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SS176

Liquido secreto, velo umido,
da determinate ghiandole (detto sudoripare) che,
disseminate praticamente in tutti i distretti cutanei,
lo riversano sulla superficie della cute.
V*
Nella borsa dell'insegnante (supplente
a dire il vero), c'è davvero di tutto: registro personale del professore,
agendina formato tascabile rossa per gli appunti e per le segnalazioni disciplinari,
una penna rossa, una penna blu e una nera, una matita c3 con punta sottilissima,
leggera nel tratto
affinché non sporchi, un temperamatite a doppio beccuccio…
E ancora: una gomma, un righello, un correttore liquido "a pennello",
una confezione di fazzolettini contro il raffreddore, un paio di bustine di
plastica contenenti di tutto…
Medicine in compresse, Aulin per il mal di testa e il pronto intervento, astuccio
per gli occhiali da vista, berrettino contro il freddo, guanti da usare "non-si-sa-mai",
mmm vediamo un po'… "mi sembra che ci sia davvero tutto!".
"Ancora un colpo di spazzola per rendere mossi e lisci i miei capelli e
siamo quasi pronte per andare a lavoro. Indossiamo il soprabito bianco piumato
e infiliamoci le scarpe col tacco…" e una volta prese le chiavi della mia
Panda bianca sport "sono già pronta a scendere per strada e affrontare
questa nuova alba."
Il sole sta per spuntare… bah! "Speriamo che sia una bella giornata, me
lo auguro proprio!"
"Tutti i giorni su e giù per quelle curve, che stress! Naa non voglio
pensarci ora…"
Uno sguardo all'orologio: un'ora e mezza all'inizio delle lezioni.
"Bene,… con un'andatura serena, arriverò con largo anticipo a scuola
oggi, e potrò anche permettermi di godere questo magnifico paesaggio
per una volta!"
Ingranata la seconda, volto l'angolo di casa e in dieci minuti tra un fischiettare
allegro e l'incrociare più di un paio di di occhi indiscreti, sono sulla
strada statale 176.
La maestosa muraglia pisticcese, dall'alto dei suoi mille metri domina sontuosamente
una interminabile area naturale di calanchi e stabilimenti petroliferi.
"Chi è che diceva che il mondo, nonostante tutto, è andato
avanti? Eh si…è proprio cosi!"
Qui l'ENI deve vedersela brutta col potere erosivo e desolante della sabbia…
"…e quanta energia ci vorrà mai per aiutare e alimentare tutta l'area?".
L'asfalto in questo tratto che collega lo scalo ferroviario di Pisticci e quel
che resta della giovane e "libera" Craco Peschiera a volte lascia
lo spazio a spaventosi disastri corrosivi a cui l'uomo ancora non ha pensato
a porvi rimedio.
Delle nubi inquietanti e a pecorelle cominciano coll'adombrare l'alba rosseggiante
che fino a poco fa faceva "l'occhiolino" nel mio specchietto retrovisore.
Un certo grigiore diffuso si estende e ricopre tutti gli altri colori: il verde
dei prati alla mia destra e il giallo delle enormi macchie di sabbia che costeggiano
il guardrail alla mia sinistra.
Mentre compio un paio di curve a novanta gradi, queste terre incoltivabili si
spaccano in dirupi profondi sotto i quali, l'uomo ha costruito cantieri e linee
ferroviarie e la mia Panda è un punto bianco in movimento lungo sei chilometri
di storia calcarea dell'Italia Meridionale.
Se tra le sabbie sprofondano chissà quali abissi di civiltà, la
presenza dell'ultimo tratto dell'Appennino Centrale, com'è stato chiamato
da qualcuno, ci regala delle collinette ingrigite che fanno da casa a rari arbusti
che impauriti restano li a cinque chilometri dalla mia vista a ovest.
Tutta l'area è terrorizzata: anche lungo la banchina di questa strada
provinciale è poca la vegetazione campestre spontanea che s'azzardi a
sorgere su questo suolo: il regno della città fantasma, il dominio della
città disabitata: Craco.
Imponente, terribile, minacciosa, eccola all'improvviso prima ritagliarsi un
angolo di orrore alla mia sinistra e poi, dopo un paio di curve di speranza,
rieccola riapparirmi a destra, sempre più spettrale, sempre più
minacciosa.
Una gigantesca cattedrale e una toponomastica probabilmente realizzata da un
amante di racconti del mistero piuttosto che da un architetto, mostrano l'antica
città di Craco dal basso di questa sabbiopoli come il più agghiacciante
incubo che la realtà abbia mai potuto concepire.
Un disco di Ludovico Einaudi con alcune sue digressioni fa da perfetta colonna
sonora in questo mio viaggio in un mondo da pochi (probabilmente) esplorato
ma che di certo merita tutta l'attenzione dei naturalisti…e dagli amanti del
brivido!
Craco "Vecchia" - ribattezzata cosi dalla gente di questi luoghi deserti
- è un'autentica cattedrale nel deserto: un unico blocco di pietra che
si staglia in uno dei punti più alti dei calanchi lucani e che getta
un solo unico sguardo agghiacciante e desolante intorno alla vallata che domina.
E il povero arbusto tutto solo, appena quattro rami rinsecchiti, è là,
intimidito ad osservare quel
gigante con gli occhi di un bambino, di una vittima.
Il sole non ci aiuta: sembra che anche lui abbia paura di questo mostro, e preferisce
restarsene dietro la sua cortina di nuvole; soltanto ogni tanto sembra dare
una sbirciatina qua e là, ma… anche lui ha paura!
Due chilometri di discesa e con la minaccia sempre là presente sullo
sfondo, siamo giunti nel punto più basso di questi sei chilometri.
La strada si inabissa verso lo strettissimo e meraviglioso "Ponte Cavone".
150 metri di lunghezza e appena 139 di larghezza; un alto muretto sorretto da
alti piloni di cemento e (probabilmente) velocità limitata per tutto
il tratto.
Non più di 10 km/h e non più di una fila di auto per volta in
un unico senso di marcia per volta consentito: "Ma io non ho mica intenzione
di restare qua e farmela sotto mentre gli altri scappano dallo scempio di questo
demonio; devo accelerare e consentirmi di passare" - difatti sono gli altri
che di ritorno Stigliano o chissà dove, "…devono concedermi strada!".
"Vai, Ludovico, più veloci della luce, in "divenire",
lontani da questo pozzo di terre arse e zollate" - come quelle intorno
alle quali è emerso soltanto il Ponte Cavone, il più forte.
Intorno a lui soltanto ponti crollati e enormi falle nel terreno che sprofonda
fino al centro della terra - "posso sostenere che soltanto la ferrovia
sembra essere sopravvissuta in questo viaggio verso l'inferno."
La mia Panda è nuovamente su un rettilineo: possiamo addirittura permetterci
di lanciare la quinta…ma no… rallento di botto e qualcuno alle mie spalle comincia
a suonarmi contro col clacson.
"Cosa stavo facendo? Tiravo sui 150 su questo tratto? …Sono matta!"
- Craco Vecchia infatti è li che mi scruta e mi ammonisce con il suo
sguardo per essermi comportata come una bambina cattiva.
Percorro tutte le mattine questa strada ma non avevo mai fatto particolarmente
caso a quanto si stagliasse di fronte a me e intorno a me.
"Quante sensazioni contrastanti mi infonde nell'animo questo paesaggio
stamattina!"
Solo con l'attenzione…solo col prestar fede, concentrazione ci si accorge che
si è qui in Purgatorio!
"Non mi sono nemmeno accorta che ormai sono a Craco Peschiera: si ma sei
chilometri però sono durati venti minuti di spavento e ancora non è
finita!".
La musica di Einaudi, questa serie di tristi virtuosismi sul pianoforte, intorno
al minuto 60, mi mettono su un'angoscia che mi farebbero gridare a quegli studenti
(pochi a dir la verità) seduti alle panchine vicino al campo sportivo
in atteso dell'autobus per la scuola, di non restare là, di scappare,
di fuggire per i campi, di andare verso Pisticci… di dare ascolto ad una pazza
mentecatta.
Stressata e agitatissima volto a sinistra, verso un altro ponticello (sconosciuto
questo, come tutta l'area intorno sembra "saggiamente" suggerire)
dove la strada statale 103, anzi ex 103 divenuta SP161 collegherà la
176 alla 598, il mondo civilizzato.
Craco è sempre lì, ma adesso ce l'ho alle mie spalle: mi vede
allontanare, le sto scappando!
Negli 8 chilometri che caratterizzano questo tratto di strada, nei continui
sali-scendi, ben poco cambia la musica; di poco qui la natura ha avuto la forza
di esplodere in un fiore e ribellarsi alle tenebre della città fantasma.
Ripide sono le curve in salita e in discesa, in rapida successione: ampi blocchi
di marmo assemblati col ferro e con ampie maglie d'acciaio formano degli scalini
sulla mia destra; a sinistra qualche spiga di grano, si mostra timida all'automobilista
lucano a mano a mano che quelle stesse collinette di marmo (fatte della stessa
pietra del gigante) ne coprono i tratti, le trame e la mostruosità.
Pochi minuti e la vita rinasce: il sole si erge alto nel cielo, sopra le nuvole.
I campi tornano ad essere colorati di quel bel verde, campagna verde mietitura
e i passerotti, come le rondini, riprendono a svolazzare liberamente, senza
alcun timore.
Facendo attenzione a qualche buca, e affrettando il passo (perché è
quasi ora di prendere servizio), facilmente, ci si ritrova sui lunghi rettilinei,
costeggiati da antiche case cantoniere, ormai abbandonate e recanti scritte
incomprensibili, e alberi d'agrumi.
Vecchie cascine e fabbriche abbandonate sono sempre là, mentre qualche
falchetto kamikaze, piomba alla velocità della luce, lungo la statale.
Loro compiono il loro compito, quello per cui sono stati ammaestrati dalla selezione
naturale: cacciare le prede morte, vittime degli automobilisti distratti.
Resto lì, ferma, inebetita, mentre un passerotto si schianta contro il
parabrezza della mia auto; siamo noi, uomini, che nel tentativo di urbanizzare
quest'area, abbiamo di certo distrutto un equilibrio naturale, le cui manovre
conosce soltanto Iddio e verso il quale abbiamo serbato un triste destino.
I pascoli e la "strada buona" diradano a poco a poco verso il basso,
prendendo il posto dei calanchi e dei terrazzini di marmo.
Un bivio in fondo alla strada.
Svoltare a destra per Aliano-Cirigliano, innesto con la strada statale 598,
Fondo Val d'Agri.
Ma questo è tutto un altro mondo ed è ora di affrettarsi per andare
a scuola.
…
Fronte madida di sudore.
La temperatura esterna sta aumentando.
Tornano gli sguardi.
…
Tre ore e mezzo dopo ripercorro la stessa strada a ritroso e inondata di luce,
sorrido alla vista della cattedrale nel deserto.
"Stamattina è bastato un accenno di temporale a farmi spaventare
e temere quest'area, che stupida!".
…
Pisticci, antica città lucana domina uno degli itinerari più affascinanti
del Sud Italia, ma questa è forse tutta un'altra storia.
*dal volumetto di short stories "SUDORE" di Madio
Vincenzo