OFFICINA ZOE' a Bernalda
di Madio Katya

http://www.myspace.com/officinazoe
“IL RAGNO DEL DIO CHE DANZA”: gli Officina Zoè sbarcano a Bernalda.

Per una notte un paesino della Lucania, Bernalda, diventa terra di approdo del movimento frenetico della pizzica salentina. La musica popolare infiamma la piazza e per i compassati bernaldesi diventa impossibile non battere il tempo dei roboanti tamburi percossi dai membri di Officina Zoè che per più di due ore hanno entusiasmato la folla.

Il gruppo si occupa di musica popolare e ha origini salentine. Si è formato nel 1993, dall’unione di alcuni musicisti su idea di Lamberto Probo (voce, tammorra, tamburelli e percussioni varie), Donatello Pisanello (organetto diatonico, chitarra e mandola) e Cinzia Marzo (voce, flauti, tamburello castagnette), con un fondamentale aiuto esterno del regista anglosalentino Edoardo Winspeare. Il loro repertorio comprende canti di lavoro, canti d’amore in dialetto e in griko, canti di protesta e pizziche. Il gruppo vanta numerose partecipazioni ad importanti festival nazionali ed internazionali di musica, tra i quali Berlino e importanti collaborazioni artistiche in campo teatrale e cinematografico come la collaborazione con Edoardo Winspeare che ha riguardato tre film: pizzicata (ambientato nel Salento durante la seconda guerra mondiale), nel quale c’è uno sporadico intervento di Pino Zimba (al quale non poteva non mancare una dedica durante la performance del gruppo nella serata di ieri sera); sangue vivo (per il quale l’Officina ha prestato le canzoni dell’album che stava producendo); il miracolo (per il quale il gruppo ha curato la colonna sonora), anche qui vi è una partecipazione di Zimba, il quale però già non faceva parte del gruppo. Il film Sangue vivo è il più famoso della triade ed è stato l’album dal quale sono state riprese la maggior parte dei brani proposti durante la serata.

Nelle luci psichedeliche dei fari, nella cadenza e nelle parole del dialetto salentino, spesso ai più incomprensibile, segno rude, ruvido, semplice, brusco, graffiante, si è potuto scorgere il lascito dei migranti, le nenie di un tempo al ritmo del quale si cullavano gli infanti, le malinconie e il ricordo dell’isolamento culturale di un popolo che per decenni ha visto nella danza e nella musica l’unica forma di riscatto possibile dalle sue miserie quotidiane.

Officina Zoè ha mostrato ai lucani quello che rimane di questa cultura ancestrale, attraverso la riproposizione, l’interpretazione e il riadattamento dei brani musicali della tradizione salentina nonché la composizione di nuovi brani secondo i medesimi canoni. Questo processo permette loro di portare, in giro per il mondo, l’elemento simbolo della loro identità. In questo processo di riadattamento essi cercano, infatti, di riannodare i fili della tradizione laddove si sono strappati e riaprire la strada della tradizione dove si era interrotta, per poter continuare a parlare della salentinità come di una cultura autonoma che attraverso il ritmo vive una sensibilità rinnovata, collegandola all’immaginario di una vita urbana e tecnologica che ormai ci appartiene (ricordiamo il brano: ‘a ‘mmamm ‘ta”).

La ricerca di accordo musicale tra il tamburo battuto a sangue di Lamberto Probo e il violino di Giorgio Doveri mi ha ricordato molto quella ricerca di timbro e di formule particolari che univa i musici durante il processo di liberazione delle tarantate. Ogni tarantato aveva il suo incubo, il dio che lo chiamava attraverso la musica e solo quando egli trovava il suo suono che aveva già dentro di sé e a cui aspirava profondamente, incominciava ad accordarsi con la musica, prendendo i passi della sua danza. Trovato il suono che sapeva animare il corpo, il tarantato non poteva semplicemente ascoltare quella musica, ma doveva lanciarsi contro di essa, immergersi dentro il ritmo ossessivo di tamburelli, affondare e perdersi nella nenia lamentosa del violino.

Ora è ovvio che nel progetto di Officina Zoè sicuramente viene meno tutto questo e non ne rimane che un retaggio nelle coreografie vorticose dei giovani che ballano al ritmo incessante della loro musica; così facendo essi tentano di esorcizzare una realtà irta di difficoltà, svincolandosi, per quanto possibile, dai problemi quotidiani, attraverso la festa e la comunione di un’esperienza vissuta in spazi aperti e comuni.
Inizialmente avevo un po’ criticato le scelte fatte dal comitato festa di Bernalda per la gamma degli ospiti chiamati ma ora capisco che attraverso la presenza del gruppo salentino, la giovane regina della musica napoletana “Maria Nazionale” e il gruppo folckloristico “La Musetta” proveniente dalla tradizione popolare siciliana, hanno cercato di raggiungere un obiettivo: attraverso progetti come questo ricordare le proprie radici, valorizzando la cultura di un popolo e la sua identità. Ciascun popolo ha una propria storia e dimenticarla indebolirebbe quel senso di appartenenza al proprio territorio che dà senso e valore all’essere cittadini”.
