francesca zito - Volti
![]() |
Volti: occhi/voci della mia terra/sulla mia terra.
All’origine di ogni storia c’è un’immagine. Un profondo rapporto lega ciò che viene raccontato dalle parole a ciò che è immaginabile attraverso un fotogramma. L’innato tentativo di passare attraverso la discontinuità delle immagini, il continum della realtà, non può non disgiungersi dal fatto che per comprenderne il significato reale si debba ripartire proprio dalla visione che ognuno di noi porta con sé nel rapportarsi al mondo e alla vita. Al centro della vita di Francesca Zito, infatti, c’è sempre l’uomo con le sue fragilità, le sue manchevolezze, le sue incongruenze. Osservato da infiniti punti di vista, indagato in tutti i modi possibili ed immaginabili, esso viene da lei declinato in molteplici istantanee. “La prima cosa che emerge dalla visione delle mie foto, dice Francesca, è la non continuità. Esse, infatti, sembrano essere state scattate da persone diverse e questo, rispecchia un aspetto fondamentale della mia personalità: sono dubbiosa e contraddittoria fino all’inverosimile. Ho poche certezze, tutt’al più probabilità. Ho imparato, col tempo, a non dar nulla per scontato e a cercare di superare le mie numerose barriere mentali. A volte ci riesco, a volte no.”. L’indagatore finisce, quindi, per essere l’oggetto stesso, per quanto indiretto, delle proprie rappresentazioni, come emerge da alcune fotografie quali Bosco Tre Cancelli (Tricarico, aprile 1999), Barche (Bari, giugno 1999) o Santa Margherita (giugno 1999). “Questi paesaggi, continua Francesca, manifestano un aspetto assai devastante del mio carattere: la malinconia”. La solitudine che aleggia nei posti da lei scelti, infatti, si identifica con il suo modo di essere, di vedere, di percepire la realtà nelle sue mutevoli sfaccettature. L’approccio dell’artista rimane quello sensoriale, istintivo che la porta ad usare lo spazio in modo insolito. Anche i numerosissimi primi piani che caratterizzano i suoi soggetti, pur limitandone lo spazio d’azione, ne ampliano la visione. Storie e volti sembrano essere prigionieri di micropaesaggi, sì da costringere lo spettatore ad avvicinarsi, a guardarli, quasi spiarli come dal buco di una serratura, col tentativo di rubarne i segreti e le percezioni più intime. Ecco, quindi, che ogni fotografia ha una sua verità da raccontare, nessuna in grado di squadrare da ogni lato il nostro animo, ma ciascuna capace di carpirne uno stralcio, una “visione”. “Sono legata a tutte le mie foto, anche quelle meno belle, per la semplice ragione che esse appartengono ad attimi della vita mia e di altri perché ciò che più conta nella vita è la vita stessa. Amo le persone per questo nei miei scatti raramente sarà possibile trovare paesaggi od oggetti: ho avuto, infatti, sempre una predilezione per i ritratti. Nessuno di quelli da me fotografati è preparato. Non mi piace elucubrare, decidere o impostare – sottolinea Francesca - ricerco la naturalezza, la spontaneità, anche quando questa non mi piace. Essenza ed intuito: le cose più difficili da catturare. All’inizio credo mi piacesse più l’idea di fotografare: ho fatto il mio primo corso a 18 anni. Più tardi mi sono accorta, invece, della potenzialità d’incontro che una macchina fotografica possiede. Guardare, osservare dietro un mirino rappresenta, per me, un modo straordinario per aprirsi ad un’alterità che può anche essere scomoda o sconveniente, ma che, per magia, ti arricchisce ogni volta. La metà delle cose che conosco, nel bene e nel male, le ho imparate dalle persone che ho incontrato e che in un modo o nell’altro hanno segnato la mia vita”. Non è nell’immagine in quanto tale che risiede l’essenza della ricerca di Francesca Zito, quanto nella storia che i suoi protagonisti raccontano come per Silvio (Noepoli, agosto 2004), un disabile mentale il quale “rivivrà, ancora per poco, la ‘ danza del grano’, uno straordinario evento raccontato anche da Ernesto De Martino. L’ho incontrato solo in uno scatto. Mi colpirono e continua a colpirmi, la sua espressione indefinita ed il colore dei suoi occhi. Silvio lo porto ancora con me”. Per Francesca, dunque, tali immagini non sono semplici foto in posa ma strumenti attraverso le quali le è possibile riaffermare la propria identità, cercarla nell’appartenenza ad un fluire indefinito di visi e di storie. La maggior parte degli scatti dell’autrice fanno parte di un progetto di ricerca dal titolo: “volti: occhi/voci della mia terra/sulla mia terra”. “E’ un progetto in costruzione che vuole dare una visione del popolo che risiede e che transita su questo territorio. Alcuni sono lucani, altri stranieri. C’è gente che è nata qui e mai si è mossa dal luogo in cui vive. C’è gente che per le nostre colline, le nostre valli è transitato lasciando sguardi, parole, sensibilità. Un luogo è la gente che lo abita e che lo abiterà. E soprattutto che lo ha abitato. Eccone la poetica”. Gli scatti che ritraggono Yasser, Ibrahim, Austa, Nazareth e quelli di Cristina, Lidia, Mario e tantissimi altri, sono legati da un sottile cordone umano che percorre luoghi d’incontro, di comunicazione, di scambio, e che unisce idealmente duemila anni di storia. Vogliono essere uno ritratto della realtà in cui la vita è mostrata senza orpelli, senza filtri. Mi piace l’umanità di colei che afferma di “non essere fotografa e di non essere alcunché” così come mi piacciono le sue istantanee. La sua spontaneità, la sua immediatezza, il suo venirti incontro cercandoti, mi ha subito colpito. Le sue foto sono “fresche” come la protagonista dello scatto Arrossire (Noepoli, agosto 2004) ma al tempo stesso “nostalgiche” come per I segni della vita (Noepoli, agosto 2004), prive di manipolazioni digitali, set artificiali che simulano la realtà, di prestazioni “iper-tech”. Fotografando anonimi personaggi, indecifrabili espressioni, vite in divenire, cerca se stessa. E’ difficile non rimanere affascinati da questa energia che travalica l’immagine soprattutto quando se ne condivide la stessa spinta, la stessa passione. Francesca riesce ad essere testimone della contemporaneità ed artista allo stesso tempo. La creatività, la scelta dei suoi personaggi, gli accostamenti cromatici, frammenti di quotidianità sfuggente e sapientemente intimistici, mi portano alla mente una frase di Henri Cartier-Bresson, “fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”. Le sue immagini evidenziano, infatti, questa lezione bressoniana di purezza così necessaria nella visione odierna. Katya Madio |
|
|
|