme   riparano in Egitto. E infatti proprio qui a Dafne (nelle traduzioni e note bibliche  Tafne e simili, dall’ebraico), sul ramo pelusico, coi rifugiati giudei, ritroviamo Geremia (col fedele discepolo Baruc, che poi raggiunge gli esiliati a Babilonia) che “seguitò a profetare contro i Giudei idolatri, e sembra che vi fosse lapidato per i suoi continui rimproveri” scrive (p. 841) la Bibbia delle edizioni Paoline. L’ironia della sorte  è che  Geremia trova rifugio in Egitto dopo essersi sempre battuto contro l’alleanza con l’Egitto, contro ogni tentativo di Gerusalemme di difendersi dai Babilonesi.  Dunque a Dafne rimaneva una guarnigione di mercenari shardana/”ebrei”, ed è per questo che Apries vi fa confluire gli ultimi esuli di Gerusalemme.

Ma chi sono questi esuli giudei che riparano a Dafne? Nella traduzione della Bibbia CEI sono “Giovanni  figlio di Kareca e tutti i capi delle bande armate” con  “tutti i superstiti di Giuda” (Geremia 43, 5). Capi (delle bande armate) nel testo ebraico sono i “Sari”, per cui è abbastanza verisimile che i Sar(i)-dani siano i capi, gli ufficiali dei Danai/Daniti biblici (che sono provenienti dalla Scizia, dalla Palude Meotide, a nord del Mar Nero), gli Shardana dei testi egizi (o anche, detto altrimenti, i “Signori del o dei fiumi”, dalla radice dan- in tutta l’area  a nord del Mar Nero, potremmo chiamarli i “Signori del Don”, come i posteriori Cosacchi, che, non a caso, erano comandati da Atamani/Atamante ed  Esauli/Saul).

Se i yahweisti più sfegatati erano i filo-babilonesi della famiglia di Shafan (intorno al cui partito ruotano Geremia ed Ezechiele) riparati in Egitto, specie a Dafne pelusica, mentre quelli deportati a Babilonia erano della cerchia reale e comunque ostili a Babilonia, non è lecito credere che la ierocrazia che si impone a Gerusalemme contro il partito realista derivi soprattutto dagli esuli d’Egitto? E’ sempre stata la comunità giudaica in Egitto quella più turbolenta e dalla mentalità diabolica, capace di ideare e portare a compimento i progetti più allucinanti. Il cristianesimo ed il fariseismo derivano assai più dalla comunità giudea in Egitto che non da quella in Babilonia. Quanto agli “ebrei” delle dieci tribù di Israele, dopo la dominazione assira e la loro deportazione non ne rimane traccia etnico-culturale. Gli Ebrei come popolo cominciano da Gerusaslemme, intorno al tempio di Yahweh inaugurato il 515 a. C.  E, se ho ragione,  sono figli dei mercenari shardana stabiliti in Egitto dai tre secoli precedenti. “ Ed è chiaro che l’Egitto accoglieva volentieri gruppi che potessero fungere da manodopera agricola, e ancor più volentieri gruppi agguerriti che potessero fungere da truppe mercenarie sia in operazioni belliche sia come guarnigioni stabili.  La “Lettera di Aristea” allude ai Giudei andati in Egitto come truppe ausiliarie di Psammetico contro gli Etiopi. Geremia (44:1; 46:14) cerca di richiamare in patria le guarnigioni giudaiche stanziate a Migdol (nel Delta orientale), a Menfi, a Tahpanes [cioè Dafne pelusica, sul ramo estremo orientale del Nilo] e nel paese di Patros (l’Alto Egitto); il Proto-Isaia (11:11) auspica il ritorno dei gruppi ebraici residenti in Egitto, in Patros e in Kush (Nubia), accanto a quello dei deportati assiri [quali? E da dove?]. E’ chiaro che truppe e guarnigioni giudaiche erano abitualmente presenti in Egitto già dal VII secolo, e poi soprattutto  nel VI. “ (Liverani, p. 241)

Alla fin fine la “tavola dei popoli” mi appare  redatta da parte di qualcuno che veniva dall’Egitto. Così si spiegano le “ incomprensibili stranezze, che fanno sospettare qualche faticoso percorso redazionale… [come] la Babilonia [che] è chiamata Shine’ar (Gen. 10:10, e poi anche in 11:2), che è designazione egiziana, e Nimrod, grande cacciatore e fondatore di città mesopotamiche [che] è messo tra i « figli di Kush » [cioè l’Etiopia/Nubia, Gen. 10, 8]. I Caldei sembrano a prima lettura clamorosamente assenti… “ (Liverani, p. 266) Ora io credo che la tradizione giudaica essendo stata elaborata a partire dal tempio di Yahweh parte da epoca tarda (515 a. C.) e vede le cose da un’ottica tarda, come appunto la stele della vittoria di Piye a Gebel Barkal (seonda metà dell’VIII secolo). Leggendo quel che Genesi dice a proposito di Nimrod si è portati a collocarlo in un passato remoto che si sperde nelle nebbie del III se non del IV millennio. Tuttavia Nimrod è posteriore al Diluvio, dunque posteriore al XIII secolo, e lo conosciamo bene, in quanto si tratta del principe Nemrod di Hermopoli (amante dei cavalli) passato dalla parte del re di Sais Tefnakht (XXIV din.) poi sconfitto dal re di Nubia Piankhy/Piye (XXV din.). E’ evidente che se la Bibbia è scritta con questo spirito “storico” c’è molto da lavorarvi sopra al fine di ristabilire tutta la verità. Certamente, una volta ambientata a Gerusalemme, questa tradizione fu sempre più rivista e corretta in senso mesopotamico da egitto-centrica che era. Lo scenario che mi si presenta davanti è del tutto nuovo e inaspettato. A ricerche future dedicherò il consolidamento ma, a futura memoria registro anche il caso del capo dei Libici Sheshonq (futuro faraone) che chiese a Psusennes II (959-945) il permesso di esercitare il culto funerario di suo padre ottenendone il consenso. Tutto ciò ricorda il caso di Giuseppe che ottiene dal faraone il permesso di compiere i funerali di Giacobbe uscendo dall’Egitto. Così se si vuole cercare un corrispondente egizio del Vitello d’Oro di Mosè questo va cercato nel toro Apis. Ora è chiaro, credo, l’equivoco in cui sono incorsi i sostenitori della New Chronology, i Velikovsky e i Rohl, a causa della loro fede nella verità della parola biblica.  La cronologia egizia tiene perfettamente, mentre è la parola biblica falsa. Il  racconto delle scritture aramaico-ebraiche è elaborato in età tarda, mentre si giura su dio che risalga ad epoche antichissime, fino alla creazione. Bene o male suggestionati da ciò, tutti, me compreso, hanno cercato di trovare riscontri in epoche antiche e antichissime (perfino, i sostenitori della New Chronology, compiendo devastazioni e ribaltamenti nell’unica cosa buona che abbiamo, la  cronologia egizia, in nome della fede nella parola di dio,  che invece non ha alcuna credibilità), essendo fuorviati anche  dalla genericità e vaghezza dei detti testi, che piluccano a destra e a manca fra gli episodi più disparati della storia del Levante.

I reduci “ Avevano una determinazione fanatica, avevano dei capi e una struttura para-militare, avevano una classe colta (gli scribi rientrati da Babilonia introdussero in Palestina la scrittura aramaica in sostituzione di quella fenicia usata fino allora), avevano mezzi finanziari, avevano l’appoggio della corte imperiale. “ (Liverani, p. 282) Questo quadro si adatta meglio ai reduci dall’Egitto che non a quelli da Babilonia. La determinazione fanatica dei yahweisti shardana organizzati su base militare. La classe colta e fanaticamente determinata degli scribi e sacerdoti yahweisti in Egitto. L’introduzione dell’aramaico vuol dire che la Bibbia fu scritta dapprima in aramaico, e infatti alcuni testi rimangono in aramaico nonostante la riscrittura tarda complessiva nell’ebraico popolare gerosolimita. Io credo che la traduzione dei Settanta si fondò su testi aramaici e le incongruenze fra la traduzione latina di san Girolamo (che si fonda su quella greca dei Settanta) e Bibbia ebraica si spiegano con le tarde redazioni e manipolazioni della seconda.  L’ebraico è una lingua tarda formatasi nella Gerusalemme postesilica.

 

Guerriero shardana alla guida di una processione sacrificale di stampo yahweista su secchiello da Chiusi della metà del VII secolo.

Sotto Ardi (678-629 ca.; in età omerica!), figlio di Gige, i Cimmeri,  incalzati dagli Sciti, si spostarono in Asia e occuparono Sardi eccetto l’acropoli (Erodoto I, 15). In realtà Fulvio Barberis, a nota dell’edizione Garzanti, dice che fu sempre sotto il regno di Ardi che cadde la capitale lidia, forse nel 657 a. C. (p. 411). Dunque da questo momento indubitabilmente (comunque i bronzetti sardi stanno a dire che gli Shardana in Sardegna ci stanno almeno dall’VIII secolo; e la tradizione degli Shardana di Romolo che  gli Shardana a Roma ci stanno dalla prima metà dell’VIII secolo) gli abitanti di Sardi raggiungono l’Etruria in massa, come dimostra il guerriero shardana raffigurato sul secchiello da Chiusi (650 ca.; vedi particolare nella foto sopra). Se aggiungiamo che le iscrizioni etrusche non sono anteriori  al VII secolo (dove è documentata la presenza di signori della guerra in tutta l’Etruria), e se aggiungiamo ancora che in una prima fase, almeno io, avverto un processo sperimentale, formativo, in cui non abbiamo ancora una vera e propria lingua etrusca, ritengo più cauto collocare la nascita dell’etrusco come lingua generalizzata e dunque della nazione etrusca nell’orientalizzante, in VIII-VII secolo, l’età di Omero (nato nell’VIII secolo, anche se il suo acme è la metà del VII). Forse non tutti sanno che anche se la scrittura in Etruria è attestata dal VII secolo, i testi etruschi di una certa ampiezza (non solo uno o due nomi, dai quali non si dimostra affatto l’esistenza di una lingua) di cui siamo in possesso, sono per la stragrande maggioranza tardi, posteriori al 500 a. C., dalle lamine di Pyrgi in poi, del tempo in cui la civiltà etrusca era già entrata nella fase di declino o addirittura da tempo sottomessa a Roma.

 

Stele di Aule Feluske da Vetulonia, armato di ascia bipenne, attestata presso gli Sciti (Olmstead, p. 149)

 

Credo pertanto  che l’esplosione dell’immigrazione shardana di lingua lemnia in Etruria (estesa a tutta l’Etruria) è nell’orientalizzante. Certo non si può escludere a priori un’immigrazione iniziata anteriormente, soprattutto a Populonia, vetulonia, Vulci, Cere o Roma.

Secondo tradizioni romane che certo traggono dalle tradizioni etrusche, la storia degli Etruschi inizia  nell’XI-X secolo, quando nasce la nazione etrusca (tradizioni di Varrone e Augusto in Censorino, de die natali 17,5 e Servio ad Aen. VIII, 526 e ad Ecl. IX, 46). E’ questo l’orizzonte protovillanoviano e villanoviano. Ma si badi che questa tradizione potrebbe essere infondata esattamente come quella dei tardi logografi greci, che fanno partire  gli Etruschi  dalla Lidia nel XIII secolo e li fanno giungere in Italia in tempi brevi. Ammesso che questa tradizione sia autentica, nondimeno dovrà essere dimostrato che già nell’XI-X secolo in Etruria (in tutta l’Etruria) si parlava etrusco. La nascita di città-stato organizzate ed eventualmente confederate non implica niente di più  e men che meno  che la lingua etrusca fosse già compiutamente formata e diffusa ovunque in Etruria, mentre è solo quando esiste la lingua etrusca sull’Etruria intera, che esiste anche il popolo etrusco.

Da Gli Etruschi del mare di M. Cristofani, Longanesi & C., pp. 12 e 15-18 ricavo che le navigazioni "micenee", sporadiche, si protraggono in Etruria meridionale dal 1300 al 1025 ca. e in questo orizzonte del bronzo finale  abbiamo armi di bronzo di produzione nuragica rinvenute in Etruria marittima.  Poi dalla seconda metà del IX-prima metà dell'VIII secolo si assiste a intense relazioni fra Sardegna ed Etruria che devono avere una base culturale comune (Shardana di lingua lemnia, la lidia gente in guerra illustre che a partire da Cere s'è collocata sui monti etruschi, cioè ha preso in mano l'estrazione metallurgica). Nei siti metallurgici dell'Etruria si rinvengono pugnali, bottoni, faretrine votive nuragiche in bronzo. Da una tomba femminile da Vulci della fine IX-inizi VIII secolo  provengono un bronzetto di “guerriero” (il druida shardana che riporto in foto), un cesto in miniatura e la sommità frammentaria di uno "scettro". Nello stesso periodo,  seconda metà del IX-prima metà dell'VIII secolo, si rinvengono in Sardegna asce, rasoi, fibule di produzione populoniese e vetuloniese o comunque il cui commercio è mediato dai centri dell'Etruria settentrionale (spade ad antenne). Con le fibule sono gli Etruschi che giungono in Sardegna. La diffusione di lucerne a navicella di produzione nuragica, fra la metà dell'VIII e la metà del VII secolo, ci mostra la priorità o addirittura esclusività della navigazione autoctona. Nell'Etruria meridionale, da Vulci all'Etruria tiberina, a Veio e a Capena appaiono alla fine del IX-inizi VIII secolo esemplari di ceramica geometrica "enotria" (Lucania e retroterra del Salernitano, lungo il Vallo di Diano). L'occupazione o frequentazione del fertile territorio picentino segnava l'estremo confine meridionale della regione tirrenica sotto influenza etrusca. Al centro di questa si trovava, a controllo del Golfo di Napoli, Cuma (abitata da una popolazione ausone od opicia),  la cui necropoli di tipo Fossakultur ha restituito bronzi collegabili con la metallurgica villanoviana. Concludendo, prima ci sono i Tirreni fino all’inizio della seconda metà dell’VIII secolo, poi ci sono gli Etruschi, soprattutto dal VII secolo. L’orientalizzante non è solo una moda ma il segnale manifesto del popolo etrusco già formato e in espansione.

Comunque la tradizione di Strabone (5, 2, 7) e l’archeologia ci dicono che nella fase dei “ritorni” gli Shardana giuidati da Iolao abitano in  Sardegna insieme ai Tirreni che già possedevano l’isola.  La  documentazione archeologica ci parla di Shardana in Sardegna dall’VIII secolo (bronzetti di guerrieri Shardana).  La tradizione romana letta criticamente (non ultimo il poeta Similo in Plutarco, Vita di Romolo, 17, 6-7) e la documentazione archeologica (castrum del Germalo sul Palatino) ci parlano di Shardana a Roma nella prima metà dell’VIII secolo. La documentazione archeologica ed epigrafica confermano nel VII secolo la presenza in Etruria di signori della guerra stranieri, che richiamano ai Pelasgi (Aule Feluske da Vetulonia) o hanno frequentato l’Egitto (proprietario della situla di Bocchoris da Tarquinia), ma, soprattutto, sono Shardana da Sardi in Lidia, come il guerriero (con due picche ed  elmo  con applicate orecchie e corna bovine di bronzo)  raffigurato su un secchiello d’argento dorato da Chiusi (650 ca., Firenze, Museo Archeologico) in una scena di sacrificio del montone e del porco o cinghiale, sacrificio quest’ultimo,  che rinvia al culto dei mercenari yahweisti shardana, e in particolare a quello attestato a Kuntillat Ajrud  (IX-VII secolo) nel Negev (di cui ho parlato, commentando le foto dei graffiti, in altri miei lavori pubblicati sui miei siti).

Dunque  dopo la fondazione del primo e unico tempio di Yahweh a Gerusalemme, inaugurato nel 515 regnante (anche sull’Egitto, 521-486) Dario I,  i sacerdoti   si pongono il problema  di   ricostruire una storia degli Ebrei fin dalle origini, e ovviamente hanno in mente i  loro antenati Shardana emigrati  dalla Scizia dopo il Diluvio della Palude Meotide/Mar Nero (che però al tempo localmente si chiama Mar Rosso fino al medioevo)    e dunque  il loro Passaggio del Mar Rosso/Mar Nero  con mogli e figli al seguito via terra fino al delta egizio, dove, dopo aver combattuto  contro gli Egizi fino a Ramses III, al tempo di Ramses V (1146-1143) li troviamo stabiliti come coloni-guerrieri in Egitto, da cui poi saranno portati, dal tempo della conquista dell’Egitto sotto Cambise II (525-522), a Gerusalemme, come guerrieri e profeti intorno al tempio di Yahweh (dunque questa volta provenendo davvero dall’Egitto, ma non sotto la guida di Mosè). L’ethnos ebraico si  formerà  a Gerusalemme, intorno al tempio di Yahweh, dopo il rientro da Babilonia (e si tratta delle sole tribù di Giuda e Beniamino, perché le altre dieci di Israele si sono disperse in altre etnie con la deportazione assira) a partire da Ciro II. All’epoca del rientro, se tutto va bene, costoro parlano aramaico, e certo in aramaico saranno redatti i testi biblici, col tempo sostituiti da nuove redazioni in ebraico (ma alcuni testi vengono lasciati in aramaico), man mano che si forma, e si deve parlare di secoli, questa lingua del popolo trapiantato o ritrapiantato in ambiente fenicio. In ogni caso il popolo ebreo nasce dopo la riforma di Ezra, ispirata ad un nazionalismo e razzismo estremo. Immaginiamoci una  scena in sintonia con l’idea che abbiamo degli Ebrei come popolo perseguitato dalla sfiga, alla Fantozzi, ma in chiave più tragica. Di fronte alla comunità raccolta in piazza e tremante più per quello udiva che per la pioggia invernale scrosciante, Ezra (10, 9ss) proclama il divieto dei  matrimoni misti, cioè con donne straniere, per cui gli uomini  di Gerusalemme sono invitati ad abbandonare le mogli straniere e i figli eventualmente avuti da esse, pena l’esclusione dalla comunità ebraica e l’olocausto dei  beni. Ci  immagineremmo bene un Hitler tutto incazzato ad arringare  la folla in tal modo. Invece  si tratta di un prete giudeo. Comunque non c’è da credere che si siano rifiutati solo in due (si sono rifiutati  tutti quelli che se la passavano molto meglio a Babilonia o in Egitto,  e che erano venuti a Gerusalemme solo per le insistenze dei nazionalisti,  e sono tornati a Babilonia e in Egitto, alla faccia di Yahweh e dei suoi fanatici).  Non c’è unanimità sull’epoca della riforma di Ezra. Può essere avvenuta sotto Artaserse I (465-423), al tempo di Pericle, o sotto Artaserse II (404-358), al tempo di Platone. Poiché secondo me la Repubblica di Platone è debitrice dell’ideologia nazionalista da inculcare nelle giovani generazioni ateniesi, reputo più plausibile la datazione più antica (che infatti è quella che va per la maggiore), per dar tempo a Platone di venire a conoscenza dello stato di Gerusalemme e delle sue leggi nazionaliste e razziste. 

Il discorso è analogo per quanto riguarda la storia degli Etruschi. Gli Shardana, di lingua lemnia (Pelasgi), si impongono relativamente tardi in Etruria, forse già nel IX secolo (a Populonia, a Cere, a Roma), ma sicuramente e massicciamente nell’orientalizzante (dobbiamo immaginare fin dall’VIII secolo dei bronzetti sardi e degli shardana di Romolo). La loro storia si farà iniziare dalla loro diaspora dall’Anatolia, anche se avranno vissuto per moltissimo tempo in Egitto come agricoltori (nel delta e nel Faiyum; da qui poi la loro abilità nella bonifica delle pianure laziali e toscane) guerrieri, prima di arrivare, di propria iniziativa o richiesti, nell’Eldorado tirrenico (in Etruria e a Roma) come guardie giurate a protezione dei convogli di valori, dei santuari-banche, come polizia mineraria, fluviale, terreste. Non è assolutamente necessario, anzi è  errato, immaginare una navigazione shardana e pelasgica in generale fino alle coste tirreniche già dal XIII-XII secolo. Questa è solo un’illazione dei tardi logografi. Analogamente la tradizione ebraica di un esodo degli Ebrei/Shardana dall’Egitto, anche se possibile già dal tempo di  Ramses II di cui erano mercenari, è più realistica dal XII secolo in poi, quando erano anche coloni, ed ancor più da quando la comunità shardana/”ebraica” di Dafne pelusica (dove si sono rifugiati i mercenari shardana con parte dei profughi di Gerusalemme) cade sotto dominazione  persiana, con Cambise II, signore d’Egitto dal 525 al 522.  Solo se inquadrata in questo contesto dei yahweisti shardana coloni guerrieri in Egitto dal XII secolo  fino alla conquista persiana,  la metastoria dell’Esodo degli Ebrei  dall’Egitto appare verisimile e fondata sui fatti documentali, che altrimenti mancano nel modo più assoluto. 

I Tirreni, i Romani dell’Ausonia/Lazio di dialetto derivato dall’eolico, sono in sede da qualche secolo, quando gli Shardana imperversano nel Tirrreno.  Dato che  i Greci si sono installati, dal 750, nella baia di Napoli, come si fa a credere alla tradizione di Eforo (storico cumano della prima metà del IV secolo) in Strabone (6, 2, 2), quando afferma che fino agli inizi della seconda metà dell’VIII secolo (fino alla fondazione di Nasso e Megara) i Greci evitavano la Sicilia anche solo a scopo di commercio perché temevano le scorrerie dei Tirreni (e la crudeltà degli indigeni)? In ogni caso Esiodo, contemporaneo di Omero, considera i Tirreni  come Latini, ovvero come parlanti greco di tipo eolico  dell’Ausonia. Infatti   Agrio e Latino, figli di Odisseo e Circe,  in mezzo a isole sacre (l’Ausonia) regnavano su tutti gli illustri Tirreni (1009-1016). Nessuno penserà seriamente che Esiodo consideri gli Etruschi affini ai Greci. Non sono i Greci posteriori alla dark age a saltare da Cuma a Monaco e Nizza (come afferma Pallottino) il territorio saldamente in mano degli Etruschi, bensì è proprio il contrario, sono gli Etruschi, che si formano a partire dall'età dei "ritorni" da Shardana di lingua lemnia,  ad estendere via via la loro dominazione sull'Etruria propria ed a penetrare contemporaneamente in Campania saltando non solo l'Ausonia (il Lazio, saldamente in mano agli eredi  dei greci Tirreni), ma anche  l’area di influenza greca euboico-calcidese nella baia di Napoli, in stretti rapporti con il Lazio (Greci che in qualche modo sono in relazione coi Tirreni da più vecchia data, anteriore alla dark age).

Secondo l’isolata testimonianza di Dionisio gli Etruschi  si davano il nome di Rasenna (I, 30, 3) da uno che era stato fra i loro capi. Nonostante rasna/rasena compaia sulle iscrizioni etrusche  il discorso rimane aperto fino a che non si dimostri che si tratta di nome di popolo (per me no). A puro titolo indicativo per eventuali ricerche future su questa pista di Rasenna = nome di popolo,  si potrà notare che Tiras, forse connesso con Tursha, è il nome greco del Dnestr, da qui la possibilità di un popolo stanziato lungo il fiume Tiras da cui il nome di Tursha. Analogamente  Rasenna/Rasna potrebbe essere nome di popolo  stanziato lungo il Ros’, affluente del Dnepr/Borysthenes. 

Quando nella seconda metà  dell'VIII secolo i Fenici e i Greci dell'Eubea si affacciano nel Tirreno, in cerca di metalli e di ferro, gli  Etruschi e Romani sono già in sede a controllare il territorio. Se   i Romani non hanno già dimenticato l'illustre passato della città eterna, lo dimenticheranno presto (tranne qualcuno dell’aristocrazia). Si faranno fregare come bambini, come “addetti ai lavori” degli studi classici greco-romani ed  etruschi, e riacquisteranno dai Greci,  pagando con  oro colato,  i loro Tideo e Diomede, i Dioscuri (i Tinasclenar della kylix attica da Tarquinia del 500 a. C. e  i Dioscuri, su lamina di bronzo  del 500 a. C., dai tredici altari di Lavinio/Pratica di Mare), gli Argonauti, i Meleagro, le Deianira e Atalanta, le Ino Leucothea, i Bellerofonte,  Pegaso (Cavalli alati dall’Ara della Regina a Tarquinia)  e Chimere (d’Arezzo),  la più bella infedele del mondo Elena, la moglie più fedele Penelope,  il più furbo dei furbi Odisseo, e tanti altri.  

Ringrazio Roberto Boni per la scannerizzazione delle immagini di questo lavoro.

                                   

Appendice

 

Aztlan, la seconda Atlantide, il continente americano.

I primi marinai che giunsero allo Stretto di Gibilterra furono, non c'è bisogno di dirlo, i Tirreni orientali o occidentali (originari dell'Atlantide degli Iperborei, cf. pseudo Apollodoro II, 5, 11a fatica di Eracle e giardino delle Esperidi/Colchide/Eden biblico), che posero qui le Colonne di Atlante (Od. I, 52-54) o Atlantide, dalla madrepatria dell'Atlantide anatolica pontica. Da qui prese il nome il versante Atlantico del "fiume" Oceano che circonda la terra. Ma non è escluso che avventurosi marinai tirreni occidentali abbiano varcato l'Atlantico giungendo alle Americhe prima di Colombo, chiamandole Atlantide. Poi i Fenici subentrati ai Tirreni ripeterono certo l'impresa. E' intuibile che le correnti spingano i vascelli normalmente in direzione dell'America Centrale ed in ogni caso gli esempi a me noti qui convergono. Quando il capitano della prima nave tirrenica a sbarcare in America Centrale battezzò Atlantide il Nuovo Mondo gli indigeni trovandosi di fronte ad un dio che era venuto dal mare accettarono  quel nome di battesimo per la loro terra e lo tramandarono fino ai tempi moderni in cui i conquistatori spagnoli appresero che  Aztlan era il nome della terra degli Aztechi precolombiani.  Io sono certo che i Tirreni conoscevano le Americhe. Il racconto di Platone ne è la riprova. In Timeo 24e-25a scrive " quel mare... davanti a quell'imboccatura che, come dite, voi chiamate colonne d'Ercole [dunque gli Egizi conoscono le colonne sotto altro nome, ed è logico], aveva un'isola... più grande della Libia e dell'Asia messe insieme: partendo da quella era possibile raggiungere le altre isole per coloro che allora compivano le traversate [ovviamente traversate oceaniche coi bastimenti di Tarshish], e dalle isole tutto il continente opposto che si trovava intorno a quel vero mare. " Non si può pretendere una descrizione perfettamente coincidente con la realtà da discorsi tramandati  da chi non può pretendere di esserne stato testimone, ma si riferisce ad una lunga serie di narrazioni di bocca in bocca e scritti che alla fine risalgono alla perduta Atlantide dei Tirreni orientali. In ogni caso, dai racconti che riporto appresso, è evidente che l'isola non si trova subito dopo le Colonne, ma a parecchi giorni di navigazione verso Occidente. Immagino l'Atlantico navigato da Colombo. Poi, attraversata a piedi l'America Centrale, magari dalla parte di Panama,  i navigatori riprendevano a navigare il Pacifico  giungendo alla costa asiatica orientale, che poteva apparire come  il continente che si trovava intorno a quel vero mare (Oceano sia Atlantico che Pacifico), mentre il Mediterraneo è uno stagno. Lo pseudo Aristotele di Storie meravigliose, 84, dice che i Cartaginesi sbarcavano spesso, e alcuni vi si stabilivano a motivo delle sue felici condizioni, in un'isola deserta e che distava numerosi giorni di navigazione oltre le Colonne e di cui impedivano a chiunque l'accesso.  Diodoro nella Biblioteca storica scrive che dalla parte dell'Africa si trova in mare aperto, a parecchi giorni di navigazione verso Occidente, un'isola notevole per l'estensione, che per l'estrema felicità sembra essere la residenza di divinità e non di semplici mortali. I Fenici che esploravano le coste africane oltre le Colonne d'Eracle vi arrivarono casualmente, portati per parecchi giorni dai venti e dalla tempesta.  Essi si opposero all'invio di una colonia da parte dei Tirreni (5, 19-20). Questi due documenti sono riportati dal lavoro citato di Gras,  Rouillard e Teixidor, pp. 292-294). Leggendo un passo di F. Braudel (Memorie del Mediterraneo, Tascabili Bompiani, p. 233) ho avuto l'illuminazione. Braudel senza far caso alle implicazioni del suo paragone, accosta il viaggio di lungo corso di un vascello di Tarshish di Salomone,  che fra andata e ritorno impiega tre anni (1 Re 10, 22, riportando oro, argento, avorio, scimmie e pavoni), a quello di un galeone spagnolo che agli inizi della corsa all'oro partiva da Siviglia, giungeva fino alle Americhe e tornava a Siviglia  impiegando approssimantivamente lo stesso tempo. Le navi oceaniche di Tarshish andavano fino alle  Americhe! Ecco perché impiegavano tre anni fra andata, carico e ritorno! Il calo del prezzo dell'argento in Egitto, notato poco oltre da Braudel,  non derivava dall'argento spagnolo ma da quello americano, via Tirreni. E prosegue nel parallelismo senza rendersi conto che si tratta della medesima realtà fotografata in tempi distanti " Probabilmente nel mercato egizio si ebbe una sovrabbondanza di argento, come nell'Europa del XVI d. C., sommersa dal metallo bianco proveniente dall'America." Braudel dice Egitto e dice bene, perché fotografa una realtà del Medio Regno (che nulla ha a che fare coi viaggi posteriori dei Fenici). E l'altrimenti inspiegabile decima fatica di Eracle, catturare i buoi di Gerione nell'isola di Erizia, diventa chiara se appunto il Sole diede ad Eracle la sua coppa d'oro (una imbarcazione celeste) "per attraversare l'Oceano" (pseudo Apollodoro II, 5) da Tartesso a Erizia e ritoprno, dunque per raggiungere le Americhe, abitate dai pellerossa, il che non deve essere estraneo al nome Erizia, Rossastra. Omero la chiama Apeira "Sconfinata" o anche "ai confini del mondo", e i Feaci ne hanno riportato a Pyrgi un'indigena pellerossa come domestica per Nausicaa. Erano le navi dei Tirreni a navigare fino alle Americhe per conto loro e del partner egizio. Ecco spiegato perché è in Egitto che si verifica il calo del prezzo dell'argento. E gli Etruschi, come eredi dei Tirreni, pretendevano riallacciare i rapporti con Atlantide, ma  non avevano  il controllo dello Stretto di Gibilterra e di Tartesso. Sicuri che l'oro egizio provenisse solo dalla Nubia? E l'oro dei precolombiani dove lo mettiamo? E l'oro degli Etruschi? Non ricordo più dove ho letto di sostanze ritrovate (caffeine, derivati del tabacco?) nelle mummie egizie che avrebbero potuto giungere solo dalle Americhe. Ora sappiamo perché. Dalle mie antiche letture sugli Aztechi ricordo che Mexica, la capitale, era sull'acqua e gli indigeni la attraversavano sulle piroghe lungo canali. Non è difficile immaginare che i primi esploratori tirreni tornarono in patria a relazionare la doppia magistratura  (come Odisseo fa con Alcinoo) su questa terra in mezzo al mare e all'acqua. Da qui la conformazione, immaginifica, della città capitale di Atlantide secondo Platone. 

 

Il Mar Russo/Rosso delle cronache medievali, poi divenuto Mar Nero.

Studiando gli Slavi al fine di conoscere i Tirreni, mi sono imbattuto nel nome del Mar Nero attuale che invece nel medioevo era noto agli Slavi, ai Latini di Bisanzio e agli Arabi come Mar Russo/Rosso, da prendere per il momento solo per la sua fonetica, senza relazione col colore rosso, bensì, semmai, stando all’opinione prevalente degli slavisti, con gli scandinavi Ruotsi (i Variaghi) "Russi" che sul Mar Nero venivano a commerciare. Io voglio vedere se è possibile immaginare il contrario, che il nome Russo/Rosso, anzi proprio Rosso (sia  per la fonetica legata ad un nome di popolo, ma anche perché identificato come Rosso, colore), fosse il nome datogli dai locali, i Tirreni, che  commerciavano coi paesi intorno al Baltico. Quando il tirreno occidentale Omero definisce il mare "colore del vino" e "nebbioso" (Braudel definisce il Mar Nero mare dalle frequenti tempeste, sempre " avvolto in nebbie e nuvole " p. 271)  mi suggerisce con forza la sua culla culturale nel Mar Nero o Russo/Rosso del medioevo. La tradizione riguardante i Fenici è come tutte le altre una metastoria che cerca di andare indietro nel tempo se possibile fino ad Adamo ed Eva. Così non stupisce che ad Erodoto i sacerdoti del tempio di Eracle/Melqart a Tiro abbiano rivendicato un'antichità per la città e il tempio che arriva fino al 2750 a. C. circa (II, 44), inglobando quindi la civiltà cananea che giunge fino al III millennio. Noi sappiamo che i Fenici compaiono dopo la dark age e dunque sono il frutto dei popoli del mare mescolati con i Cananei. Del resto anche loro, come gli Ebrei, pretendono di venire dal Mar Rosso attuale (" Anticamente questi Fenici, come essi stessi raccontano, erano stanziati sul mare Eritreo, dal quale, attraversata la Siria, partirono per stabilirsi sulle nostre coste, in una parte della Siria, fino all'Egitto, che si chiama tutta Palestina. " Erodoto, VII, 89) Gli Ebrei ancora non esistevano, come i Fenici, e comunque non provenivano dall'Egitto, bensì dalla Tracia, dai Balcani. I Fenici sono i "Rossi", e come popoli del mare possono seriamente essere scesi in Palestina provenendo dal Mar Rosso, sì, ma non quello che poi si è voluto manipolare nell'Antico Testamento, bensì quello che oggi si chiama Mar Nero e nel medioevo Russo/Rosso. Tenere presente che anche gli Slavi sono definiti dai cronisti medievali  "Rossi" di faccia e di capelli. Come Esaù/Edom il cacciatore, uomo della steppa (Genesi 25, 27), rossiccio e tutto come un mantello di pelo (Genesi 25, 25) che è fratello di Giacobbe/Israele, il nomade che vive sotto le tende, che non può essere meno rosso e peloso di lui. Il mondo slavo conosce diversi nomi di tribù derivati da corsi d'acqua (Poločani da Polota, un fiumicello che si getta nella Dvina, Vislani dall'alta Vistola, Moravi dalla Morava), per cui è possibile che Ròs (Rasna, Rasènna, nome della nazione etrusca, tirrenica occidentale, è probabilmente forma aggettivale, con accento che, non cadendo sulla "o" la fa leggere "a" come accade nella lettura del russo) sia il nome di un popolo originariamente stanziato ad esempio sul Ros', affluente del Dnepr/Borysthenes. Così il Mar Nero viene detto nelle cronache medievali Mare Russo (Russkoe, Rucenum, Bahr al-Rus). Rimane però il dubbio che vi sia derivazione dagli scandinavi Rus, Variaghi, guerrieri mercanti sulla via, dai Variaghi ai Greci, del Dnepr. In ogni caso i "Russi" osservati da Ibn Fadlan venuti a commerciare sulla riva del Volga, " Giammai avevo incontrato uomini dalla statura più perfetta; simili ad alberi di palma, biondi, con il viso vermiglio e il corpo bianco... " (Conte p. 105) ricordano la descrizione di Nausicàa fatta da Odisseo: " Mai cosa simile ho veduto con gli occhi, né uomo né donna: e riverenza a guardarti mi vince. In Delo una volta, così, presso l'ara d'Apollo, vidi levarsi un fusto nuovo di palma... " (Od. VI, 160ss)

Teniamo presente che i Tirreni giungono in Italia almeno dal tempo di Tuthmosi IV e Amenofi III, nella prima metà del XIV secolo (i nuraghi chi li ha costruiti se non i Tirreni "costruttori di torri"?). Dunque nulla di strano se c'è appunto coincidenza di riferimenti nordici (i Tirreni occidentali, come discendenti di quelli orientali, erano a loro volta Iperborei ed Atlantidi, secondo quanto si ricava da pseudo Apollodoro). Mi riferisco al substrato tirrenico di lingua greca anteriore all’arrivo dei “Ros” da cui poi gli Etruschi.  

Tra l'altro i Russi osservati da Ibn Fadlan avevano " sul corpo, dalla punta delle dita fino al collo, disegni verdi che rappresentavano alberi, immagini... " un'indubbia influenza scita, come attestano i tatuaggi delle mummie di Pazyryk (Conte, p. 105-106). Trovandosi da Circe in Colchide, Odisseo fa una deviazione a nord, al di là del Fiume Oceano, ove vivono i Cimmeri (al completo buio; c'è un'elaborazione del fenomeno dell'aurora boreale, con eterna luce ed eterna notte) e immagina che qui sia l'Ade e qui interroga l'indovino Tiresia. I Cimmeri vivevano nella Russia meridionale e furono cacciati (in età omerica, VII sec.) a Occidente dagli Sciti. Ma Omero li colloca all'estremo nord. I Germani, secondo Tacito, credono che Odisseo sia giunto a questo Oceano e abbia fondato Askipyrgion "borgo dell'otre?" (Aski-Pyrgi; presso l'attuale Asberg, nella zona di Mors, sul basso Reno). Sempre secondo Tacito, vi si rinvenne un altare consacrato a Odisseo con anche il nome del padre Laerte (Germania, 3, 3). Credo che si tratti di migrazione del sito originario a fini propagandistici, politici (lo sbocco naturale delle vie dei Tirreni erano il Baltico e la Scandinavia dirimpettaia, non il Mare del Nord). Ma la notizia serve a confermare un qualche fondamento della tradizione, sia pure solo "letteraria". Tornati da Circe, riprendono il viaggio verso casa, verso la Tirrenia occidentale, e devono passare per le Sirene, poi Stretto di Messina, Sicilia con le vacche del Sole, di nuovo Scilla e Cariddi, cui si avvicina ormai Odisseo da solo su un relitto della nave, si aggrappa al fico, e ricade sul relitto mentre viene risputato dai gorghi marini, sempre dalla stessa parte, nel bacino occidentale del Mediterraneo. Giunge a Ogigia/Sardegna, da cui arriva a Scheria/Pyrgi (destinazione finale del viaggio degli Argonauti e dei marinai tirreni sulla via verso la loro patria perduta di Colchide) e da qui a Itaca (adattamento dello stesso Omero per descrivere il ritorno di Odisseo questa volta come eroe greco). Le Sirene  meritano un discorso più approfondito. Già coi Lestrigoni di Cizico, nel Mar di Marmara/Proconneso, Omero è nel territorio degli Iperborei/Tirreni che, come ricaviamo da Pseudo Apollodoro, vivono intorno al Mar Nero, ma quando afferma che qui "son vicini i sentieri della notte e del giorno" (X, 86) esprime lo stesso identico concetto di Esiodo: " il figlio di Giapeto [Atlante] tiene il cielo ampio reggendolo con la testa e con infaticabili braccia, saldo, là dove Notte e Giorno venendo vicini si salutano passando alterni il gran limitare di bronzo, l'uno per scendere dentro, l'altro attraverso la porta esce, né mai entrambi ad un tempo la casa dentro trattiene... " (Teogonia 746ss). Quando Omero descrive la Terra come uno scudo rotondo (quello fabbricato da Efesto per Achille) circondato dal fiume Oceano (Iliade XVIII, 606-607) ha in mente la sfericità della Terra. L'idea è che andando a oriente sul 40° parallelo nord si incontrano gli Iberi del Caucaso e attraversando il fiume Oceano e ritornando da Occidente sempre al 40° parallelo nord si incontrino quelli dell'Iberia/Spagna. Certo la Terra era ancora assai piccola perché inesplorata, ma io credo che non fosse considerata piatta, in quanto l'osservazione del sole, della luna, delle eclissi, di pianeti visibili ad occhio nudo, per similitudine doveva portare alla sfericità della Terra. Per le anime semplici la sua raffigurazione come uno scudo di Achille portava alla sua forma piatta, ma questa era l'unica cartografia disponibile in età omerica. Io sono persuaso che i Tirreni, i più antichi e celebri marinai dell'antichità, avevano una cartografia assai più sofisticata di questa. Furono i yahweisti di tutti i tempi, spregiatori della cultura in nome della supremazia di Yahweh a propagandare l'opportunità di una terra piatta e al centro dell'universo, sede del profeta di Yahweh o del Papa. Nella Colchide di Circe, immaginata  molto più a nord di quanto non fosse: "Sentite le mie parole, benché angosciati, compagni: o cari, qui non sappiamo dov'è la tenebra e dove l'aurora, o dove il Sole, che gli uomini illumina, cala sotto la terra, o dove risale" (X, 189ss), v'è un accenno all'aurora boreale dei paesi nordici di cui Omero deve aver sentito parlare da mercanti prima di tutto tirreni (celebri Argonauti), precursori degli Arabi delle cronache medievali. Leggendo nel libro di Conte a proposito delle rusalki, le ondine slave, vengo a sapere che sono le amanti respinte che si gettano nei fiumi per potersi un giorno forse vendicare attirando l'amato nei gorghi, e l'unico fiume che vedo citato a proposito, da un lavoro di Puskin, è il "profondo Dnepr", il Borysthenes, noto come la "via dai Variaghi ai Greci". Nel De administrando Imperio si legge (Conte, p. 99) di una successione di ben sette rapide, coi loro nomi che ne denotavano la pericolosità (mi aveva colpito il passaggio ed avevo annotato a margine: Sirene? Poi vi ho associato il passo sulle ondine e ne ho tratto le conseguenze). Dunque io credo sia stata questa la via del ritorno immaginata da Omero dopo la Colchide di Circe (da lui situata molto a nord, tanto che poi l'Ade finisce sul Baltico) e prima del bivio Stretto di Messina/Stretto di Sicilia, che poi bivio non è perché Odisseo può solo passare per lo Stretto di Messina, l'altro quello di Sicilia/Plancte poté attraversarlo per la sua pericolosità solo la nave Argo (qui passa la faglia dove si scontrano la zolla europea e quella africana, con fondali insidiosi e gorghi e venti che sfasciano le imbarcazioni), da oriente a occidente, dalla Colchide a Pyrgi dei Tirreni (non da Occidente a Oriente, con Circe spostata in Italia, con Scherìa/Corfù, come manipolato poi dai Greci). Si noti ancora, ad abundantiam, che per arrivare ad Itaca (destinazione finale, adattata da Omero per l'Odisseo greco) non ci sarebbe stato bisogno di passare per lo Stretto di Sicilia o Messina,  e dunque a che prò Circe ne avrebbe fatto menzione all'Odisseo di Itaca? Essa si rivolge all'Odisseo del poema originario, il Viaggio d'Odisseo, che era sulla  scia dei viaggi dei Tirreni/Argonauti, che andavano alla Colchide partendo da Pyrgi (ma anche da qualche  altro scalo presso la foce del  Tevere) e poi vi facevano ritorno per il rapporto alla magistratura duale che reggeva Roma. Se ho ragione, queste navigazioni tirreniche fra Mar Nero/Rosso e Mar Baltico, lungo le vie fluviali, sono una prova importante a favore dell'origine del nome Mar Ro/usso (del Mar Nero) dal fatto che era frequentato e abitato dai Tirreni stessi in origine e poi da coloro che sarebbero diventati storicamente importanti in età più tarda, i Ros/Rasenna, i Rossi/Russi, stanziati sul Ros' affluente del Dnepr, che avrebbero colonizzato l'Etruria a partire dal IX-VIII secolo. Niente scandinavi di sorta, ma solo ineguagliabili marinai tirreni.  Quella del Dnepr era la via dei Rossi/Russi, la "via dei Tirreni"  e poi dei “Rasenna” al Mar Baltico. Semmai, da commercianti rasenna stabilitisi in Scandinavia sarà derivato il nome Ruotsi/Russi. C'è una testimonianza che accomuna i Cartaginesi, colonia fenicia di Tiro a sua volta figlia del Mar Nero/Mar Rosso, con i mercanti slavi del Mar Nero eredi delle tradizioni dei Tirreni e dei Ros.  Secondo Erodoto " I Cartaginesi affermano l'esistenza di un territorio libico, con relative popolazioni, al di là delle colonne d'Eracle; quando si recano presso queste popolazioni con le loro mercanzie le scaricano sulla spiaggia in bell'ordine, risalgono sulle navi e mandano un segnale di fumo; gli indigeni vedono il fumo e accorrono verso il mare, depositano dell'oro in cambio delle merci e quindi si allontanano dalle merci stesse. I Cartaginesi sbarcano, esaminano l'oro e, se gli sembra adeguato al valore delle merci, lo prendono e se ne vanno; se invece glki sembra poco, risalgono sulle navi e aspettano: i locali tornano e aggiungono altro oro fino a soddisfarli. Nessuno dei due cerca di raggirare l'altro... " (4, 196) " Quando giungono [sulle coste del Mare del Nord], le carovane cominciano con l'annunciare il proprio arrivo, poi procedono verso il luogo fissato per vendere e per comprare. Là ogni mercante dispone per terra le merci indicandone il prezzo, poi se ne ritorna all'accampamento. I locali escono dalle abitazioni e collocano dinanzi alle mercanzie pelli di martora, di volpe, di lince e altre pellicce, prima di eclissarsi. I mercanti ritornano, e chi si ritenga soddisfatto dai beni proposti per lo scambio li raccoglie; in caso contrario non li prende e la contrattazione procede finché le parti giungano a un accordo. " (Abu l-Fida, XIV sec., Conte, 332)

 

Fine

INDEX