Ecco a voi…Carla Viparelli!!!

Carla Viparelli è un’artista poliedrica. Un anticipo su quello che la sua testa, sempre in fermento propone, è data dai suoi capelli ricci e ribelli. Io ho avuto modo di avvicinarmi alle sue opere durante una mostra tenutasi a Matera nel giugno del 2008 (mi vedete in alto con il suo catalogo) e ne sono rimasta sbalordita: un linguaggio nuovo, particolare che andava oltre la voglia di sorprendere che spesso caratterizza i giovani artisti contemporanei. Non vi nego che davanti al nesso titoli-opere più volte mi ha strappato un sorriso.
Avevo pensato di presentarvela attraverso una breve recensione come è accaduto per gli altri artisti presenti sulla Fanzine ma ho preferito che fosse lei a raccontarsi e a raccontarci il suo mondo.
Prima di lasciarvi alla lettura dell’intervista che Carla ci ha cortesemente rilasciato, vi trascrivo alcune linee guida sulla sua biografia tratta dal suo sito: www.carlaviparelli.it che vi consiglio vivamente di visitare.
“La sua
attività artistica nasce a Napoli, per poi svilupparsi in un contesto nazionale
ed internazionale. Ha esposto, oltre che in gallerie private, presso Istituti di
Cultura esteri
(Grenoble, American Studies Center) e spazi istituzionali (Napoli:
Maschio Angioino – Sala Carlo V e Sala Loggia -, Castel dell’Ovo, Scuderie di
Palazzo Reale, Aeroporto Internazionale di Capodichino; Ravello,
Villa Rufolo; Frosinone, Galleria Civica; Matera, Palazzo
Lanfranchi; Maratea, Palazzo De Lieto, ecc.). Ha diretto
laboratori di espressione pittorica con classi di studenti elementari, medie e
superiori di istituti sia pubblici sia privati, con utenti di centri di Igiene
Mentale, con allievi di musica jazz, ecc.. Sue opere sono presenti in collezioni
pubbliche e private.”
Alla prossima
Katya

Due chiacchiere con Carla Viparelli
Ciao Carla. Innanzitutto grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo. Iniziamo con il chiederti di parlarci dei tuoi esordi nel campo artistico. In poche parole quando e come è nato il tuo segno.
Grazie a voi!
Premetto che sono grafomane dalla nascita, prima ancora di mettermi a scrivere disegnavo; a scuola illustravo di tutto, dai problemi di matematica agli esercizi di grammatica.
La ricerca artistica consapevole è nata durante l’università (filosofia), più mi appassionavo alla filosofia, più capivo che l’arte non si limitava alla bella forma ma era una vera scienza, scienza dell’espressione: come trasporre l’interno all’esterno, ben oltre la soglia degli occhi si dirigeva la mia indagine. La risposta è venuta nel 1985, nel corso di un periodo di permanenza di un anno nell’isola di Vulcano, che mi ha aiutato a tirar fuori il mio stile. Da lì è cominciata la storia che dura tuttora.
Ci puoi spiegare i concetti chiave che pervadono la tua arte?
Credo che esistano molte dimensioni, che ogni essere umano vive sincronicamente, nello stesso momento. La chiave di accesso dall’una all’altra non appartiene alla logica (binaria, aristotelica, ma al pensiero analogico e simbolico. Tutto ciò che esiste appare molteplice ma in realtà è un’unica cosa. Il linguaggio specifico dell’arte è un passepartout che apre le molte stanze del senso.
In particolare la parola da anni mi interessa per la sua capacità di creare universi: ironia e giochi di parole da una parte alleggeriscono la comunicazione, dall’altra creano un rapporto diretto con realtà profonde e rendono plausibili infinite ipotesi di esistenza. Questo è il valore della poesia, intesa nel suo senso più ampio.
Come nasce una tua creazione? Quanto vi è di premeditato e quanto è affidato al caso?
Non credo nel caso. Si tratta di incontri interiori necessari ancorché imprevedibili. Come dire che la premeditazione è mia solo in piccola parte, poiché esiste una necessità di sbocciare che afferisce ad un contesto molto più ampio del quale io divento semplicemente un passaggio. Quando si lavora per molti anni, diventa bellissimo riuscire a riconoscere la natura magica della necessità, cioè distinguere ciò che appartiene a se stessi da ciò che attraversa se stessi. Penso che sia questa quota di “altro” a rendere l’opera interessante.
Vi è un disegno preparatorio o tutto nasce di getto?
Disegno preparatorio.
I luoghi in cui si vive o quelli percorsi durante la nostra vita posso secondo te creare contaminazioni e ritrovarli nelle opere che un artista crea? Nelle tue opere quanto della storia o della memoria antropologica è presente?
Io metaforizzo molto. I paesaggi diventano archetipi. Ritrovi nelle mie opere molte tracce degli orizzonti per me importanti, ma spogliati da una riconoscibilità geografica. Il vulcano è tutti i vulcani, un lago è tutti i laghi. Tutto è simbolico, metatemporale.
Tra le tue opere vi è una serie di dipinti a olio dedicati alla Madonna, caratterizzati da una figurazione arcaica in una “personale mescolanza iconografica ricca di suggestione e di un profondo senso del sacro”
[1] così come altre quali l’Apocalisse e il Ciclo della Resurrezione. Alla luce di tutto questo, qual è il tuo rapporto con la religione?Più che con la religione, io ho un rapporto di identificazione con il sacro e con la spiritualità. Mi piace ciò che, al di là delle differenze contestuali, accomuna tutte le tradizioni metafisiche da che mondo è mondo. La dimensione verticale dell’abisso più che la sicurezza della siepe di confine è quella che mi fa sentire a mio agio.
Hai mai pensato a un segno diverso, hai mai sperimentato un'altra "scrittura"?
Proprio in questi giorni sto lavorando a delle opere in cui “cito” lo stile pittorico dei graffiti. E’ divertentissimo, anzi, per dirla in termini appropriati “mi fa pariare”!
Molti anni fa, per tutto un periodo, lavoravo solo con il colore, puro informale. Ogni tanto ci ritorno, sia per appunti personali, sia per arrivare a un’opera vera e propria.
Nel tuo vocabolario figurativo fai spesso ricorso ad aspetti della realtà carichi di suggestione profonda: l’albero, l’acqua, il sole, la luna. Quale il motivo del loro ricorso? Da cosa nasce questa attenzione per gli elementi?
Dalla consapevolezza profonda che natura è cultura. La natura è viva ed ha il potere di azzerarci e farci ripartire da uno stato d’essere più puro. La natura ci giustifica e ci trasforma. E’ una immensa immortale bibilioteca cui attingere anche ad occhi chiusi.
…non mancano poi brani di intenso lirismo nei paesaggi in cui la tavolozza si schiarisce. Qual è, dunque, il valore di corpo e di natura che ricerchi?
Possibilità di sublimazione
Ritieni di avere debiti con la tradizione artistica italiana e in modo particolare con la pittura metafisica e il surrealismo magrittiano?
Né con l’una né con l’altro. Le similitudini con Magritte sono una sorta di effetti collaterali di una particolare ricerca interiore. Inoltre la parola “surrealismo” richiama troppo immediatamente a Dali, che rispettosissimamente detesto. Trovo invece più profonda e sorprendente la consonanza che a un certo punto ho scoperto di avere con Odilon Redon.
Qual è il messaggio che vuoi trasmettere attraverso le tue opere? Cosa ti proponi di raggiungere?
Nessun messaggio se non il fatto stesso del lavoro che le produce. Nessuna meta da raggiungere se non quella di riuscire a comunicare tramite le cose che faccio fino a che campo.
Le tue opere sono in stretta connessione con la materia. In che rapporto poni le tecniche, le materie, i colori? Come li scegli e quali prediligi.
Infatti per me tecnica e contenuto sono indistinguibili. I materiali e la successione delle fasi di realizzazione sono tutt’uno con l’immagine che mi arriva. La tecnica è legata all’inconscio come se non di più dell’idea stessa dell’opera. E’ come agire sotto dettatura, quasi come un pilota automatico che agisce programmato. Ogni opera ha già in sé la sua soluzione tecnica. E quando l’idea si manifesta evidentemente, non vedo l’ora di metterne in pratica tutte le istruzioni, come un kit di montaggio.
Ci parli del tuo spazio di lavoro?
Ho la fortuna di avere due studi, uno a Napoli (studio v.i.p. vivere in pace) e uno a Maratea(casa elfa). Si trovano in due luoghi dalle caratteristiche opposte: i Quartieri Spagnoli di Napoli, natura zero e gente ovunque; il bosco in riva al fiumicello lucano, natura ovunque e gente zero. Nonostante questo, all’interno i due studi sono identici, continui, come se aprendo una porta si potesse passare dall’uno all’altro nella stessa casa. Da una parte c’è la zona falegnameria, dall’altra la pittura e in un altro angolo il disegno.
Molte delle tue opere hanno grandi dimensioni: quale rapporto prevedi, se c’è ovviamente, tra le opere e lo spazio che le dovrà accogliere?
Rapporto sostanziale, Lo spazio espositivo non determina solo logisticamente le opere nella forma e nella dimensione, ma anche nella tematica. Come per esempio alle Scuderie di palazzo Reale a Napoli (“L’Elemento Scatenante”, 2000) immaginai il bisogno e il sogno di libertà dei cavalli in esso racchiusi all’epoca borbonica e così vennero fuori “Fuori concorso”, “Cavalloni” “Cavalleolo”, “Cavalcavia”, eccetera.
Credo che linee, volumi, dimensioni, colori determinino campi energetici e con questa energia cerco di armonizzarmi quando progetto un’esposizione.
Esistono secondo te, oggi, spazi dedicati alla sperimentazione artistica non veicolati dal mercato? In altre parole ci sono spazi dove si è liberi di esprimersi senza essere veicolati?
Sì, ne esisteranno sempre, è legge di natura
Come consideri uno spazio come la Biennale?
Per dirla in musica”bello e impossibile”.
Vedi qualcosa di promettente nella cultura artistica italiana?
Sì, anche qui è legge di natura.
So che hai avuto diverse occasioni di incontro e dialogo con altri artisti in esperienze come: “Studi Aperti e Eventi virali”. Chi sono gli artisti che conosci e frequenti volentieri?
Mi è sempre piaciuto incontrare artisti e collaborare, quando ci sono premesse giuste. Ho sempre imparato tanto dal lavoro di gruppo. E dai rapporti di amicizia. Esistono degli artisti che vivono l’illusione della supremazia, basta non frequentarli direttamente e ammirarne le belle opere. Ho artisti-fratelli e sorelle un po’ dappertutto: Napoli, Maratea, Italia, Irlanda, Germania, Svezia, eccetera. Mi basta sapere che esistano per essere contenta.
Vai molto in giro per subire contaminazioni e vedi cosa fanno i tuoi colleghi?
No.
Alcune tue opere saranno in mostra nella Villa del Sole fino al 30 aprile c.m. con altre due artiste, molto diverse stilisticamente: Karwowska e Marceddu. Com’è nato questo sodalizio?
La mostra nasce da un’idea di Massimo De Simone, da quarant’anni gallerista (Studio Oggetto), che ha messo insieme tre tecniche e stili differenti per articolare la prospettiva di una mostra d’arte contemporanea in un contesto “altro” come quello di una clinica, Villa del Sole, appunto, che promuove da anni rassegne d’arte.
Nel numero di Marzo di Artedossier, Philippe Daverio parla del valore dell’ironia che per i greci voleva dire “spostare il punto di vista attraverso una serie di domande per condurre l’interlocutore in una nuova direzione”
[2], una prassi, insomma, dell’indagine. Guardando le tue opere esposte a Palazzo Lanfranchi, Matera, nel giugno del 2008 ricordo che quello che mi colpì fu proprio questa sottile ironia, questa capacità di saper raggiungere, attraverso le immagini ma soprattutto i titoli molteplici percorsi semantici, il muoversi cioè su “più piani di significato”[3], senza abbandonare il fruitore anzi, accompagnandolo in questa ricerca. Pensi che la storia dell’arte oggi abbia bisogno di questo lieve mutamento per interrompere quello che Arthur Koestler in L’atto della creazione chiama i “meccanismi del conformismo, del ragionamento accertato”?Non solo la storia dell’arte. Immagina che antidoto agli integralismi dilaganti sarebbe l’arma batteriologica dell’ironia! Il mondo ridiventerebbe il giardino che era: le piante vivono grazie alla luce, e alla luce del sorriso.
Sei una delle artiste che usa le nuove tecnologie a supporto dell’arte. Tra le sperimentazioni da te realizzate, infatti, vi sono diverse installazioni come quelle del 2003: “Corpo Stellare” e “Flight Code”, realizzata, quest’ultima, presso l’aeroporto di Capodichino a Napoli dove sperimenti per la prima volta la compresenza della tradizionale tecnica ad olio e della stampa fotografica digitale utilizzando come supporto il forex, materiale plastico duttile ma al tempo stesso compatto così come non hai disdegnato, in Corpo stellare, la partecipazione del suono per realizzare un ambiente polisensoriale. Hai un sito internet…non pensi che in un epoca dominata dai media audiovisivi in cui l’immagine scorre veloce esaurendo in un attimo le sensazioni prodotte possa divenire utile strumento di coinvolgimento polisensoriale? Non hai paura che la dimensione di contemplativa meditazione che cerchi di raggiungere attraverso le tue tavole si “mercifichi” e si “globalizzi” attraverso l’uso della tecnologia?
La tecnologia è il mezzo, non il fine. Mi auguro che il fine contemplativo giustifichi questo mezzo un po’ grossier che ogni tanto si sceglie!
A parte gli scherzi, credo che la tecnologia costituisca un ulteriore strumento sul mio piano da lavoro. Più strumenti si hanno, più possibilità ci sono di trovare la soluzione ottimale per realizzare una certa idea.
Innanzitutto ti rinnoviamo il nostro grazie per aver sottratto tempo prezioso al tuo lavoro e rispondere alle nostre domande. Dove possiamo ammirare le tue opere adesso? Sbaglio o sei anche alla Locanda delle Donne Monache a Maratea?
Sì, la mostra è permanente, si può visitarla fino a fine ottobre. Quindi Maratea, Caserta (la mostra alla Villa del Sole è prorogata fino a fine maggio), Napoli. Vasta scelta. Vi aspetto!
[1] M. Cuozzo, Res Aerea. Simbolo, Gioco e Dialettica degli opposti nell’Arte ci Carla Viparelli in “Carla Viparelli. Opere scelte 1998-2008”, catalogo della mostra presso Palazzo Lanfranchi, Matera aprile – giugno 2008, Paparo Edizioni, Matera, p. 12.
[2] P. Daverio, Artedossier, rivista, Marzo 2009, Giunti Editore, p. 5.
[3] M. Cuozzo, op. cit., p. 14.