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HO UNA STORIA NUOVA

di Madio Vincenzo


Sono tempi questi in cui i cantautori producono album documentaristici, altri invece che (per fortuna) mettono su dei dischi che sembrano delle autentiche sessioni di prove in studio. Ci sono pittori che si divertono a dipingere in "action painting" e altri invece che si riuniscono in collettivi di scrittura per mettere su un progetto che si chiama Wu Ming. Io qui provo a mettere giù una storia che sia nuova per davvero (se è vero come è vero che qualcuno o qualcosa mi ha suggerito di scriverla), "in creando". Infatti l'ho scritta fino ad un certo punto e, pur non negando che ho già qualcosa pronto in cantiere per dar seguito al parziale finale, resta pur sempre un intoppo nella mia creazione. Quindi, se qualcuno sapesse scrivere una favola, per dar maggior peso a questa storia nuova, anzichè restare solo ad osservarci, beh... che cominci a darci qualche bella idea, se gli va. Accetto di tutto. Muoviti, muoviti... dice Jovanotti.


Ho una storia nuova da raccontare; ho pensato che un titolo del genere potesse in qualche modo piacere al lettore, il primo (sicuramente) a chiedersi cosa di nuovo ci possa essere da raccontare quando tutto sembra ormai stato detto e scritto.

Una storia quindi, ma non la Storia con la esse maiuscola, o una storia, come una storia come tante (delle mie). Una storia nuova; ed è quello che ho provato a fare stando seduta ad una terrazza di un condominio a due piani, dopo aver visto il cielo trasformarsi in blu e grigio e ancora una volta tornare all’azzurro.

L’ho raccontata perché faceva tanto caldo, e perché quell’estate in campagna non avrei in nessun modo voluto dimenticarla e cosi un bel giorno mi sono detta, ma si dai… riviviamola da quassù, come quella giornata di luglio.

La storia ha preso vita nella mia testa quando ho cominciato a vedere quella coda muoversi in continuazione, quasi alla ricerca di qualcosa.

Ma vediamo com’è cominciata quella giornata, quando, precisamente, ho sentito mia figlia correre come una pazza nel cortile e gridarmi a gran voce, contro.

«Mamma, mamma? Dove sei?» - cosi Clara (la più piccola delle mie figlie).

La corsa era veloce e sostenuta per una bambina che allora aveva appena 7 anni.

«Sono qui!» - le ho detto, ma credo che non abbia sentito, perché all’ennesimo suo richiamo, mi sono affacciata dal balconcino della terrazza e le ho fatto ciao, con la mano.

E lei: «Mamma, mamma? Dove sei?» - e io di nuovo: «Ma non lo vedi che sono qui, cosa c’è?».

Portava le scarpine slacciate, il vestito non esattamente a posto suo e un enorme album colorato nelle mani.

Dietro la sua corsa, aveva sollevato tanta di quella polvere e brecciolina, che… beh, che avrebbe potuto inciampare e farsi male.

«Cosa fai? Non correre! Aspetta che da qui non ti sento!» - e comincio a scendere in casa, mentre lei continua a fare ampi gesti con le mani e a farfugliare parole incomprensibili dall’altra parte del mondo.

La raggiungo.

«Ma perché corri come una forsennata? Guarda qua, sei tutta sudata!» - e Clara sta ancora salendo di corsa su per le scale per farmi vedere il suo prezioso oggetto che ha tra le mani.

«Mamma, mamma! Me la leggi un po’ questa storia?».

Ecco, dicevo, ho voglia di raccontare una storia nuova, una storia che non imbrigli sensazioni e emozioni, ma che le liberi, che le trasformi in qualcosa di più bello di quello che già sono emozioni e sensazioni, in qualunque ordine le si vogliano mettere.

Eppure emozioni e sensazioni in una storia, quella con la esse maiuscola, diventano Storia: epopea, eventi di radice epocale. Segni che attraversano il cielo e le vite delle persone come lo spostarsi impercettibile di nuvole a branchi nel bel mezzo di una giornata di sole estivo. E pensare poi dopo che si, sono loro a muoversi… ma ci muoviamo anche noi.

Una storia nuova magari che la smetta anche di farfugliare continuamente storie che non c’entrano niente, come questa; per questo torniamo alla nostra, di storia.

Rientriamo in casa. La bambina, mia figlia, ha nelle mani un libro di fiabe della principessa non so più di chissà quale nome, con gli inserti-dossier staccabili, gli stickers, e le paginette multimediali da completare per dare un corso diverso alla storia della misteriosa principessa immaginaria.

Ve lo ricordate Topolino? Un tempo (non molto tempo fa) gli autori del fumetto della Disney per Disney Italia, furono i pionieri di questo progetto grafico affabulatorio e io adesso me ne faccio, impropriamente, testimone.

Cosa faranno mai Topolino e Paperinik, al bivio di una storia del crimine? Scegli tu il finale. Bello.

D’altronde la storia è anche questa.

«Dai qua vediamo un po’…» - mi giro verso Clara che è, occhioni, già pronta “a bersi” il succo di questa fiaba di chissà quale mondo e quale autore (ora non lo ricordo più, mi spiace), in braccio a me.

Quanto pesava e come si dimenava, sporca di polvere e sudore (aveva corso tutto il giorno!).

«Clara ma questa è la storia della principessa, che ti ho già letto chissà quante volte! Vuoi sentirla ancora?» - e lei: «Si mamma, ti prego. Ma davvero me l’hai già letta?».

Strano che la memoria a 7 anni faccia cilecca. Quel che è più strano è che mi stupisco io che di anni ne ho molti di più e del nome della principessa nemmeno l’ombra adesso, pure a sforzarmi.

«Si tesoro» - le dico, ma non sembra del tutto convinta.

Per ricordarle qualcosa che dimentica, le faccio: «Te li ricordi gli stickers per vestire la tua principessa e per cambiare gli scenari della favola?» - ma mi guarda incosciente e direi anche piuttosto stupita.

«Eh dai! Tu leggimela di nuovo, no? Ti va? Per piaceeere…» - con gli occhioni mi supplica ed è tutta un gesticolare.

«Vabbene, dai qua! La mamma ora te la legge».

Fu a quel punto, che il cane cominciò ad abbaiare.


Questo è l'incipit. Almeno per ora, anche se mi piacerebbe variare le ultime 2-3 righe.

Suggerimenti e punti di discussione per il seguito (anche se forse la storia è solo mia, boh!): [a distanza di anni Clara è cresciuta ed è lei a ricordare alla mamma la favola della principessa Anastasia] [non dilungarsi troppo cmq con i dettagli madre figlia, mi raccomando] [dire di una storia leggera, senza doppi fini o significati] e [La coda del cane, mi raccomando]. Spero di tornarci presto su e che la musica non mi occupi troppo.


«Tranquilla Signora, continui pure a parlarci della sua storia! E' solo il cane dei vicini, quello lì guardi...» - e l'uomo che si era messo a parlare (mio marito), in maniche di camicia, ora dal basso del mio para-petto, si era messo a fare ampi gesti verso il terrazzo di fronte.

«Waff... waff...».

«Non è cattivo!» - riprese.  «E' solo che tutto il giorno viene lasciato solo dai suoi padroni ad annoiarsi sul terrazzo. Guardi pure, cosa è in grado di combinare... è un autentico genio!».

Fu così che io e Clara (a quel punto non più tra le mie braccia) mettemmo da parte il libro di favole della principessa Anastasia (è la mia Clara, diciassettenne, che in questo momento mi sta ricordando...e ride pure sorniona!), per osservare il cane dei vicini.

Scodinzolò un'enorme coda pelosa, quasi di peluche, in segno di amicizia, non appena si accorse di essere osservato.

Smise di fare "monellerie" (a detta di quello "strano" uomo) perchè i nostri occhi (evidente) erano ormai tutti per lui.

Con un cenno di intesa, io e Clara decidemmo di nasconderci per vedere di che pasta fosse fatto quel bel cagnolone, che vistosi lasciato solo, abbassò per un attimo la coda e dall'alto del "suo terrazzo"-territorio, fece del proprio meglio per guardare giù verso quel suo nuovo visitatore.

Si agitò avanti e indietro lungo il perimetro esposto del cielo dell'appartamento dei suoi padroni (incauti), e produsse dei latrati minacciosi all'indirizzo di quel uomo così triste da non voler fargli compagnia. Così gli sembrava, cane scemotto... cane egoista.

A tenerlo occupato c'era (lo ricordo benissimo questo) una ciotola vuota e rossa (vedemmo) e una busta di plastica volata sul terrazzo (notammo) da chissà dove (spiammo) per effetto di un vento e di un cielo plumbeo che si stava ormai delineando e addentando (nelle fauci del cane).

Dimostrando.

Il "cagnaccio" aspettò che qualcosa si muovesse o che anche soltanto, cambiasse... poi più nulla. Si accucciò vicino alla porta-finestra che presidiava, chiusa all'interno dell'appartamento di cui sembrava essere stato solo un ospite.

Era estate ed è estate per questa storia nuova, al tempo in cui la scrivo per mia figlia.

La scrivo anche per tutti quelli che credono nella vera magia della realtà e non del realismo.

La mia storia, spero si sia ormai capito, racconta di episodi magici di vita vissuta. E sono episodi che non contengono né un sé né un ma.

Vidi il cielo oscurarsi, minaccioso, capii che era tempo di ferie e di pioggia e cosi invitai quello "strano" personaggio (simpatico) a tenerci compagnia.

Fu cosi che lui non si buscò un raffreddore: ma di questo racconterò a distanza.

Amici e affezionati, quella storia andava in ferie... come questa!


Non è facile riprendere una storia dopo che la si è abbandonata per un po’… e dopo che le idee son finite con l’incartarsi… però ci riproviamo qui… magari con una scusa banale: quella di  offrire un caffé ad un ospite “inatteso”… qualcosa può venire arrangiato-riarrangiato… sbagliato, poi corretto… no? Boh.


«Ti ricordi mamma ancora di quel tipo che ce le raccontò davvero grosse, quella estate?» - dal mio torpore narrativo, arriva la mia salvezza chiamata Clara a risvegliarmi.

Me lo ricordo certo che me lo ricordo…

 

«Si un caffé lo prendo volentieri… ma non si disturbi signora. Ho sentito che ama particolarmente raccontare delle storie, e io ne ho alcune che non riesco a tenere tutte per me…».

«Sono io quella che ama le storie…» - fa Clara, mettendosi sull’attenti.

«Vede signora? Non c’è pubblico migliore di questo!» - e sorride alla mia piccola.

Inutile insistere, il suo fare da paesanotto, ci ha contagiate.

 

Meglio, estasiate: ci dà da mangiare, pane e fantasia.


Ho scritto in giallo queste poche battute, perchè ho perso un po' il filo della storia. Ci sono sicuramente gli elementi e gli episodi per continuare, cosi come era nata, ma per il momento diciamo che mi sono incartato sulla sequenzialità delle scene. Diciamo che mi manca il trait d'union, un espediente letterario, qualcosa per metterci dentro gli episodi di vita animale che avevo in mente sin dall'inizio. Boh, ci penserò su ancora un po'... mi sa...